Still working to recover. Please don't edit quite yet.

Antimilitarismo

From Anarchopedia
Jump to: navigation, search
Manifesto degli Antimilitaristi Anarchici, Carrara 1977
Simbolo antimilitarista

L'antimilitarismo è una dottrina ed un movimento sociale sfavorevole alla guerra e quindi le istituzioni militari, il loro sviluppo e quanto concorra all’esaltazione e alla diffusione dello spirito militaristico. Per gli anarchici l’antimilitarismo ha una valenza particolare e rappresenta il proseguimento della lotta alla gerarchia, all'autorità , allo Stato e ad ogni forma di dominio e discriminazione.

Per queste ragioni, quantunque la lotta antimilitarista possa avere motivazioni politiche, religiose, filosofiche ecc., è proprio nell'anarchismo e nell'opposizione ad ogni autorità  che essa acquisisce il suo maggior significato.


Nuvola apps xmag.png Per approfondire, vedi Militarismo.

Cenni storici sulla nascita del movimento antimilitarista[modifica]

Gli eserciti si costituirono come forza repressiva atta alla difesa e alla protezione delle classi dominanti e dello Stato. Nel tempo, in contrapposizione alle istituzioni militari, si svilupparono pensieri e movimenti antimilitaristi specialmente da parte dei movimenti rivoluzionari. Gli anarchici - dagli ultra-pacifisti come Lev Tolstoj e Voltairine de Cleyre passando sino a Malatesta, Bakunin e Luigi Bertoni, solo per fare alcuni esempi - sin dalla nascita del movimento si opposero al militarismo e alle sue nefaste conseguenze.

Ferdinand Domela Nieuwenhuis, anarchico olandese, fu il principale organizzatore del convegno di Amsterdam del 1904

Inizialmente prevalsero le idee pacifiste tolstojane, che si concretizzavano nell'opposizione alla guerra attraverso la disobbedienza civile. All'inizio del XX secolo, con il declino del pacifismo, ebbe a prevalere una nuovo concetto di antimilitarismo, fondato non sulla disobbedienza pacifica ma soprattutto sull'azione diretta, attraverso coniugazione di teoria e prassi spesso coordinate da specifiche organizzazioni. Fu così che, a partire dai congressi antimilitaristi di Amsterdam del 1904 e del 1907, prese forma in Europa un movimento strutturato (si veda Associazione Internazionale Antimilitarista) che intendeva opporsi alla guerra e alle nefaste logiche del militarismo. Nella circolare di convocazione del convegno di Amsterdam del 1904 redatta dal gruppo anarchico olandese di Hilversum si legge:

«Non basta debilitare il militarismo bisogna combatterlo, eliminarlo. Perciò si è convocato il Congresso Antimilitarista di Amsterdam.»

Anche in Italia, di cui si tratterà  con maggior riguardo nel successivo capitolo, presero forma molte organizzazioni antimilitariste e con loro nacquero tutta una serie di giornali, opuscoli, pamphlet, ecc. che portarono avanti con fervore una intensa campagna antimilitarista e contro la guerra.

Bart de Ligt, anarchico, pacifista ed antimilitarista

Il dibattito che si sviluppò nei circoli e nei giornali libertari riguardava i metodi in cui manifestare l'idea antimilitarista, se con la diserzione o con la propaganda sin dentro le fila dell'esercito stesso.

Con lo scoppio della grande guerra (1914-1918), tutta l'Europa fu attraversata da manifestazioni, spesso anche violente, contro la guerra ed in favore dell'internazionalismo. Gli anarchici, se si esclude la minoranza che firmò il Manifesto dei Sedici, furono tra i più coerenti nemici della guerra, mentre molti compagni del variegato mondo della sinistra portarono alla luce tendenze nazionalistiche che evidentemente covava già  dentro loro.

Molti nemici della guerra, chiamati alle armi, scelsero la diserzione oppure fecero pubblica dichiarazione di opposizione alla guerra, come per esempio il filosofo inglese Bertrand Russell, la cui propaganda pacifista ed in favore all'obiezione di coscienza antimilitaristica gli costò prima l'allontanamento dall'insegnamento all'Università  di Oxford (1916) e poi l'arresto (1918).

Con la fine della guerra il movimento sembrò spegnersi, anche se personaggi come Bart de Ligt proseguirono imperterriti nelle loro campagne contro il militarismo, salvo poi riprendere un pò vigore allo scoppio della seconda guerra mondiale, a cui alcuni scelsero di opporvisi pubblicamente e coraggiosamente, e maggiormente negli anni '60 e '70 in contrasto alla guerra in Vietnam e ad altre guerre imperialistiche.

Grazie a queste battaglie, oggi giorno in quasi tutto il mondo è riconosciuto il diritto a rifiutarsi di svolgere il servizio militare, anche se questa elementare libertà  è ancora assente in diversi paesi (Grecia, Turchia, Israele, Cile, ecc.), dove però al contempo si è sviluppato un forte movimento antimilitarista: si pensi ai Refusnik israeliani, molti dei quali si dichiarano anarchici, e agli antimilitaristi turchi, del quale si parlò a lungo anche nei media in seguito alle vicende legate all'obiettore di coscienza anarchico turco Mehmet Tarhan, arrestato e successivamente rilasciato, dopo le mobilitazioni internazionali dei libertari di tutto il mondo. Tutti gli antimilitaristi sono sempre più convinti che «senza esercito, senza soldati, senza gente che faccia il mestiere di esercitare la violenza sui propri simili non è possibile il permanere di alcun privilegio, sia politico che economico» e perché «chi combatte il militarismo combatte il sistema dell'autorità  dell'uomo sull'uomo... essendo il militarismo la forma e la esplicazione più odiosa della violenza autoritaria e il primo nemico della libertà ».[1]

L'antimilitarismo in Italia[modifica]

In Italia il movimento antimilitarista emerse all'inizio del XX secolo parallelamente alla diffusione capillare del socialismo e del sindacalismo rivoluzionario. Il convegno antimilitarista di Amsterdam del 1904 ebbe una vasta eco anche nella penisola, tant'è che Maria Rygier tre anni dopo fondò la «Sezione dell'Alleanza Internazionale Antimilitarista» che era dotata anche di un foglio propagandistico denominato Rompete le file. [2]

Rompete le file, giornale antimilitarista di tendenza anarchica

La dialettica interna al movimento antimilitarista italiano si concentrò sull'atteggiamento da avere nei confronti della coscrizione obbligatoria, ovvero se si dovesse propendere verso la diserzione oppure se il servizio militare dovesse essere sfruttato per diffondere propaganda antimilitarista e rivoluzionaria direttamente nel cuore dell'esercito. Per esempio, l'anarco-sindacalista Alberto Meschi, attivo nell'Unione Sindacale Italiana (USI), svolse il servizio militare propagandando le proprie idee antiautoritarie, mentre gli anarchici individualisti generalmente optarono per la diserzione. Diversa la posizione di Malatesta, che nei suoi scritti antimilitaristi [3] non appoggiò espressamente nè gli nè gli altri, optando per la libera scelta di ogni individualità  in funzione anche del momento storico.

Michele Schirru, futuro attentatore del Duce, partecipò ai moti antimilitaristi di Torino del 1917.

Uno degli anarchici italiani più attivi nell'ambito antimilitarista dell'inizio del '900 fu l'anarchico italo-svizzero Luigi Bertoni. La sua attività  fu, a dire il vero, particolarmente concentrata nella Svizzera italiana, lavorando per esempio alla realizzazione del congresso antimilitarista di Bienne (Svizzera) del 1909.

Le vicende legate alla guerra italo-libica del 1911 (si veda caso dell'anarchico Augusto Masetti)[4] provocarono la rottura tra gli antimilitaristi internazionalisti e i soreliani, nei quali erano venuti alla luce ambiguità  nazionalistiche ovviamente mal sopportate dall'antimilitarismo anarchico. In seguito, allo scoppio della prima guerra mondiale, insorsero nuove divisioni nei diversi ambienti della sinistra, legati alle differenti posizioni assunte rispetto all'opportunità  o meno dell'Italia di entrare in guerra. L'Unione Sindacale Italiana, dopo il congresso del 13-14 settembre 1914 e il discorso interventista di Alceste De Ambris subì una drammatica divisione in seguito all'espulsione della minoranza interventista, la cui mozione era stata respinta in favore di quella contro la guerra firmata da Armando Borghi, Niccolini, Pace e Carlo Nencini. Nell'ambito di questi eventi, Maria Rygier, che nel frattempo aveva aderito alla massoneria (così come molti di quei membri dell'USI che divennero improvvisamente interventisti) ed era diventata un agente provocatore, si pose a capofila degli interventisti con l'obiettivo di creare scompiglio tra i socialisti ed agevolare così l'entrata dell'Italia in guerra. [5]

Il movimento italiano contro la guerra fu egemonizzato dai socialisti e soprattutto dagli anarchici, tra i quali si distinsero Errico Malatesta, Leda Rafanelli, Torquato Gobbi, Virgilia D'Andrea, Armando Borghi e il giovanissimo Camillo Berneri, che nel 1914 tentò di dar vita senza successo all'«Unione Studentesca Antimilitarista». Quasi tutti gli anarchici italiano si schierarono contro l'interventismo e contro il Manifesto dei sedici firmato da celebri anarchici come Kropotkin e Grave, anche se il convegno anarchico di Pisa (gennaio 1915) se ne uscì con il motto ambiguo : «né aderire né sabotare».[6]

Lilian Wolfe (col giornale in mano) e Maria Luisa Berneri, due donne anarchiche e antimilitariste
«In Italia - scriveva Luigi Molinari nell'ottobre 1914 - si pubblicano oggi tre fogli anarchici con regolare periodicità  settimanale: Volontà  di Ancona, Il Libertario di La Spezia, L'Avvenire Anarchico di Pisa. Ora dei tre giornali riportati nessuno è favorevole alla guerra. La rivista L'Università  Popolare che io pubblico a Milano, è perfettamente d'accordo con i giornali di cui sopra. V'è di più: Luigi Fabbri che fu per alcuni anni redattore della rivista Il Pensieroe che oggi, esule a Lugano, continua la sua missione di pubblicista libertario, ha mandato all'Internazionale una splendida dichiarazione conforme alle nostre idee. I due maggiori giornali anarchici che si pubblicano in lingua italiana negli Stati Uniti d'America, uno la Cronaca Sovversiva di Lynn. Mass., della quale è redattore Galleani e l'altro L'Era Nuova di Paterson, sono furenti contro la guerra. Il Risveglio, del quale (oggi) si pubblica solo l'edizione francese per l'esodo dei lavoratori italiani della Svizzera ... è perfettamente d'accordo.»[7]

Il 25 febbraio 1915 si svolse a Reggio Emilia una partecipata manifestazione contro la guerra, che terminò con la violenta repressione dei manifestanti e la morte di due d loro: Mario Baricchi e Fermo Angioletti.[8] Nell' agosto del 1916, si tenne a Ravenna un Convegno anarchico clandestino contro la guerra, in cui si pensò di dar vita ad un Comitato di Azione Anarchica formato da Temistocle Monticelli, Pasquale Binazzi, Torquato Gobbi, Gregorio Benvenuti e Virgilio Mazzoni. Nell'agosto del 1917 le attività  antimilitariste sfociarono a Torino nei moti operai antimilitaristici.

Le conseguenze delle attività  antimilitariste proseguirono anche dopo la fine della guerra, come per esempio ad Ancona nel 1920, quando i bersaglieri della caserma Villarey, incitati dagli anarchici, si ribellarono agli ordini superiori (era prevista una partenza vero l'Albania).

In seguito l'antimilitarismo, specialmente quello di matrice anarchica, è entrato in una fase di declino, seppur esso si manifestò improvvisamente in Sicilia durante insurrezione antimilitarista del “non si parte!” (1945) o nel movimento di obiezione di coscienza al servizio militare degli anni '60 e '70.

Più recentemente sono stati organizzati diversi Convegni Antimilitaristi, per esempio a Genova (2005), Trento (2009), Bergamo (2010) ed altri. Da segnalare anche la nascita della Rete Antimilitarista.

L'antimilitarismo anarchico[modifica]

Per antimilitarismo in genere si intende la contrarietà  etica (individuale) e politica (collettiva) all’istituzione militare e all’esercito. A questo punto bisognerebbe chiedersi se esista o meno una specificità  anarchica di questo rifiuto della divisa e conseguentemente alla prima domanda se anche il movimento anarchico in genere sia unanime o si differenzi ulteriormente.

Mehmet Tarhan, antimilitarista e anarchico turco
Boris Vian, musicista anarchico e antimilitarista autore della celebre Le deserteur

Iniziamo subito dalle affermazioni di principio e dai distinguo. Il movimento anarchico non ha mai avuto la pretesa di monopolizzare ideologicamente l’antimilitarismo, ma ha sempre voluto attribuirgli una valenza particolare, in qualche modo di specificità  propria che lo contraddistinguesse da tutti gli altri antimilitarismi.

Sembra, di primo acchito, una pretesa di superiorità  boriosa di un gruppo di “duri e puri”.

La realtà , a nostro avviso, è ben altra, e cioè che l’antimilitarismo senza una lotta che metta in discussione l’esistenza stessa dello Stato, delle istituzioni e del sistema di sfruttamento capitalistico, potrebbe risultare monco.

Alberto Meschi, anarcosindacalista antimilitarista dell'USI

Se è vero, infatti, che ciò che configura da un punto di vista giuridico il potere statale è l’uso legale della forza all’interno di un territorio dato, è chiaro che per difendere l’ordinamento vigente, il Potere si attrezzi con gli strumenti più conseguenti: la polizia, i carabinieri, l’esercito, i tribunali, le carceri e così via. Sarebbe troppo lungo dilungarsi, ma è evidente che il Potere si conforma ai livelli che lo scontro di classe, le culture ed i movimenti sociali e comunicativi esprimono in dato momento storico: tanto per fare un esempio si può supporre che il sistema penale medioevale fosse abbastanza differente da quello attuale, senza togliere nulla alle nefandezze del presente. Ricordiamo inoltre che non abbiamo per nulla una visione statica della storia e che pertanto, quando parliamo di momenti storici, pensiamo sempre ad una loro periodizzazione e contestualizzazione.

Chi ha un po’ di memoria storica, sa che tutti gli eserciti nascono con una duplice finalità : di repressione e di controllo interno (entità  statuale genericamente definita dall'età  moderna) e di repressione e di controllo dell’integrità  territoriale di fronte ai nuovi o vecchi nemici. Tutte le più grandi repressioni antipopolari della storia sono state condotte dagli eserciti dei propri paesi e, quand’anche fosse stata fatta da un qualsiasi ‘invasore’, non è mai mancata l’attiva collaborazione delle forze patrie.

L’esercito, quindi, in base a questa funzione duale (interna ed esterna) non è mai stato scisso dal Potere che ad esso si accomunava e sorreggeva. Ecco perché non può bastarci un generico rifiuto dell'Istituzione militare senza che ad essa si accompagni un altrettanto serrata critica del potere statuale e delle sue diramazioni.

Siamo, secondariamente, abituati a sceglierci i nemici e gli amici senza che alcuno, al di sopra, ce lo imponga: non è la collocazione geo-politico-natale di una persona che ci interessa, ma cosa questa fa in quel luogo. O per meglio dire, se essa sfrutta o non sfrutta altri esseri umani, animali o vegetali, cosa ne pensa dell'omosessualità , dell'infibulazione, dell'autorganizzazione e così via.

Per quanto riguarda il postulato della repressione interna, essendo noi selvaggiamente ribelli alle cose esistenti, non possiamo che essere contrari a uomini e donne in divisa istituiti ed istruiti a farci accettare le cose così come stanno.

Per quanto concerne, invece, il secondo postulato, ci sembra più che ovvio che non accetteremo mai che uno ci dica che una popolazione di 10, 20 o 100 milioni di abitanti è nostra nemica. Né accetteremo mai che il Potere, inviando a combattere dei ‘professionisti della morte su vasta scala’, ci liberi dal dovere etico e politico di insultarlo e combatterò ogni qual volta questo accada (vedi guerra in Kosovo, Iraq, Afghanistan).

Forse adesso si capisce un po’ meglio cosa ci contraddistingue dal degnissimo antimilitarismo cristiano o da quello social-comunista.

Non possiamo credere infatti, che esistano guerre giuste o sante o che l’esercito possa servire a costruire uno Stato socialista, ma semmai ad affondare il socialismo e a salvare lo stato; non possiamo credere che esistano eserciti popolari, ma solo antipopolari o che le missioni sotto egida ONU siano delle missioni umanitarie, ma possiamo credere che siano soltanto delle forme di guerra sotto altro nome.

Possiamo, dunque, dirci pacifisti? Sì, a patto che a questo termine non vengano concesse deroghe di sorta: «ricerca della pace sempre, ma lotta mai pacificata ad ogni forma di sfruttamento e di dominio».[9]

Pacifismo, antimilitarismo e anarchia[modifica]

Madeleine Vernet, pacifista ed antimilitarista francese

Pacifismo e antimilitarismo non sono necessariamente sinonimi, infatti mentre per forza di cose i veri pacifisti sono anche antimilitaristi, questi non necessariamente devono essere pacifisti.

Tutti gli anarchici non possono che essere antimilitaristi, perché tutti gli anarchici rifiutano l’autoritarismo, la gerarchia militare e l’uso degli eserciti come strumento di repressione o di sostegno al capitale. Tutti gli anarchici odiano la violenza ed auspicano una società  pacifica ed egualitaria, alcuni però pensano che per giungere a questo fine si possa anche utilizzare una violenza misurata e proporzionale, i pacifisti invece ritengono che una società  giusta e pacifica possa costituirsi solo con l’utilizzo di mezzi non violenti. In ogni caso i pacifisti non possono che essere antimilitaristi visto che il pacifismo è:

« Movimento, tendenza di chi mira a risolvere le vertenze fra gli stati non con la guerra ma con trattative o arbitrati internazionali»
«Movimento internazionale che tende a mantenere la pace tra i popoli».
«Dottrina che propone l'abolizione della guerra»
«Movimento ispirato all'idea di bandire la guerra come strumento per la soluzione delle vertenze internazionali». [10]

Volutamente in malafede, spesso i media utilizzano strumentalmente i due termini come fossero sinonimi, di modo che un antimilitarista non pacifista possa essere bollato come incoerente e ipocrita. In realtà  l’ipocrisia sta in chi, orwellianamente, si definisce pacifista ma anche militarista e che sostiene le fantomatiche operazioni militari di pace («la guerra è pace» [11]).

L'antimilitarismo è semplicemente uno dei mezzi attraverso cui è possibile realizzare quella società  pacifica e giusta cui tutti gli anarchici auspicano.

Letteratura antimilitarista[modifica]

Il buon soldato Sc'vèik di Jaroslav Hasek nell'illustrazione originale di Josef Lada,.

Lo scoppio delle guerre, soprattutto dalla fine dell'800 in poi, ha spesso portato con sè come corollario alla pubblicazione di numerose opere letterarie di denuncia della guerra come atto criminale e anti-umano. Probabilmente il primo ad impegnarsi in questo genere di letteratura fu Lev Tolstoj con i Racconti di Sebastopoli, pubblicati nel 1855 dopo la sua esperienza all'assedio di Sebastopoli. Questo e altri scritti minori[12] influenzarono lo sviluppo del primo movimento antimilitarista, che come detto ebbe un impronta sostanzialmente pacifista. In Italia in questo filone si inserisce Una nobile follia (1866) di Iginio Tarchetti, che narra le vicende di Filippo Sporta, costretto a lasciare la propria famiglia e il proprio paese per essere inviato come soldato di leva nella Campagna di Crimea[13] dove per legittima difesa ucciderà  un soldato dell'esercito russo. Questo fatto gli sconvolgerà  la vita. Tarchetti rimase voce isolata ed i pochi intellettuali che lo seguirono nella denuncia della follia militarista furono Cletto Arrighi e Felice Cavallotti, due scrittori per lo più ancora oggi ignorati dalla storiografia "ufficiale".

Lo scoppio della grande guerra (1914-1918) portò con sè successivamente alla pubblicazione di veri e propri capolavori della letteratura in genere e dell'antimilitarismo nello specifico[14], si va dal satirico Il buon soldato Sc'vèik di Jaroslav Hasek a Un anno sull'altipiano di Emilio Lussu, da Addio alle armi di Ernest Hemingway a Nelle tempeste d'acciaio di di Ernst Jünger, per finire con Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, La paura e altri racconti della grande guerra di Federico de Roberto e tanti altri.

Opere relativamente più recenti che meritano una citazione sono Una donna di Ragusa (che in realtà  non è un romanzo ma un'autobiografia) di Maria Occhipinti, Mattatoio n° 5 o La crociata dei Bambini di Kurt Vonnegut e il poco conosciuto Stelline stellette di Pino Olivieri.

Note[modifica]

  1. L'antimilitarismo anarchico: alcuni cenni storici
  2. Berneri, un anarquista iatliano: El antimilitarismo anarquista frente a la guerra. La posicion internacionalista de Cammilo Berneri, pag 77
  3. Errico Malatesta, Scritti antimilitaristi, Segno Libero, 1984
  4. Il 30 ottobre 1911, il muratore anarchico Augusto Masetti, al momento di partire per l’impresa imperialistica italiana Libia, nel piazzale della caserma Cialdini di Bologna, in un atto estremo di «insubordinazione con vie di fatto verso superiore ufficiale», sparò, ferendolo leggermente, al colonnello Stroppa (il colonnello stava istigando i militari all'odio verso il popolo libico). [Questo fatto insieme a quello di Antonio Moroni - arrestato per le sue idee antimilitariste - determinò l’insurrezione della cosiddetta settimana rossa].
  5. Un agente provocatore massonico: Maria Rygier, pag 10-11
  6. Gino Cerrito, L'antimilitarismo anarchico in Italia, pag 52, edizione RL, Pistoia, 1968
  7. Gino Cerrito, L'antimilitarismo anarchico in Italia, pag 41, edizione RL, Pistoia, 1968
  8. La manifestazione contro la guerra del 25 febbraio 1915 a Reggio Emilia
  9. Articolo clonato da "contropotere"
  10. Che cosa è il pacifismo? Una guida per capire
  11. Uno dei tre slogan che compaiono in 1984 di Orwell
  12. Es. Lettera agli italiani, pubblicata solo molti anni dopo contro la guerra italo-abissina e nel Lettera agli svedesi (1899) sulla renitenza alla leva.
  13. Guerra di Crimea
  14. Ovviamente esistono anche una moltitudine di saggi e scritti vari che raccontano l'orrore e l'assurdità  di quella guerra. Per approfondimenti si veda: Libri sull'antimilitarismo

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]

Siti web[modifica]

Opere ed opuscoli[modifica]