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Violenza

Da Anarcopedia.

Johan Galtung (secondo da sinistra) con A. T. Ariyaratne (penultimo) in Sri Lanka. Il sociologo pacifista Galtung ha elaborato un'interessante definizione di "violenza"
La parola violenza deriva dal termine latino violentum, e quindi dal verbo violare, che rinvia a vis, ossia forza, prepotenza. La violenza quindi, indipendentemente dalla sua legittimità, può esser definita come un certo uso della forza. A stabilire quando questa sia o non sia un abuso da parte di un soggetto (individuale o sovraindividuale) provvede l'opinione del singolo, la morale religiosa e/o la legge dello Stato. Questa relatività ha sviluppato ampi dibattiti nel corso della storia.

Indice

[modifica] Una definizione

Johan Galtung definisce la violenza come "un insulto evitabile ai bisogni umani di base": sopravvivenza, benessere, identità e libertà.

Egli distingue tre forme di violenza:

  1. violenza diretta: è il tentativo deliberato di causare danno all'integrità fisica e psichica di una persona attraverso maltrattamento, omicidio, imprigionamento, lavoro forzato, ecc.
  2. violenza strutturale: ha a che fare con il 'normale' e quotidiano funzionamento di istituzioni e scelte politiche. Ad esempio, che le donne afro-americane abbiano una probabilità due volte maggiore di morire di cancro al seno di quelle europee-americane a causa della qualità più bassa delle cure mediche, è una forma di violenza strutturale. Infatti il meccanismo 'normale' delle nostre istituzioni economiche causa un aumento significativo dei rischi di cancro, malattie cardiache, AIDS, depressione, minacce ambientali e morte prematura per i poveri. L'uso che facciamo delle automobili, per fare un terzo esempio, comporta la morte 'accettabile' di 50.000 persone ogni anno.
  3. violenza culturale: comprende il razzismo, il sessismo e l'omofobia, la svalutazione di culture e gruppi particolari; essa può ispirare e giustificare la violenza diretta e strutturale.[1]

[modifica] Violenza di Stato e violenza politica

Vedi, Violenza della polizia.
Il corpo di Federico Aldrovandi, uno studente di 18 anni ucciso da quattro poliziotti

Secondo la definizione classica di Max Weber nel suo La politica e la scienza come professione (1919), « lo Stato rivendica il monopolio della violenza legittima». Storicamente, lo Stato moderno è stato costruito sulle macerie di precedenti organizzazioni sociali (feudalesimo, ecc.) ed ha poi assunto il "diritto" di utilizzare la violenza per il proprio tornaconto.

L'uso e l'abuso di questo monopolio da parte dello Stato, ha comportato spesso la morte o la sofferenza fisica di moltissime persone "colpevoli" di manifestare in piazza (es. Franco Serantini) o di essere anarchici (es. Giuseppe Pinelli), di voler salvaguardare il proprio territorio (es. Movimento No Tav [2]), di essere migranti [3], carcerati (es. Marcello Lonzi [4]), rom [5] o semplicemente dei passanti (es. Federico Aldrovandi).

[modifica] Violenza del capitalismo

Vedi, Stragi capitaliste.

Il capitalismo causa ogni anno molti morti o feriti, spessissimo catalogate ipocritamente dai media come "morti bianche". Con questo termine ci si riferisce alla morte di persone avvenute luogo di lavoro, generalmente a causa della totale o parziale mancanza di rispetto delle più elementari norme di sicurezza. Per il capitalista investire in sicurezza significa ridurre i profitti e per questo preferisce trascurare tale aspetto, spesso con il silenzio dei sindacati e delle istituzioni.

I morti sul lavoro in Italia ammontano mediamente a circa 1300-1400, secondo i dati ufficiali riferiti al triennio 2003-2005, ovvero circa 4 morti al giorno; il numero dei morti è talmente alto che il sistema capitalistico ha dovuto dedicare un'ipocrita giornata per la "sicurezza sul lavoro". A questo conteggio vanno aggiunti circa 300 morti dovuti a malattie professionali. L'ILO fa una stima di oltre 13 mila morti l'anno per esposizione a sostanze chimiche.

[modifica] Violenza contro gli animali

Vedi, Specismo e Antropocentrismo.
Violenza sugli animali: esperimento su primate (1961).

Nel panorama delle violenze di stato e del capitalismo, alcuni anarchici estendono il concetto di violenza, nonché quello di eguaglianza e antiautoritarismo, anche agli animali non umani. Questi, infatti, rifiutando qualsiasi idea o pratica di dominio, rifiutano anche nella vita quotidiana di partecipare attivamente o passivamente a qualsivoglia sfruttamento, e alcuni lottano attivamente alla loro liberazione. Diverse sono state le personalità di tendenze anarchiche e libertarie che si sono battuti per la liberazione animale. Alcuni sono morti per questo, come ad esempio Barry Horne, che si lasciò morire di fame per l'abolizione della vivisezione; alcuni altri invece, quasi sempre, hanno trovato ostacoli nella repressione, soprattutto nelle "frange" radicali, ossia quelle che portano la lotta in una posizione contraddittoria col sistema nel suo inseme e che, quindi, vengono interpretati nelle azione e nei pensieri obsoleti (o illegali e violenti) e sconvenienti.

Queste posizioni vengono dalla presa di coscienza di diversi fattori, tra i quali vi sono le condizioni di miliardi di esseri senzienti che, silenti, vengono usati esattamente come risorse ed estrapolati dal loro contesto naturale e/o sociale appropriato, e sui quali viene quindi usata violenza (nonostante ciò, il fatto che gli animali non umani siano esseri senzienti e che provino tutto lo spettro delle emozioni che prova l'uomo, raramente è ridotta a mera prova scientifica, ma viene soprattutto vissuta come frutto di empatia e posizioni anti-autoritarie); un'altro fattore sono spesso le posizioni anti-autoritarie stesse, che, talvolta accompagnate da prese di coscienza ecologiche radicali e anarchiche, sono quello che spinge la lotta per la liberazione animale a muoversi nel grande movimento sociale o individuale anti-autoritario e radicale.

[modifica] La posizione degli anarchici

Esempio di violenza usata dalle forze dell'ordine in tenuta antisommossa contro il movimento No TAV in Val di Susa. Nell'immagine si vede un poliziotto che senza remore spara lacrimogeni altamente tossici sui manifestanti
Esistono anarchici che invece ritengono maggiormente coerente la loro posizione, rifiutando la violenza anche come mezzo: sono gli anarco-pacifisti.

Contrariamente al luogo comune che dipinge il movimento anarchico come incline alla violenza e all'uso della forza per valere le proprie ragioni, gli anarchici, di qualsiasi tendenza o corrente, sono non-violenti rispetto al fine preposto. Ci sono anarchici che ritengono legittimo l'uso della forza, ma sempre come mezzo e non come fine: non esiste alcun anarchico, da poter esser definito tale, che promuova la costruzione di una società fondata sulla violenza. Tutti gli anarchici auspicano una società umana fondata su rapporti interpersonali non-violenti e capace di dirimere le questioni interne con metodi pacifici.

Esiste indubbiamente nella tradizione anarchica una certa tendenza alla violenza iconoclasta o agli attentati contro i simboli del potere (siano essi esseri umani o oggetti), tuttavia storicamente mai si è cercato di far del male a degli innocenti. Quando, assai raramente, è capitato che un attentato abbia colpito nel mucchio (probabilmente più per negligenza o per casualità che per un'esplicita volontà dell'attentatore), come per esempio l'attentato al teatro Diana del 23 marzo 1921 [6], sono stati sempre condannati dalla stragrande maggioranza del movimento, anche se questo non necessariamente significa che gli attentatori siano stati abbandonati a se stessi o giudicati indegni di essere chiamati anarchici.

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

[modifica] Note

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