Severino Di Giovanni

Da Anarchopedia.

Severino Di Giovanni (1901- 1931) è stato un anarchico insurrezionalista e "illegalista" emigrato dall'Italia all' Argentina per sfuggire alla repressione fascista.

Indice

[modifica] La vita

Severino Di Giovanni nasce a Chieti il 17 marzo 1901. Di professione tipografo, si avvicina da giovanissimo alle idee anarchiche, grazie alle letture di Bakunin, Malatesta, Proudhon ed altri. Nel 1921 diventa membro attivo del movimento anarchico. Nel 1922, quando il fascismo conquista il potere dando inizio alle persecuzioni degli anarchici e di tutti i dissidenti, Severino, insieme alla moglie Teresa Mascullo e ai suoi tre figli, decide di emigrare in Argentina. In questa terra, a 24 anni, s'innamora di una giovane ragazza quindicenne, América Josefina Scarfò. La famiglia Scarfò appartiene alla classe media argentina e certo non è favorevole a quell’amore, ma grazie alla complicità di alcuni compagni e dei fratelli di América (Paulino e Alejandro), pure loro anarchici e appartenenti alla banda Di Giovanni, i due riescono a convivere per un lungo periodo.

In Argentina, grazie ad una nutrita presenza di anarchici, Severino Di Giovanni prosegue il suo attivismo anarchico. E' prevalentemente un uomo d’azione: teorizza le rapine alle banche come mezzo di finanziamento e l’assalto alle centrali di polizia, dove notoriamente venivano torturati i comunisti e gli anarchici (a lui è pure attribuita una bomba al Consolato italiano a Buenos Aires che provocò diversi morti). Soprattutto durante il concitato periodo delle grandi manifestazioni di solidarietà a Sacco e Vanzetti si verificano alcune clamorose rapine e manifestazioni pratiche di azione diretta. La polizia argentina arresta una prima volta l’anarchico italiano quando, dagli spalti del teatro Colòn di Buenos Aires, lancia diversi volantini antifascisti in favore del deputato Giacomo Matteoti, gridando:"Abbasso il fascismo!".

Pur essendo "uomo d'azione" Di Giovanni non nega l’importanza della teoria. Pubblica numerosi testi anarchici e il giornale “Il culmine” (il primo numero uscì nell’agosto del 1925), che si pone l’obiettivo di "Diffondere le idee anarchiche tra i lavoratori italiani. Contrastare la propaganda dei partiti politici pseudo-rivoluzionari, che fanno dell’ antifascismo una speculazione per le loro future conquiste elettorali. Iniziare tra i lavoratori italiani agitazioni di carattere esclusivamente libertario per mantenere vivo lo spirito di avversione al Fascismo. Stabilire un’intensa ed attiva collaborazione tra i gruppi anarchici italiani e il movimento anarchico locale". “Il culmine” diffonde molti appelli in favore di prigionieri politici (es. Sacco e Vanzetti), contro il fascismo in Italia e nel resto del mondo, contro la repressione argentina e anche contro lo stalinismo (una rubrica del periodico si intitolava "Dall'inferno bolscevico").

Diviso tra teoria e pratica DiGiovanni continua a compiere molte azioni dirette, compresa la clamorosa uccisione di Emilio Lopez Arango, direttore del giornale anarchico avversario "La protesta", che provoca l’isolamento del suo gruppo rispetto al movimento anarchico argentino. Il gruppo di Severino – dove militavano anche i due fratelli di América, Paulino e Alejandro - continua rapinare banche e a colpire i simboli del fascismo italiano, anche se i suoi compagni cadono ad uno ad uno (Alejandro Scarfò, fratello di América, fu arrestato e rinchiuso nel manicomio criminale di Vieytes).

Il 29 gennaio 1931 la tipografia di Severino viene circondata dalla polizia. I componenti del gruppo cercano di fuggire, uccidono due poliziotti ma alla fine Di Giovanni, sentendosi perduto, tenta invano il suicidio. Ormai moribondo Severino viene fermato dalla polizia e condotto velocemente in ospedale dove i medici gli "salvano" la vita, affinché sia poi lo Stato argentino a condannarlo a morte. Il 31 gennaio 1931, poche ore dopo il suo arresto, viene condannato alla fucilazione insieme al di América, Paulino Scarfò.[1]

[modifica] I contrasti con il movimento anarchico

Le azioni di Severino Di Giovanni e della sua banda furono spesso mal sopportate dal movimento anarchico, sino addirittura arrivare al suo isolamento a causa di una serie di azioni ritenute eccessivamente cruente. Già dopo la bomba al consolato italiano di Buenos Aires - che essendo collocata all’ingresso dell’edificio determinò la morte di 9 persone, molte delle quali erano lì solo in attesa solo di un visto - gran parte degli anarchici espressero il loro sdegno. Successivamente, dopo l’attentato alla National City Bank (due morti e ventitré feriti), altre accuse furono rovesciate addosso a Di Giovanni e alla sua banda. Egli cercò di difendersi attraverso una serie di articoli pubblicati su “Il culmine” e attraverso una lettera all’ “L'Adunata dei refrattari” (organo degli anarco-individualisti italiani negli Stati Uniti), in cui chiedeva l’istituzione di una commissione anarchica internazionale che giudicasse i fatti. Luigi Fabbri e Vincenzo Capuana mostrarono attenzione ai suoi scritti, inducendo Di Giovanni a credere che si trattasse di una specie di assenso alle sue azioni.

I successivi attentati - una bomba ai danni di una cattedrale (un morto), una bomba fu collocata in un bastimento insieme a Buenaventura Durruti (esule in Argentina durante quegli anni) e infine l’uccisione del compagno anarchico Emilio Lopez Arango, nuovo direttore del giornale anarchico avversario “La protesta”, determinarono il totale isolamento di Severino Di Giovanni e della sua banda.

[modifica] Collegamenti esterni

Lettere di Severino alla sua amante América

Articolo di Bonanno su DiGiovanni

[modifica] Voci correlate

anarchismo insurrezionale

illegalismo

[modifica] Note

  1. Prima di morire, Di Giovanni incontrò l’amata América Josefina Scarfò, esortandola a studiare e a fondare una nuova casa editrice. Più tardi la Scarfò insegnò italiano all’Università di Buenos Aires, continuando a militare nel movimento anarchico. Nel 1951 giunse in Italia e si recò a Chieti alla ricerca dei parenti di Severino
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