Still working to recover. Please don't edit quite yet.

Timothy McVeigh

From Anarchopedia
Jump to: navigation, search
Identikit (a sinistra) e foto segnaletica di Timothy McVeigh (right)
Timothy James McVeigh (Lockport, 23 aprile 1968 – Terre Haute, 11 giugno 2001) è stato un veterano dell'esercito statunitense condannato a morte con l'accusa di essere l'esecutore materiale dell'attentato di Oklahoma City del 19 aprile 1995. McVeigh dichiarò di averlo eseguito come ritorsione per la strage di Waco - avvenuta esattamente due anni prima. L'attentato provocò la morte di 168 persone - tra cui 19 bambini - e fu il più sanguinoso atto terroristico perpetrato nel territorio degli Stati Uniti fino agli attentati dell'11 settembre 2001.

McVeigh fu riconosciuto colpevole di 11 reati federali, condannato a morte e giustiziato l'11 giugno 2001 mediante iniezione letale.

Biografia[modifica]

Timothy James McVeigh nasce a Lockport il 23 aprile 1968 in una famiglia cattolica irlandese. Suo padre, William, è un operaio della General Motors, sua madre invece, Mildred Noreen "Mickey" Hill, fa di professione l'agente di viaggio. Oltre ai genitori e a Timothy, in famiglia ci sono anche da due sorelle ed è particolarmente importante anche la figura del nonno, che per il ragazzo fu un punto di riferimento molto importante specialmente durante l'infanzia.

Infanzia e gioventù[modifica]

I primi anni di vita del piccolo Tim sono sostanzialmente "normali", ma tutto cambia quando nel dicembre del 1979 i suoi genitori si separano; la madre e le due sorelle si trasferiscono in Florida, invece lui rimane con il padre a Pendleton (New York). Il ragazzo cresce educato e sensibile, un pò solitario ed ombroso ma con una grandissima curiosità  verso tutto il mondo che lo circonda. Per questo diviene un voracissimo lettore: legge soprattutto libri di storia, di politica e anche la Costituzione americana, ma senza trascurare le poesie, di cui ama in particolare quelle di William Ernest Henley (1849-1903), un poeta che gli trasmette l'idea dell'eroe tragico capace di dare anche la propria vita per una giusta causa [1]. Durante gli anni della High School si interessa di computer e sistemi informatici.

Diplomatosi il 2 giugno 1986, con voti non certo brillanti, McVeigh valuta la possibilità  di arruolarsi nell'esercito vista la sua passione per le armi (a tredici anni possiede già  il suo primo fucile, a sedici ne ha un altro a canne mozze), trasmessagli dal nonno, e l'amore che nutre per il proprio paese. Per un breve periodo si iscrive all'Università  di Stratton, ma ben presto se ne allontana giacché comprende che questa non è la sua strada.

L'esercito e la guerra in Iraq[modifica]

«Siamo stati fomentati e ingannati […] la guerra mi ha aperto gli occhi» (Timothy McVeigh)

Nel 1988 entra nell'esercito, diviene sergente e partecipa nel 1991 alla prima Guerra del Golfo ricevendo elogi e riconoscenze per il suo operato. In guerra però Mc Veigh si accorge che la realtà  non è quella descritta dai media, così comincia a farsi strada in lui il pensiero che l'esercito americano non sia certo al servizio del popolo, della democrazia e della libertà , bensì di interessi superiori e non certo generali. Ritiene inoltre che la militarizzazione del sistema americano sia divenuta così invasiva che anche i federali sarebbero diventati dei veri e propri militari che agiscono violentemente anche contro i loro stessi concittadini:

«In buona sostanza gli agenti federali sono diventati soldati (ricevono un addestramento militare, ne usano le tattiche, le tecniche, l’equipaggiamento, la divisa dell’esercito e ne condividono l’organizzazione e la mentalità ) e il loro comportamento ha subito una degenerazione.» [2].

La sua analisi politica sulle vicende legate alla guerra all'Iraq sarà  ben esplicitata in seguito con queste parole:

«Gli iracheni... sono persone normali [...] ci raccontavano un sacco di bugie perché li uccidessimo. Ci dicevano che dovevamo difendere il Kuwait, dove gli abitanti erano stati violentati e massacrati. La guerra mi ha aperto gli occhi [3] [...] Il governo ha detto che l'Iraq non ha il diritto di tenere riserve di armi chimiche o biologiche [...], fondamentalmente perché le hanno adoperate in passato. Bene, se questo è lo standard on materia, allora gli Stati Uniti sono la nazione che ha stabilito il precedente. Gli USA hanno accumulato le stesse armi (e altre ancora) per più di quarant'anni. Gli USA sostengono che tutto ciò sia stato fatto in funzione di deterrente durante la guerra fredda contro l'Unione Sovietica. Perché allora l'Iraq non dovrebbe invocare la stesa motivazione (deterrenza) riguardo alla guerra (calda) contro il vicino Iran e alle continue minacce che gli provengono?» [4]

Formazione politica e culturale[modifica]

Di Timothy McVeigh si sa che era un accanito lettore e che, al rientro dall'Iraq, comincia a leggere assiduamente Spotlight, un bollettino antigovernativo e antisemita, pubblicato dall'organizzazione di estrema destra Liberty Lobby. Legge inoltre Patriot Report, organo dell'organizzazione estremista fondamentalista Christian Identity e, soprattutto, The Turner Diaries di William Pierce, un testo narrativo aspramente razzista. Nonostante quindi i media lo abbiano sempre descritto come una sorta di nazi-skin, egli non era affatto razzista né era ossessionato dai neri, dagli ebrei e dagli omosessuali. Sarà  la perizia psichiatrica del dott. John Smith a chiarire meglio le idee di Mcveigh:

«Tim voleva che fosse chiaro che, a differenza dei Turner Diaries, non era un razzista. Su questo punto era stato molto chiaro. Non odia gli omosessuali, anche su questo è stato molto chiaro» [5]

Con questi gruppi antigovernativi, con molti dei quali ebbe diversi contatti, condivideva una certa idea patriottica, riteneva che il "Sistema" andasse schiacciato, anche con l'uso della forza, ed era convinto però che il governo federale dovesse occuparsi solo della difesa del paese, per il resto dovesse lasciare i cittadini liberi di organizzarsi come pareva meglio a loro, ma senza che la maggioranza tiranneggiasse sulle minoranze. La dimostrazione che egli non condividesse gli aspetti discriminatori di questi gruppi sta nella relazione epistolare che intratterrà  durante la detenzione carceraria con Gore Vidal, intellettuale gay e di sinistra da lui profondamente rispettato.

McVeigh non è solo un «animale politico», ma anche un appassionato di letteratura e poesia in particolare; legge soprattutto il poeta britannico William Ernest Henley, di cui poco prima dell'esecuzione scriverà  su un foglio la sua poesia più celebre, Invictus, che significa «invitto», ovvero «mai sconfitto».

Strage di Waco ed altri fatti[modifica]

Negli anni '90 si susseguono negli Stati Uniti alcune vere e proprie stragi che vedono direttamente coinvolti gli uomini dell'FBI e\o della polizia. McVeigh rimane molto turbato da questi eventi ed il suo odio verso il governo federale non fa che accrescersi a dismisura.

La più grave di queste stragi si verifica il 19 aprile 1993, a Waco (Texas): nel 1993 il Governo americano degli Stati Uniti comincia ad indagare su una setta religiosa, i Branch Davidians guidati dal leader David Koresh, accusata di svariati reati (possesso illegale di armi, abuso di alcool e droga, pedofilia, ecc.). Secondo quanto riporta Gore Vidal nel suo La fine della libertà , Koresh si dimostrò sempre disponibile al confronto con i federali, ma questi non lo furono mai altrettanto. Il 28 febbraio 1993, più di cento agenti del BATF (Bureau of Alcohol, Tobacco and Firearms), ente dipendente dal Governo Federale, attaccarono improvvisamente e senza mandato la comune religiosa di Waco, coadiuvati da un elicottero federale che dall'alto prese a sparare sull'edificio: morirono 6 davidiani e 4 federali (probabilmente a causa di «fuoco amico», sempre secondo Vidal).

Il ranch dei davidiani dopo l'assalto delle forze speciali statunitensi

Ci fu un momento di tregua durato 51 giorni, durante i quali la setta fu assediata; oltre alla musica ad altissimo volume, tesa ad impedire ai davidiani di riposare, fu staccata la corrente elettrica e venne bloccato ogni rifornimento di cibo, compreso quello destinato ai bambini. Il 19 aprile 1993, violando lo spirito originario del Posse Commitatus Act del 1878, che vietava l'utilizzo dei federali e dell'esercito contro i cittadini (ovviamente ci sono delle eccezioni legislative che permettono l'uso dell'esercito per combattere il traffico di droga, per questo i media cominciarono a diffondere falsità  sull'operato di David Koresh: per esempio si disse che era un violento, un pedofilo e soprattutto uno spacciatore di metamfetamina.), il procuratore generale Janet Reno diede l'ordine di porre fine alla resistenza dei davidiani.

Agenti esperti dell'FBI e reparti scelti della “Delta Force”, facendo addirittura uso d veicoli corazzati e carri armati di grossa stazza, circondarono la setta religiosa non lasciando loro nessuna possibilità  di fuga. Il complesso fu attaccato con gas mortale, alcuni dei davidiani tentarono la fuga ma furono assassinati dai cecchini. Alla fine settantasei persone morirono, ventisette dei quali erano bambini. Nessun federale rimase ucciso (a dimostrazione che forse la setta non era troppo incline alla violenza) [6].

McVeigh, come altri americani, aveva deciso di veder di persona quanto stava accadendo a Waco. Una volta giunto nella città  vi trova altri americani indignati dalla violenza dell'FBI portata avanti contro altri americani. Si saprà  in seguito che tutti i presenti a Waco furono fotografati e schedati. McVeigh percepì l'attacco ai davidiani come una dichiarazione di guerra contro inermi cittadini americani, che peraltro si andavano ad aggiungere ad altri atti di violenza compiuti dall'FBI o dalla polizia [7]:

  • 1991, Garland (Texas): con l'intento di compiere una perquisizione, alcuni poliziotti penetrano nella roulotte di Kenneth Baulch, dove dormiva con il figlioletto di diciassette mesi, e gli sparano un colpo alla schiena.
  • 1992, Everett (Washington): una squadra Swat della polizia, come racconta il «Seattle Times», uccide Robin Pratt, madre di famiglia sul cui marito pendeva un mandato d’arresto (in seguito sarà  prosciolto da ogni accusa).
  • 21 agosto 1992, Ruby Ridge, Idaho: l’FBI assalta la casa della famiglia Weaver per un problema di armi. Gli Weaver sono sicuramente una famiglia razzista e ultracristiana, ma il loro unico intento è quello di vivere separati dal resto della comunità  statunitense. L'FBI però non va troppo sul sottile e irrompe in casa Weaver: uccide il cane di casa, poi la madre e il figlio 14enne, infine trae in arresto il capofamiglia.

L'attentato ad Oklahoma City[modifica]

L'edificio dell'FBI di Oklahoma dopo l'attentato
Il 19 aprile 1995, due anni dopo la strage di Waco, Timothy McVeigh compie un attentato contro l'edificio federale Alfred P. Murray, nel centro di Oklahoma City. Secondo l'indagine ufficiale, il suo unico complice accertato sarebbe Terry Nichols, con cui avrebbe progettato l'attentato ma senza che questi sia intervenuto direttamente nell'attuazione dello stesso; anche il fratello di Terry, James, fu accusato di complicità  ma venne assolto per mancanza di prove.

Per l'attentato McVeigh avrebbe noleggiato a Junction City, nel Kansas, un camion Ryder, che avrebbe caricato con 2.300 kg di tritolo auto-prodotto con del fertilizzante di uso agricolo e del nitrometano, un combustibile facilmente infiammabile.

L'esplosione avviene alle 9:02 di mercoledì 19 aprile, esattamente due anni dopo la strage di Waco. Muoiono 168 persone e oltre 800 rimangono ferite. Per Timothy quello non è solo un semplice gesto di rappresaglia, ma un vero e proprio atto di guerra contro il suo stesso governo, responsabile, secondo lui, di aver per primo dichiarato guerra ai cittadini americani:

«Spiego qui perché ho fatto saltare in aria il Murrah Federal Building di Oklahoma. Non per farmi pubblicità  né per cercare di affermare le mie ragioni, ma perché quest'azione, rispetto ad altre, sarebbe servito a più scopi. In primo luogo, l'attentato era un gesto di rappresaglia [...] Di conseguenza, l'attentato era da intendersi anche come un attacco preventivo (o proattivo) contro quelle forze militari e i loro centri di comando e controllo all'interno degli edifici federali. Quando una forza nemica lancia continui attacchi da una specifica base operativa, è una buona strategia militare portare la battaglia in campo nemico [...] ho deciso di mandare un messaggio a un governo che sta diventando sempre più ostile [...]far saltare in aria il Murrah Federal Building era moralmente e strategicamente equivalente alle azioni militari degli stati uniti contro edifici del governo in Serbia, in Iraq o altre nazioni. Basandomi sull'osservazione della politica del mio stesso governo, ho considerato la mia azione come una scelta accettabile.» [8]

Avvenuta l'esplosione Timothy sale in macchina per far rientro a casa ma viene fermato dopo soli 90 minuti, la sua automobile infatti è incredibilmente senza targa ed è quindi ovvio che sia stata notata. Perquisito, gli trovano addosso una pistola e lo arrestato immediatamente. Tim, al momento del fermo, indossava una T-shirt raffigurante davanti un'immagine di Abraham Lincoln e lo slogan: Sic Tyrannis Semper ('Così sempre ai tiranni'), il motto dello stato della Virginia e anche le parole pronunciate da John Wilkes Booth dopo aver sparato a Lincoln. Sul retro della maglietta era rappresentato un albero con una foto di tre gocce di sangue e la citazione di Thomas Jefferson: «L'albero della libertà  deve essere rinvigorito di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni.».

Processo, condanna a morte ed esecuzione[modifica]

Tre giorni dopo, mentre ancora in prigione, McVeigh è stato identificato come il responsabile dell'attentato. Il 10 agosto 1995 viene incriminato di 11 reati federali. Oltre a Timothy McVeigh, accusato di aver fatto far saltare materialmente l'edificio, della progettazione dell'attentato sono accusati anche Terry Nichols (ex compagno d'armi che la momento dell'esplosione si trovava in Kansas) e il fratello James.

Il 20 febbraio 1996, la Corte ha concesso un cambio di sede e ordinato il trasferimento del processo da Oklahoma City alla Corte distrettuale di Denver, Colorado, per essere presieduta dal giudice distrettuale Richard Matsch Paul. [9]Durante il processo la testimonianza più preziosa per l'accusa è Michael Fortier, ex commilitone di McVeigh, e sua moglie Lori, entrambi consumatori di metamfetamine e quindi a rigor di logica non proprio attendibili.

Poco prima della lettura della prima sentenza, la corte gli consente di fare una dichiarazione. Lui sorprende tutti citando il giudice Brandeis: «Vorrei che le parole del giudice Brandeis [10], che dissentì sul caso Olmstead, parlassero per me. Il giudice scrisse: "Il governo è il nostro possente e onnipresente maestro. Nel bene e nel male, educa l'intero popolo con il suo esempio"» [11].

Alla fine, il 2 giugno 1997, Timothy McVeigh viene dichiarato colpevole di undici reati e condannato a morte; a Terry Nichols viene dato l'ergastolo, mentre James viene assolto per mancanza di prove. Il 13 giugno viene condannato a morte. Durante la detenzione continua a leggere ed intrattiene una fitta corrispondenza con Gore Vidal, scrittore gay statunitense.

Timothy McVeigh viene giustiziato alle 7.14 dell'11 giugno 2001 mediante iniezione letale nel carcere di Terre Haute (Indiana). 30 testimoni assistono all'"evento": rappresentanti dei media, quattro persone scelte dal condannato McVeigh (il quinto, Gore Vidal, fu impossibilitato ad andare) ed alcuni parenti delle vittime sorteggiati; oltre a loro circa 300 persone sopravvissute all'attentato e congiunti dei deceduti hanno seguito l'esecuzione in diretta tv su una tv a circuito chiuso.

Prima dell'esecuzione, Tim ha consumato il suo ultimo pasto (un chilo di gelato alla menta con scaglie di cioccolato), ha parlato con i suoi avvocati, ha donato agli altri carcerati le uniche cose che aveva con sé durante la detenzione: libri ed un ventilatore per combattere il gran caldo delle celle.

Ma perché Timothy McVeigh non provò ad evitare la condanna a morte? Perché si assunse tutte le colpe? Secondo Gore Vidal, che nel suo La fine della libertà  traccia un profilo di McVeigh abbastanza approfondito grazie allo stretto rapporto epistolare che ebbe con lui durante la detenzione, McVeigh era estremamente affascinato dalla morte eroica e per una giusta causa (non a caso amava le poesie di Henley); quando si rese conto che come minimo avrebbe avuto l'ergastolo, avrebbe scelto di non difendersi e accettare la condanna a morte. Il carcere sarebbe stata una forma di tortura ben più grave per il suo spirito, così decise di prendersi onori ed oneri dell'attentato. Per questo poco prima di essere giustiziato scrisse su un foglio alcuni versi della poesia di Henley, Invictus:

«Sono il padrone del mio destino, il capitano della mia anima».

Errori, bugie ed incongruenze sull'attentato di Oklahoma City[modifica]

Sussistono forti e ragionevoli dubbi sul fatto che McVeigh sia stato l'unico vero colpevole dell'attentato di Oklahoma City. Egli fu sicuramente coinvolto e si trovava sul luogo dell'attentato, ma appare più verosimile che fosse inserito in un contesto molto più complesso e variegato, di cui probabilmente non conosceva nemmeno tutte le sfaccettature. (Bisogna ricordare che quest'attentato permise all'allora Presidente Bill Clinton di promulgare l'Anti Terrorism Act del 1996, che di fatto ha sospeso molte libertà  civili individuali degli statunitensi).

Diversi saggi hanno provato a ricostruire i fatti di Oklahoma City, riguardanti sia l'attentato in sé e sia il relativo processo in cui molti elementi furono omessi più o meno volontariamente. Due dei più importanti di questi libri sono Harvest of Rage di Joel Dyer e The Oklahoma City Bombing and the politics of Terror di David Hoffman. Gli aspetti trascurati dalle indagini ufficiali e maggiormente evidenziati da questi ed altri saggi riguardano:

  1. gli effetti dell'esplosione sull'edificio;
  2. l'abbattimento dell'edificio;
  3. la trascuratezza in fase processuale di diverse testimonianze che dimostrerebbero una più vasta organizzazione;
  4. la denuncia di irregolarità  della presidentessa di giuria Niki Deutchamn.
  • L'esplosione dell'edificio

David Offman riporta alcune lettere del generale in pensione Benton K. Partin, inviata in data 17 maggio 1995 a tutti i membri di Camera e Senato statunitensi, in cui esclude ogni possibilità  che un camion bomba al fertilizzante possa fare simili danni ad un edificio possente come l' Alfred P. Murray di Oklahoma City:

«Quando ho visto per la prima volta le foto dei danni asimmetrici che il camion-bomba aveva causato al Federal Building, la mia prima osservazione è stata che lo schema dei danni sarebbe risultato tecnicamente impossibile senza ulteriori cariche piazzate alla base di alcune delle colonne di cemento armato di sostegno [...] Che l'esplosione di un camion-bomba di fattura elementare, delle dimensioni e della composizione che sono state riportate, possa arrivare fino a venti metri d'altezza e far crollare una colonna rinforzata delle dimensioni della a7 va oltre ogni oltre plausibilità ».

Alla stessa maniera Samuel Cohen, scienziato padre della bomba a neutroni ed ex membro della Manhattan Project scrisse che «è assolutamente impossibile e contro ogni legge fisica che un camion pieno di fertilizzante e olio per motori […] non importa la quantità  […] possa aver fatto crollare l’edificio».

In sintonia con il parere di questi esperti di esplosivi, il 20 marzo 1996 il bollettino «Strategic Investiment» riportò quanto segue:

«Un rapporto segreto preparato da due esperti del Pentagono che hanno lavorato indipendentemente l'uno dall’altro è giunto alla conclusione che la distruzione del Federal Building di Oklahoma City nell'aprile scorso fu causata da almeno 5 bombe diverse […] Fonti vicine agli autori dello studio sostengono che Timothy McVeigh presente effettivamente all'attentato ha svolto un'"attività  periferica", come un "utile idiota"».
  • L'abbattimento dell'edificio

Sei giorni dopo l'attentato, l'edificio federale fu abbattuto per evitare presunti problemi di salute che sarebbero potuti incombere sulla popolazione dal suo deterioramento. Ciò comportò il seppellimento di ogni prova e l'impossibilità  di analizzare la compatibilità  tra il tipo di esplosivo utilizzato e gli effetti conseguenti.

  • Le testimonianze

Il giorno dopo l’attentato, la polizia fornì i due identikit che ritraevano due sospetti: uno di questi sarà  identificato in Timothy McVeigh, dell'altro invece non si stabilirono mai le generalità  né l'FBI si attivò veramente per scoprirle. Il processo non riuscì a dare un nome e un cognome al secondo sospetto, anche se si appurò che non si trattava Terry Nichols. Nonostante le lacune e le manchevolezze del processo, alcune indagini parallele riuscirono ad arrivare alla probabile identificazione di alcuni sospetti somiglianti alla seconda persona raffigurata nell'identikit.

  1. Jack Mauck, vice sceriffo della contea di Shawnee, sostenne di aver individuato in un noto attivista antigovernativo della zona il secondo uomo ricercato dall'FBI. La contea di Shawnee si trova a sole 50 miglia da Junction City, Kansas, dove fu noleggiato il camion Ryder e dove Mcveigh trascorse una notte al Dreamland Motel in compagnia di un altro uomo, che rimarrà  sempre ignoto. Lo sceriffo avvertì i federali ma questi non si attivarono a dovere. Ugualmente l'FBI si mostrò passivo di fronte alla medesima identificazione dell'individuo fatta da Suzanne James, un'impiegata della Drug Administration della contea. Mauck contattò allora un giornalista che seguiva il caso, Mike Tharp del «Us News and World Report», il quale cominciò a mostrare in giro la foto del ricercato. Dopo breve tempo il giornalista riuscì a dare un nome e un cognome alla persona raffigurata nell'identikit. Fu avvertito l'FBI, che annunciò che avrebbe seguito tutte le piste. Non ci sono prove che l'abbia mai veramente fatto.
  2. Qualche giorno dopo l'attentato, Russell Roe, assistente procuratore del tribunale della contea di Geary, sostenne di aver individuato il secondo volto dell'identikit diffuso dalla polizia. Anche lo sceriffo della contea di Pottawattomie sostenne di aver individuato il medesimo uomo, ma incredibilmente tutti questi indizi incontrarono il quasi totale disinteresse dell'FBI, che dopo un'indagine superficiale abbandonò le piste fornite da questi testimoni. Il nome del sospetto saltò fuori anche durante un'indagine su un caso di frode bancaria in Texas, che vide implicati diversi esponenti del gruppo antigovernativo Repubblic of Texas (ROT). Durante il processo il governo fornì alcuni video come prova. In uno di questi si vedeva che l'uomo che spiegava ai militanti della ROT come creare documenti falsi era proprio l'uomo identificato da Russell Roe. Tutti gli uomini del video furono arrestati, escluso proprio il sospetto, il quale fu spudoratamente protetto tanto dai federali quanto dai giudici che trovarono dei cavilli legali per salvarlo ed impedirne qualsiasi incriminazione per questa ed altre vicende.
  3. Un'altra testimonianza quasi del tutto trascurata fu quella di Charles Farley, dipendente di un’azienda sita presso il lago Geary (Kansas), che sostenne di essersi imbattuto il 17 o 18 aprile 1995 in un pick-up, un grosso camion da traslochi, una macchina marrone parcheggiata e un camion Ryder, tutti parcheggiati lungo l'autostrada e intorno ai quali gravitavano almeno 5 uomini che avevano problemi con il camion Ryder, che pareva sovraccarico di fertilizzanti. Farley dichiarò di aver chiesto loro se avessero avuto bisogno di aiuto ma di esser stato respinto da un'occhiataccia di uno di quegli uomini. Farley, che sostenne d'aver riconosciuto la stessa persona in un'intervista TV mandata in onda per descrivere il fenomeno delle milizie, fu interrogato durante il processo, ma la sua testimonianza praticamente non ebbe alcun effetto sull'accertamento dei fatti. [12].
  • La denuncia di Niki Deutchman

Sul fatto che non si fossero abbastanza prove, oltre ogni ragionevole dubbio, sull'unica colpevolezza di McVeigh e Nichols lo dimostra l'impasse a cui giunse la giuria durante il processo a Terry Nichols. Due giorni dopo l'ingresso in camera di consiglio, la presidentessa Niki Deutchman informò il giudice Matsch che la giuria era in stallo, il che spinse lo stesso a prendere autoritariamente in mano il caso e a condannare Nichols all'ergastolo. La presidentessa denunciò pubblicamente il colpo di mano del giudice:

«Qualcuno ha deciso troppo presto che McVeigh e Nichols erano quelli che si stavano cercando, e lo stesso tipo di risorse non è stato utilizzato per cercare di scoprire chi altri potesse essere coinvolto [...] In verità , il governo se ne è lavato le mani» (Niki Deutchman, presidentessa della camera di consiglio del tribunale) [13].

Note[modifica]

  1. Gore Vidal, La fine della Libertà , Fazi editore, pag. 45
  2. Gore Vidal, La fine della Libertà , Fazi editore, pag. 55
  3. Gore Vidal, La fine della libertà , Fazi editore, pag 104
  4. Estratto da Saggio sull'ipocrisia, di Timothy McVeigh, scritto nel 1998 e spedito a Gore Vidal durante la sua detenzione carceraria. Si legga La fine della Libertà , Fazi editore, pag. 53
  5. Gore Vidal, La fine della libertà , Fazi editore, pag 53.
  6. Si legga anche No More Wacos: Waht's Wrong Eith Federal Lae Enforcement and How to Fix It, di David Kopel e Paul H.Blackman
  7. Gore Vidal, La fine della Libertà , Fazi editore, pag. 94
  8. Appunti di Timothy Mcveigh scritti il 4 aprile 2001 ed inviati allo scrittore Gore Vidal, con cui intratteneva stretti rapporti epistolari. Si veda La fine della Libertà , Fazi editore, pag. 55
  9. Richard Matsch Has a Firm Grip on His Gavel in the Oklahoma City Bombing Trial
  10. Louis Brandeis (1856–1941) è stato un avvocato e giurista statunitense, membro della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1916 al 1939. È ricordato per aver perseguito gratuitamente tematiche di grande rilevanza sociale, promuovendo l'avanzamento del diritto in vari campi e la tutela delle libertà  civili.
  11. Gore Vidal, La fine della Libertà , Fazi editore, pag. 106
  12. Gore Vidal, La fine della Libertà , Fazi editore, pag. 67-73
  13. Gore Vidal, La fine della Libertà , Fazi editore, pag. 66

Bibliografia[modifica]

  • Gore Vidal. La fine della libertà , Fazi editore, 2001

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]