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Un processo lento, che in Italia si è sviluppato per tappe e acquisizioni a partire dal riconoscimento dello status quo feudale nel sud da parte della monarchia sabauda in cambio della propria legittimazione. La mafia, dalle trattative per preparare lo sbarco alleato in Sicilia al sistema di scambio voto-favore dell'epoca democristiana, ha in seguito rappresentato un costante interlocutore per la repubblica. In tale contesto, il ruolo della capitale morale settentrionale è andato focalizzandosi sulla controparte legale, il riciclaggio di denaro. Equilibrio che si è tuttavia definitivamente infranto a cavallo degli anni '80, con lo scoppio di una sanguinosa guerra intestina. Conflitto che, con un bilancio assimilabile a una guerra civile, ha portato al prevalere dei clan più arretrati e feroci, i corleonesi, e a una tardiva reazione istituzionale. Antistato totalitario e antistato mafiosodi Massimo Annibale Rossi

Indice

Premessa

La prima cosa da sistemare nella giusta proporzione è l'intervento del " leggendario prefetto Mori " in Sicilia il cui lavoro che per nulla smantellò il meccanismo mafioso fu artatamente amplificato dal fascismo e anche l'ignoranza di gran parte della sinistra non ha mai permesso di pubbliccizzare questo intervento nel suo efffettivo valore storico , per cui il discorso è conosciuto da storici di vaglia e dagli adetti e/o studiosi del fenomeno mafioso_fascista. "In effetti il fascismo, dopo la grande retata di "pesci piccoli" realizzata da Cesare Mori, viene a patti con l'"alta mafia", nel 1929 richiama a Roma il "Prefetto di Ferro" (verrà nominato senatore) e, in un certo senso, "restituisce" la Sicilia ai capi mafiosi ormai fascistizzati. Infatti, i condoni e le amnistie, subito concesse dal governo dopo il richiamo di Mori, hanno favorito molti pezzi da novanta che, appena tornati in libertà, si sono subito schierati fra i sostenitori del regime anche se, dopo il 1943, gabelleranno i pochi anni di carcere o di confino come prova del loro antifascismo."da il sito dedicato a Benito Mussolini[1] vi e' l'ammissione dell'inefficienza dell'azione di Mori da parte proprio attuali degli ammiratori del dittatore fascista, nonché l'ammissione della collusione mafia-fascismo.Anzi vi e' da dire che i fascisti che gestiscono questo sito condensano in una frase una analisi storica praticamente perfetta ed i motivi forse sono che i dai rapporti con la mafia i neofascisti furono estromessi pochi anni dopo la fine del secondo conflitto sostituiti anzi meglio occupati i loro posti da pezzi del partito democristiano e la vicenda Giulio Andreotti ne è la dimostrazione ovverossia se vogliamo mettere un punto fermo molto ma molto approssimato : dopo il tentativo di Golpe dei Junio Valerio Borghese i rapporti mafia neofascisti si incrinarono in modo irrimediabile come cogestori di potere in terra di Sicila ma vi e' altresì da dire che nel seguito e' stato aggiunto all'articolo originale una accanito attacco all'articolo che adesso viene detto sia stato fatto da un qualche anonimo e quindi non si capisce perchè riportato integralmente e poi criticato dopo:problemi fra fascisti evidentemente

vediamo comunque perchè fino ad un certo punto su lasciata mano libera a Mori ovvero la ragione politico sociale

"Il fascismo oramai aveva il pieno appoggio della classe dominante siciliana, quella della grande proprietà terriera, soprattutto da quando furono abolite le norme di legge che limitavano il diritto dei proprietari terrieri ad elevare i canoni di affitto e a liberarsi dei mezzadri. In tale situazione la mafia non aveva motivo di esistere, visto che le contese tra latifondisti e contadini venivano regolate dallo stato fascista" Mafia e Fascismo L'operazione incompiuta del prefetto Mori di Davide Caracciolo


"Ma ciò c he Mori colpì non fu altro che la bassa mafia, come lui stesso raccontò nelle sue memorie, semplici esecutori di ordini che potevano essere briganti, gabellotti e campieri. Ciò a cui egli mirava era l'alta mafia che allignava nelle città attorno ai centri del potere, ove era stretto il legame tra mafia e politica."Mafia e Fascismo L'operazione incompiuta del prefetto Mori di Davide Caracciolo"

"dopo che Mori fu sollevato dall’incarico, si preoccupò di diffondere l’idea che la Mafia, ormai, non fosse più un problema, ma essa “era tutt’altro che morta e si era anzi nuovamente istituzionalizzata” (da Mafia e fascismo, Davide Caracciolo, InStoria, GB EditoriA 2008)"lo stato italiano e la guerra civile contro la camorra


"Invece la realtà era che la mafia non era affatto morta, si era nuovamente istituzionalizzata. Se tanti briganti e piccoli delinquenti erano stati rinchiusi nelle carceri o mandati al confino, gli esponenti dell'alta mafia, se non emigrarono in America, aderirono in blocco al fascismo, sicuri di poter proseguire nei loro affari e nei loro traffici una volta che la Sicilia era stata liberata dall'incubo Mori"Mafia e Fascismo L'operazione incompiuta del prefetto Mori di Davide Caracciolo

I metodi ed i risultati del cosidetto prefetto di ferro

L'efficacia della lotta alla mafia, condotta da Cesare Mori e i suoi risultati pratici furono condizionati dai rapporti che vi furono fra mafia e fascismo, sia nel "periodo Mori" che successivi, come nel caso Tresca e nel periodo Mori Mussolini si servì della " caccia al mafioso " pure per liquidare suoi possibili antogonisti nell'ambito del fascismo locale : " caso Alfredo Cucco ". Tali rapporti contraddicono, o quantomeno ridimensionano, le tesi dello scontro irriducibile fra mafia e fascismo.

Emblematici del rapporto mafia - fascismo (che poi si intersecherà con l'intervento dei servizi segreti americani nel periodo pre, durante e post seconda guerra mondiale) sono stati la vicenda di Cesare Mori e la protezione data dal regime nel 1935 a Vito Genovese, che si sdebiterà con la costruzione della casa del fascio di Nola e successivamente sempre costui sarà il regista dell'assassinio di Carlo Tresca[2]. Assassinio che permise il riciclo degli antifascisti dell'ultima ora, come Generoso Pope (precedentemente sostenitore di Mussolini), nella Mazzini Society attiva in America, questa vicenda è riferibile all'aspra lotta intestina nella "Mazzini Society" per ammettere o meno alcuni italiani, presenti in in America, ma con passato di netto appoggio al fascismo, nei comitati di fronte unito antifascista nati nel 1943. Nel periodo dell'assassinio di Carlo Tresca, Vito Genovese si trovava in Italia e quindi la ricostruzione delle sue responsabilità' è soprattutto di natura storica più che provata dal punto di vista investigativo, nel senso stretto del termine. Non son mancati comunque sulla vicenda investigazioni e una vasta popolarità in diversi periodi negli USA, ed e' ritenuto, con quasi certezza, che il killer fu Carmine Galante [3]poi affiliato alla famiglia di Joseph Bonanno. [4]Viene fatto anche un escursus sulla parte inerente lo sbarco alleato in Sicilia e sugli avvenimenti dell'immediato dopoguerra poiché Vito Genovese, uno dei personaggi chiave anzi citati, avrà un enorme potere in Sicilia anche nel periodo post bellico dimostrando una costante duratura e ascendente importanza.


il risultato pratico degli interventi di Cesare Mori

Cesare Mori, figura mitizzata dal fascismo, nel 1922 era prefetto di Bologna e si dimostrò inflessibile nell'applicazione della legge, essendo fra i pochissimi rappresentanti degli organi di repressione dello stato che considerassero lo squadrismo fascista al pari del "sovversivismo" di sinistra e quindi da reprimere in egual maniera. Dopo aver bloccato una spedizione punitiva di squadristi fu duramente contestato dal fascismo rampante, ormai era appoggiato da larghi strati di borghesia industriali e proprietari terrieri, per cui all'ascesa al potere del Fascismo Mori fu dispensato dal servizio attivo. Si ritirò in pensione nel 1922 a Firenze, assieme alla moglie; medesima sorte toccò nello stesso periodo a Guido Jurgens, Vincenzo Trani e a Federico Fusco, tuttavia quest'ultimi non ebbero altre possibilità di carriera durante il fascismo, forse in quanto non volevano scendere a patti col regime per nessun motivo. Mori venne richiamato in servizio e gli fu affidato da Benito Mussolini l'incarico (vista la sua fama di inflessibilità) di repressione dei fenomeni criminali in Sicilia, i metodi che impiegò furono quantomeno sbrigativi arrivando perfino a prendere in ostaggio donne e bambini per raggiungere il suo scopo, a tale riguardo scrive lo storico Christopher Duggan nel "Prefetto di ferro". [5] e sintetizzando con le parole di Duggan. "I metodi brutali di Mori crearono malcontento nella popolazione, che spesso fu tentata a schierarsi dalla parte dei mafiosi, di fronte a forze di polizia che apparivano quasi come invasori stranieri, senza rispetto delle più elementari regole di legalità. Leggiamo ancora Denis Mack Smith: "Ironicamente, l'operato di Mori potrebbe aver rafforzato proprio quella diffidenza nei confronti dello Stato che, come il governo, era stato così desideroso di vincere".}} e ancora sempre Denis Mack Smith "Mori era amico dei latifondisti. [...] Dal 1927 gli agrari erano di nuovo al potere, e la Sicilia ne pagò a caro prezzo la riabilitazione; e gli anni Trenta furono caratterizzati da abbandono e declino"

[6] Non rispettò comunque, col consenso di Benito Mussolini però, di perseguire l'uomo più in vista del fascismo in Sicilia, Alfredo Cucco, e qui probabilmente in quel momento Alfredo Cucco non era integrabile nella tattica del PNF in Sicilia da cui alcuni storici interpretano la libertà d'azione di Mori su Cucco un desiderio di Mussolini di alleggerire temporaneamente il PNF di individui disturbanti per il suo sviluppo nell'isola.Per quanto riguarda Cucco Leonardo Sciascia scrive"figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Christopher Duggan e Denis Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi."[7]

Non fu risparmiato neppure l'ex ministro della Guerra, il potente generale Antonino Di Giorgio. Nel caso specifico di Cucco lo storico Paolo Pezzino nel suo libro Le mafie ipotizza che la messa fuori gioco di Cucco fu un particolare caso politico in quanto fascista avverso agli agrari. Mori, grazie anche ad una propaganda fascista sulle sue azione, molto ben orchestrata mediaticamente, divenne notissimo sino a quando fu rimosso dal suo incarico e richiamato. Ormai, la dura lotta alla mafia il regime fascista la aveva dimostrata, quindi Mori fu insignito del titolo di senatore del Regno, richiamato dalla Sicilia e messo fuori gioco, mentre i pezzi grossi mafiosi, collusi col fascismo, subivano lievi pene ed amnistie, in modo da poter tornar ad operare sotto la copertura dei gerarchi fascisti siciliani o persino ad divenire gerarchi loro stessi. La mafia era entrata, come accade anche adesso, in rapporto simbiotico con i poteri dello stato. Arrigo Petacco nel suo libro Il prefetto di Ferro [8]spiega bene come avvenne la fascistizzazione della mafia spiegando proprio come per poter arrivare a ciò, ovvero obbligare la mafia a mediare col fascismo, la figura di Mori fosse stata essenziale per lo scopo che astutamente Mussolini si era prefisso.

Considerazioni di testimoni e di addetti ai lavori

Dopo il congedo di Mori, vi fu ben presto una recrudescenza del fenomeno mafioso in Sicilia. Come scrisse nel 1931 un avvocato siciliano in una lettera indirizzata a Mori:[9]

Ora in Sicilia si ammazza e si ruba allegramente come prima. Quasi tutti i capi mafia sono tornati a casa per condono dal confino e dalle galere... Alfredo Cucco invece rientra nel partito solo nel 1937, e nel 1938 è tra i firmatari del Manifesto della razza, nell'aprile del 1943 Mussolini lo nomina vice segretario nazionale del PNF, quindi aderisce alla Repubblica Sociale Italiana dove diviene Sottosegretario alla Cultura popolare. Alla fine della guerra, nonostante tali precedenti, sarà prosciolto "stranamente" da ogni accusa e diverrà un notabile del neonato MSI. "Il Fascismo non unì alla lotta sul piano militare, alcun intervento di tipo sociale, facendo anzi dei passi indietro, soprattutto nelle campagne, riaffidando quasi interamente il potere ai latifondisti. Ha scritto uno dei massimi storici dell'Italia contemporanea, Denis Mack Smith: "Mori era amico dei latifondisti. [...] Dal 1927 gli agrari erano di nuovo al potere, e la Sicilia ne pagò a caro prezzo la riabilitazione; e gli anni Trenta furono caratterizzati da abbandono e declino" ("Introduzione" a Duggan, p. IX)(Christopher Duggan, La mafia durante il Fascismo nota fuori citazione). Un dato può dare l'idea di cosa significò questo nuovo ordine sociale in Sicilia: dal 1928 al 1935 le paghe agricole, secondo le statistiche ufficiali, diminuirono del 28% ;Commissione parlamentare Antimafia, p. 66;." [10] definire poi quale fu l'operato nella realtà dei fatti del prefetto Cesare Mori non è cosa semplice se si sfronda dai residui della propaganda fascista che ancora adesso sono ricordati a livello popolare. Si può dire, in linea di massima, che fu congruente allo sviluppo del regime che, se da una parte era impossibilitato a prendere il potere della mafia, dall'altra doveva vincolare la mafia ad un certo "ordine di regime" in modo che la facciata fosse salva e Mori, forse anche in gran parte incolpevole, fu lo strumento del Mussolini per arrivare a tale obiettivo.[11] [12] "In effetti il fascismo, dopo la grande retata di "pesci piccoli" realizzata da Cesare Mori, viene a patti con l'"alta mafia", nel 1929 richiama a Roma il "Prefetto di Ferro" (verrà nominato senatore) e, in un certo senso, "restituisce" la Sicilia ai capi mafiosi ormai fascistizzati. Infatti, i condoni e le amnistie, subito concesse dal governo dopo il richiamo di Mori, hanno favorito molti pezzi da novanta che, appena tornati in libertà, si sono subito schierati fra i sostenitori del regime anche se, dopo il 1943, gabelleranno i pochi anni di carcere o di confino come prova del loro antifascismo."da il sito dedicato a Benito Mussolini[13] vi e' l'ammissione dell'inefficienza dell'azione di Mori da parte proprio attuali degli ammiratori del dittatore fascista, nonché l'ammissione della collusione mafia-fascismo.[14] [15][16] [17] "Fece infatti piazza pulita di briganti, ma quando si trattò di mettere in galera la gente di rispetto ammanigliata con Roma fu licenziato in tronco. Finì senatore, con velleità letterarie inappagate e un libro di ricordi, Con la mafia ai ferri corti, che dette qualche grana a Mondadori. Mussolini gli scrisse garantendogli che i suoi quattro anni di Sicilia sarebbero rimasti «scolpiti nella storia della rigenerazione morale, politica e sociale dell'isola nobilissima», ma a quanto risulta la mafia riprese indisturbata il suo cammino. Lo scalpello era moscio." Giovanni Grazzini in un suo articolo di commento al film Il prefetto di ferro concorda con simile visione degli effetti dell'intervento di Mori. [18]

"La sua azione energica permise di distruggere quasi interamente la struttura di base della malavita organizzata siciliana e offrì a Mussolini un argomento per la sua propaganda. Ma quando Mori iniziò a diventare troppo famoso e soprattutto a indagare troppo in alto, venne messo da parte, e le tracce del suo lavoro accuratamente eliminate."[19] Anche secondo Arrigo Petacco nel suo libro Il Prefetto di Ferro il fascismo si occupa dei "pesci piccoli" riportando alla Sicilia i capi mafiosi fascistizzati che avevano subito nulle o lievi pene tramite tramite varie forme giuridiche utilizzate ad hoc. [20] Dagli studi di Giovanni Raffaele, studioso della storia di Sicilia, che ha scritto L'ambigua tessitura. Mafia e fascismo nella Sicilia degli anni Venti si riassume [21] "La conclusione è che nella zona presa di mira da Mori non vi fosse mafia in senso stretto, proprio perché i meccanismi dell'accumulazione, del consenso e del controllo politico seguivano altri canali consolidati, che della mafia - intesa come organizzazione specifica e gerarchicamente strutturata - potevano fare a meno. Dalla ricerca emergono però anche la complicità del fascismo col sistema di mafia e, per certe zone, la forza intatta di un'élite che, per il controllo sociale, di mafia non aveva bisogno."

considerazioni sul mafioso più importante catturato a Gangi ovvero Vito Cascio Ferro

Bisogan parlare un attimo di un famoso " superpoliziotto " Joe Petrosino di cui qui troviamo la storia raccontata in modo agiografico "" gli italiani lo chiamavo «’u spione»; a lui non importava, doveva solo fare amicizie giuste e importanti. Protetto da Theodore Roosvelt, allora assessore alla polizia ""


"" Petrosino odiava gli anarchici li considerava delinquenti o pazzi da portare in manicomio. ""

da tesi su rapporti fra mafia e fascismo Il nome piu' importante fra i catturati a Gangi su Vito Cascio Ferro , visse a Bisacquino prima come giovane anarchico poi presidente dei Fasci di Bisacquino, partecipò alla "occupazione delle terre" del 1892 rifugiandosi poi in Tunisia per la repressione ordinata dal Ministro degli Interni Francesco Crispi.Emigrato in USA vivenne un boss mafioso , " mafia vecchia " che si basava sulle estorsioni " dopo varie vicissitudini e crimini commessi si pensa che abbia giustiziato il noto poliziotto pioniere della lotta alla criminalità italo americana Joe Petrosino nel 1909 e fra i motivi se non l'unico che si porta per questo omicidio e' la vendetta rispetto al fatto che Joe Petrosino che era anche notissimo cacciatore di anarchici abbia torturato in carcere ( era uso a tali sistemi il " buon " superpoliziotto )Sophie Knieland moglie dell'anarchico Gaetano Bresci per estorcerle senza riuscire informazioni su un più grande complotto anarco/mafioso , di cui gli storici non han mai appurato un bel nulla , di cui Gaetano Bresci sempre secondo Petrosino era solo il braccio oppure un piccolo frammneto .Non si sa bene perchè Vito Cascio Ferro abbia voluto vendicare Sophie Knieland era innamorato di lei o meno quel che e' certo che gli fu trovato in tasca un biglietto della moglie di Gaetano Bresci quando don Vito è stato catturato del quale non si sa il contenuto , resta comunque il fatto che don Vito aveva molto probabilmente mantenuto amicizie fra gli anarchici di Patterson dove risiedeva Gaetano Bresci ed adesso arriviamo alla fine di Vito Cascio Ferro che viene " dimenticato " in cella in un carcere italiano in cui " risiedeva " da circa 20 anni [mentre Vito Genovese , ben più importante del vecchio e fuori tempo come mafioso don Vito Ferro , viene protetto dal fascismo] durante un bombardamento americano durante la seconda guerra modiale ed ivi muore di fame e sete mentre gli altri prigionieri vengono premurosamente evacuati questa dinamica anche se non storicamente avvallata da prove da dei dubbi sia sull'operato del cosidetto " prefetto di ferro " amico di agrari e latifondisti che quando sta per arrivare ai " pesci grossi " viene nominato senatore della repubblica e osannato dal fascismo mentre gli altri pochi molto pochi poliziotti di alto livello come Guido Jurgens , Vincenzo Trani , Federico Fusco che non si vendono ma provano a far il loro mestiere " onesto " di servitori di uno stato retto a monarchia costituzionale e quindi con alcuni diritti e doveri , sopratutto doveri , che dovrebbero essere uguali per tutti cioè anche per i fascisti vengono esautorati dalle loro cariche o peggio fatti passr per folli come il noto capitano dei carbinieri Guido Jurgens che difese Sarzana dai fascisti fianco fianco agli Arditi del Popolo :caso unico che i carabinieri sparano sui fascisti e ne uccidono pure qualcuno .La considerazione da fare mi sembra superflua ovvero l'unico deliquente mafioso di grossa caratura catturato è don Vito Cascio Ferro " amico degli anarchici " e con un passato di anarchico che viene lascisto " per sbaglio " morire di fame e di sete in carcere mentre capi mafiosi della " nuova scuola " come don Vito Genoseve imperversano in qualunque maniera durante in fascismo in usa ed in Italia con il beneplacito del cosidetto " duce " e dopo caduto il fascismo (che nella realta' dei fatti seguendo il lavoro di Casarrubea non è mai stato per nulla espirpato ma non ci vuole un eminetissimo studioso come l'ottimo Casarrubea per intuirlo tramite logica ) ce lo ritroviamo in divisa di ufficiale alleato a " ricostruire " la Sicilia fotografato assieme al bandito Giulano che e' uno dei responsabili dell'eccidio di Portella della Ginestra

  1. il lavoro di Casarrubea dimostrerà con dati lo scopo di fatti questi fatti " strani " per usare un eufemismo e per questo assume una importanza storica enorme completament trascurata daigestori del potere in Italia a da amplissimi gruppi dei diriggenti della " sinistra tradizionale " nei fatti e non nelle parole di quelle ne hanno sprecato ad iosa.

la ricostruzione effettuata da Alessandro Politi sul sito dell'arma dei carabinieri

Il giudizio globale presente sul sito dell'arma dei Carabinieri,a cura di Alessandro Politi analista strategico[22] esperto di OSINT, per l'operato di Cesare Mori in Sicila concorda con i giudizi precedenti e sottolinea l'effetto di fascistizzazione di grossi capi mafiosi " .....La stessa politica della repressione poliziesca, per quanto efficiente, non aveva spostato di una virgola le condizioni sociali in cui stagnava la Sicilia ed alla fine il regime si accontentò del successo di facciata."[23] concordando nella sostanza con l'analisi dello storico Christopher Duggan.

Seconda Guerra Mondiale

Uno dei fatti più rilevanti nella collusione tra fascismo e capi mafiosi fu il "caso Tresca", in cui erano implicati Vito Genovese, Joseph Bonanno, Frank Garofalo e Carmine Galante, secondo le denuncie al tempo di [Ezio Taddei ex bersagliere decorato anarchicoe scrtittore noto] ed attualmente secondo lo storico Mauro Canali[24] che ha avuto accesso a documenti desecretati da polizia e servizi segreti USA

Dallo sbarco alleato in Sicilia all'immediato dopoguerra

Il rapporto che la mafia ebbe col fascismo fu quella di cambiare posizione verso quest'ultimo per seguire i propri interessi come è la strategia generale della mafia che non avendo ideali lega gli " ideali momentanei " in modo diretto agli interesi economici e di potere del fenomeno mafioso. Così ci ritroviamo Vito Genovese e Albert Anastasia diventarono stretti collaboratori di Charles Poletti che e' il plenipotenziario per l'occupazione alleate nel sud dopo lo sbarco statunitense: è ben conosciuta una foto [25] in cui Genovese è ritratto, con la divisa dell'esercito americano in compagnia di Salvatore Giuliano[26].

Giuliano godeva della protezione di Genovese quando questo passò con i gli statunitensi ma, dai documenti desecretati dall'OSS, era appoggiato sia da fascisti che dagli agenti segreti americani e seguendo le ipotesi suffragate da ampia documentazione di Giuseppe Casarrubea sembrerebbe che ilbandito Giuliano fosse stato un fascista della X MAS. È ancora da rimarcare che i capi mafiosi riciclati dagli americani avevano il compito, quasi di polizia, di eliminare i gruppi criminosi che lavoravano in modo autonomo e lo fecero con zelo. Di questa situazione di cambio di campo, o quantomeno di riciclaggio dei mafiosi amici o meno del fascismo,uno dei principali registi fu Lucky Luciano.

"Lucky Luciano, il noto boss rinchiuso nelle carceri americane, passò i nomi di 850 persone su cui “contare" e gli ufficiali dell'OSS, che dirigeranno sul campo "l'operazione sbarco", saranno Max Corvo, Victor Anfuso e Vincent Scamporino[27] Il loro gruppo sarà conosciuto come il "cerchio della mafia". Tra gli americani, in divisa dell'esercito, c'erano Albert Anastasia (ucciso nel dopoguerra in un negozio di barbiere) e don Vito Genovese, (il don Vito Corleone del film "Il padrino"), stretti collaboratori di Charles_Poletti. Scrivono Roberto Faenza e Marco Fini “Gli americani in Italia”: "È così che quando nel 1943 gli americani sbarcheranno in Sicilia, la prima azione dell'OSS sarà [...] restituire la libertà ai mafiosi imprigionati dal regime fascista".[28]"

Sempre dalla stessa fonte viene precisato gli scopi delle inchieste USA sulla criminalità organizzata italiana avevano altro scopo che cacciare dei criminali:

"Quando, nel 1951, la Commissione americana si occupò degli italiani è evidente che ne approfittò per liberarsi di alcune componenti anarchiche. Perché allora la componente anarchica era molto presente tra gli italiani negli Stati Uniti: penso a gente come Nicola Sacco , Bartolomeo Vanzetti e Carlo Tresca [29]"

In un'intervista al regista Pasquale Scimeca , questi afferma: "I mafiosi che erano sfuggiti alla repressione del Prefetto Mori, emigrando in America, avevano fatto fortuna, esercitavano una rispettabile influenza e disponevano di non poche entrature in vari ambienti come quelli militari, dove prestavano il loro ausilio come interpreti, o strani accompagnatori. Alcuni di loro furono addirittura arruolati direttamente nei servizi segreti della Marina Americana. Illustrissimi, del calibro di Joe Profacy, Vincent Mangano, Nick Gentile, Vito Genovese e l'immancabile Lucky Luciano, si resero disponibili ad offrire la loro preziosa consulenza sfruttando gli antichi legami mai interrotti con la terra natia. Per portarsi avanti, nel contempo, L’OSS (Office Strategic Service) mandò Max Corvo e Vincent Scamporino, il capo del settore italiano del secret intelligence, a Favignana dove erano rinchiusi i mafiosi “perseguitati” dal Prefetto di ferro e li fece liberare [30] "

Cosi' scrive Giorgio Bongiovanni direttore di Antimafia 2000: "Dopo lo sbarco il loro primo incarico fu quello di mettere ordine, chi poteva farlo meglio di coloro che avevano sempre avuto un controllo serrato del territorio? In pochissimo tempo i padrini ripresero il comando e eliminarono con accanita sistematicità le decine di bande che infestavano l’isola, tutte tranne una: quella di Salvatore Giuliano, ricondotta sotto l’egida della famiglia di Montelepre, che controllava da giusta distanza la mitica azione rivoluzionaria del bandito. In men che non si dica venne a crearsi in Sicilia una catena di persone e personaggi, in numero sempre crescente, disposti a mettersi dalla parte dei vincitori. I capimafia di fatto si sentirono nobilitati e vennero elevati al grado di “liberatori”. Ma la vera legittimazione venne con l’assegnazione dei comuni ai vecchi boss che si ritrovarono di nuovo padroni dei loro feudi e con la fascia tricolore posta di traverso sul petto: Don Calò (Calogero Vizzini) divenne sindaco di Villalba, Salvatore Malta di Vallelunga, Genco Russo (Giuseppe Genco Russo) sovraintendente agli Affari Civili di Mussomeli e altri rivestirono incarichi ufficiali in diversi ambiti [31] "

Tutto ciò era inserito in un momento di scontri sociali e rivendicazioni da parte degli strati meno abbienti della popolazione siciliana, che portarono ad un gran numero di caduti in piazza. I morti fra i manifestanti in questo periodo furono circa 80, a fronte di due appartenenti agli organi di polizia dello stato, con un rapporto di circa 40 ad 1; i feriti, più o meno gravi, fra i manifestanti furono centinaia. "Morti nelle proteste di piazza dall'Armistizio alla fine della guerra, tratto da una ricerca della fondazione Luigi Cipriani|

  • 24 settembre 1943: A Palma di Montechiaro (Agrigento), per stroncare la manifestazione della popolazione contro il richiamo alle armi, reparti militari sparano sulla folla uccidendo un uomo e una donna.
  • 29 marzo 1944: Partinico (Palermo), manifestazione contro il carovita e accaparratori di grano, sottufficiale dei carabinieri uccide Lorenzo Pupillo, minorenne, muore durante gli scontri il maresciallo dei carabinieri Benedetto Scaglione.
  • 27 maggio 1944: Regalbuto (Enna), raduno separatista con Andrea Finocchiaro Aprile, Luigi La Rosa, Santi Rindone, Bruno di Belmonte, Guglielmo Carcaci, Concetto Gallo, Concetto Battiato, Isidoro Piazza, fra gli altri si verificano scontri e cade soto il fuoco dei carabinieri Santi Milisenna del Pci, segretario della federazione di Regalbuto. Altri due manifestanti vengono gravemente feriti.
  • 28 maggio 1944: Licata (Agrigento), a causa del ritorno in carica all'ufficio di collocamento del già deposto gerarca fascista vi è una protesta popolare, durante la quale polizia e carabinieri aprono il fuoco, col risultato di tre caduti fra i manifestanti e circa 18 feriti. Alla protesta seguono 120 arresti.
  • 19 ottobre 1944: Palermo, manifestazione pacifica popolare contro la mancanza di pane, ne consegue che un plotone di fanteria del 139° Rgt della divisione Sabauda spara sulla folla, col risultato di 23 morti e 158 feriti: ovvero vi è una connotazione di strage, secondo la definizione accettata dai siti ANPI e dagli esperti del settore. Fra i caduti della popolazione: Giuseppe Balistreri, Vincenzo Cacciatore, Domenico Cordone, Rosario Corsaro, Michele Damiano, Natale D'Atria, Giuseppe Ferrante, Vincenzo Galatà, Carmelo Gandolfo, Francesco Giannotta, Salvatore Grifati, Eugenio Lanzarone, Gioacchino La Spisa, Rosario Lo Verde, Giuseppe Maligno, Erasmo Midolo, Andrea Olivieri, Salvatore Orlando, Cristina Parrinello, Anna Pecoraro, Vincenzo Puccio, Giacomo Venturelli, Aldo Volpes.
  • 20 ottobre 1944: Sui giornali però il comunicato imposto dal governo in carica recita "In occasione di una dimostrazione diretta ad ottenere miglioramenti di carattere economico, compiuta ieri a Palermo da impiegati delle banche e dell’esattoria, gruppi estranei, sobillati da elementi non ancora chiaramente individuati, prendevano l’iniziativa per inscenare una manifestazioni sediziosa. Davanti alla sede dell’Alto Commissariato venivano esplosi colpi d’arma da fuoco contro reparti dell’Esercito, che erano così costretti a reagire. Si deplorano 16 morti e 104 feriti. L’ordine pubblico è stato ristabilito. Il Comitato provinciale di liberazione nazionale si è subito riunito ed ha dichiarato di mettersi a disposizione dell’Autorità governativa locale per la ricerca dei responsabili della manifestazione sediziosa".
  • ottobre 1944: Licata (Agrigento), manifestazione di contadini, 2 morti e 19 feriti dovuti al fuoco dei carabinieri i carabinieri aprono il fuoco uccidendone due, ne coneguono 80 denunce di manifestanti.
  • 14-15 dicembre 1944: Catania, manifestazione contro il richiamo alle armi con conseguenti tumulti e devastazione di Municipio, sede del Banco di Sicilia con relativi uffici dell’esattoria comunale, nel proseguo i manifestanti si spingono fino alla sede del Distretto militare, i militari aprono il fuoco e cade Antonio Spampinato. Ne consegue l'arresto di 53 manifestanti, fra questi vi sono militanti conosciuti del movimento separatista siciliano quali Egidio Di Mauro, Salvatore Padova da Ispica, Giuseppe La Spina mentre Concetto Gallo, i fratelli Gullotta, Michele Guzzardi, Giuseppe Galli, Isidoro Avola, Guglielmo Paternò Castello vengono denunciati a piede libero.
  • 17 dicembre 1944: Pedara, al mattino vengono lanciate 5 bombe a mano in 2 distinte piazze del paese, senza danni; sempre nel corso della protesta per il richiamo alle armi, nel medesimo pomeriggio a Vizzini i carabinieri sparano sui dimostranti che stanno incendiando la sede del municipio, col risultato di 2 morti fra i dimostranti intenti ad incendiare la sede del Municipio, uccidendone 2.
  • 4 gennaio 1945: Ragusa, l’esercito apre il fuoco, su dimostrazione che cerca di bloccare il trasporto dei giovani arruolati verso il fronte, sulla folla che tenta di bloccare un camion, che trasportava giovani verso il fronte; risulta gravemente ferito un giovane e ucciso il sacrestano della chiesa di san Giovanni; la rivolta dei cosiddetti non si parte, invece di sedarsi si alimenta.
  • 5-6 gennaio 1945: Ragusa, i non si parte prendono possesso di alcuni quartieri ed costruiscono barricate, dando così inizio ad una insurrezione armata; fra i dirigenti vi sono militanti socialisti ma ancor più comunisti. Questi ultimi non sono a conoscenza che l'organismo dirigente del loro stesso partito ha definito la loro insurrezione rigurgito fascista. L'esercito interviene in modo assai pesante col risultato di 19 morti e 63 feriti fra i rivoltosi a Ragusa e provincia. Alcune fonti storiche ritengono tali dati una sottostima di un accadimento definibile anche in questo caso come strage. (vedere fonti sentenze e regolamenti magistratura militare per esattezza)
  • 11 gennaio 1945: Naro, la rivolta dei non si parte si inasprisce. Gli organi di repressione dello stato fanno fuoco col risultato di 5 morti. Il bilancio della repressione sarà di 5 morti e 12 feriti; nel prosieguo vi sono 53 arresti.
  • 12 gennaio 1945: Licata, durante i tumulti contro la leva obbligatoria, viene assassinato un manifestante.
  • 11 marzo 1945: Palermo, assalto da parte della folla all'ufficio delle imposte e all'ispettorato dei dazi e consumi; nel prosieguo i rivoltosi si dirigono verso la prefettura; muoiono negli scontri un commissario di p.s. ed un giovane operaio.
  • 11 settembre 1945: Piazza Armerina (Enna), scontri fra dimostranti ed appartenenti agli organi di repressione dello stato; un carabiniere fa fuoco su Giovanni Pivetti, militante socialista, che muore.
  • 2 ottobre 1945: Piazza Armerina, lavoratori protestano contro il carovita; ne conseguono cariche dei poliziotti, che costano una vittima ai manifestanti, oltre alcuni feriti. Le manifestazioni di protesta comunque proseguono per 2 giorni.

"

Il rapporto di Casarrubea e Cereghino

sito dedicato ai fatti di cui sotto



L'investigatore dimenticato Giuseppe Peri



"L'intelligente intuizione

di un investigatore siciliano

tra mafia ed eversione negli anni '70,

decennio dei misteri e dei buchi neri

(Il rapporto di Giuseppe Peri)

Istituto Gramsci Siciliano"



Non bisogna valutare le considerazioni politiche che possono essere di parte che vengono esposte inerenti al partito comunista e/o alla fantomatica democrazia mia raggiunta , ma valutare i fatti presentati che dimostrano la validità del disegno eversivo organizzato:ben ricordando che comunque il partito comunista almeno dal punto di vista organizzativo era il principale organizzatore di rivendicazioni di masse proletarie nel periodo e nel luogo preso in considerazione nonchè che il maggior numero dei trucidati da questo mix di mafiosi fascisti e servizi americani erano militanti o simpatizzanti del partito comunista ed anche se dopo la spartizione di Yalta Stalin era assolutamente contrario ad ogni istanza rivoluzionaria in occidente ed il partito comunista obbediva agli ordini di Staklin occorre rimarcare che per un gran numero di militanti e di quadri intermedi e anche qualcuno di alto livello , vedi l'allontanamento di Pietro Secchia da ogni posto di potere dentro il partito , la ipotesi di rivoluzione sociale non la avevano per niente abbandonata e Palmiro Togliatti ci mise qualche anno a riaddomesticare il partito . Esempio ne è la mano lbera lascista , ovvero dovuta lasciare da Togliatti agli ex partigiani in Emilia Romagna , per un paio d'anni , per l' " epurazione " degli ex fascisti.Inoltre il fatto che la spartizione fosse stata fatta non esime dal discorso del colpo gobbo che avevano intenzione di fare gli statunitensi con i mafiosi ed ex fascisti per staccare dalla dinamica politica nazionale la Sicilia. riportiamo il rapporto di Casarrubea e Cereghino GIUSEPPE CASARRUBEA MARIO J. CEREGHINO

STATI UNITI, EVERSIONE NERA E GUERRA AL COMUNISMO IN ITALIA 1943 - 1947

18 aprile 2007




Nascita della strategia della tensione Questo dossier fa seguito alle motivazioni per la riapertura delle indagini sulle stragi del 1° maggio e del 22 giugno 1947 avvenute a Portella della Ginestra e a Partinico (Palermo), consegnate il 7 dicembre 2004 e il 24 maggio 2005 al Procuratore della Repubblica di Palermo, dott. Pietro Grasso.

scopo della ricerca

Gli autori spiegano quale sia lo scopo della loro ricerca dopo aver reperito materiale in archivi in parte da poco desecretati sia negli USA che in Italia che in Inghilterra fino a spingersi a quelli della Slovenia per poter aver un quadro degli avvenimenti stragistici in Sicila e collegare fra di loro micidi ed eccidi in un'unico disegno che non si può definire unicamente di stretto stampo mafioso anzi tutt'altro.Fra gli uccisi compare anche il padre di Giuseppe Casarrubea che porta lo stesso nome del figlio ed era dirigente del sindacato.I fatti stragistici del ’47 vengono colegate in un ' arco temporale che va dal‘46 (strage di Alia, 22 settembre) fino agli assassinii di Epifanio Li Puma, segretario della Camera del lavoro di Petralia Soprana (2 marzo ‘48), Placido Rizzotto, segretario della Camera del lavoro di Corleone (10 marzo ‘48) e Calogero Cangelosi, segretario della Camera del lavoro di Camporeale (2 aprile ‘48). Lungo questo periodo si registrano numerosi altri delitti di sangue contro dirigenti sindacali e della sinistra, come gli assassinii di Giovanni Severino, segretario della Camera del lavoro di Joppolo (25 novembre ‘46); Nicolò Azoti, segretario della Camera del lavoro di Baucina (21 dicembre ‘46); Accursio Miraglia, segretario della Camera del lavoro di Sciacca (4 gennaio ‘47); Pietro Macchiarella, segretario della Camera del lavoro di Ficarazzi (19 febbraio ‘47); Biagio Pellegrino e Giuseppe Martorana, caduti durante una sparatoria dei carabinieri sulla folla dei manifestanti a Messina (7 marzo ‘47); Giovanni Grifò, Filippo Di Salvo,Provvidenza Greco, Castrense Intravaia, Vincenza La Fata, Giovanni Megna, Margherita Clesceri, Vito Allotta, Francesco Vicari, Giuseppe Di Maggio, Giorgio Cusenza, Serafino Lascari, (Portella della Ginestra, comune di Piana degli Albanesi, 1° maggio ’47); Michelangelo Salvia (dirigente della Camera del lavoro di Partinico, 8 maggio ‘47); Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono (dirigenti della Camera del Lavoro di Partinico, 22 giugno’47); Giuseppe Maniaci, segretario della Federterra di Terrasini (23 ottobre ‘47); Calogero Caiola (testimone della strage di Portella della Ginestra,3novembre‘47); Vito Pipitone, segretario della Camera del lavoro di Marsala (8 novembre ‘47).

ipotesi di singolo disegno eversivo unificante delitti ed eccidi

Tali crimini per gli autori del puntiglioso lavoro sono legati in un solo disegno eversivo ,il cui fine strategico era quello di porre termine al processo democratico e partecipativo scaturito dalla lotta di Resistenza e che aveva riunificato le forze antifasciste.Come era da attenderci il vecchio regime fascista era militarmente sconfitto ma non stroncato nelle radici per cui era in grado di opporsi al processo di cui sopra riorganizzando le proprie forze che non erano per niente trascurabili:tanto per citare un sempio l'epurazione dagli organi di represione dello stato di fascisti e torturatori avvenne in maniera " comica " se non fosse da definirsi correttamente tragica per le future conseguenze .Quindi il regime fascista prova a riappropriarsi del potere perduto tra l’autunno ’46 e quello successivo tramite un colpo di Stato e l’instaurazione di un governo autoritario in grado di imprimere un corso reazionario alla storia politica italiana. Il primo passo consiste nel mettere fuori legge il Pci di Palmiro Togliatti e nell’incarcerarne i principali dirigenti, dopo una sollevazione armata delle varie formazioni neofasciste. A eseguire questo piano troviamo generali dell’Arma dei carabinieri, dell’Esercito, dell’Aeronautica nonché ammiragli della Marina, tutti provenienti da ambienti monarchici o fascisti.Vengono costiuitr in quei mesi varie organizzazioni eversive che confluiscono, nell’autunno ’46, nell’Unione patriottica anticomunista (Upa).

[NDRPer lo scrivente l'analisi politica risulta carente per quanto riguarda la possibilità del proseguio di una gestione della cosa pubblica in senso " democratico " da parte di un gruppo di formazioni interclassiste , col potere economico militare in mano ormai al capitale nei suoi vari settori anche contrapposti e sopratutto con l'asservimento della politica di Palmiro Togliatti a Stalin che non voleva nessun sbilanciamento rivoluzionario in occidente ed infatti parte della rottura con Tito fi il fattto che Stalin impedì a Tito ed a Oxa di Albania di poter costotuire una federazione socialista balcanica mentre poco prima gli inglesi reprimevano nel sangue i tentativi rivoluzionari dei partigiani dell'ELAS ELAS "(Ethnikòn Laikòn Apelefhterotikòn Sóma, Corpo nazionale popolare di liberazione). Organizzazione militare della resistenza greca, facente capo al Fronte nazionale di liberazione (Eam). Le forze dell'Elas (circa 133.000 uomini) liberarono gran parte del territorio nazionale, ma rifiutarono la smobilitazione imposta dal governo britannico e subirono una sanguinosa repressione (guerra civile greca, 1944-1945)."dizionario di storia e con tali premese l'ipotesi di sviluppo democratico nel senso piu' alto del termine ipotizzata da Giuseppe Casarrubea sembra irreallizzabile]

ma detto questo proseguiamo nella linea di Casarrubea che dal punto di vista di ricostruzione storica dei fatti è inecceppibile

Fonti documentali di Casarrubea e Cereghino

Il dossier di Casarrubea e Cereghinointende evidenzia che tale disegno e' un progeto dal governo degli Stati Uniti d’America, tramite il Comando militare e i servizi segreti di questa nazione in Italia. La Sicilia è scelta come campo sperimentale del disegno golpista per motivi che sono più che ovvi e che partono dai potenti aleati mafiosi dell'esercito americano tanto per iniziare .Ne consgue che eccidi ed assassinii dovevano servire a provocare una reazione militare da parte delle masse socialcomuniste,indispensabile per affinchè Upa e i gruppi fascisti protetti dall’intelligence Usa potessero altrettanto militrmente ma con ben altri mezzi intervenire in modo giustificato [NDR tipico schema tattico di procazione applicato molte volte durante l'avvento del fascismo solo che allora la copertura era offerta ai fascisti da carabinieri e guardie regie a parte il ben conosciuto capitano dei carabinieri Guido Jurgens che sparò sui fascisti assieme agli Arditi del Popolo e la pagò assai cara].Ovvero a questi fatti si far ascriver la nascita in Italia della strategia della tensione.La documentazione presa in considerazione , in forma cartacea originale, che si trova presso i seguenti archivi:

  1. Usa, Maryland,College Park,National archives and records administration; # Gran Bretagna, Kew Gardens, Surrey, National archives;
  2. Italia, Roma, Archivio centrale dello Stato, fondo Servizio informazioni e sicurezza (Sis);
  3. Repubblica slovena, Lubiana, Archivio di Stato.
  4. Di detti originali è stata prodotta copia attualmente giacente presso l’archivio “Giuseppe Casarrubea”, sito in via Catania 3 a Partinico (Palermo).
  5. Per ciascuna copia presa in esame si è in grado di fornire l’esatta collocazione archivistica.
  6. I rapporti Sis provengono dall’Archivio centrale dello Stato(Roma).
  7. Qui sono depositati alla fine degli anni Novanta in seguito alla loro scoperta da parte dello storico Aldo Sabino Giannuli, che li ritrova nel ‘96 in un deposito del ministero dell’Interno sito in via Appia, mentre effettua una serie di ricerche per conto del giudice Guido Salvini sulla strage di Piazza Fontana (Milano, 12 dicembre ‘69).

I nuovi elementi di documentazione rintracciati nei vari archivi appaiono convergenti e reciprocamente complementari, a tal punto da far ritenere insufficienti i dati emersi, anche in sede dibattimentale, nei processi conseguenti alle stragi di Portella della Ginestra e di Partinico. Le nuove scoperte risultano fondamentali alla riapertura delle indagini, allora basate su un Rapporto giudiziario (4 settembre ‘47) chiaramente depistante e privo di una corretta lettura dei fatti avvenuti.

Un rapporto Sis datato 25 giugno ‘47

sempre seguendo il lavoro di Casarrubea: Con sentenze della Corte di Assise di Viterbo (3 maggio ‘52) e della seconda Corte di Appello di Roma (10 agosto ‘56), sono condannati a pene varie numerosi elementi della banda di Salvatore Giuliano (Montelepre, 1922).

Emerge ora che i responsabili degli eccidi di Portella della Ginestra e di Partinico sono anche altri soggetti, alcuni dei quali potrebbero essere ancora in vita. Tali responsabilità riguardano inoltre delitti consumati a partire dalla strage di Alia e fino ai nuovi equilibri imposti alla vigilia delle elezioni politiche del 18 aprile ‘48, attraverso l’eliminazione di Li Puma, Rizzotto e Cangelosi.

  1. Un rapporto Sis datato 25 giugno ‘47, che si riporta per intero

(pubblicato da Giannuli nella rivista Libertaria, il piacere dell’utopia, anno 5, n. 4, ottobre - dicembre 2003, pp. 48 - 58, titolo: Salvatore Giuliano, un bandito fascista,) riferisce quanto segue:

[…] Il “bandito Giuliano” vi è stato più volte segnalato, anche e soprattutto in ordine ai suoi contatti con le formazioni clandestine di Roma. Vi fu precisato il luogo degli incontri coi capi del neo - fascismo (bar sito a via del Traforo all’angolo di via Rasella). Vi parlammo dei suoi viaggi Roma-Torino. Precisammo che capo effettivo della banda è presentemente il tenente della Gnr Martina, già di stanza a Novara. È superfluo ricordarvi che la banda ha sempre provveduto al mantenimento di un proprio nucleo dislocato in Roma (punto di ritrovo: alla “Teti” e nel caffé con servizio esterno sito in piazza San Silvestro) e che il noto detentore della valigia di bombe proveniente da Bari – per incarico del Partito fusionista italiano, certo Nicola, sfuggito (all’epoca del lancio delle “bombe di carta”) alla cattura per l’intempestiva pubblicazione relativa all’operazione di polizia in corso – altri non era che il pseudo “Dan”, altrimenti detto il “sergente di ferro”, che al nord fu attivissimo collaboratore del Martina, intimo fra l’altro della Sanna Anna, a voi nota, e di suo fratello Domenico. NBLa banda Giuliano è da ritenersi, fin dall’epoca delle nostre prime segnalazioni, a completa disposizione delle formazioni nere. Il nucleo romano della banda Giuliano era comandato fino a quindici giorni fa da certo “Franco” e da un maresciallo della Gnr, che si trovano attualmente a Cosenza. Partirono da Roma improvvisamente “per ordine superiore”, e in Sicilia dopo una breve permanenza a Napoli, da dove hanno scritto al Fronte dando “ottime notizie sulla situazione locale”. Le loro lettere, a firma “Franco”, vengono indirizzate a certa signora Gatti, “zia” di Franco, madre della Sanna. Con la loro ultima, annunciavano “cose grandi in vista e molto prossime”. Richiedevano la presenza a Palermo di 8 uomini completamente sconosciuti in Sicilia, ma la richiesta non venne accolta. Da Cosenza, la banda Giuliano, che ha ramificazioni in ogni centro della Calabria, della Sicilia e della Campania, inviò la settimana scorsa a Roma tal Libertini Sebastiano. Si presentò con documenti vari. In alcuni risultava impiegato alle dipendenze della locale Direzione di Artiglieria; in altri carabiniere. Aveva l’incarico di far noto che “data l’imminenza dell’azione”, la presenza a Cosenza di un esponente nazionale era indispensabile. Non se ne fece nulla, anche perché il suo arrivo a Roma coincideva stranamente coi noti fermi degli appartenenti ai Far [Fasci di azione rivoluzionaria]. Vi fu molto tempo fa parimente segnalata l’attività clandestina neo – fascista del console Riggio, trapiantato a Palermo con lo pseudonimo di “ing. Rizzuti” e, reiteratamente, quelle dell’avv. Ciarrapico, neo capo del Partito fusionista in sostituzione di Pietro Marengo, e del noto dott. Cappellato, ex medico di Mussolini, agente provocatore n. 1 in Sicilia, comandante del vecchio Partito fascista democratico prima, e delle FFNN[Formazioni nere] dopo, in seno alla sezione romana del Partito fusionista. Altra nostra segnalazione di alcuni mesi fa: al bandito Giuliano doveva essere demandato il compito di provvedere alla evasione di [Junio Valerio] Borghese, relegato a Procida, perché soltanto l’ex capo della Decima Mas era ritenuto in grado di assumere militarmente il rango, per l’influenza esercitata, di capo militare delle formazioni clandestine dell’isola. Anche il colonnello Pollini e Spinetti Ottorino, già abitanti in Roma in via Castro Pretorio 24, piano ultimo, sono stati, pochi giorni prima dell’arresto del Pollini e dell’inizio dell’azione della banda, in Sicilia e a Palermo per conto dell’“Ecla” [o Eca, Esercito clandestino anticomunista] diretta da Muratori. Vale qui ricordare che Muratori ha sempre agito nel campo clandestino in funzione di agente provocatore. Egli ha avuto anche contatti e remunerazioni, da notizie assolutamente certe, dal Pci. Il Fronte antibolscevico costituito recentemente a Palermo, al quale dette la sua adesione incondizionata l’On. Alfredo Misuri in 5 proprio, e quale capo del gruppo “Savoia” di via Savoia 86 (cap. Pietro Arnod, principessa Bianca Pio di Savoia, ecc.), non è una sezione del Fronte anticomunista a voi nota. Il [Gioacchino] Cipolla, che a Palermo dirigerebbe il Fronte, è del tutto sconosciuto al “Fronte unico anticomunista” di cui alle nostre reiterate segnalazioni confidenziali. Il Fronte antibolscevico di Palermo è però collegato con Anna Maria Romani, ospite della principessa Pio di Savoia, sedicente segretaria particolare di Misuri, cucita in tutto a filo doppio del noto colonnello Paradisi, detto anche Minelli (piazza Tuscolo) ed è pei suoi “buoni uffici” che Misuri e i “camerati” del Comitato anticomunista di Torino, a voi noto, appoggiarono e appoggiano il progetto di “azione diretta” di cui il Paradisi è autore. Negli ambienti dei Far, Nuovo Comando Generale, si ammette che l’azione della banda Giuliano è in relazione con l’ordine testé impartito di “accelerare i tempi”. L’ordine, come vi fu fatto noto, è stato esteso all’Ecla di Muratori e Venturi, i quali attingono denaro e disposizioni da un’unica fonte.

Si preparano adesso a Roma e al nord. Non è il caso di sottovalutare questa ennesima segnalazione, i considerazione del fatto che, per la perfetta conoscenza dell’ambiente, quanto di solito vi viene segnalato si verifica poi a breve scadenza (anche l’affare dei Far vi era stato reiteratamente segnalato per la sua pericolosità). Nel mese di marzo, se ben si rammenta, fu segnalato che il duca Spadafora, capo del gruppo commerciale agrario del sud, fu a Roma ed ebbe colloqui con rappresentanti del Fronte clandestino. Chiese di poter versare un milione in conto, a condizione che si facesse in Sicilia “un lago di sangue”. Mormini, del Fronte, avrebbe dovuto raggiungere in Sicilia la banda Giuliano, a contatto anche colla mafia locale in parte a disposizione del suo gruppo. La proposta non fu accettata, sembrò orribile… Da allora, da notizie certe e sicure, Spadafora ha contatti diretti col Martina, che finanzia direttamente e al quale impartisce disposizioni. Elementi ricercati sono stati ammessi a far parte della banda. Proposte identiche a quelle avanzate dallo Spadafora pervengono in questi giorni insistentemente alle FFNN, e al Fronte anticomunista, da parte dell’avv. Tefanin di Padova. Di quest’ultimo (anche lui pone come condizione il “lago di sangue”) si sa soltanto che capita spesso a Roma e alloggia al Grande Albergo. A Roma, dopo l’azione della banda Giuliano, i più facinorosi (reperibili tutti tra i nullafacenti e gli sfaccendati dei bar dell’Esedra, al bar Carloni, al bar del Nord all’angolo del Viminale e in Galleria) hanno ripreso fiato, cianciano di rivoluzione imminente e di atroci vendette da compiere. Per esempio, l’anticomunismo di cui si ammanta il Rac (Reparti anticomunisti) è puramente fittizio. Non si tratta che di una organizzazione tipicamente fascista repubblichina, cui da Muratori e Venturi è stato affidato il compito di impossessarsi della Direzione Generale di Polizia. Dato l’aggravarsi della situazione interna, una visita a Milano, Verona, Torino, ecc. – di cui si hanno come già comunicato notizie certe di bande armate, le quali sono già sul piano di guerra – sarebbe più che opportuna per attingere informazioni dirette sulle azioni di piazza minacciate. Vale a questo punto ricordare che è recentissima la nostra segnalazione relativa alla distribuzione di buoni per il prelevamento di mitra ad opera del gruppo Navarra – Viggiani, che la questura non conosce, e di altre formazioni neo –fasciste (da non confondere con le organizzazioni anticomuniste “pure”), le quali attingono, si ripete, disposizioni e denaro da un’unica fonte. […].

Le considerazioni di Casarrubea e Cereghino sul precedente rapporto

Sono informazioni di tale gravità da far ritenere che le stragi e gli omicidi, ai quali si è fatto cenno, siano da considerare sotto nuova luce. Il Rapporto giudiziario che fonda l’atto di accusa contro i mandanti e gli esecutori materiali delle stragi di Portella e di Partinico (firmato Giovanni Lo Bianco, Giuseppe Calandra, Pierino Santucci, marescialli dei Cc i primi due e brigadiere il terzo) è redatto nel settembre ’47 sotto l’egida dell’ispettore generale di Ps nell’isola, Ettore Messana, del quale parleremo più avanti. La figura del principale imputato, Salvatore Giuliano, risulta collocata nell’ambito delle azioni criminali delle squadre paramilitari neofasciste operanti su tutto il territorio nazionale almeno dall’autunno ‘43. Infine, è da segnalare che per la maggioranza dei sindacalisti assassinati tra il ’46 e il ’48 i processi giudiziari non sono mai stati celebrati.

Squadroni della morte ed evasioni di massa dei mafiosi

Squadroni della morte Per capire ciò che accade nel ’47, occorre fare un passo indietro. Sappiamo che tra la caduta di Mussolini (25 luglio ‘43) e il mese di gennaio ‘44, Giuliano costruisce le basi della sua futura carriera criminale. Nell’estate ’43 avvengono numerose evasioni in massa dalle carceri di Partinico e dei comuni vicini. Non è un dettaglio secondario in quanto un documento americano, intitolato I mafiosi e datato 18 luglio ‘43, riferisce: “Ispettori della Milizia fascista sono stati inviati a Palermo e a Sciacca per aprire negoziati con esponenti mafiosi in prigione da lungo tempo. Ai mafiosi internati è fatta la seguente promessa: se contribuiranno a difendere la Sicilia, saranno allestiti nuovi processi per provare la loro innocenza”. È appena passata una settimana dallo sbarco angloamericano. Il 2 settembre ‘43 Giuliano uccide il carabiniere Antonio Mancino; il 10 novembre prende d’assalto la polveriera di San Nicola a Montelepre, provocando 18 morti; alla vigilia di Natale uccide il carabiniere Aristide Gualtieri; il 30 e il 31 gennaio ’44 organizza l’evasione in massa dei detenuti dalle carceri di Monreale. La sua carriera, appena agli esordi, è già collaudata. Giuliano è specializzato in assalti ad armerie e penitenziari. La fuga dei detenuti di Monreale segna la data di nascita del gruppo di fuoco monteleprino, sotto l’egida della famiglia mafiosa dei Miceli che in questa città del palermitano esercita un dominio assoluto. Su ciò che accade nei mesi successivi si possono ora avanzare alcune ipotesi, basate su una serie di documenti dell’intelligence Usa.

Giuliano dopo la caduta del fascismo nel 1943 ed il suo passaggio ai badogliani

La Sicilia e il sud sono stati liberati dagli angloamericani e il fronte si trova sulla linea Gustav (settembre ’43). Nel febbraio ’44 Giuliano è inviato a Taranto e ottiene una sorta di promozione sul campo. È probabile che l’operazione sia da attribuire alla rete nazifascista clandestina al sud, coordinata dal principe calabrese Valerio Pignatelli e operativa da prima del 25 luglio ‘43. In vista del crollo del regime, infatti, Mussolini istituisce la “Guardia ai Labari”, di cui Pignatelli è designato capo per il mezzogiorno d’Italia. Nel porto pugliese Giuliano si arruola in un corpo speciale, quello della Decima Flottiglia Mas badogliana, istituita alla fine del ’43 a Taranto dagli Alleati, al comando del capitano Kelly O’Neill. Sono i Nuotatori paracadutisti (Np) del sud e non superano i cinquanta elementi. Dovranno combattere con gli Alleati contro i tedeschi. La missione di Giuliano è di infiltrarsi per conto della rete Pignatelli. Tra gli uomini di O’Neill c’è anche Athos Francesconi. A marzo ’44 arrivano a Taranto Rodolfo Ceccacci e Aldo Bertucci, appartenenti ai corpi speciali della Decima Mas di Junio Valerio Borghese. Il principe ha aderito alla Rsi costituendo nel settembre ’43 la Decima Mas, a La Spezia, per combattere assieme ai nazifascisti. Ceccacci e Bertucci si fingono disertori dell’esercito di Salò e hanno la missione di organizzare lo spionaggio e il sabotaggio in tutto il meridione contro gli angloamericani. Contattano subito Francesconi, di idee fasciste, e nei giorni seguenti altri marò disposti ad agire contro gli Alleati. Tra costoro c’è Giuliano. Che si tratti di infiltrati è così certo che, nell’aprile ’44, Giuliano diserta per seguire Ceccacci e Bertucci nella Rsi. I tre uomini varcano la linea Gustav e raggiungono Penne, nelle Marche, dove è operativa una base della Decima nazifascista. Poco dopo, il colonnello Hill Dillon del Cic 8(Counter intelligence corps, il controspionaggio dell’esercito americano) segnala il grave fatto con una circolare nella quale Giuliano spunta come Giuliani, palombaro e sottocapo della Decima di O’Neill a Taranto. Il colonnello traccia anche un identikit del ricercato, da dove risulta che è alto m. 1,65, robusto, occhi e capelli scuri.La descrizione dei caratteri fisici corrisponde a quella del capobanda monteleprino. L’8 maggio ‘44, giorno dell’arrivo dei tre a Penne, Ceccacci raduna i suoi uomini e comunica loro che è giunta l’ora di agire oltre le linee contro gli Alleati, con azioni di spionaggio e sabotaggio. Tra i presenti troviamo i parà Giuseppe e Giovanni Console di Partinico, un paese distante pochi chilometri da Montelepre in provincia di Palermo, e il marò Dante Magistrelli(Milano). È probabile che l’incontro tra Giuliano, i Console e Magistrelli avvenga proprio l’8 maggio e che nei giorni seguenti prenda corpo il piano di spedire un commando nazifascista a Partinico. A fine giugno, infatti, i fratelli Console e Magistrelli sono già operativi nella cittadina siciliana. Per coprire le loro reali attività, i tre iniziano a lavorare in un esercizio commerciale. I Console raccontano ai loro compaesani che Magistrelli è un profugo rifugiatosi a Partinico per sfuggire alla guerra in corso nell’Italia centro - settentrionale.

Nelle stesse settimane, a Giuliano è ordinato di rimanere nella Rsi per continuare l’addestramento nei corpi speciali nazifascisti.A luglio è segnalato dagli americani in un elenco di Np [NDR nuotatori oppure somozzatori paracadutusti] siciliani al nord, nella Decima di Borghese, assieme a Cacace e a Lo Cascio(quest’ultimo originario di Monreale, in provincia di Palermo). Tra il novembre e il dicembre ’44, secondo le dichiarazioni rese agli Alleati nell’agosto ‘45 da Aniceto del Massa (uno dei capi dei servizi segreti di Salò), trenta uomini della Decima sono inviati in Sicilia. Sono stati addestrati a Campalto (Verona) presso la scuola di sabotaggio diretta dall’Ss Otto Ragen. Nell’elenco compare anche Giuseppe Sapienza, nato a Montelepre (il paese di Giuliano) il 19 novembre ‘18. La presenza di Sapienza nel palermitano, per operare con le bande fasciste, è segnalata anche da un dispaccio di Hill Dillon del novembre ‘44. Che Giuliano faccia parte di questo gruppo è confermato dall’interrogatorio di Pasquale Sidari (12 maggio ’45), un agente segreto nazifascista 9 in missione nell’Italia liberata, arrestato dagli americani nei pressi di Pistoia il 2 marzo ‘45 assieme a Giovanni Tarroni, anch’egli una spia di Salò. Sidari confessa che nelle montagne tra Partinico e Montelepre è attiva una banda fascista al comando di “Giuliani” (head of a fascist band in the Palermo province), composta anche da “disertori tedeschi” (un riferimento agli istruttori delle Ss di Verona).Spiega di avere appreso queste notizie dai fratelli Console durante una conversazione avvenuta il 15 dicembre ’44, nell’atrio del teatro Finocchiaro a Palermo, e aggiunge che “dopo Natale, Magistrelli e Giovanni Console si sarebbero recati al nord per riferire al comando della Decima Mas sulle attività della banda”.

arrivo in Sicilia in concomitanza della rivolta dei NON SI PARTE

L’arrivo in Sicilia del gruppo dei trenta sabotatori di Campalto coincide con lo scoppio dei moti del “Non si parte” (i giovani si ribellano alla chiamata alle armi del governo Bonomi, che intende inviarli a combattere sulla linea Gotica contro le truppe nazifasciste). L’insubordinazione si sviluppa nell’isola sotto l’apparente spinta separatistica tra il dicembre ’44 e il gennaio’45. Che si tratti di terroristi salotini emerge dai rapporti dell’intelligence britannica. In diversi comuni siciliani appaiono scritte fasciste accanto a slogan come “Entrate nella banda!” e “Viva Giuliani!”. Nel marzo ’45, le confessioni di Sidari e Tarroni provocano l’arresto di una quarantina di sabotatori della Decima nazifascista tra Napoli e Palermo. A Napoli, cadono nella rete americana gli uomini di Pignatelli (Rosario Ioele) e i sabotatori Bartolo Gallitto e Gino Locatelli. A Partinico sono arrestati i fratelli Console e Dante Magistrelli. Gli interrogatori avvengono presso il carcere di Poggioreale, a Napoli, e sono condotti dai carabinieri del Sim (Servizio informazioni militari) al comando del maggiore Camillo Pecorella. Dalle scuole di sabotaggio all’azione sul campo Giuliano, Sapienza e i trenta sabotatori addestrati a Campalto sfuggono alla cattura e tornano nella Rsi. In un rapporto di Hill Dillon del 25 marzo’45, troviamo infatti il nome del“sottotenente dei parà Giuliano” in uno dei corpi scelti della Decima Mas nazifascista, al nord. Sapienza è arrestato il 7 10 maggio ‘45 e internato in un campo di prigionia alleato, a Modena. Nonostante i gravi contraccolpi subìti, l’eversione nera in Sicilia non si arrende. Al contrario. Dalla confessione resa agli Alleati il 17 giugno ’45 da Fernando Pellegatta, un sabotatore del battaglione Vega della Decima nazifascista con sede a Montorfano (Como), apprendiamo che 120 uomini del Vega sono inviati al sud il 1° aprile ’45. Sono stati selezionati tra le Ss italiane e i militi della trentacinquesima brigata nera “Raffaele Manganiello”. Il capo di quest’ultima a Como, dall’autunno ’44 all’aprile ’45, è l’ex federale di Firenze Fortunato Polvani, stretto collaboratore di Pino Romualdi, vicesegretario del Partito fascista repubblicano (Pfr). Polvani, non a caso, è a Palermo dall’estate ’45 per dirigere il Centro clandestino fascista della capitale siciliana, e qui rimane fino al marzo ‘46. È probabile, quindi, che i 120 uomini del Vega costituiscano il nocciolo duro dell’Evis (Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia), che nasce nel settembre ‘45 e di cui Giuliano è nominato “colonnello” nei pressi di Sagana (Montelepre).

Per aproffondire vedere L’insurrezione_antimilitarista_del_“non_si_parte!”



  1. occorre precisare meglio cosa fu la rivolta dei Non Si Parte onde non si facciano confusioni e per essere assolutamente oggettivi citiamo cosa dice della rivolta il sito dei bersaglieri dando credito agli elenchi degli eccidi su Fondazione Cipriani[32]



"La situazione nel corso del 44 risente della crisi americana nella penisola. Molte risorse sono dirottate in Francia fronte principale. Badoglio, dopo la presa di Roma non è più neanche Ministro. L'uomo nuovo che sede al Governo è una marionetta degli americani. Si sono conclusi in questi mesi diversi accordi sia a livello locale che internazionale. Unità politica dell'Italia, sospensione sulla forma futura dello stato. I separatisti vengono man mano estromessi, ma la situazione resta tesa in Sicilia. A Palermo, un plotone di fanteria del 139° Sabauda s.i. apre il fuoco sulla folla che dimostra per il pane: 23 morti e 158 feriti sono il bilancio della strage. A Licata stesso copione. Se fino ad allora le motivazioni della rivolta erano state quelle alimentari una nuova miccia si andava accendendo. Venivano chiamate alle armi le classi 1924-1925. Il braccio politico del movimento separatista anche se sconfitto creava da una propria costola una formazione armata, l'Evis Esercito Volontario per l'indipendenza della Sicilia di Antonio Canepa *, uomo di sinistra (noto col nome di battaglia di Mario Turri)[ NDR ex comandante partigiano assassinato con due compagni dai carabinieri ]. Un governo ufficiale oltre che per le tasse si distingue anche per alcuni obblighi come la leva militare. Le continue diserzioni dai reparti del Cil richiedevano nuovo personale, ma la leva in Sicilia ora rischiava di aumentare queste assenze. Ad aprire le ostilità contro l'Esercito monarchico furono le bande assoldate di Giuliano "Brigata Palermo e Avila "poi Brigata Rosano". Non si trattava di sprovveduti ma di uomini in grado di progettare azioni che andavano oltre la guerriglia partigiana caratteristica del Nord. Nel Sud non c'era stata resistenza e nessuno sognava di ritornare al fronte per il re, stesse intenzioni del Nord..... "


"14-15 dicembre 1944 Catania, una folla tumultuante manifesta contro il richiamo alle armi devastando il Municipio e la sede dell'esattoria presso il Banco di Sicilia. Si recano poi dinanzi alla sede del Distretto militare, dal cui interno i militari esplodono colpi di arma da fuoco che uccidono il giovane Antonio Spampinato. Sono tratti in arresto 53 manifestanti, fra i quali studenti separatisti 4 gennaio 1945 Ragusa, l'esercito spara sulla folla che tenta di bloccare un camion che trasportava giovani verso i distretti, ferendo gravemente un ragazzo e uccidendo il sacrestano della chiesa di san Giovanni, con una bomba a mano che gli stacca la testa. La rivolta dei "non si parte" (La Sicilia al tempo dei Borbone fruiva dell’esenzione al servizio militare), lungi dal sedarsi, si inasprisce. I rivoltosi si impadroniscono di alcuni quartieri, elevando barricate ed iniziano la resistenza armata. La rivolta è guidata da militanti socialisti e soprattutto comunisti [ed anarchici NDR anche se il movimento anarchico in Sicilia nel periodo era su posizioni in generale meno operative militarmente di quello Resistenziale del Nord] , ignari delle posizioni del partito che ha stigmatizzato la rivolta come "rigurgito fascista". La vendetta dell'esercito sarà spietata. Le cifre ufficiali danno 18 morti e 24 feriti tra carabinieri e soldati, e 19 morti e 63 feriti fra gli insorti nella sola Ragusa e provincia. Si scriveva sui muri e si ripeteva in improvvisati comizi: “Presentarsi significa servire i Savoia”, “Non vogliamo andare contro i fratelli del Nord”. E così a Noto, Naro, Piana degli Albanesi, Ramacca Giarratana, Modica, Scicli, ecc. Anche le forze di polizia inviate furono disarmate e respinte. Il 6 gennaio la rivolta di Ragusa si diffuse ai paesi limitrofi: Vittoria, Acate, Santa Croce Camerina, Chiaramonte. Ripresa Ragusa dopo dura battaglia, Comiso visse per una settimana la sua indipendenza con la “Repubblica di Comiso”, repubblica che andava ad aggiungersi a quelle partigiane del Nord. L'11 gennaio il Gen. Brisotto circondò la città minacciando bombardamenti aerei se Comiso non si arrendeva. Non restava che la resa e tramite il clero resa fu. Condizioni: deporre le armi, nessuna rappresaglia. Pia illusione più di 2000 comisani languirono a Ustica, amnistiati solo nel 1946 dopo la proclamazione della Repubblica vera." [33]



  1. in poche parole tagliata la testa di di sinistra del movimento separatista non ci volle molto a farlo entrare nell'alveo della destra reazionaria e fascista tanto per semplificare ed ampliare l'analisi di Giusebbe Casarrubea che su tale punto risulta carente a parere dello scrivente .

disegno stategico

Il terrorismo nazifascista in Sicilia è considerato, da un punto di vista strategico, fondamentale per il futuro movimento neofascista. Non pochi indizi ci dicono che dietro la strage del 19 ottobre ‘44 in via Maqueda (Palermo) agiscano,quali provocatori, elementi salotini[NDRex fascisti di Salo']. Tale presenza, agli occhi del governo Bonomi, appare così pericolosa da far ordinare il massacro della folla da parte della divisione Sabaudia. Di fatto, l’eccidio (16 morti e decine di feriti) è un monito contro l’eversione nera nell’isola. Ma serve a poco. Un mese dopo scoppiano i moti del “Non si parte”.

Lo scrivente di questa interprepazione di Giuseppe Casarrubea non e' convinto in quanto Ivanoe Bonomi era già stato il " distruttore " degli Arditi del Popolo tramte gli organi di repressione dello stato e subito dopo la guerra riciclato come fiero antifascista per cui sempre lo scrivente ritiene che quanto fatto da Bonomi sia nell'ottica repressiva della rivolta popolare come era suo uso. Per il discorso inerente gli Arditi del Popolo consultare Arditi del Popolo di eros Francescangeli sul cui libro son riportati documenti comprovanti il " comportamento " di Ivanoe Bonomi diretto a scompaginare gli Arditi del Popolo

attacco a Montelepre

Montelepre, 9 gennaio ’46. Centocinquanta uomini agli ordini di Salvatore Giuliano sferrano un durissimo attacco contro le caserme dei carabinieri. Il conflitto dura una settimana. Perdono la vita 9 militari, i feriti sono 35. I servizi segreti britannici affermano che la banda è composta anche da terroristi ebraici e da elementi anticomunisti jugoslavi. I primi potrebbero essere i gruppi armati che si preparano alla nascita dello Stato di Israele, addestrati nel dopoguerra dagli uomini della Decima Mas di Borghese su richiesta del capo dei servizi segreti americani in Italia, James J. Angleton. A confermarlo è Nino Buttazzoni(capo degli Np nella Rsi tra il ’43 e il ’45) nel volume Solo per la bandiera (Milano, Mursia, 2002, p. 125). Per quanto riguarda gli jugoslavi, potrebbe trattarsi di elementi fascisti croati manovrati dai servizi Usa. Operano in Italia al comando di Ante Moškov, un ex generale ustascia. Anche il Sis segnala l’attività dei gruppi jugoslavi in Puglia, pronti a entrare in azione “contro il pericolo bolscevico”(b.46,f.LP155/Fronte internazionale antibolscevico, titolo: Organizzazione internazionale anticomunista, 6 settembre ’47). Fanno capo a una centrale anticomunista slava, con sede a Parigi e collegata all’Internazionale nera di Martin Bormann e Otto Skorzeny (ex gerarchi nazisti), attiva in Argentina e in Europa dal ‘46 (sul tema, cfr. il capitolo I del volume Tango Connection di G. Casarrubea e M. J. Cereghino, Milano, Bompiani, 2007).

" terroristi ebraici "alleati della X MAS si trovano diversi riscontri ma non in quell'occasione


[NDR vediamo di chiarire questa strano ed anomalo connubio visto che i fascisti della X MAS avevano ben contribuito al macello degli ebrei]

"La Marina israeliana vuole costituire reparti d’élite e in particolare un nucleo di mezzi d’assalto. Calosi non può mandare personale in servizio. Deve pescare tra gli ex combattenti. Che appartengono essenzialmente a una categoria: i reduci della Decima Mas che hanno combattuto sotto le insegne della Repubblica Sociale"riferimento non da Casarrubea

"ex ufficiali della X MAS di Borghese andarono addirittura in Israele per addestrare le ... L'ebreo Mario Tedeschi lo troviamo nella direzione del MSI"M.S.I. ed ebraismo Il MSI


"La Marina israeliana vuole costituire reparti d¿élite e in particolare un nucleo di mezzi d¿assalto. Calosi non può mandare personale in servizio. Deve pescare tra gli ex combattenti. Che appartengono essenzialmente a una categoria: i reduci della Decima Mas che hanno combattuto sotto le insegne della Repubblica Sociale. Capitano del Genio navale fino all¿8 settembre, Nino Buttazzoni è salito al Nord con Junio Valerio Borghese, il comandante della Decima Mas, una delle formazioni più note, compatte ed efficienti della RSI. Con lui ci sono anche i suoi nuotatori paracadutisti (gli NP). Noto per la sua abilità e per la capacità di comando, è forse il primo ad essere contattato. Lo ricorda lui stesso, anche se sorvola sul ruolo del SIS."Scuola Media Statale di Roccaromana


"Ma dove trovare gli uomini adatti? Il servizio segreto della Marina si mette al lavoro. Lo dirige il comandante Calosi. La Marina israeliana vuole costituire reparti d’élite e in particolare un nucleo di mezzi d’assalto. Calosi non può mandare personale in servizio. Deve pescare tra gli ex combattenti. Che appartengono essenzialmente a una categoria: i reduci della Decima Mas che hanno combattuto sotto le insegne della Repubblica Sociale. Capitano del Genio navale fino all’8 settembre, Nino Buttazzoni è salito al Nord con Junio Valerio Borghese, il comandante della Decima Mas, una delle formazioni più note, compatte ed efficienti della RSI. Con lui ci sono anche i suoi nuotatori paracadutisti (gli NP). Noto per la sua abilità e per la capacità di comando, è forse il primo ad essere contattato. Lo ricorda lui stesso, anche se sorvola sul ruolo del SIS. “Gli anni dell’immediato dopoguerra – scrive nelle sue memorie – sono pieni di iniziative “non ortodosse”. Fra l’altro, vengo invitato a prendere contatto con il centro di coordinamento dei servizi israeliani a Roma.E’ diretto dalla signora Sereni, con la quale ho un lungo colloquio. E’ala ricerca di una persona esperta che assuma l’incarico di organizzare e addestrare alle armi e alla guerriglia i numerosi ebrei provenienti dalle regioni orientali dell’Europa e decisi a raggiungere i territori del Medio oriente per creare una loro nazione. L’incarico mi attira, anche perché significa misurarsi ancora con gli inglesi, decisi a opporsi allo sbarco degli ebrei in Palestina”. Buttazzoni non parte. Si sta ricostruendo una vita e non se la sente di lasciare la famiglia. Ma suggerisce di “avvicinare vari ufficiali degli NP sia del Nord sia del Sud. Alcuni vengono ingaggiati, come il capitano Geo Calderoni” Parte, invece, il capo di terza Fiorenzo Capriotti da Ascoli Piceno, classe 1911. Non viene dalla Repubblica. Nel 1940 era partito volontario nei mezzi d’assalto. Con il suo MTM (motoscafo turismo modificato) partecipa il 26 marzo 1941, nell’isola di Creta, all’assalto contro le navi inglesi ancorate nella baia di Suda. Il 26 luglio successivo tenta di violare Malta ma è catturato dagli inglesi. Lo attendono quasi cinque anni di prigionia. Per un anno e mezzo è detenuto tra Inghilterra e Scozia. Poi viene “ceduto” agli americani. Dalla fine del 1942 è in Missouri. Non cooperatore finisce alle Hawaii. Rientra in Italia nel marzo del 1946. Un rimpatrio difficile.Scopre che “non c’era più un fascista! Tutti avevano vinto la guerra! Anzi, un fascista c’era ancora: ero io! E solo io avevo perso la guerra”."dalle memorie di Ada Sereni ebrea Ada Sereni è morta in Israele nel novembre del 1997 Fonte La Storia in Rete Pubblicato il 2/1/2006 alle 16.48 nella rubrica Diario.


"E' morta Ada Sereni eroina dell'antinazismo Flash E'morta a Gerusalemme, all'eta' di 92 anni, Ada Sereni, protagonista dell'antifascismo italiano, con il marito Renzo Sereni, della celebre famiglia immigrata in Palestina negli anni '20. Renzo, che fu tra i fondatori del laburismo sionista e braccio destro di Ben Gurion, mori' nel '44 a Dachau. Nata a Roma nel 1905, Ada Sereni partecipo' al fronte alleato di Bari nel '44. Nel '48 coordino' l'immigrazione clandestina ebraica verso Israele. Racconto' la sua storia nel libro I clandestini del mare."coprriere della sera

scontri fra gruppi monarchici e fascisti

Nei primi cinque mesi del ’46 cresce la tensione nei gruppi monarchici e neofascisti. Temono la vittoria della Repubblica al referendum istituzionale e una forte affermazione delle sinistre all’Assemblea costituente. I servizi segreti americani non nascondono le loro preoccupazioni e, dopo le precedenti intese col principe Borghese [NDR il capo della famigerata X MAS](primavera ‘45), si accordano con i capi politici e militari del neofascismo (Augusto Turati, Scorza, Messe, Navarra Viggiani, Romualdi, Buttazzoni) per avviare su vasta scala l’offensiva anticomunista. Sanno che il Pci e il Psi potrebbero conquistare la maggioranza relativa alla Costituente e che l’avvento della Repubblica potrebbe rapidamente trasformarsi nell’“anticamera del comunismo”. Nel marzo ’46, in gran segreto, l’intelligence Usa preleva Borghese dal penitenziario di Procida e lo trasferisce in una località sconosciuta. L’obiettivo è di organizzare la controffensiva paramilitare in caso di vittoria dei comunisti e dei socialisti.All’armi siam fascisti! Nell’aprile ’46, Buttazzoni inizia a lavorare per Angleton con lo pseudonimo di “ingegner Cattarini”. Forte di questa copertura, il capo degli Np fa sfilare i suoi uomini al parco del Pincio, a Roma. Sono duecento militi di provata fede anticomunista e disposti a tutto. In Solo per la bandiera (cit., pp. 122 - 123) scrive: “Sono momenti in cui per molti Repubblica significa comunismo e la nostra scelta non ha incertezze. Abbiamo armi e depositi al completo. Faccio contattare anche alcuni Np [nuotatori paracadutisti] del sud”. Nelle stesse settimane, Buttazzoni fonda l’Eca (Esercito clandestino anticomunista) mentre Romualdi redige il manifesto programmatico del Fronte antibolscevico italiano (Fai, composto interamente da unità neofasciste clandestine) e lo consegna ad Angleton tramite Buttazzoni. Nel documento si sostiene in maniera esplicita che neofascisti e americani devono unirsi per una comune azione contro il comunismo, “focolaio di infezione sociale per l’Europa e il mondo”. Vi si afferma testualmente: “I neofascisti intendono stabilire un contatto con le autorità americane per analizzare congiuntamente la situazione del Paese. La questione politica italiana sarà quindi collocata nelle mani degli Stati Uniti d’America”. Dall’analisi di questo testo (ora in Nicola Tranfaglia,Come nasce la Repubblica,Milano, Bompiani, 2004, pp. 80 - 86) emergono non poche analogie con il testo dei volantini lanciati durante gli assalti contro le Camere del lavoro di Partinico e Carini (Palermo), il 22 giugno ‘47. Qui si fa riferimento alla “canea rossa” e alla “mastodontica macchina sovietica”. I due documenti sembrano scritti dalla stessa mano. Non a caso, i Fasci di azione rivoluzionaria (Far) nascono ufficialmente poco dopo, nell’autunno ’46, sotto la guida di Pino Romualdi [ ma guarda chi si vede] e con palesi finalità terroristiche.

segnalazioni SIS inascoltate o0vvero non prese in considerazione

A Palermo, nel giugno ’46, è arrestato Giuseppe Caccini, alias “comandante Tempesta” della brigata Carnia (derivazione della Osoppo). L’accusa è di costituzione di banda armata (cfr. documenti Sis del 14 e 26 giugno ‘46). In Sicilia, a Catania, è entrato in contatto col principe Flavio Borghese,fratello maggiore del capo della Decima Mas. Caccini proviene da Roma, dove è giunto nel mese di maggio assieme a 221 militi pronti a entrare in azione in caso di vittoria della Repubblica. È probabile, quindi, che gli uomini del “comandante Tempesta” siano gli stessi passati in rassegna da Buttazzoni, al Pincio,nelle stesse settimane. Caccini raggiunge la Sicilia su raccomandazione del capitano Callegarini (Cc), legato agli ambienti della Casa reale. Il 25 giugno ‘46, il Sis segnala in Calabria le attività di “un movimento clandestino armato, sia per sostenere la monarchia nel caso di vittoria nel referendum, sia per attuare la separazione del Mezzogiorno dall’Italia”. Il movimento è diretto da un ex carabiniere ed ex maggiore della Gnr [guardia nazionale repubblicana cio' fascisti di Salo'], Serafino Ferrero (Torino,1899), e da un certo “tenente Franco”, ovvero Walter Di Franco. Il suo vero nome è Francesco Argentino (Reggio Calabria, 1916), ex membro della banda Koch e capofila dei Far nel meridione. Le attività paramilitari nere, ramificate in tutta la regione,godono del supporto sotterraneo dell’Arma dei carabinieri e delle squadre neofasciste calabresi, siciliane e campane con base a Napoli. Di una tentata insurrezione neofascista a Roma, nel maggio ’46, scrive ampiamente un rapporto Sis del 17 giugno, a firma del questore Ciro Verdiani[NDR questo era in gamba e lo hanno sempre zittito aveva un passato di fascista o peggio quindi in gamba per come gestì il rapporto con Scelba e poi " Si suicido " si fa per dire molti suici come quello di Pisciotta nel periodo].Tra gli organizzatori troviamo Candiollo e Rodelli, capisquadra neofascisti per l’attuazione di un colpo di Stato. I due frequentano Francesco Garase, detto “lo zoppo”, che varie carte Sis definiscono nel ‘47 “l’emissario a Roma della nota banda Giuliano”, in contatto permanente con Walter Di Franco. Assieme ad altri neofascisti come Silvestro Cannamela (ex Decima Mas) e Caterina Bianca (ex spia nazifascista), Garase visita assiduamente le sedi monarchiche di via Quattro Fontane 143 e di via dell’Umiltà 83. Non a caso, un rapporto Sis di qualche mese dopo (1° novembre ‘46) afferma testualmente: “Da 20 giorni è stata riaperta la sede del partito in via Quattro Fontane, che è quella legale e dove gli iscritti vengono indirizzati verso l'organizzazione clandestina. Ferve l'opera di riorganizzazione soprattutto in Sicilia, dove non si disdegnano i contatti diretti neppure con la banda Giuliano”. Tra il novembre e il dicembre ‘46, il Sis segnala inoltre che la banda è in rapporti con le squadre neofasciste in Basilicata (26 novembre) e con il Macri (Movimento anticomunista repubblicano italiano,31 dicembre).

note su Ciro Verdiani

"Dopo Salò, e dopo la sperimentazione nazista sul “Litorale adriatico”, territorio affidato da Hitler a Friedrich Rainer, un nazista austriaco, in città come Lubiana andarono a prestare manforte personaggi che con la banda Giuliano, saranno gomito a gomito, come Ciro Verdiani ed Ettore Messana, con compiti di ispettorato poliziesco anticomunista. I fascisti, che in quelle terre c’erano già stati, divennero “Milizia Difesa Territoriale” e i reparti di polizia, centrali di rastrellamento. Tra queste l’Ispettorato Speciale di Ps per la Venezia Giulia, agli ordini dell’ispettore generale Giuseppe Gueli. Quest’istituto era stato creato nell’aprile 1942 con specifici compiti di repressione della guerra partigiana e di controllo del movimento operaio. Il braccio operativo di questo ispettorato fu la “banda Collotti” che prendeva nome dal suo comandante, il commissario Gaetano Collotti. Si tratta di un’organizzazione criminale molto simile alla banda Giuliano. "[http://www.edscuola.it/archivio/interlinea/note_a_margine_di_un_viaggio.htm NOTE A MARGINE DI UN VIAGGIO NEL FRIULI VENEZIA GIULIA di Giuseppe Casarrubea]



"Infine, lui, l’ex Capo dell’Ispettorato di P.S. per la lotta al banditismo, Ciro Verdiani, colui che era stato estromesso dal suo incarico dopo la strage di Bellolampo del 19 Agosto del 1949 e sostituito, nella direzione del nuovo Comando Forze Repressione Banditismo (CFRB) istituito dal Ministro dell’Interno Scelba, dal colonnello dei carabinieri Ugo Luca[NDRche denunci0' per diffamazione Giuseppe Casarrubea a causa dei suoi raopporti con Giuliano e perse] , a quanto sembra appartenente ai servizi segreti italiani."


"Anche Verdiani, si dice, apparteneva a qualche apparato dei servizi segreti. Il ministro Scelba, in sostanza, sembra lo richiami per metterlo a giorno di certi segreti ancora caldi riguardanti la strage di Portella della Ginestra e per affidargli l’incarico di mettersi segretamente in contatto con Giuliano per vedere di spingere questi a stilare un o dei documenti che scagionino per sempre la politica dall’implicazione più o meno veritiera in questo evento criminoso avvenuto appunto nella piana di Portella il 1 Maggio del 1947."


"Ciro Verdiani si presta al gioco (del resto non aveva mai digerito il suo licenziamento quale capo dell’Ispettorato antibanditismo) e comincia a intessere con Giuliano una fitta corrispondenza ancora avvolta nel mistero e addirittura mette in pratica veri e propri incontri a tu per tu con l’uomo più ricercato d’Italia, incontri avvenuti a Castelvetrano e forse in altri posti, durante i quali lo convince ad una pausa delle sue gesta in cambio di un allentamento dei feroci rastrellamenti già messi in opera dal suo collega Luca, che applica contro Giuliano la tattica della terra bruciata, facendo arrestare in circostanze rocambolesche diversi suoi gregari con l’ausilio determinante dei pezzi forti della mafia.Verdiani chiede comunque una contropartita, propone in sostanza a Giuliano di stilare alcuni memoriali (almeno due vengono scritti mentre un terzo rimane avvolto nella leggenda e non si è mai trovato) in cui dichiari che a meditare e a portare a termine la strage di Portella era stato solo lui senza alcuna motivazione politica esterna in lui instillata da individui insospettabili.Giuliano sembra acconsentire ed in effetti scrive il primo documento che giunge tempestivamente a Viterbo proprio in coincidenza con l’inizio del lungo processo contro la sua banda. Ne scrive un altro ancora più stringente ad autoaccusatorio e a questo punto sembra che l’opera di Verdiani possa dirsi conclusa, ma questo non succede; Verdiani, nonostante tutto, continua ad alimentare con Turiddu una strana trattativa confidenziale che presto si trasforma in vera e propria amicizia, evidentemente ricambiata dal ricercato numero uno delle forze dell’ordine. Quest’amicizia giunge fino al punto che il nostro personaggio arriva persino ad informare Giuliano delle mosse del suo collega Ugo Luca, gli fa presente di prestare attenzione al suo luogotenente Pisciotta in odore di tradimento ed in sostanza, in ultimo, gli propone l’espatrio, una promessa che lui, in quanto Ispettore Capo delle Frontiere, poteva benissimo mantenere e portare in porto con relativa facilità."


"E’ una tesi certo molto ma molto ardita che del resto trova un ostacolo apparentemente quasi insormontabile proprio nella morte “anomala” di Verdiani e di Pisciotta, il primo, recitano le cronache, “suicidatosi” o fatto suicidare nel 1952 e il secondo avvelenato nel 1954 nel carcere dell’Ucciardone di Palermo, due avvenimenti sinistri che effettivamente gettano un’ombra di forte incertezza sulla ricostruzione precedente."L'insabbiamento della verità sulla morte di Salvatore GiulianoPubblicato da Angelus domenica 18 febbraio 2007 di Vincenzo Poma


documenti statinutensi

Tra il ’44 e il ‘45, Cannamela fa parte di un commando nazifascista della Decima Mas operante nell’Italia liberata (squadra Anassagora Serri/Gruppo Ceccacci). Tra i suoi componenti vi sono anche i fratelli Giovanni e Giuseppe Console e Dante Magistrelli, in missione a Partinico dall’estate ’44. Nell’ottobre ’46 il colonnello Laderchi (Cc), il capitano Callegarini (Cc), l’ammiraglio Maugeri, il colonnello Resio (Marina), il generale dell’Aeronautica Infante e molti altri ufficiali iniziano a organizzare un colpo di Stato antidemocratico. “Sono in contatto con i fascisti monarchici” e preparano “una rivolta armata nel Paese” (cfr. documenti Sis, 12 ottobre e 5 novembre ‘46). Carlo Resio lavora per l’Oss di Angleton dall’estate ’44 (a Roma, in via Sicilia 59) e rimane alle sue dipendenze fino al dicembre ‘47, data in cui il capo dei servizi americani ritorna negli Stati Uniti. Resio è tra gli uomini che prelevano Junio Valerio Borghese (a Milano, il 10 maggio ’45) per tradurlo a Roma. All’operazione partecipano Angleton e Federico d’Amato (intelligence italiana). Secondo un documento top secret dell’MI5 britannico, datato 8 ottobre ’46 e desecretato a Londra nel gennaio 2006, sono soliti riunirsi a Roma: Augusto Turati, ex segretario del Partito nazionale fascista (Pnf) e capo politico del clandestinismo fascista; Pompeo Agrifoglio, ex capo del Sim; Luigi Ferrari, capo della polizia; Leone Santoro, membro dell’ufficio politico del ministero dell’Interno; Izielo (sic) Corso,sottosegretario all’Interno nel secondo governo De Gasperi [c’è un Angelo Corso,sottosegretario all’Interno nel secondo governo De Gasperi] e l’agente americano Philip J. Corso (Cic), uno dei collaboratori più stretti di Angleton e “custode” di Junio Valerio Borghese a Forte Boccea (Roma) e a Procida. Il documento specifica: Numerosi ufficiali americani e italiani (come il capitano Corso suddetto) sono legati in maniera intima e attiva a questo gruppo. Il tramite tra Corso e Agrifoglio è il tenente Mario Bolaffio(Sim). Nello stesso periodo, Augusto Turati è ritenuto “persona grata agli angloamericani, i quali lo stimano e lo rispettano molto” (Sis, 19 settembre ‘46, b. 13, f. Turati Augusto). Secondo un altro rapporto britannico top secret (27 novembre ’46), “Il capitano Corso ha recentemente sostenuto un incontro con Enzo Selvaggi [esponente monarchico] e lo ha informato di aver ricevuto istruzioni dal suo governo per formare un gruppo politico anticomunista. Corso ha aggiunto che questo cambio di politiche è dovuto al successo del Partito repubblicano nelle elezioni statunitensi”. Si tratta delle elezioni di mezzo termine del congresso americano (novembre ’46) . Si registra, in pratica, il via libera all’offensiva anticomunista in Italia da parte di Washington.Il 27 novembre ‘46, il Sis (b. 13, f. Turati Augusto) segnala:

capoverso

Da alcuni elementi fascisti è stato riferito che i noti Scorza e Turati si sarebbero trasferiti dal nord a Roma, dove sarebbe stato pure trasferito il ‘comando generale del movimento fascista’. Secondo le voci che corrono tra gli elementi fascisti, il ‘comando’ starebbe preparando tutto un lavorìo di organizzazione dei ‘quadri’ fascisti specialmente con riferimento al meridione. Si dice che in gennaio o febbraio dovrebbe ‘scoppiare’ qualcosa di grosso.


Da Bari, il 13 gennaio ‘47, il Cic scrive:

Un informatore affidabile di questo Ufficio ha sostenuto una conversazione con tre ufficiali dell’Arma dei carabinieri, il 10 dicembre ‘46. Costui ha riferito di certe direttive provenienti dal comando dell’Arma dei carabinieri a Roma, in cui si raccomanda di promuovere una forte propaganda monarchica all’interno del Corpo. Quando l’informatore ha chiesto notizie più dettagliate, gli è stato risposto che la monarchia sarebbe stata ristabilita nel giro di pochi mesi. L’informatore ha replicato che la restaurazione della monarchia sarebbe il segnale per una rivolta popolare, soprattutto al nord. Gli ufficiali però, sorridendo, hanno fatto notare che i qualunquisti hanno il supporto dei carabinieri e che sono fortemente armati e in posizione di contrastare qualunque mossa. I qualunquisti sono stati menzionati a tale proposito perché si suppone che questo partito debba creare ‘l’incidente’ che dovrebbe condurre al colpo di Stato.

I collegamenti tra il gruppo terroristico di Salvatore Giuliano in Sicilia e il capo dei Far, Pino Romualdi, trovano conferma nei seguenti elementi: 1) Fortunato Polvani, braccio destro di Romualdi almeno dal ‘43, è a Palermo nella veste di capo del Centro clandestino fascista a partire dall’estate ’45. Qui si ferma fino al marzo ’46. È Polvani il responsabile della trentacinquesima brigata nera “Raffaele Manganiello”, a Como, fino alla primavera ‘45. L’1 aprile ‘45, 120 militi di questa formazione sono inviati al sud con l’intento di continuare la cosiddetta “resistenza fascista” nell’Italia liberata; 2) Uomo dei Far e referente della banda Giuliano in Calabria e in Sicilia, almeno dal maggio ’46, è Francesco Argentino/Walter Di Franco, che opera in Calabria con Serafino Ferrero. È molto probabile che il documento Sis del 25 giugno ’47 (riportato all’inizio di questo dossier) si riferisca proprio a questi due elementi nel seguente passo: La banda Giuliano è da ritenersi, fin dall’epoca delle nostre prime segnalazioni, a completa disposizione delle formazioni nere. Il nucleo romano della banda Giuliano era comandato fino a quindici giorni fa da certo “Franco” e da un maresciallo della Gnr, che si trovano attualmente a Cosenza.

capoverso

Nel ’47, vari documenti Sis segnalano Argentino/Di Franco in contatto con Francesco Garase, “emissario a Roma della nota banda Giuliano”; 3) Gli assalti alle sedi comuniste e alle Camere del lavoro iniziano il 18 giugno ’47 in Calabria, per poi dilagare nella provincia di Palermo con gli esiti stragistici del 22 giugno. Il rapporto Sis del 25 giugno ’47, infatti, afferma che “la banda Giuliano ha ramificazioni in ogni centro della Calabria, della Sicilia e della Campania”; 4) Nello stesso documento leggiamo:

Negli ambienti dei Far, Nuovo Comando Generale, si ammette che l’azione della banda Giuliano è in relazione con l’ordine testé impartito di “accelerare i tempi”. L’ordine, come vi fu fatto noto, è stato esteso all’Ecla [Eca] di Muratori e Venturi, i quali attingono denaro e disposizioni da un’unica fonte. Si preparano adesso a Roma e al nord.

Un altro dispaccio Sis (b. 46, f. LP155/Fronte internazionale antibolscevico, Titolo: Movimenti neo - fascisti, segreto, 25 giugno ‘47), riporta:

Il comando generale dei Far ha ordinato questa mattina, in conseguenza dell’operazione di polizia in corso, di accelerare i tempi, nel senso di anticipare l’azione di piazza per la conquista del potere. L’Ecla e le Sam [Squadre armate Mussolini] procedono di pari passo (come tattica, metodo e programma) con i Far. Le direttive sono identiche. I fondi, notevoli, provengono da un’unica fonte. L’ultimo stanziamento è stato interessante. La sola formazione Ecla ha incamerato quattro milioni. La polizia romana non ha fermato che alcuni degli elementi effettivamente responsabili, senza minimamente intaccare i gangli vitali e capillari della organizzazione, che ha carattere nazionale. Da non sottovalutare lo spirito combattivo e, per la disciplina instaurata nei ranghi, la più assoluta dedizione ai capi da parte dei gregari. (…) Se vi saranno moti armati, i Far vi parteciperanno per diventare movimento risolutivo della situazione. Nonostante la suddetta operazione di polizia, i Far continuano a controllare tutte le formazioni clandestine, anche l’Upa e il gruppo carabinieri, in seno a quali elementi fidati lavorano sotto controllo agli effetti della realizzazione del colpo di Stato. Si fa riferimento a un “Nuovo comando generale”, risultante dall’unificazione delle tre principali formazioni paramilitari neofasciste: Eca, Sam e Far. Secondo una nota del Sis (cfr. Giannuli, Libertaria, cit., p. 51), “a Venezia, Milano e nella Calabria ferve il lavoro delle Sam, le quali sono sovvenzionate da Giuliano ed il suo aiutante è lo scugnizzo. È partito da Roma un console della Milizia per la Calabria, per incontrarsi con Giuliano”. Uno dei capi delle Sam è Selene Corbellini (ex membro della banda Koch), che agisce tra Milano, Torino e Roma e che nel ‘47 troviamo a Palermo per incontrare il capobanda monteleprino. Scrive il Sis:

Da Palermo viene segnalata la presenza in quella città di Selene Corbellini, ricercata, già della banda Koch, detta anche Lucia o Maria Teresa (…). Si tratta di un elemento pericoloso. Ai camerati di Palermo dichiarava appena giunta di dovere stabilire contatti diretti col noto Martina, capo della banda Giuliano (2 agosto ‘47).

I collegamenti diretti tra l’Evis e le Sam sono segnalati inoltre dall’intelligence Usa (20 febbraio ’46) e da quella britannica (19 gennaio ’46). Dalla Sicilia, il Cic riferisce:

Alcuni membri dell’Evis indossano uniformi americane e britanniche. Parecchi disertori alleati sono membri di queste bande ribelli. Il maggiore britannico Oliver si dice appartenga a una di queste formazioni ribelli. Un ufficiale britannico dello stesso nome sarebbe stato di stanza a Palermo per conto dell’intelligence alleata, durante il periodo dell’occupazione (29 gennaio ’46).

capoverso

Secondo un rapporto statunitense dell’anno precedente (23 gennaio ’45), Oliver è un agente del Field security service (il controspionaggio britannico), a contatto nell’isola con non meglio precisati “banditi”. Il riferimento all’Eca di Muratori non è da sottovalutare. Lo stesso Buttazzoni (cfr. il volume di Lapo Mazza Fontana intitolato Italia über alles, Milano, Boroli editore, 2006, pp.169 - 170) dichiara:

Io ho costituito l’Eca (…) a Roma nel periodo del ’46 - ’47, dopo essere scappato dal campo di concentramento di Ancona il 22 settembre 1945 (…), e con l’Eca ho riunito parecchi ex ufficiali; come aiutante avevo un ex generale della Milizia che si chiamava Muratori. È Muratori a coordinare l’eversione nera in Sicilia alla vigilia delle stragi del ’47 (Sis, 25 giugno ‘47):

Anche il colonnello Pollini e Spinetti Ottorino (…) sono stati, prima dell’arresto del Pollini e dell’inizio dell’azione della banda [Giuliano], in Sicilia e a Palermo per conto dell’Ecla diretta da Muratori.

Si può quindi ipotizzare che sia Muratori a emanare ordini al colonnello Pollini e a Spinetti (esponenti neofascisti), su mandato di Nino Buttazzoni. Ma quest’ultimo ha sempre evitato ogni riferimento alle attività da lui svolte nel periodo che va dall’aprile ‘46 (inizio della sua collaborazione con i servizi segreti di Angleton, a Roma) al settembre ‘47, data in cui è arrestato dalla polizia nei pressi dell’università La Sapienza; 5) A Palermo, nella primavera ‘47, opera il Fronte antibolscevico (via dell’Orologio). Lo guida Gioacchino Cipolla, un neofascista. Secondo quanto emerge durante la fase dibattimentale al processo di Viterbo, e le dichiarazioni del bandito Antonino Terranova (inteso “Cacaova”), Giuliano è solito frequentare il “Partito anticomunista” della capitale siciliana proprio nella temperie delle stragi di Portella e di Partinico. In realtà, il Fronte antibolscevico (o anticomunista) altro non è che la copertura legale delle attività terroristiche dei Far nell’isola; 6) Secondo il giornalista Andrea Lodato, i Far di Romualdi iniziano a operare a Catania nel gennaio ’46, tramite il neofascista Nino Platania. In città, dal ’43, è attivo anche il principe Flavio Borghese, in contatto dal ’46 con le formazioni paramilitari di Caccini (Osoppo) e, probabilmente, con quelle di Buttazzoni (Eca) e di Giuliano (Evis/Sam).

capoverso

Golpisti Numerosi rapporti Sis si occupano di un’organizzazione, l’Upa, che nell’ottobre ’46 inizia a preparare un colpo di Stato. È guidata dal generale Giovanni Messe (Cc), dal Sim e, come abbiamo visto, da Laderchi, Callegarini, Maugeri, Resio e Infante. L’Upa agisce agli ordini diretti dell’intelligence Usa di Angleton e di Philip J. Corso. L’obiettivo è una dittatura militare transitoria, della durata di uno o due anni, affidata all’Arma dei carabinieri. Secondo un documento britannico dell’11 agosto ‘47, (Movimento italiano di estrema destra: assistenza americana, paragrafo Visita di un rappresentante americano), l’ex capo dell’Amgot (il governo militare alleato dal ‘43 al ‘45), il colonnello Charles Poletti, arriva in Italia nel mese di giugno ‘47 “in missione speciale per conto del governo americano”, in coincidenza con le stragi siciliane:

Il signor Poletti è arrivato in Italia a giugno in missione speciale per conto del governo americano. Ha incontrato il signor Jacini a Roma e, dopo un attento esame dell’organizzazione dei movimenti italiani di estrema destra, ha promesso da parte del governo americano armi per il movimento e un supporto finanziario sia per le attività in Italia sia sul confine orientale (Udine). […] Poletti ha posto come condizione per l’assistenza americana che il movimento dell’estrema destra in tutta Italia sia collocato sotto un comando unificato.

Con ogni probabilità, il Jacini in questione è Stefano Jacini, ministro della Guerra nel governo Parri e ambasciatore straordinario in Argentina dal settembre ‘47. È con lui che Poletti instaura un rapporto fiduciario. Il percorso eversivo (iniziato nell’estate ’46) appare ora più maturo sotto la spinta degli Usa, che forniscono un poderoso scudo protettivo costituito da appoggi politici, denaro e armi. Ecco perché l’8 maggio ’47, una settimana dopo la strage di Portella della Ginestra, troviamo Mike Stern (un celebre giornalista americano, in Sicilia da molte settimane) a pranzo con la famiglia di Salvatore Giuliano, a Montelepre. Stern è il garante in Sicilia, per conto di Poletti, della corretta esecuzione del piano golpista, che dovrà in breve espandersi a tutta l’Italia? Su questo argomento, il supplemento n. 24 di Propaganda (Pci, 1949), al paragrafo I banditi e gli agenti americani (pp. 16 - 18), denuncia senza mezzi termini:

capoverso

Il giorno 8 maggio 1947, a una settimana di distanza dall’eccidio di Portella della Ginestra, il capitano dell’esercito americano Stern si recava, a quanto scrive egli stesso, nel covo di Giuliano e riceveva dalle mani del bandito un proclama indirizzato al presidente [Harry] Truman. Dopo qualche settimana, nelle tasche di un bandito caduto in mano della polizia, veniva trovata una lettera autentica di Giuliano diretta al suo amico Stern a Roma, via della Mercede 53 (sede della Associazione della stampa estera), nella quale il fuorilegge chiedeva armi pesanti e dava consigli circa la maniera di mantenere i contatti con l’ufficiale americano. Due circostanze colpiscono a prima vista: il fatto che, proprio all’indomani di Portella, lo Stern senta il bisogno di andare a fare visita al “re di Montelepre” ed il fatto che quest’ultimo si permetta, nella sua lettera intercettata dalla polizia, di chiedere armi ad un ufficiale dell’esercito americano. Ma tutto ciò ormai non ha più nulla di strano. È chiaro che l’iniziativa dello Stern non è frutto di una curiosità individuale, ma che la sua visita a Giuliano ed i suoi rapporti con il bandito sono frutto di precise istruzioni diramate dall’Ufficio servizi strategici [Oss], allo scopo di agganciare il bandito alla politica americana nel Mediterraneo. A conferma di questa tesi, è facile ricordare l’atteggiamento del governo di De Gasperi in questa circostanza. Il governo italiano, infatti, si guarda bene di intervenire presso l’ambasciatore americano a Roma per protestare o almeno per chiedere spiegazioni dell’attività del capitano Stern, uno straniero che promette ad un bandito armi ed aiuto.

capoverso

In sintesi, i rapporti britannici (inaccessibili fino a un anno fa) ci dicono che i mandanti delle stragi siciliane del maggio - giugno ’47 sono da ricercare nel governo degli Stati Uniti d’America, presieduto dall’aprile ‘45 da Harry Truman. Di conseguenza, i tramiti sono Charles Poletti, James Angleton, Philip J. Corso e, forse, Mike Stern. Non a caso, un documento del 13 agosto ‘47 afferma:

Il maresciallo Messe ha assunto la direzione militare di tutto il movimento anticomunista nel nord Italia (…). Il movimento riceve dieci milioni di lire al mese dalla Confederazione degli industriali dell’Italia settentrionale (…). Jacini mantiene costantemente informate le autorità americane sugli sviluppi del movimento anticomunista.

Altri due dispacci britannici (2 giugno e 5 agosto ’47, spediti da Roma a Londra) riferiscono ampiamente sui finanziamenti erogati dalla Banca nazionale dell’agricoltura (Bna) al movimento clandestino monarchico - fascista, che punta alla costituzione “di squadre armate per opporsi alle formazioni comuniste”. Si fanno i nomi dell’avvocato Carlo Jurghens, presidente della Bna, e del condirettore della banca, conte Armenise. Il denaro arriva anche ai rappresentanti dell’Umi (Unione monarchica italiana) con sede a Roma in via Quattro Fontane, luogo frequentato anche dagli emissari della banda Giuliano. Ed è molto probabile che sia proprio questa la “fonte unica” a cui attinge il “Nuovo comando generale” (Far, Eca e Sam) per sviluppare le attività terroristiche del maggio - giugno ’47 in Sicilia (cfr. i due documenti Sis del 25 giugno ’47, già esaminati). Secondo Londra, Umberto II (in esilio da un anno a Cascais, in Portogallo) è al corrente dell’operazione eversiva in atto. Non è casuale che nelle stesse settimane l’ex re incontri Eva Perón, consorte del presidente argentino Juan Perón, dalla quale (secondo il giornalista Jorge Camarasa) riceve un grosso quantitativo di pietre preziose (cfr. il capitolo I del volume Tango Connection, cit.). Il rapporto britannico del 5 agosto spiega infatti che le formazioni nere cercano di ottenere finanziamenti, oltre che dalla Bna, anche dagli industriali e dai neofascisti italiani emigrati in Argentina. Nel ‘47, denaro e armi arrivano in Italia senza problemi. Il comando militare del Partito nazionale monarchico (Pnm), guidato dal generale Scala, dispone a Roma di tre depositi d’armi clandestini con seicento mitragliatrici e cinquemila bombe a mano. Ma l’afflusso di armi inizia nell’autunno ‘46:

capoverso

I gruppi monarchici hanno ricevuto dall'America del Nord ingentissime somme e armi di ogni specie. Fra le armi, vi sono dei fucili mitragliatori di nuovo tipo con cartuccia molto lunga e di grosso calibro. Il morale è elevatissimo. Notizia assolutamente certa (Sis, b. 43, f. L25/Attività monarchica, 9 ottobre ’46).

Le gravi responsabilità del governo americano nelle vicende eversive italiane emergono anche da un questionario dei servizi segreti Usa (tradotto in italiano dal Sis):

Gli elementi che potrebbero opporsi in combattimento contro il comunismo armato provengono quasi totalmente dai quadri degli ufficiali dell’esercito regolare, devoti alla monarchia, nonché da elementi fascisti che non si siano piegati al comunismo (Sis, b. 44, f. LP39/Movimento anticomunista, 17 ottobre ’47).


capoverso

Alle soglie dell’inferno Non vi è dubbio che il Pci di Togliatti, ovvero il “partito nuovo” che inizia a formarsi all’indomani della Liberazione, dispone di un’organizzazione armata occulta (il celebre “apparato”) pronta a entrare in azione soprattutto nell’Italia centrale e settentrionale. Ma possiamo affermare senza ombra di dubbio che tale“apparato” non ha funzioni eversive. Il suo compito è semmai di“vigilanza rivoluzionaria”, come si diceva in quegli anni, con l’obiettivo legittimo di impedire che un colpo di Stato neofascista provochi l’annientamento delle sinistre e delle conquiste democratiche successive al 25 aprile ‘45.

Capoverso

Truman teme che i comunisti e i socialisti assumano il potere mediante regolari elezioni politiche,un modello che potrebbe diffondersi rapidamente in altre parti del mondo e mettere in crisi le basi ideologiche della nascente guerra fredda tra i blocchi dell’est e dell’ovest. L’ostentazione ossessiva del cosiddetto “fantasma rosso” e la sua demonizzazione sono quindi strumentali al patto scellerato che si stabilisce tra servizi segreti Usa, corpi dello Stato italiano, neofascisti e mafia fin dal ‘43 e che tanti lutti provocherà nei decenni successivi. Sono i servizi segreti statunitensi a sancire questo connubio,con l’obiettivo di bloccare il processo democratico che inizia a svilupparsi in Italia a partire dall’8 settembre ‘43 e, in modo più deciso, dopo il 25 aprile ‘45. L’ottima affermazione delle sinistre nelle elezioni per l’Assemblea costituente del 2 giugno ‘46 (comunisti e socialisti sfiorano il 40 per cento dei voti, contro il 37, 2 della Dc) e la vittoria della Repubblica sulla monarchia, sono i moventi di un colpo di Stato antidemocratico che mira ad instaurare una dittatura gestita unicamente dall’Arma dei carabinieri. Tra gli obiettivi urgenti, vi è la messa fuori legge del Pci. In sintesi, le stragi siciliane della primavera ’47 altro non sono che l’innesco di una bomba che dovrà portare alla reazione popolare e alla conseguente risposta armata guidata dall’intelligence americana. L’esecuzione del golpe è affidato all’Arma dei carabinieri e alle squadre armate neofasciste, con la complicità dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica.

capoverso

Sono molti i nominativi che ricorrono nel lungo documento Sis del 25 giugno ‘47, riportato all’inizio di questo dossier. A parte Salvatore Giuliano, incontriamo un certo “tenente della Gnr Martina, già di stanza a Novara”, definito “capo effettivo della banda”. Nell’interrogatorio condotto dal Sim di Napoli il 12 maggio ’45, intitolato Magistrelli Dante, agente nemico, si legge:

Il 16 giugno 1944 i comandi italiani e tedeschi arrivano a Porto d’Ascoli, dove rimangono per tutto il giorno. Qui, assieme a Console Pino, il soggetto decide di disertare per raggiungere Partinico, provincia di Palermo. I due ricevono l’aiuto di un certo Francesco Martina, nativo anche lui di Palermo, elemento che incontrano per caso presso la famiglia Caratella, originaria di Franca Villa Mare, ma sfollata a Porto d’Ascoli.

È quindi lecito ipotizzare che il Martina al quale si accenna nel documento Sis, sia lo stesso che accompagna i fratelli Console e Magistrelli a Palermo nell’estate ’44. Scorrendo il documento del 25 giugno ’47, compare più volte il Partito fusionista italiano (Pfi). In particolare, si menzionano i suoi dirigenti: Pietro Marengo, l’avvocato Ciarrapico e “il noto dottor Cappellato, ex medico di Mussolini, agente provocatore numero uno in Sicilia, comandante del vecchio Partito fascista democratico prima, e delle formazioni nere dopo, in seno alla sezione romana del Partito fusionista”. Di Marengo scrive il Cic in un rapporto del 27 gennaio ‘47 intitolato Attività neofasciste a Bari: “Pietro Marengo, che è il direttore dell’organo del partito Il Manifesto, ha assicurato il nostro informatore che la piattaforma del partito è fascista”. E poco prima: “Cerapico [si tratta probabilmente di Ciarrapico] ha istruito un membro siciliano del partito nei seguenti termini: ‘Dobbiamo assolutamente vincere le elezioni in Sicilia in via pacifica, altrimenti dovremo cominciare a spezzare le ossa con cazzotti e bastoni’ ”. Su questa formazione, i servizi segreti britannici riferiscono:

capoverso

Il Partito fusionista italiano, in origine un piccolo fronte neofascista camuffato in Sicilia, sta trasferendo la sua base di operazioni a Roma. Nuove forze organizzative ne hanno preso il controllo e ora servirà da fronte per i vari elementi ex fascisti, un tempo disorganizzati, e per i vari elementi nazionalistici. Il suo programma sarà basato sull’attività anticomunista (18 ottobre ‘46).

La riorganizzazione del Pfi avviene nell’autunno ’46 quando, secondo i documenti Sis, si inizia a parlare di un colpo di Stato guidato dall’intelligence Usa e dall’Upa. La sperimentazione eversiva in Sicilia assume, quindi, un carattere nazionale e si colloca all’interno del più generale progetto golpista attuato delle squadre paramilitari neofasciste, che cominciano la lunga marcia che le porterà a scatenare, qualche mese dopo, l’“incidente” terroristico di Portella della Ginestra. Sul Pfi leggiamo ancora: Scorza [ex segretario Pnf] ha diretti rapporti col generale Messe [generale dei Cc, capo dell’Upa] e tali rapporti si riferiscono all’eventualità di un’azione anticomunista di carattere interno [il colpo di Stato dell’Upa] o contro le forze di Tito nella Venezia Giulia. Sono organi politici del partito [Pfd]: il Partito fusionista italiano; la frazione Patrissi dell’Uq (Uomo qualunque); […] le organizzazioni neofasciste indipendenti, create in Calabria e in Sicilia dal principe Pignatelli; i nuclei reduci della Decima Mas del principe Borghese (Sis, b.13, f. Turati Augusto, titolo: Partito fascista democratico: quadro dell’organizzazione a tutto il 26 settembre 1946, 30 settembre ‘46).

capoverso

L’imminenza di un’azione anticomunista risulta anche da un altro rapporto Sis:


Ha avuto luogo ieri sera alla sede del Pfi, via Regina Giovanna di Bulgaria, n. 95 (interno 20), una riunione limitata ai dirigenti fascisti dello stesso partito. Erano presenti: il dott. Cappellato che presiedeva (…). Cappellato ha fatto le seguenti testuali dichiarazioni: ‘Abbiamo preso noi fascisti le redini del Pfi che ormai è letteralmente nelle nostre mani (…). Un’azione monarchica tendente a capovolgere radicalmente la situazione pare imminente con l’intervento di corpi armati. In questo caso il Pfi si terrà a stretto contatto di gomito, al centro e alla periferia, col nostro partito (alludeva al Pfd) per la funzione che questo ha da svolgere di movimento risolutivo della situazione’ (b. 56, f. MP44/Attività fascista nel Lazio, titolo: Partito fusionista italiano, 9 ottobre ‘46) .

La riunione si svolge pochi giorni dopo quella - ben più importante - tra Turati, Corso (sottosegretario agli Interni nel secondo governo De Gasperi), Ferrari, Santoro, Agrifoglio e Philip J. Corso (cfr. documento britannico dell’8 ottobre ’46, già visto). A conferma di queste manovre, una nota Sis del 2 novembre ‘46 (b. 56, f. MP44/Attività fascista nel Lazio) riferisce: “Personalità dell’Alto comando alleato incoraggiano questi piani [golpisti] ‘da un punto di vista soprattutto antibolscevico’. Il passaporto internazionale rilasciato dagli Alleati a Turati è parte integrante del suddetto programma d’azione”. Emerge in modo netto il progetto di colpo di Stato, che vede in cima alla piramide il Comando alleato e i servizi segreti statunitensi (Angleton, Philip J. Corso e altri). Costoro inviano ordini a rappresentanti del governo italiano e degli apparati dello Stato (Agrifoglio, Corso, Santoro, Ferrari) nonché a Turati. Quest’ultimo controlla le varie organizzazioni del clandestinismo fascista sparse in tutta l’Italia. Tra queste, il Pfi di Marengo, Ciarrapico e Cappellato. La militarizzazione neofascista è “conseguenza degli incontri di cui sopra. (…) Si tratta di formazioni che avranno in dotazione armi e munizioni”. Le riunioni si tengono ai primi di ottobre tra “Bastiano” (definito“un cugino del re”, ovvero Laderchi), il principe Ruspoli e i neofascisti Gray, Nunzi, Turati e Pini. Agli incontri partecipa anche Resio. Il documento Sis del 2 novembre ’46 è molto esplicito sulle finalità di questi gentiluomini: “Stringere un più omogeneo patto d’azione tra fascisti e monarchici, in previsione delle agitazioni popolari che verranno promosse simultaneamente in tutte le città d’Italia, per imporre il ritorno al regime monarchico e alla legalità”. Le riunioni, nel corso delle quali è sancita la nascita dell’Upa, affidata al generale Messe (Cc), si svolgono a Roma in una casa di via Due Macelli (di proprietà della duchessa Caffarelli), che dista appena cinquanta metri dal bar Traforo,un locale frequentaton da Giuliano. Nel documento del 25 giugno ‘47 leggiamo che “il bandito Giuliano vi è stato più volte segnalato, anche e soprattutto in ordine ai suoi contatti con le formazioni clandestine di Roma. Vi fu precisato il luogo degli incontri con i capi del neofascismo (bar sito a via del Traforo, all’angolo di via Rasella)”. E via Due Macelli non è lontana dal bar con servizio esterno situato a piazza San Silvestro (angolo con via della Mercede). Qui, come abbiamo visto, ha sede l’Associazione della stampa estera dove lavora Mike Stern.

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Nella gerarchia golpista il Pfi assume un’importanza fondamentale, in quanto garantisce i contatti logistici tra la capitale e il sud nelle persone di Marengo, Pini, Cappellato e altri. Francesco Garase assicura il rapporto col gruppo monteleprino (nota Sis del 28 luglio ‘47) ed è definito, il 2 agosto successivo, “emissario a Roma della nota banda Giuliano”. Frequenta il bar di piazza San Silvestro allo scopo di “tenere i collegamenti con i rappresentanti romani delle varie organizzazioni clandestine”, sostituendo Giuliano quando questi è impegnato in Sicilia. A Roma, Garase è in contatto con elementi dei Far di Romualdi (in particolare con Walter Di Franco, che è solito incontrare Puccioni, 28 luglio ’47) ma anche con pericolosi neofascisti come Armando Di Rienzo, Marco Fossa e Antonio Di Legge. Quest’ultimo è segnalato dal Sis in rapporti con il Centro informazioni Pro Deo, ovvero l’intelligence vaticana diretta dal frate domenicano belga Felix Morlion. Secondo un documento Sis dell’8 luglio ‘47 “c’è un movimento, l’Eca, che fa capo a un certo Muratori, e del cui servizio informazioni è a capo un certo Puccioni”. In sintesi, emerge che i Far e l’Eca, tramite Di Franco, Garase e Puccioni, inviano ordini alla banda Giuliano in Sicilia e in Calabria. Come abbiamo visto, l’Eca è stata fondata da Nino Buttazzoni, ai cui ordini opera Muratori. Altri rapporti Sis descrivono Buttazzoni e Di Franco come elementi neofascisti coinvolti nelle azioni eversive dell’estate ‘47. Da un dispaccio del6 dicembre ’46 (Sis) apprendiamo che anche Alfredo Covelli è alla testa del movimento clandestino monarchico - fascista di Laderchi, Callegarini, Resio e Infante. Si segnalano poi le attività eversive di Spinetti, Pollini e Cappellato, che agiscono all’interno del Pfi, sorto a Bari nell’aprile ‘46. Il loro campo di azione si estende a Roma, Milano, Agrigento, Brindisi, Caltanissetta, Cagliari, Catania, Palermo, Firenze, Lecce, Messina e Potenza. Come si vede, le città siciliane interessate sono ben cinque. Nei rapporti, anche alcune perifrasi alludono al colpo di Stato. Ad esempio, i termini “azione diretta” e “movimento risolutivo della situazione”. La formula “azione diretta” compare in una circolare del Fronte internazionale antibolscevico riportata dal Sis il 18 luglio ‘47 (in cui si illustrano le fasi dell’imminente insurrezione neofascista) e in un documento datato 13 agosto ’47, in cui si afferma “che i Far sono per l’azione diretta, non rifuggono dalla violenza e fanno ricorso ad atti terroristici”. L’espressione “movimento risolutivo della situazione”, che troviamo in un altro rapporto del 25 giugno ’47, ricorre per la prima volta il 9 ottobre‘46, come abbiamo già visto. Si parla del Pfi, del dottor Cappellato e di “un’azione monarchica tendente a capovolgere radicalmente la situazione con l’intervento di corpi armati”. La stessa formula compare il 14 ottobre ‘46 riferita al Pfd di Turati, Nunzi e Gray, che proprio in quei giorni decide di “fiancheggiare il movimento monarchico”. Le disposizioni sono impartite anche agli uomini di Romualdi e del Pfi in tutta Italia, isole comprese.

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Altri personaggi ricorrono nel documento del 25 giugno ’47. I loro nomi sono Alfredo Misuri, la principessa Bianca Pio di Savoia, Gioacchino Cipolla e “Anna Maria Romani”:

Il Fronte antibolscevico costituito recentemente a Palermo, al quale dette la sua adesione incondizionata l’onorevole Alfredo Misuri in proprio, e quale capo del gruppo di via Savoia 86 (capitano Pietro Arnod, principessa Bianca Pio di Savoia, ecc.), non è una sezione del Fronte anticomunista a voi nota. Il Cipolla che a Palermo dirigerebbe il fronte è del tutto sconosciuto al Fronte unico anticomunista, di cui alle nostre reiterate segnalazioni confidenziali. Il Fronte antibolscevico di Palermo è però collegato con Anna Maria Romani, ospite della principessa Pio di Savoia sedicente segretaria particolare di Misuri, cucita in tutto a filo doppio del noto colonnello Paradisi, detto anche Minelli (piazza Tuscolo) ed è pei suoi buoni uffici che Misuri e i camerati del comitato anticomunista di Torino, a Voi noto, appoggiarono e appoggiano il progetto di azione diretta di cui Paradisi è autore.

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Alfredo Misuri è un collaboratore stretto di Covelli. Alla fine del’47 ricopre l’incarico di presidente dell’Umi in via dell’Umiltà83, a Roma. Vicepresidente è il conte Luigi Benedettini, che nel maggio ‘46 incontra Garase, Cannamela e Caterina Bianca proprio in via dell’Umiltà. Risulta quindi evidente che, almeno dalla primavera ’46, esponenti monarchici di prima grandezza sono in contatto con la banda Giuliano, in maniera diretta o tramite emissari.A proposito del colonnello Paradisi, alias Minelli, che opera presso la cellula neofascista del rione Tuscolo a Roma, leggiamo: “In via Britannia, di fronte alla caserma dei carabinieri esisterebbe un bar ove si terrebbero riunioni della cellula neofascista, il cui locale verrebbe fra l’altro frequentato da tale Bianchini, da un maggiore dell’esercito e da un professore” (Sis, busta 56, f. MP44/Attività fascista nel Lazio, 19 ottobre ‘46). E in un altro rapporto del 21 ottobre ‘46: “Dal gruppo neofascista Tuscolo ho avuto l’incarico - scrive l’anonimo agente - di funzionare da tratto di unione tra il gruppo stesso e il capitano Nebulante, comandante di settore del movimento monarchico romano”. Si fa riferimento anche all’attività clandestina dei carabinieri. Infine, in un dispaccio Sis del 2 novembre ‘46 si parla di “contatti tra monarchici clandestini e neofascisti/qualunquisti del rione Tuscolo, per un’azione in comune nell’imminenza dell’azione di piazza di cui si farebbe promotore il Partito monarchico per il ritorno al potere del re. Il piano di tale alleanza sarebbe stato propugnato col consenso della federazione romana del Partito fascista democratico”. È chiaro, come recita un altro documento Sis redatto il 2 novembre (già citato), che tale fermento punta a “stringere un più omogeneo patto di azione tra fascisti e monarchici in previsione delle agitazioni popolari che verranno promosse”. Il Bianchini in questione è Domenico Bianchini (classe 1896), figura di spicco nel Pfd dell’epoca assieme ai colonnelli Mariani e Pollini, che tra la fine del ’46 e l’estate ’47 operano al sud. Ma sappiamo anche che Pollini è in Sicilia prima della fine dell’estate: “Il colonnello Pollini Gianni, già in collegamento con Pucci e Del Massa [esponenti di primo piano dei servizi segreti della Rsi], è attualmente a Napoli in attesa di trasferirsi in Sicilia con altri elementi” (Sis, b. 38 f. HP40/Penne stilografiche esplosive, 11 agosto ‘46). L’affermazione è confermata da un passo (già visto) del rapporto del 25 giugno ‘47 che stiamo esaminando: “Anche il colonnello Pollini e Spinetti Ottorino (già abitanti a Roma, in via Castro Pretorio 24, piano ultimo), sono stati, pochi giorni prima dell’arresto del Pollini e dell’inizio dell’azione della banda [Giuliano], in Sicilia e a Palermo per conto dell’Ecla diretta da Muratori”. Per quanto riguarda Mariani, colonnello dei carabinieri ed ex Gnr, è presente al sud tra il ’46 e il ‘47 e agisce in sintonia con i generali Bencivenga e Caracciolo. In quei mesi, Napoli è un punto di riferimento cruciale per l’eversione monarchico - fascista nel meridione e nelle isole. I contatti con l’Arma dei carabinieri sono costanti. Si citano, ad esempio, il maggiore Giovannini, il maresciallo Milanesi e il capitano Bernardi dell’Ufficio informazioni (Sis, b. 43, f. L25/Attività monarchica, 20 settembre ‘46).

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Un personaggio importante è la principessa Bianca Pio di Savoia, cognata del colonnello Laderchi (Cc), dal quale la nobildonna è incaricata di occuparsi delle formazioni nere meridionali. La sua abitazione, in via Savoia 86 a Roma, è un centro di organizzazione anticomunista per le attività eversive al sud nei primi mesi del ’47 nonché punto di riferimento per la nobiltà siciliana nella capitale, di cui sono esponenti non secondari le principesse di Ganci e di Niscemi. Bianca Pio di Savoia ospita “Anna Maria Romani”, uno dei nomi di copertura di Selene Corbellini, esponente delle Sam e frequentatrice degli ambienti eversivi palermitani collegati al “noto Martina, capo della banda Giuliano”. La Corbellini mantiene i contatti con l’Associazione patriottica anticomunista (Apa) di Torino. Qui troviamo Valletta, Pirelli, Falck, Piaggio e Costa, che finanziano i movimenti eversivi neri almeno dall’immediato dopoguerra (cfr. documento britannico del 30 giugno ‘45). Tra il ’46 e il ’47, la capitale sabauda diventa il crocevia dei movimenti clandestini monarchico

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- fascisti, che ricevono denaro e armi per le attività terroristiche in tutta l’Italia. A Torino, nei primi mesi del ’47, sono operativi il generale Infante, Covelli, Misuri, il principe Giovanni Francesco Alliata di Montereale (poi coinvolto nelle trame nere degli anni 60’ e ’70), Tommaso Leone Marchesano, Selene Corbellini, Tullio Abelli (Decima Mas/Far), Mario Tedeschi (Decima Mas/Far) e, secondo il documento del 25 giugno ’47 che stiamo esaminando, Salvatore Giuliano in persona (“Vi parlammo dei suoi viaggi Roma - Torino”). Sappiamo inoltre che, dal dopoguerra, Tedeschi e Abelli lavorano come confidenti per l’intelligence americana. Sull’importante ruolo golpista ricoperto dall’Apa nel ’47, il Sis non potrebbe essere più esplicito: “Formazioni clandestine anticomuniste preparano in Sardegna moti rivoluzionari per la defenestrazione violenta delle autorità locali e la proclamazione di un governo nazionale nell’isola. Le formazioni, collegate con altre organizzazioni della penisola, riceverebbero ordini e denaro da un Comitato anticomunista di Torino” (b. 44, f. LP39/Movimento anticomunista, 8 agosto ’47). Secondo il Sis, l’Apa di Torino “è un movimento che mira ad un colpo di Stato e che è incoraggiato e finanziato dall’Argentina” (cfr. documenti del 10 giugno ’47, 13 agosto ’47, 19 settembre ’47 e il capitolo I del volume Tango Connection, cit.). Elemento fondamentale dei circuiti eversivi e finanziari neofascisti è Giuseppe Cambareri, gran massone, capo dei Rosacrociati d’America e del Fronte internazionale antibolscevico (Fia) e collaboratore dei servizi segreti americani dal ‘39. Non a caso, un dispaccio Sis del 27 ottobre ’47 riferisce che “Cambareri ha rapporti con l’estero, principalmente con le Americhe e con la Spagna, ed è stato fra i dirigenti della rivoluzione che ha portato al potere Peron”.

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Nel giugno ’47, come abbiamo visto, sbarcano in Italia due personaggi di prima grandezza nella storia eversiva del Belpaese. Il primo è Charles Poletti, che promette soldi e armi da parte del governo americano a condizione che si istituisca un comando unico delle forze paramilitari neofasciste. Il secondo è Eva Perón. Giunge in Italia con un carico di lingotti d’oro, pietre preziose e denaro che sono distribuiti (tra giugno e luglio) in varie città della penisola, in Svizzera e in Portogallo. Nelle stesse settimane, anche Covelli viaggia a Lisbona per incontrarsi con Umberto II. Che i fondi per l’eversione nera provengano in gran parte dal paese sudamericano, ce lo conferma il quotidiano La Repubblica d’Italia del 22 giugno ‘47, a proposito della retata della polizia ai danni dei Far (di cui parleremo tra poco): “L’organizzazione a carattere terroristico farebbe capo a un governo provvisorio fascista in Argentina”.

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Si può ora ipotizzare il seguente schema finanziario per il golpe neofascista del ’47 in Italia: il denaro (proveniente dalle casse dall’Internazionale nera di Bormann e Skorzeny) parte dall’Argentina di Perón tramite il “governo provvisorio fascista” con sede a Buenos Aires (composto anche da tre ministri della ex Rsi: Moroni, Spinelli e Pellegrini Giampietro; sul tema, cfr. il settimanale L’Europeo del 10 luglio ‘49); viaggia con Eva Perón (cioè con valigia diplomatica) nel giugno ’47; arriva in Italia dove è suddiviso tra gerarchie vaticane e banche. Ne beneficiano l’ex re d’Italia, l’Upa e, probabilmente, anche la Bna. A sua volta, quest’ultima lo distribuisce alle squadre paramilitari monarchico - fasciste di Turati, Scorza, Covelli, Fresa e Patrissi. I soldi finiscono così nei circuiti del “Nuovo comando generale” (Far, Eca, Sam) per le azioni terroristiche siciliane del maggio - giugno ‘47, ovvero “il bagno di sangue” messo in atto dallo squadrone della morte agli ordini di Salvatore Giuliano.


capoverso

Il rapporto del 25 giugno ’47 si sofferma anche sul duca di Spadafora: Nel mese di marzo, se ben si rammenta, fu segnalato che il duca Spadafora, capo del gruppo commerciale agrario del sud, fu a Roma ed ebbe colloqui con rappresentanti del Fronte clandestino. Chiese di poter versare un milione in conto, a condizione che si facesse in Sicilia “un lago di sangue”. Mormini, del Fronte, avrebbe dovuto raggiungere in Sicilia la banda Giuliano, a contatto anche colla mafia locale in parte a disposizione del suo gruppo. La proposta non fu accettata, sembrò orribile… Da allora, da notizie certe e sicure, Spadafora ha contatti diretti col Martina, che finanzia direttamente e al quale impartisce disposizioni. Elementi ricercati sono stati ammessi a far parte della banda.

Qualche mese prima, il Sis scrive:

Il principe Spadafora, neofascista monarchico che fu collaboratore della Repubblica di Salò, sottosegretario di Stato e detenuto a Regina Coeli da dove venne liberato per il personale intervento di re Umberto, si trova presentemente in missione in Sicilia, a contatto con i dirigenti separatisti e con i neofascisti aderenti ai gruppi autonomi (6 ottobre ’46).

Le attività stragiste del duca sono dunque documentate almeno dall’autunno ’46, in coincidenza con l’inizio delle mattanze in Sicilia (eccidio di Alia) e con gli accordi golpisti siglati nei palazzi romani. Vi è inoltre un legame diretto tra il duca e Martina, ritenuto dal Sis il capo della banda Giuliano e al quale Spadafora invia ordini e denaro. In merito al “lago di sangue”, una nota Sis del 17 settembre ‘47 afferma:

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Altri emissari di Ambrosini [capo delle formazioni militari neofasciste del Pfr] si recarono a Milano e incassarono la somma elargita (…) per il lago di sangue voluto dagli industriali. In casa Ambrosini fu compilata una lista di coloro che dovrebbero comporre il nuovo governo (…). Si sta provvedendo alla distribuzione di armi automatiche nuove e di munizionamento (…). Certo Di Franco andrà in questi giorni in Umbria per impartire ai camerati le ultime disposizioni. Parteciperà al raduno di Napoli (…). Lavorano attivamente per la detta azione: generale Navarra Viggiani, generale Muratori, Venturi (…), il capitano Italo Nebulante (…), il colonnello Festi, il colonnello Buttazzoni (b. 39, f. HP68/Partito fascista repubblicano).

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Alla fine dell’estate ’47, Walter Di Franco continua ad essere molto attivo nella preparazione del “lago di sangue” che dovrà condurre al colpo di Stato. Tornano alla ribalta il capitano Nebulante (già visto in collegamento con il gruppo neofascista di piazza Tuscolo, a Roma) e Buttazzoni, che è arrestato dalla polizia nel settembre ’47. L’azione golpista, dunque, non si ferma dopo le stragi siciliane e mira con insistenza a provocare il tanto agognato “incidente” di cui scrivono numerosi rapporti italiani e britannici. Un altro documento Sis del 25 giugno ’47, già esaminato, recita infatti:

Il comando generale dei Far ha ordinato questa mattina, in conseguenza dell’operazione di polizia in corso, di accelerare i tempi.

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Le operazioni di polizia cercano di arginare gli attacchi terroristici neofascisti, che avvengono in Calabria e in Sicilia a partire dal 18 giugno ‘47. Si tratta di una retata di ampio respiro che porta all’arresto di numerosi capi dei Far (cfr. Pier Giuseppe Murgia, Il vento del nord. Storia e cronaca del fascismo dopo la resistenza, 1945 - 1950, Milano, Sugarco, 1975, pp. 288 - 292). La strage di Portella della Ginestra (1° maggio) non ha sortito l’effetto desiderato, ovvero l’insurrezione delle sinistre. I neofascisti dei Far tentano quindi il tutto per tutto. Ecco perché il 22 giugno ’47 attaccano con mitra e bombe a mano le Camere del lavoro della provincia di Palermo (due sindacalisti perdono la vita e i feriti si contano a decine). capoverso Nelle settimane precedenti atti analoghi si registrano in tutta Italia, soprattutto a Milano e a Roma. Si punta a provocare il Pci, costi quel che costi. Lo conferma Pasquale Pino Sciortino, membro autorevole della banda Giuliano, nel suo discorso ai banditi radunati la sera del 21 giugno ’47 a Testa di Corsa, una contrada di Montelepre. Sciortino istruisce i suoi uomini agli assalti del giorno dopo. È presente il “picciotto” Giuseppe Di Lorenzo, già veterano dei moti del “Non si parte”. Questi, in un verbale d’interrogatorio datato 16 luglio ‘47, riporta l’intervento (poi ripreso dal Rapporto giudiziario del 4 settembre ‘47): “Lo Sciortino concluse dicendo che questa seconda parte del loro programma [la prima era stata la strage del 1° maggio] tendeva specificamente alla distruzione delle sedi dei partiti di sinistra, site nella zona di influenza del Giuliano, in modo da creare lo scompiglio e far sì che anche negli altri comuni gli aggressori trovassero imitatori”. È una frase che ricorda da vicino il documento del 25 giugno ’47, a proposito dei Far: “Anticipare l’azione di piazza per la conquista del potere”. Il Sis torna sull’argomento due settimane più tardi, il 10 luglio ‘47(b. 44, f. LP40/Arditi): “Con le annunciate manifestazioni degli Arditi (…), si vorrebbe provocare incidenti di piazza per dare modo al Partito comunista di scendere in campo con le sue forze, per una offensiva anticomunista in grande stile da parte delle organizzazioni militari clandestine [neofasciste]”.

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Infine, di“iniziative di piazza” parla anche il conte Armenise (condirettore della Bna), nell’ambito del “movimento anticomunista armato” da lui finanziato (cfr. MI5 britannico, 16 giugno ’47). Il progetto di insurrezione golpista, che doveva innescarsi con l’eccidio di Portella, fallisce perché il Pci e il Psi non reagiscono alla grave provocazione. Togliatti e Nenni sanno benissimo che la strage altro non è che una gigantesca trappola destinata ad annientare i partiti storici della sinistra italiana. Già l’8 maggio ’47, il Sis rileva che vi è una spaccatura tra l’Upa e i Far, che diventa definitiva con la nascita del quarto governo De Gasperi, il 31 maggio ‘47, quando comunisti e socialisti sono estromessi dal governo.

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L’Upa avverte che non è più necessaria una insurrezione violenta perché il “pericolo comunista” comincia finalmente ad allontanarsi.Non così la pensano i Far,che proseguono imperterriti sulla strada delle azioni terroristiche che dovranno portare al golpe. Ma è un pesante atto di disubbidienza nei confronti delle potenti gerarchie eversive della capitale, uno sgarro che Romualdi e le sue squadre armate pagano a caro prezzo. Tra il 26 e il 27 giugno ’47 si scatena la micidiale rappresaglia dell’Upa. In poche ore, in Sicilia, sono massacrati a colpi di mitra Salvatore Ferreri, alias Fra’ Diavolo (il vice di Giuliano), e altri otto banditi. È l’inizio della fine per lo squadrone della morte monteleprino e per le Sam, l’Eca e i Far. La sconfitta del “Nuovo comando generale” segna il decollo definitivo dell’Upa - l’organizzazione parallela interna allo Stato che veglierà sulla “minaccia comunista” per i successivi cinquant’anni - e della destra “istituzionale” dell’Msi di Giorgio Almirante.

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Secondo il documento Sis del 25 giugno ’47, Giuliano è in rapporti anche con la mafia. A questo proposito, occorre precisare che il bandito, dal ’43, agisce sotto il controllo dei vari capifamiglia delle zone in cui opera: Vincenzo Rimi (Alcamo), Santo Fleres (Partinico), Domenico Albano (Borgetto), Salvatore Celeste (San Cipirello), Giuseppe Troia (San Giuseppe Jato), don Ciccio Cuccia (Piana degli Albanesi), don Calcedonio Miceli (Monreale). Sono questi padrini a determinare la particolare insorgenza del gruppo monteleprino e la scomparsa di tutte le altre bande di tipo tradizionale in Sicilia. Giuliano rappresenta un fatto nuovo nell’organizzazione criminale del territorio. Ne segna un salto qualitativo nella direzione dei più alti livelli istituzionali e politici del tempo, a cominciare dagli ambienti più disponibili a sperimentare il terrorismo di Stato e l’eversione antidemocratica: “Mormini del Fronte - leggiamo nel lungo rapporto - avrebbe dovuto raggiungere in Sicilia la banda Giuliano, a contatto anche con la mafia locale in parte a disposizione del suo gruppo”. Non sappiamo chi sia questo Mormini, ma il documento ci dice che lavora per il Fronte antibolscevico nell’isola, cioè per il “Nuovo comando generale” neofascista. Più sfumato appare il quadro che l’estensore del documento presenta circa le relazioni tra la mafia e il bandito. Probabilmente, gli sfugge lo status di dipendenza del gruppo terroristico dal più attrezzato (anche sotto il profilo sociale) controllo mafioso del territorio. Sono infatti i padrini locali a determinare l’esistenza, la durata e persino i modi di essere di qualsiasi organizzazione criminale all’interno della nicchia di potere che esse si costruiscono. Fino alla vigilia di Portella, le famiglie mafiose sembrano paghe del loro tradizionale controllo territoriale. Sono in rapporti con autorevoli esponenti del mondo istituzionale ma non hanno ancora compiuto il salto verso lo Stato. Stentano a percepire il terrorismo come strategia di lotta politica ma non disdegnano di contribuire alla decapitazione delle leadership del movimento democratico.

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Nell’imminenza dell’evento stragista, i vecchi padrini nutrono ancora molti dubbi sul da farsi. A tutti loro pensa Salvatore Lucania (Lercara Friddi,1897), alias Lucky Luciano, il super boss della mafia siculo - americana che arriva per la prima volta a Palermo nella primavera ‘46 (aprile, maggio e giugno) per poi ripartire durante l’estate per il Sud America (Brasile, Colombia e Venezuela). Dall’ottobre ’46 al marzo ’47 è a Cuba e il 12 aprile ’47 arriva a Genova a bordo di un piroscafo turco. Il 30 aprile è a Palermo, dove giunge con un treno speciale scortato da sei carabinieri. Il 22 giugno lascia l’hotel delle Palme per recarsi a Napoli. La data di arrivo e quella di partenza sono illuminanti: la presenza di Lucky Luciano è ritenuta imprescindibile dall’intelligence Usa (Angleton in testa) per appianare le divergenze che potrebbero svilupparsi tra i vari capifamiglia dell’isola nell’attuazione del golpe. Ad assicurare la necessaria tranquillità sul piano delle cosiddette forze dell’ordine troviamo un personaggio come Ettore Messana.

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Ma non è da questo versante che può arrivare la certezza sulle future coperture istituzionali e sociali di cui l’operazione stragista ha bisogno. La mafia garantisce non solo l’omertà necessaria ma anche la prospettiva del controllo interno agli stessi apparati dello Stato. E, al contempo, costituisce il deterrente al disvelarsi di eventuali anelli deboli. Messana è l’uomo giusto al posto giusto, forte delle sue esperienze di criminale di guerra per gli atti genocidi compiuti tra il ‘41 e il ‘42 nella Slovenia occupata dalle truppe italiane. Ma non subisce alcun processo. Al contrario, nell’autunno ’44 è scelto ispettore generale di Ps in Sicilia dal secondo governo Bonomi, in straordinaria coincidenza con la nomina di Angleton a capo assoluto dello Special counter intelligence (Sci),il controspionaggio alleato in Italia. Si può quindi ipotizzare che il Comando alleato utilizzi i moti siciliani della fine del ’44 (ispirati e in gran parte organizzati dai servizi segreti di Salò) come contraltare al “pericolo rosso” che si sviluppa al nord (lotta partigiana) e al sud (leggi driforma agraria del ministro comunista Fausto Gullo). Tuttavia,appaiono gravi le responsabilità del capo del governo,Ivanoe Bonomi, che nell’inverno ’44 - ’45 ricopre ad interim la carica di ministro dell’Interno. È lui a mettere Messana a capo della Ps in Sicilia, pur sapendo che questi figura negli elenchi dei criminali di guerra ricercati dalle Nazioni unite per “assassinio, massacri, terrorismo sistematico, torture di civili, violenza carnale, deportazioni di civili, internamento di civili in condizioni inumane, tentativi di denazionalizzazione degli abitanti dei territori occupati” (cfr. Repubblica Slovena, Archivio nazionale di Lubiana, b. 1551, 14 luglio ’45).

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Altrettanto sconcertanti risultano le mosse di Alcide De Gasperi. Durante il suo secondo governo (13 luglio ’46 - 20 gennaio ‘47), si registra la fase matura degli accordi tra intelligence Usa, clandestinismo neofascista e corpi dello Stato (ottobre - novembre ‘46). Questi ultimi fanno riferimento al ministero dell’Interno, al Sim, alla Ps e all’Arma dei carabinieri. È evidente che il Sis riferisce, per dovere d’ufficio, al ministro dell’Interno, carica ricoperta ad interim proprio da De Gasperi. Come abbiamo visto, la circostanza è denunciata in quelle settimane da una serie di preoccupati rapporti top secret redatti a Roma dall’intelligence britannica. Mario Scelba diventa ministro dell’Interno con il terzo governo De Gasperi (2 febbraio - 13 maggio ‘47) e tale carica ricopre in maniera ininterrotta fino al ‘54. Il ministro è perfettamente a conoscenza del retroscena eversivo neofascista che porta alle stragi siciliane del maggio - giugno ‘47. Le migliaia di rapporti Sis prodotti nella primavera - estate ’47, e che riconducono in maniera inequivocabile all’alleanza tra servizi segreti statunitensi, squadre armate neofasciste, Arma dei carabinieri ed Esercito, sono ovviamente diretti proprio a lui. Tuttavia il 2 maggio ‘47, in piena Assemblea costituente, Scelba pronuncia un accalorato discorso nel quale nega l’esistenza di mandanti nella strage di Portella della Ginestra, definendola un fenomeno da collegare all’arretratezza feudale della Sicilia. In Italia si avvia così un’altra storia tra mistificazioni, inganni e omertà istituzionali. Quella della doppia lealtà, del doppio Stato.


capoverso : bibliografia specifica

Per ulteriori approfondimenti, si rinvia alle seguenti opere:

  • di Giuseppe Casarrubea, Portella della Ginestra. Microstoria di una strage di Stato, Milano, Franco Angeli, 1997;
  • Fra’ Diavolo e il governo nero. Doppio Stato e stragi nellaSicilia del dopoguerra, Milano, Franco Angeli, 1998;
  • Provincia Regionale di Palermo, Comune di Piana degli Albanesi, Biblioteca comunale “G. Schirò”,
  • Portella della Ginestra. 50 anni dopo (1947 - 1997), Caltanissetta - Roma, Salvatore Sciascia Editore, 1999, vol. I (atti del Convegno); vol. II (documenti raccolti, annotati e introdotti da Giuseppe Casarrubea); vol. III (documenti raccolti, scelti e introdotti da Giuseppe Casarrubea,

2001);

  • Salvatore Giuliano.Morte di un capobanda e dei suoi luogotenenti, Milano, Franco Angeli, 2001;
  • Storia segreta della Sicilia. Dallo sbarco alleato a Portella della Ginestra, Milano, Bompiani, 2005;
  • Morte di un agente segreto, Roma, Nuova Iniziativa Editoriale; 2006;
  • di Nicola Tranfaglia,

Come nasce la repubblica. La mafia, il Vaticano e il neofascismo nei documenti americani e italiani, 1943 - 1947, Milano, Bompiani, 2004;

  • di Giuseppe Casarrubea - Mario J. Cereghino
  • Tango Connection. L’oro nazifascista, l’America latina e la guerra al comunismo in Italia. 1943 -1947, Milano, Bompiani, 2007.

Ricerche negli archivi italiani, sloveni, statunitensi e britannici: Giuseppe Casarrubea e Mario J. Cereghino

Bibliografia

  • Ezio Taddei ,Il "caso" Tresca 2006 ISBN:&nbsp888820798-8
  • Italia Gualtieri Carlo Tresca: vita e morte di un anarchico italiano in America 1999 - 71 pagine

"Regione Abruzzo, Centro servizi culturali di Sulmona, Circolo cultura & societa. Giornata della memoria, 20 maggio 1994"

Collegamenti esterni

note

  1. da il ilduce.net
  2. Tutta la Verità sul caso Tresca di Mauro Canali
  3. wikipedia inglese Carmine Galante
  4. vedere Tutta la verità sul caso Tresca di Mauro Canali, l'autore e fra quelli accreditati dal SISDE per i suoi lavori che spesso ne riportano stralci sul sito]
  5. "L'assedio di Gangi" ebbe inizio la notte del 1 gennaio 1926 [...] Nevicava abbondantemente. I banditi erano stati spinti dal freddo a tornare alle loro famiglie, e la polizia sapeva più o meno esattamente dove si trovavano [...] la cittadina era costruita sul fianco di una collina ripida e molte case avevano due ingressi, uno al pianterreno e l'altro al primo piano. Vi erano anche nascondigli abilmente costruiti dietro muri [...] In queste condizioni, l'operazione ebbe un andamento più lento del previsto. Il primo bandito ad arrendersi fu Gaetano Ferrarello, un uomo alto, anziano, con una lunga barba, molto orgoglio e dotato di una certa nobiltà d'animo [...] scopo dell'azione non era semplicemente la resa dei banditi, ma anche la loro umiliazione: "Volevo dare alle popolazioni la tangibile prova della viltà della malvivenza", scrisse Mori nelle sue memorie. Non si doveva sparare: i banditi dovevano essere privati dell'onore di una resistenza armata [...] (prosegue Mori) ma io avevo un'idea diversa. Dissi ai miei uomini di entrare nelle case dei criminali, dormire nei loro letti, bere il loro vino, mangiare le loro galline, uccidere il loro bestiame e venderne la carne ai contadini della zona a prezzo ridotto". Fu dato ordine di prendere ostaggi [...] sembra che gli obiettivi principali siano stati donne e bambini. Che le donne siano state maltrattate, come affermarono in seguito critici di Mori, non è certo. Sarebbe stato indubbiamente conforme allo spirito, se non alla lettera dell'impresa, perché scopo della cattura di ostaggi era far leva sul senso dell'onore dell'uomo nei confronti della moglie e della famiglia...".da Il "prefetto di ferro" estratto da scritto di Duggan
  6. da Il "prefetto di ferro"
  7. scritto di Leonardo Sciascia
  8. "E, infatti, un western siciliano più che un'indagine storica sulla mafia, vicino a Sergio Leone più che a Francesco Rosi"da recensione dell'omonimo film tratto dal libro su Repubblica
  9. Template:cita libro
  10. da Il "prefetto di ferro"
  11. approfondire su Mafia e Fascismo L'operazione incompiuta del prefetto Mori a firma di Davide Caracciolo
  12. Il "prefetto di ferro"
  13. da il ilduce.net
  14. da il ilduce.netovvero vi é l'ammissione dell'inefficienza dell'azione di Mori proprio dagli attuali ammiratori del cosidetto duce
  15. critica Il prefetto di ferro di Giovanni Grazzini
  16. approfondire su Mafia e Fascismo - L'operazione incompiuta del prefetto Mori a firma di Davide Caracciolo
  17. Il "prefetto di ferro"
  18. da articolo di Giovanni Grazzini Il Corriere della Sera, 2 ottobre 1977
  19. da recensione libro
  20. da ilduce.net
  21. scheda Libro
  22. Analisi strategica L’analista strategico l’analista operativo
  23. Arma " [...] Le statistiche testimoniavano il crollo di reati come abigeati, rapine, estorsioni, omicidi, danneggiamenti ed incendi dolosi, ma i pezzi grossi restavano ancora in giro. E attuavano un disegno classico della mafia. Abbandonavano lo scontro frontale per scegliere la strada della connivenza, cercando di instaurare rapporti con i vertici del fascismo. Mori, alla fine, sarà promosso per essere rimosso quando i danni avrebbero potuto essere irreparabili per i mafiosi. La stessa politica della repressione poliziesca, per quanto efficiente, non aveva spostato di una virgola le condizioni sociali in cui stagnava la Sicilia ed alla fine il regime si accontentò del successo di facciata."
  24. l'autore é fra quelli accreduitai dal SISDE per i suoi lavori che spesso ne riportano stralci sul sito], Mauro Canali
  25. Foto di Vito Genovese con Salvatore Giuliano
  26. e lo stato.htm Il bandito Giuliano e lo stato
  27. "Ma Scamporino è anche il legale dei sindacati controllati da Cosa Nostra. In Sicilia, prima dello sbarco, le missioni degli agenti di Scamporino si avvalgono di una fitta rete di protezione mafiosa, che oltre a dare riparo e assistenza, fornisce loro ogni genere d’informazione di valore militare"da Italia Sociale
  28. da corsa infinita dei bersaglieri
  29. trombealvento "Un certo Ezio Taddei, livornese" Bersagliere un po' anarchico intervista al regista Pasquale Scimeca
  30. da Una storia di stragi e misteri di Giorgio Bongiovanni
  31. da Una storia di stragi e misteri di Giorgio Bongiovanni direttore di [1]=Antimafia 2000
  32. Luigi Cipriani (1940 – 5 settembre 1992) è stato un attivista italiano. Fu una figura della sinistra operaia, membro dal 1969 del CUB Comitati Unitari di Base della Pirelli Bicocca, fondato nel 1968, aderì a Avanguardia Operaia (AO), successivamente a Democrazia Proletaria (DP).. Eletto nel 1987, nella X legislatura, nelle liste di Democrazia Proletaria (DP), al Parlamento Nazionale. Fu membro della Commissione stragi della X Legislatura. Morì di morte naturale il 5 settembre 1992. In suo nome nel 1994 è stata costituita la Fondazione Luigi Cipriani.
  33. da corsainfinita le rivolte siciliane
  34. l'autore e fra quelli accreditati dal SISDE per i suoi lavori che spesso ne riportano stralci sul sito]
  35. "Dalle centinaia di documenti rinvenuti nel 1997 dallo storico Aldo Sabino Giannuli presso l'archivio dell'Ufficio Affari Riservati di Federico Umberto D'Amato (noto anche come archivio del Servizio informazioni e sicurezza, Sis), apprendiamo che negli anni 1944 - 1947 la banda di Salvatore Giuliano è direttamente collegata ai gruppi eversivi neofascisti, monarchici e antibolscevichi, in particolare romani e meridionali (cfr. Aldo Sabino Giannuli, Salvatore Giuliano, un bandito fascista, rivista Libertaria, anno 5, n. 4, ottobre - dicembre 2003, pp. 48 - 58). Sul tema, citiamo di seguito alcuni documenti:ecc.ecc.ecc.ecc.ecc."Documenti statunitensi e italiani sulla banda Giuliano, la XMas e il neofascismo in Sicilia di Giuseppe Casarrubea

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