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Antimilitarismo

Da Anarcopedia.

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Simbolo antimilitarista

L'antimilitarismo è una dottrina e un movimento sociale che avversa la guerra e quindi le istituzioni militari, il loro sviluppo e quanto concorra all’esaltazione e alla diffusione dello spirito militaristico. Per gli anarchici l’antimilitarismo ha una valenza particolare e rappresenta la prosecuzione della lotta alla gerarchia, all’autorità, allo Stato e ad ogni forma di dominio e discriminazione.


Indice

[modifica] Considerazioni generali sull’antimilitarismo

Manifesto degli Antimilitaristi Anarchici, Carrara 1977

Gli eserciti si costituirono come forza repressiva atta alla difesa e alla protezione delle classi dominanti e dello Stato. Nel corso del tempo, in contrapposizione alle istituzioni militari, si svilupparono pensieri e movimenti antimilitaristi.

Uno degli avvenimenti cruciali della storia antimilitarista si realizzò il 30 ottobre 1911, quando il muratore anarchico Augusto Masetti, al momento di partire per limpresa imperialistica italiana Libia, nel piazzale della caserma Cialdini di Bologna, in un atto estremo di "insubordinazione con vie di fatto verso superiore ufficiale", sparò, ferendolo leggermente, al colonello Stroppa (il colonnello stava istigando i militari all’odio verso il popolo libico). [Questo fatto insieme a quello di Antonio Moroni - arrestato per le sue idee antimilitariste - determinò l’insurrezione della cosidetta settimana rossa].

Particolarmente “effervescente” fu il movimento che si oppose alla I Guerra mondiale. Nell’agosto del 1917 si ebbero moti operai antimilitaristici a Torino, ammutinamenti di truppe in Francia, scioperi a Berlino (1918) e in altre città tedesche. In Gran Bretagna gli obiettori di coscienza furono trattati duramente, il filosofo Bertrand Russell fu allontanato dall’insegnamento presso il College di Oxford (1916) e successivamente arrestato (1918) sempre per propaganda pacifista e per il favore all’obiezione di coscienza antimilitaristica.

Alla fine si dovette riconoscere a questi obiettori il diritto di rifiutarsi di vestire la divisa, anche se questo elementare diritto non viene riconosciuto, ancora oggi, in tutti i paesi del mondo.

Molto scalpore hanno fatto le vicende legate all’obiettore di coscienza anarchico turco Mehmet Tarhan, arrestato, e successivamente rilasciato grazie alle mobilitazioni internazionali dei libertari di tutto il mondo, per aver semplicemente ascoltato la propria coscienza anziché le leggi dello stato turco.

L’antimilitarismo può avere motivazioni politiche, religiose, filosofiche ecc. ma è nell’anarchismo che però acquista il suo maggior significato.

[modifica] L’antimilitarismo anarchico


Capitolo estratto da da contropotere


Per antimilitarismo in genere si intende la contrarietà etica (individuale) e politica (collettiva) all’istituzione militare e all’esercito. A questo punto bisognerebbe chiedersi se esista o meno una specificità anarchica di questo rifiuto della divisa e conseguentemente alla prima domanda se anche il movimento anarchico in genere sia unanime o si differenzi ulteriormente.

Mehmet Tarhan, antimilitarista e anarchico turco

Iniziamo subito dalle affermazioni di principio e dai distinguo. Il movimento anarchico non ha mai avuto la pretesa di monopolizzare ideologicamente l’antimilitarismo, ma ha sempre voluto attribuirgli una valenza particolare, in qualche modo di specificità propria che lo contraddistinguesse da tutti gli altri antimilitarismi.

Sembra, di primo acchito, una pretesa di superiorità boriosa di un gruppo di “duri e puri”.

La realtà, a nostro avviso, è ben altra, e cioè che l’antimilitarismo senza una lotta che metta in discussione l’esistenza stessa dello Stato, delle istituzioni e del sistema di sfruttamento capitalistico, potrebbe risultare monco.

Se è vero, infatti, che ciò che configura da un punto di vista giuridico il potere statale è l’uso legale della forza all’interno di un territorio dato, è chiaro che per difendere l’ordinamento vigente, il Potere si attrezzi con gli strumenti più conseguenti: la polizia, i carabinieri, l’esercito, i tribunali, le carceri e così via. Sarebbe troppo lungo dilungarsi, ma è evidente che il Potere si conforma ai livelli che lo scontro di classe, le culture ed i movimenti sociali e comunicativi esprimono in dato momento storico: tanto per fare un esempio si può supporre che il sistema penale medioevale fosse abbastanza differente da quello attuale, senza togliere nulla alle nefandezze del presente. Ricordiamo inoltre che non abbiamo per nulla una visione statica della storia e che pertanto, quando parliamo di momenti storici, pensiamo sempre ad una loro periodizzazione e contestualizzazione.

Chi ha un po’ di memoria storica, sa che tutti gli eserciti nascono con una duplice finalità: di repressione e di controllo interno (entità statuale genericamente definita dall’età moderna) e di repressione e di controllo dell’integrità territoriale di fronte ai nuovi o vecchi nemici. Tutte le più grandi repressioni antipopolari della storia sono state condotte dagli eserciti dei propri paesi e, quand’anche fosse stata fatta da un qualsiasi ‘invasore’, non è mai mancata l’attiva collaborazione delle forze patrie.

L’esercito, quindi, in base a questa funzione duale (interna ed esterna) non è mai stato scisso dal Potere che ad esso si accomunava e sorreggeva. Ecco perché non può bastarci un generico rifiuto dell’Istituzione militare senza che ad essa si accompagni un altrettanto serrata critica del potere statuale e delle sue diramazioni.

Siamo, secondariamente, abituati a sceglierci i nemici e gli amici senza che alcuno, al di sopra, ce lo imponga: non è la collocazione geo-politico-natale di una persona che ci interessa, ma cosa questa fa in quel luogo. O per meglio dire, se essa sfrutta o non sfrutta altri esseri umani, animali o vegetali, cosa ne pensa dell’omosessualità, dell’infibulazione, dell’autorganizzazione e così via.

Per quanto riguarda il postulato della repressione interna, essendo noi selvaggiamente ribelli alle cose esistenti, non possiamo che essere contrari a uomini e donne in divisa istituiti ed istruiti a farci accettare le cose così come stanno.

Per quanto concerne, invece, il secondo postulato, ci sembra più che ovvio che non accetteremo mai che uno ci dica che una popolazione di 10, 20 o 100 milioni di abitanti è nostra nemica. Né accetteremo mai che il Potere, inviando a combattere dei ‘professionisti della morte su vasta scala’, ci liberi dal dovere etico e politico di insultarlo e combattero ogni qual volta questo accada (vedi guerra in Kossovo, Iraq, Afghanistan).

Forse adesso si capisce un po’ meglio cosa ci contraddistingue dal degnissimo antimilitarismo cristiano o da quello social-comunista.

Non possiamo credere infatti, che esistano guerre giuste o sante o che l’esercito possa servire a costruire uno Stato socialista, ma semmai ad affondare il socialismo e a salvare lo stato; non possiamo credere che esistano eserciti popolari, ma solo antipopolari o che le missioni sotto egida ONU siano delle missioni umanitarie, ma possiamo credere che siano soltanto delle forme di guerra sotto altro nome.

Possiamo, dunque, dirci pacifisti? Sì, a patto che a questo termine non vengano concesse deroghe di sorta: <<ricerca della pace sempre, ma lotta mai pacificata ad ogni forma di sfruttamento e di dominio>>.

[modifica] Bibliografia

Vedi: Testi: antimilitarismo

[modifica] Voci correlate

Citazioni sulla guerra

L’insurrezione antimilitarista del “non si parte!”

disobbedienza civile

[modifica] Collegamenti esterni

Rete Antimilitarista Anarchica

Rifiutarsi di uccidere-Sito web

Sito web che sostiene i giovani obiettori di coscienza israeliani

Cassa antimilitarista

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