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Teresa Fabbrini

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Teresa Fabbrini
Teresa Fabbrini (Firenze, 1 settembre 1855 - Losanna, 22 luglio 1903) è stata una femminista e anarchica italiana.

Biografia[modifica]

Teresa Fabbrini nasce a Firenze l'1 settembre 1855 da Luigi e Agata Ciancalini [1]. Fin da giovane si distingue sia come infaticabile propagandista delle idee anarchiche e sia nel ruolo di conferenziera e scrittrice in favore dell'anarchia e dei diritti delle donne.

Dal 1877, secondo un'informativa della polizia, si sarebbe trasferita a Camogli seguendo il marito Olimpio Ballerini, frenatore ferroviario. Sono sempre le informative a segnalarla a Pisa, dove pur sotto stretta sorveglianza «svolge grande attività  nella propaganda anarchica». [2] Con un tipico linguaggio sessista e misogino, spesso prefetti, poliziotti e questori la bollano come una «donna di facili costumi»[2], forse perchè ospita spesso in casa sua compagni ricercati come per esempio Paolo Schicchi.

Collabora dal 1893 a Il Paria di Pisa, La Questione sociale di Firenze, Sempre Avanti! di Livorno, La Favilla, ecc. Nello stesso anno tiene conferenze nei sobborghi pisani sul tema «Anarchia e socialismo e abolizione di qualsiasi principio di autorità ». Subisce numerose condanne ed arresti (arrestata nel giugno 1893 e condannata a 28 giorni di reclusione, arrestata nel marzo 1894 è riarrestata il mese dopo per associazione a delinquere e oltraggio alla forza pubblica, e condannata a 2 mesi, più altri 80 giorni di carcere preventivo. Nell'ottobre 1894 è condannata a 6 mesi di prigione e assegnata per 18 al domicilio coatto di Orbetello, più avanti le sarà  assegnata la vigilanza speciale giornaliera), soprattutto durante l'organizzazione di scioperi e manifestazioni con le donne anarchiche e socialiste. Le indagini dimostrano che casa sua era diventato un centro di rifugio e discussione per moltissimi anarchici: Genunzio Bentini, Giuseppe Manetti, Giulio Grandi, Ersilia Cavedagni, Emanuele Canepa, Enrico Girola, Paolo Schicchi, Pietro Gori, Francesco Pezzi, Luisa Minguzzi, Temistocle Monticelli, ecc.

In questo periodo conosce Luigi Fabbri che la definisce in questo modo: «la cortesia sua e l'affabilità  dei modi mi resero simpatica d'un subito la compagna.» [2]. La sua vita è continuamente segnata da numerosissimi arresti che la portano a ripetute micro-condanne (es. il 18 novembre 1895 viene arrestata e condannata ad un mese di carcere per essere stata trovata in compagnia di un anarchico; qualche giorno di carcere in seguito all'arresto avvenuto il 5 agosto 1897 a Pisa assieme al ferroviere Lucio Gordini di Ravenna, in seguito alla denuncia di un prete; il 22 giugno 1898 nuovo arresto di cinque giorni, ecc.)

Sposatasi con il suo Olimpio Ballerini, per sfuggire alle persecuzioni istituzionali è costretta all'esilio in Francia, da cui viene però espulsa per le sue idee anarchiche nel 1898. Ripara in Svizzera, nel Canton Ginevra, partecipa a numerose conferenze anarchiche, tra cui alcune tenute da Louise Michel sulla Comune di Parigi. Anche in Svizzera però, dopo lo sciopero generale dell’ottobre 1902, è ricercata dalla polizia, e quindi costretta a trasferirsi nel canton Vaud, dove convive con il tipografo Jean-Octave Pellegrino, infine giunge a Losanna, dove logorata dalle persecuzioni di ogni sorta che ha subito nel corso della sua intera vita, muore nel 1903, a soli 48 anni, stremata da stenti e fatiche.

Il suo scritto più celebre, pubblicato postumo, è stato Dalla schiavitù alla libertà , dove denuncia il maschilismo imperante anche negli ambienti politici e in quelli rivoluzionari:

«la donna ha la semplice funzione di rattoppatrice di biancheria, rifar il letto e la zuppa, di guardare i bambini se è maritata, o di cantarellare o di attendere l'innamorato dalla finestra se è giovanetta. Non stanno troppo bene le donne in mezzo agli uomini quando questi devono discutere di politica [...] avete diritto al par di loro di assistere alle riunioni, assistere alle conferenze, leggere libri, giornali, ... se si rifiuteranno denunziateli agli altri compagni, fate che ridano di loro, della loro piccineria, della pochezza del loro carattere [...] Compagne di schiavitù, avanti!»[2]

Note[modifica]

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]