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Voltaire

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Voltaire
François-Marie Arouet (Parigi, 21 novembre 1694 – Parigi, 30 maggio 1778), conosciuto con lo pseudonimo di Voltaire (16941778), è stato un filosofo, scrittore, drammaturgo e poeta francese.
«Dichiariamolo apertamente noi che non siamo preti e che non li temiamo: la culla della Chiesa nascente è circondata solo da imposture. È una sequela ininterrotta di libri assurdi sotto nomi supposti». (da L'affermazione del cristianesimo, ed. Procaccini, Napoli 1988, p. 88)

Il nome da lui cambiato nel 1717 in Voltaire starebbe a significare:

  • l'anagramma di Arouet LJ (le jeune, il giovane) in lettere arcaiche in cui J si scriveva I e U si scriveva V, AROVET LI diventa VOLTAIRE
  • il nome di un piccolo feudo posseduto dalla madre.

Biografia[modifica]

Nacque il 21 novembre 1694 a Parigi. Di formazione umanistica proveniente da una ricca famiglia borghese, studiò presso i giansenisti ed i gesuiti del rinomato collegio Louis-le-Grand e venne introdotto giovanissimo nella "Societé du Temple", noto cenacolo di Parigi ad orientamento libertino. Il successo della rappresentazione della sua prima tragedia, Edipo/Oedipe (1718), lo rese celebre ed apprezzato.

Fu imprigionato due volte (1717-1718 e nel 1726) alla Bastiglia, a causa (la prima volta) dell'irriverenza espressa in versi nei confronti del reggente. Con la pubblicazione del poema La Ligue del 1723, scritto durante la prigionia, ottenne l'assegnazione di una pensione da parte del re. L'opera verrà  pubblicata nuovamente col titolo di Enriade nel 1728.

Fu esiliato in Gran Bretagna (1726-1729) dove, con la conoscenza di uomini di cultura democratica, scrittori e filosofi come Robert Walpole, Jonathan Swift, Alexander Pope e George Berkeley, maturò idee illuministe contrarie all'assolutismo feudale della Francia. In Gran Bretagna scrisse Lettere sugli inglesi (o Lettere filosofiche), per la quale venne di nuovo condannato, essendo stata un'opera di riferimento contro il vecchio regime.

Ancora esule in Lorena (a causa dell'opera Storia di Carlo XII del 1731), scrisse le tragedie Bruto e La morte di Cesare, cui seguirono Maometto e Merope, il trattato Gli elementi della filosofia di Newton oltre all'opera storiografica Il secolo di Luigi XIV. Grazie al riavvicinamento con la corte, favorito da Madame de Pompadour, nel 1746 fu nominato storiografo e membro dell'Académie Française. Dal 1749 al 1752 soggiornò a Berlino, a Ginevra, e nel 1755 a Losanna presso il castello di Ferney. È di questo periodo la stesura della tragedia Oreste (1750), considerata una delle opere minori del teatro di Voltaire.

Ormai ricco e famoso, divenne un punto di riferimento per tutta l'Europa illuminista. Entrò in polemica coi cattolici per la parodia di Giovanna d'Arco in La pulzella d'Orléans, ed espresse le sue posizioni in Candido ovvero l'ottimismo (1759), in cui polemizzò con l'ottimismo di Gottfried Leibniz. Il romanzo rimane l'espressione letteraria più riuscita del suo pensiero, contrario ad ogni provvidenzialismo o fatalismo. Da qui iniziò un'accanita polemica contro la superstizione ed il fanatismo a favore di una maggiore tolleranza e giustizia.

A tal proposito scrisse il Trattato sulla tolleranza (1763) ed il Dizionario filosofico (1764). Tra le altre opere, i racconti Zadig (1747), Micromega (1752), L'uomo dai quaranta scudi (1767). Le opere teatrali Zaira (1732), Alzira (1736), Merope (1743), oltre il poema Poema sul disastro di Lisbona (1756). Ed infine, le importanti opere storiografiche Il secolo di Luigi XIV (1751) ed il Saggio sui costumi e sullo spirito delle nazioni (1756).

Nella sua ultima opera filosofica, Le philosophe ignorant (1766), Voltaire insistette sulla limitazione della libertà  umana, che non consiste mai nell'assenza di qualsiasi motivo o determinazione.

I suoi resti riposano al Panthéon (Parigi) dove sono stati trasportati dopo la Rivoluzione francese. Malgrado il trionfo, alla morte (30 maggio 1778) gli fu negata la sepoltura ecclesiastica.

Il pensiero e le opere[modifica]

Tra le esperienze più significative del Voltaire intellettuale sono certamente da annoverare i viaggi, quello in Olanda e soprattutto quello in Inghilterra; qui il giovane parigino vide praticare attivamente la tolleranza religiosa e la libertà  di espressione di idee politiche, filosofiche e scientifiche. Al suo spirito insofferente di ogni repressione assolutistica e clericale (anche perché reduce dall'esperienza nelle rigide scuole dei gesuiti ) l'Inghilterra appare come il simbolo di una forma di vita illuminata e libera.

Immerso nello studio della cultura anglosassone, Voltaire rimane accecato dalle luminose e rivoluzionarie dottrine scientifiche di Newton e dal deismo e dall'empirismo di Locke. Egli trae, da questo incontro con la filosofia inglese, il concetto di una scienza concepita su base sperimentale intesa come determinazione delle leggi dei fenomeni e il concetto di una filosofia intesa come analisi e critica dell'esperienza umana nei vari campi. Nacquero così le Lettres sur les anglais o Lettres philosophiques (1734) che contribuirono ad allargare l'orizzonte razionale europeo ma che gli attirarono addosso i fulmini delle persecuzioni.

Le Lettres vengono condannate, per quanto riguarda i princìpi religiosi, da coloro che sostenevano la necessità  politica dell'unità  di culto; dal punto di vista politico, esse, esaltando l'onorabilità  del commercio e la libertà , si opponevano spudoratamente al tradizionalistico regime francese, e dal lato filosofico, in nome dell'empirismo, tentavano di svincolare la ricerca scientifica dall'antica subordinazione alla verità  religiosa. Il programma filosofico di Voltaire si delineerà  in maniera più precisa successivamente con il Traitè de metaphisique (1734), la Metaphisique de Newton (1740), Remarques sur les pensees de Pascal (1742), il Dictionaire philosophique (1764), il Philosophe ignorant (1766), per citare i più importanti.

Il problema che Voltaire principalmente si pone è l'esistenza di Dio, conoscenza fondamentale per giungere ad una giusta nozione dell' uomo. Egli vede la prova dell'esistenza di Dio nell'ordine superiore dell'universo, infatti così come ogni opera dimostra un artefice, Dio esiste come autore del mondo e, se si vuole dare una causa all'esistenza degli esseri, si deve ammettere che sussiste un essere creatore. Dunque Dio esiste e sebbene si trovino in questa opinione molte difficoltà , le difficoltà  che si oppongono all'opinione contraria sono ancora maggiori. Aveva contribuito a queste sue convinzioni lo studio di Newton, la cui scienza pur rimanendo estranea, in quanto filosofia matematica, alla ricerca delle cause, risulta strettamente connessa alla metafisica teistica, implicando una razionale credenza in un essere supremo. Voltaire crede in un Dio che unifica, Dio di tutti gli uomini: universale come la ragione, Dio è di tutti.

Uno dei suoi maggior nemici fu la Chiesa cattolica (che lui chiama «l'infame»), egli infatti tenta di demolire il cattolicesimo per proclamare la validità  della religione naturale. La sua fede nei principi della morale naturale mira ad unire spiritualmente gli uomini al di là  delle differenze di costumi e di usanze. Proclama quindi la tolleranza contro il fanatismo e la superstizione (che stanno alla religione come l'astrologia alla astronomia) nel Trattato sulla tolleranza (1763). Per liberare le religioni positive da queste piaghe è necessario trasformare tali culti, compreso il cristianesimo, nella religione naturale, lasciando cadere il loro patrimonio dogmatico e facendo ricorso all'azione illuminatrice della ragione.

Dal cristianesimo Voltaire accetta l'insegnamento morale, ovvero la semplicità , l'umanità , la carità , e ritiene che voler ridurre questa dottrina alla metafisica significa farne una fonte di errori. Più volte infatti il parigino, elogiando la dottrina cristiana predicata da Cristo e dai suoi discepoli, addebiterà  la degenerazione di questa in fanatismo, alla struttura che gli uomini, e non il Redentore, hanno dato alla chiesa. Il cristianesimo vissuto in maniera razionale, infatti, coincide con la legge di natura.

Voltaire porta avanti una doppia polemica, contro l'intolleranza e la sclericità  del cattolicesimo, e contro l'ateismo e il materialismo. Egli dirà  che «l'ateismo non si oppone ai delitti ma il fanatismo spinge a commetterli», anche se concluderà  poi che essendo l'ateismo quasi sempre fatale alle virtù, in una società  è più utile avere una religione, anche se fallace, che non averne nessuna.

Voltaire comunque si rifiuta di ammettere qualsiasi intervento di Dio nel mondo umano. Il Supremo ha solo avviato la macchina dell'universo, senza intervenire ulteriormente, dunque l'uomo è libero, ovvero ha il potere di agire, anche se la sua [[libertà ] è limitata. Del resto «sarebbe strano che tutta la natura, tutti gli astri obbedissero a delle leggi eterne, e che vi fosse un piccolo animale alto cinque piedi che, a dispetto di queste leggi , potesse agire sempre come gli piace solo secondo il suo capriccio».

Degna di menzione è la polemica che Voltaire porterà  avanti contro Blaise Pascal, che diventerà  soprattutto polemica contro l'apologetica e il pessimismo cristiano in genere. Voltaire dice di prendere le difese dell'umanità  contro quel «misantropo sublime», che insegnava agli uomini ad odiare la loro stessa natura. Più che con l'autore delle Provinciales, egli dice di scagliarsi contro quello dei Pensees, in difesa di una diversa concezione dell'uomo, del quale sottolinea piuttosto la complessità  dell'animo, la molteplicità  del comportamento, affinché l'uomo si riconosca e si accetti per quello che è, e non tenti un assurdo superamento del suo stato.

In conclusione si può asserire che entrambi i filosofi riconoscono che l'essere umano per la sua condizione è legato al mondo, ma Pascal pretende che egli se ne liberi e se ne distolga, Voltaire vuole che la riconosca e la accetti: era il mondo nuovo che si scagliava contro il vecchio. Le concezioni filosofiche di Voltaire sono inscindibili dal suo modo di fare storia. Infatti egli vuole trattare questa disciplina da filosofo, cioè cogliendo al di là  della congerie dei fatti un ordine progressivo che ne riveli il significato permanente.

Dalle sue grandi opere storiche l' Historie de Charles XII (1731), Les siecle de Louis XIV (1751), l' Essai sur les moeurs et l' esprit des nations (1754-58), nasce una storia "dello spirito umano", ovvero si applica un enorme ampliamento dell'orizzonte storico, una radicale rottura con la visione teologico-provvidenzialistica del cammino umano e con la storiografia annalistica e panegiristica dei regnanti. Voltaire si interessa ai popoli, ai loro costumi; prima la storia era la storia del mondo cristiano, legata ai confini europei, adesso è la storia universale del progresso umano. Progresso inteso come il dominio che la ragione esercita sulle passioni, nelle quali si radicano i pregiudizi e gli errori, infatti l' Essai presenta sempre come incombente il pericolo del fanatismo.

La filosofia deve essere lo spirito critico che si oppone alla tradizione per discernere il vero dal falso, bisogna scegliere tra i fatti stessi i più importanti e significativi per delineare la storia delle civiltà . Infatti Voltaire non prende in considerazione i periodi oscuri della storia, ovvero tutto ciò che non ha costituito cultura, ed esclude dalla sua storia "universale" i popoli barbari, che non hanno apportato il loro contributo al progresso della civiltà  umana. V. vuole ricostruire la legge naturale attraverso la storia, e mettere in luce la rinascita e il progresso dello spirito umano, cioè i tentativi della ragione di affrancarsi dai pregiudizi e di porsi come guida della vita associata dell'uomo; e, giacché la sostanza dello spirito umano rimane immutata ed immutabile, il progresso consiste nella sempre miglior riuscita di questi tentativi.

La storia non è più orientata verso la conoscenza di Dio, non è questo lo scopo dell'uomo, il quale deve invece dedicarsi a capire e a conoscere sé stesso fino a che la scoperta della storia si identifichi con la scoperta dell'uomo. La storia è diventata storia dell'illuminismo, del rischiaramento progressivo che l'uomo fa di sé stesso, della progressiva scoperta del suo principio razionale. Shaftesbury aveva detto che non c'è miglior rimedio del buon umore contro la superstizione e l'intolleranza e nessuno mise in pratica meglio di Voltaire questo principio; infatti «il suo modo di procedere si avvicina a quello di un caricaturista, che è sempre vicino al modello da cui parte, ma attraverso un gioco di prospettive e di proporzioni abilmente falsate, ci dà  la sua interpretazione».

L'umorismo, l'ironia, la satira, il sarcasmo, l'irrisione aperta o velata, sono da lui adoperati di volta in volta contro la metafisica, la scolastica o le credenze religiose tradizionali. Ma talvolta, questo semplicizzare ironicamente certe situazioni, lo porta a trascurare o a non cogliere aspetti molto importanti della storia.

In generale Voltaire ha rappresentato l'Illuminismo, con il suo spirito caustico e critico, il desiderio di chiarezza e lucidità , il rifiuto dei pregiudizi e del fanatismo superstizioso, con una ferma fiducia nella ragione, ma senza inclinazioni eccessive all'ottimismo e alla fiducia nella maggior parte degli individui. A questo riguardo è esemplare il romanzo satirico Candide (1759), ove Voltaire si fa beffe dell'ottimismo filosofico difeso da Leibniz. Egli infatti accusa violentemente l'ottimismo ipocrita, il tout est bien e la teoria dei migliori dei mondi possibili, perché fanno apparire ancora peggiori i mali che sperimentiamo, rappresentandoli come inevitabili ed intrinseci nell'universo.

Curiosità  e citazioni[modifica]

  • La famosa frase «Non sono d'accordo con quello che dici, ma darei la vita perché tu possa continuare a dirlo», viene attribuita a Voltaire da Evelyn Beatrice Hall in The Friends of Voltaire (Gli amici di Voltaire), biografia del filosofo del 1906. Nessun'altra biografia o testo ne fa riferimento, tantomeno la citazione trova riscontro nei testi dello stesso Voltaire. Non è dato sapere se effettivamente questa citazione sia effettivamente sia sua oppure se si tratta di una sorta di un compendio della filosofia liberale dell'Illuminismo.[1]
  • L'antipatia di Voltaire per la Chiesa cattolica era manifesta e costante: nel 1773 egli si spinse ad affermare la vicina fine del cristianesimo.[2]
  • La casa parigina di Voltaire divenne un deposito della Società  Biblica.
  • Il libertario Sylvain Marechal, esponente degli Enragés, in Almanacco dei repubblicani a uso dell’istruzione pubblica scrisse:
  • «…si beffò dei Re, pizzicò i preti, turlupinò i nobili, emancipò il popolo e gli inoculò la ragione. Furono questi servizi che meritano della riconoscenza».

Note[modifica]

  1. Cfr. Le dieci regine delle citazioni bufala, corriere.it, 19 marzo 2009
  2. "Nella cultura nuova, non ci sarà  futuro per la superstizione cristiana. Io vi dico che, tra vent'anni, il Galileo [Gesù Cristo] sarà  spacciato." (Tratto da Pensare la storia, Vittorio Messori, SugarcoEdizioni (2006)

Collegamenti esterni[modifica]


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