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Piero Gobetti

Da Anarcopedia.

Piero Gobetti
Piero Gobetti (Torino, 19 giugno 1901 – Parigi, 15 febbraio 1926) è stato un giornalista, politico e antifascista italiano. Liberale sui generis - fondò e diresse riviste come Energie Nove, La Rivoluzione Liberale e Il Baretti - morì a 25 anni per i postumi di un'aggressione fascista.

Indice

[modifica] Biografia

Piero Gobetti nasce a Torino il 19 giugno 1901 da Giovanni Battista e Angela Canuto originari di Andezeno, comune vicino a Chieri, e trasferitisi a Torino nella centrale via XX Settembre per aprirvi una drogheria. Frequenta la scuole elementare «Giacinto Pacchiotti», in seguito frequenta prima il liceo-ginnasio "Balbo" e poi il "Gioberti", dove conosce Ada Prospero, figlia di un commerciante come lui, che in seguito diventerà sua moglie.

Iscritosi all'università, pubblica a diciassette anni (novembre del 1918) la sua prima rivista, «Energie Nove», con la quale diffonde le idee liberali di Einaudi. Si appassiona alla rivoluzione bolscevica, studia il russo e scrive in cirillico alla fidanzata. Con l'avvento del fascismo in Italia, che definisce «movimento plebeo e liberticida», si schiera con la «nobilità dello spirito» dell'antifascismo italiano. Ritiene che le cause del fascismo stiano nella storia d'Italia, un Paese senza un vero Risorgimento, una Riforma protestante, una Rivoluzione liberale.

Antonio Gramsci
Il primo numero di Energie Nove

Interpreta la rivoluzione di Lenin e Trotzky come rivoluzione liberale, perché è «azione, movimento e tutto quello che si muove va verso il liberalismo». Esponente della sinistra liberale progressista, legata all'intellettuale meridionalista Gaetano Salvemini, detesta tutto ciò che è statalismo e protezionismo della vecchia Italia giolittiana, apprezza i bolscevichi in quanto élite rivoluzionaria. Liberale sui generis, stima Antonio Gramsci e il suo giornale «Ordine Nuovo», si avvicina al proletariato torinese e diviene attivo antifascista.

Togliatti nel maggio del 1919 lo bolla sulle pagine di «Ordine Nuovo» come «parassita della cultura», tuttavia con l'avvento del biennio rosso e le occupazioni di fabbriche e terre (1919-1920) migliorano molto i rapporti con i comunisti in quanto Gobetti si schiera apertamente con gli operai. Gramsci addirittura gli affida la rubrica di teatro della rivista. La classe operaia che costruiva i consigli operai era, secondo Gobetti, colei che doveva rinnovare il mondo, ma non verso il socialismo, bensì verso «elementi di concorrenza».

A vent'anni fa uscire il primo numero della rivista «La Rivoluzione Liberale», che velocemente diventerà centro di impegno antifascista di segno liberale, non isolato nel panorama nazionale ma collegato ad altri nuclei di Milano, Firenze, Roma, Napoli e Palermo. La rivista attira l'interesse e le collaborazioni di diversi intellettuali, tra cui Amendola, Salvatorelli, Fortunato, Gramsci, Antonicelli, Berneri e Don Sturzo. Nel primo numero del 12 febbraio 1922 La Rivoluzione Liberale pubblica il suo Manifesto:

«La Rivoluzione liberale, continuando e ampliando un movimento iniziato da quattro anni con la rivista Energie Nove, si propone di venire formando una classe politica che abbia chiara coscienza delle sue tradizioni storiche e delle esigenze sociali nascenti dalla partecipazione del popolo alla vita dello Stato.
Lo studio che pubblichiamo qui accanto (il Manifesto) indica le linee generali del nostro lavoro e gli argomenti che intendiamo approfondire:
Tomba di Piero Gobetti
  1. Revisione della nostra formazione politica nel Risorgimento.
  2. Storia dell'Italia moderna dopo il 1870.
  3. Esame delle forze politiche e dei partiti e del loro sviluppo.
  4. Studio della genesi delle questioni politiche attuali.
  5. Storia della politica internazionale esaminata on ogni nazione da un collaboratore fisso, con criteri organici.
  6. Studio sugli uomini e la cultura politica.»

L'11 gennaio 1923 sposa Ada Prospero, con cui va a vivere nella sua casa natale di via XX Settembre 60, che diviene anche la sede della «Piero Gobetti Editore», una casa editrice da lui fondata. In seguito i due si trasferiscono in via Fabro 6, attuale sede del Centro di studi a lui intitolato. Il 6 febbraio 1923 la polizia fascista lo arresta in quanto sospetto di «appartenenza a gruppi sovversivi che complottano contro lo Stato». Liberato dopo cinque giorni, subisce una nuova incarcerazione il 29 maggio, provocando un'interrogazione parlamentare alla quale il governo fascista risponde che Gobetti «era stato redattore dell'Ordine Nuovo di Torino, giornale antinazionale; la rivista che egli dirige, conduce da tempo una campagna contro le istituzioni e il governo fascista; il prefetto si è perciò sentito in diritto di far operare una perquisizione e il fermo di Gobetti per misure di ordine pubblico». Per nulla intimorito, egli replica esplicitando con una lettera la sua posizione antifascista e aggiunge, nei libri stampati dalle sue edizioni, il motto «Che ho a che fare io con gli schiavi?».

Nel biennio 1923-24 «La Rivoluzione Liberale» è ripetutamente sequestrata, lo stesso Mussolini si preoccupa di questo giovanissimo intellettuale e telegrafa al prefetto di Torino: «Prego informarsi e vigilare per rendere nuovamente difficile vita questo insulso oppositore». Nel 1924 fonda la rivista letteraria «Il Baretti» [1], che si avvale della collaborazione di Benedetto Croce, Eugenio Montale, Natalino Sapegno, Umberto Saba ed Emilio Cecchi. Le due riviste - La Rivoluzione Liberale e Il Baretti - devono, nei piani del liberale torinese, agire di concerto: l'una occuparsi di temi storico-politici e l'altra di temi letterari.

Il 5 settembre 1924, all'uscita di casa, viene aggredito sulle scale da quattro squadristi fascisti che lo colpiscono violentemente al torace e al volto. Costretto a espatriare in Francia e mai più riavutosi dalle ferite subite, muore esule a Parigi nella notte tra il 15 e il 16 febbraio 1926. È sepolto nel cimitero di Père Lachaise.

[modifica] Pensiero

Saggista e autore di numerosi scritti culturali e politici, pubblicati tanto in Italia quanto all'estero, Gobetti è il simbolo del liberalismo progressista, di una concezione del liberalismo vicina ali sfruttati e ai proletari, capace di a mettere insieme Einaudi, Marx e non pochi principi libertari. La sua opera fu raccolta e pubblicata postuma: Opere critiche (1926); Paradosso dello spirito russo (1926); Risorgimento senza eroi (1926).

[modifica] Liberale e rivoluzionario

«La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l'azione storica dei ceti che vi sono interessati. In Italia, dove le condizioni sia economiche che politiche sono singolarmente immature, le classi e gli uomini interessati a una pratica liberale devono accontentarsi di essere una minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un'opposizione organizzata e combattiva. La nuova critica liberale deve differenziare i metodi, negare che il liberismo rappresenti gli interessi generali, identificarlo con la lotta per la conquista della libertà, e con l'azione storica dei ceti che vi sono interessati. In Italia, dove le condizioni sia economiche che politiche sono singolarmente immature, le classi e gli uomini interessati a una pratica liberale devono accontentarsi di essere una minoranza e di preparare al paese un avvenire migliore con un'opposizione organizzata e combattiva. Bisogna convincersi che non erano e non potevano essere, come non sono, liberali i nazionalisti e i siderurgici, interessati al parassitismo dei padroni, né i riformisti che combattevano per il parassitismo dei servi, né gli agricoltori latifondisti che vogliono il dazio sul grano per speculare su una cultura estensiva di rapina, né i socialisti pronti a sacrificare la libertà di opporsi alle classi dominanti per un sussidio dato alle loro cooperative. Poiché il liberalismo non è indifferenza né astensione ci aspettiamo che per il futuro i liberali, individuati i loro nemici eterni, si apprestino a combatterli implacabilmente» (Piero Gobetti, La lotta politica in Italia, in «La Rivoluzione Liberale», 1924)[2]
La Rivoluzione Liberale

Piero Gobetti è stato un liberale anomalo, ben distante dalla tradizione conservatrice del liberalismo italiano che frequentemente assunse anche toni aspramente reazionari. Nel suo liberalismo confluiscono la lezione del Salvemini, i contatti con Gramsci e l'importantissima esperienza torinese dei consigli di fabbrica (1919-20); tutti elementi che indicano la necessità di un profondo e non più prorogabile rinnovamento da attuare con una mediazione tra borghesia e mondo operaio, cioè mediante un'alleanza con i gruppi più avanzati del proletariato nei quali egli vide le forze responsabili di tale processo. Egli descrive così le occupazioni delle fabbriche:

«Qui siamo in piena rivoluzione. Io seguo con simpatia gli sforzi degli operai che realmente costruiscono un mondo nuovo [...] il mio posto sarebbe necessariamente dalla parte che ha più religiosità e volontà di sacrificio. La rivoluzione si pone oggi in tutto il suo carattere religioso [...] Si tratta di un vero e proprio grande tentativo di realizzare non il collettivismo ma una organizzazione del lavoro in cui gli operai o almeno i migliori di essi siano quel che sono oggi gli industriali...si può rinnovare lo Stato solo se la nazione ha in sé certe energie (come ora appunto accade) che improvvisamente da oscure si fanno chiare e acquistano possibilità e volontà di espansione».[3]

Per questo alcuni intellettuali pensarono a lui come ad un «comunista camuffato», ma per Gramsci egli in realtà «non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato e non riusciva più a pensare astraendo da questo elemento».

Studia profondamente la rivoluzione russa (La Russia dei Soviet) che compara al Risorgimento italiano, ponendo sempre al centro di tutto il problema della formazione della classe politica che diriga un Paese e dei suoi rapporti con la popolazione. Egli giunge quindi alla conclusione che il Risorgimento non può considerarsi un'esperienza rivoluzionaria, in quanto i dirigenti politici espressi rimasero distanti dal popolo; invece la rivoluzione bolscevica aveva espresso personalità come Lenin e Trotzkij, che erano «uomini d'azioni che hanno destato un popolo e gli vanno ricreando un'anima» che tra l'altro operavano per la creazione dal basso di un nuovo Stato, creato appunto dal popolo e nel quale esso sia avvertito come opera propria, ovvero come un'«affermazione di liberalismo»

Come Gramsci, Gobetti pensa ad una nuova cultura e ad una nuova figura dell'intellettuale, per questo si dedicò con uguale impegno nel campo letterario e in quello politico-sociale: La Rivoluzione Liberale, rivista che uscì come primo numero il 12 febbraio 1922, si dedicava soprattutto a temi storico-politici, mentre Il Baretti [1] si concentrava soprattutto su letteratura ed estetica. L'obiettivo era sempre quello di formare una classe politica culturalmente e politicamente nuova, ma anche di osteggiare l'avanzata del fascismo:

«In Gobetti l'idealismo era soprattutto tragico, la persuasione che la battaglia deve essere affrontata, non elusa e che è troppo facile attendere dal tempo soluzioni di compromesso.» (Eugenio Montale)

La rivoluzione liberale per Gobetti deve assolvere la funzione di creare una nuova classe dirigente, perchè «il liberalismo ha elaborato un concetto della politica come disinteresse dell'uomo di governo di fronte al popolo interessato… Solo attraverso la lotta di classe il liberalismo può dimostrare le sue ricchezze…Essa è lo strumento infallibile per la formazione di nuove élites, la vera leva, sempre operante, del rinnovamento popolare».

[modifica] L'antifascismo

«Il mussolinismo è [...] un risultato assai più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l'abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza.»[4]
«Il fascismo è il governo che si merita un'Italia di disoccupati e di parassiti ancora lontana dalle moderne forme di convivenza democratiche e liberali, e che per combatterlo bisogna lavorare per una rivoluzione integrale, dell'economia come delle coscienze.» (da Scritti attuali)
«Il nostro antifascismo non è l'adesione a un'ideologia, ma qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo dirlo fisiologicamente innato […] Il fascismo in Italia è una catastrofe, è un’indicazione di infanzia decisiva, perché segna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’ottimismo, dell'entusiasmo. Si può ragionare del Ministero Mussolini come di un fatto di ordinaria amministrazione. Ma il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione, una nazione che cresce alla collaborazione delle classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco. Confessiamo di aver sperato che la lotta tra fascisti e socialcomunisti dovesse continuare senza posa: e pensammo nel settembre del 1920 e pubblicammo nel febbraio scorso La Rivoluzione Liberale con un senso di gioia, per salutare auguralmente la lotta politica che attraverso tante corruzioni, corrotta essa stessa, pur nasceva […] Né Mussolini né Vittorio Emanuele Savoia hanno virtù di padroni, ma gli italiani hanno bene animo di schiavi […] Io ho atteso ansiosamente che venissero le persecuzioni personali perché dalle nostre sofferenze rinascesse uno spirito, perché nel sacrificio dei suoi sacerdoti questo popolo riconoscesse se stesso e bisogna sperare (ahimè con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio d levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sino in fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenere tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro.» (Elogio della ghigliottina, in «La Rivoluzione Liberale», 23 novembre 1922, Anno I, N° 34)

[modifica] Rapporti epistolari con Camillo Berneri

L'anarchico italiano Camillo Berneri sviluppò diversi rapporti epistolari con personalità legate al mondo dell'antifascismo non necessariamente anarchiche, tra cui appunto Piero Gobetti. Non sono molto conosciuti gli effettivi rapporti tra i due, riguardo per esempio alla conoscenza diretta, le frequentazioni, ecc., tuttavia tra i due esistevano notevoli affinità riguardo le loro posizioni politico-culturali pur muovendosi in ambiti diversi. La lettera, spedita da Berneri a Piero Gobetti dimostrano alcune affinità esistenti tra i due: [5]:

«Caro Gobetti,
m’è accaduto più volte, trovandomi a discutere delle mie idee con persone colte, di dover constatare, per le domande rivoltemi e per le obbiezioni mossemi, che il movimento anarchico, che pure fa parte, e non piccola, della storia del socialismo, è o semi-ignorato o malamente conosciuto. Non mi sono, quindi, stupito, leggendo l'articolo del prof. Gaetano Mosca sul materialismo storico, nel vedere annoverato tra i socialisti utopisti il Proudhon, che rimarrebbe mortificato nel vedersi posto a braccetto con quel Blanc, che egli saettò con la più aspra ironia per aver posto “l’Eguaglianza a sinistra, la Libertà a destra e la Fratellanza in mezzo, come il Cristo fra il buono e il cattivo ladrone.
Per escludere il Proudhon dagli scodellatori della zuppa comunista, basterebbe la critica alla formula, che divenne poi il credo Krapotkintano “da ciascuno secondo le sue forze ed a ciascuno secondo i suoi bisogni,” formula che egli chiama una casuistica avvocatesca, poiché non vede chi potrà fare la valutazione delle capacità e chi sarà giudice dei bisogni. (Cfr. L’Idée générale de la Révolution au dix-neuviéme siécle. - Garnier, Paris, 1851, p. 108).
L'errore in cui è caduto il Mosca è interessante, poiché dimostra come sia sfuggito a molti studiosi della storia del socialismo questa verità: che il collettivismo dell'Internazionale ebbe un valore essenzialmente critico. Fatto che è stato negato anche da alcuni anarchici, come da Luigi Fabbri, che sostiene essere l’anarchismo “tradizionalmente e storicamente socialista” in quanto ha per base della sua dottrina economica “la sostituzione della proprietà socializzata alla proprietà individuale” (cfr. Lettere ad un socialista; Pensiero - 1910, n. 14, p. 213).
Basta una rapida scorsa alla storia della Iª Internazionale per smentire questa affermazione. L'Internazionale nacque in Francia, nell'atmosfera ideologica del mutualismo proudhoniano, e, come dice Marx in una sua lettera relativa al Congresso di Ginevra (1866), non aveva, nel suo primo tempo, espressa alcuna idea collettivista né comunista. Il rapporto Longuet nel Congresso di Losanna (1867) dimostra che Proudhon dominava ancora. E tale dominio si riscontra nel Congresso di Bruxelles (1868), in cui, tuttavia, si affacciò l'idea collettivista, ma in modo generico e limitata alla proprietà fondiaria e alle vie di comunicazione. La collettivizzazione affermata nel IV Congresso, quello di Basilea (1869), fu limitata al suolo. L'influenza praudhoniana, dunque, è parallela all'anti-comunismo e all'anti-collettivismo.

Al collettivismo aderirono Bakounine e seguaci; ma vedendo in esso più che un progetto di forma economica, una formula di negazione della proprietà capitalista. Bakounine era entusiasta di Proudhon. Egli (Cfr. Oeuvres, I, 13-26-29) esalta il liberismo nord-americano [non erano ancora sorti i trusts], e dice “La libertà dell’industria e del commercio è certamente una gran cosa, ed è una delle basi essenziali della futura alleanza internazionale fra tutti i popoli del mondo.” E ancora: “I paesi d'Europa ove il commercio e l'industria godono comparativamente della più grande libertà, hanno raggiunto il più alto grado di sviluppo.” L'entusiasmo per il liberismo non gli impedisce di riconoscere che fino a quando esisteranno i governi accentrati e il lavoro sarà servo del capitale “la libertà economica non sarà direttamente vantaggiosa che alla borghesia.” In quel direttamente vi è una seconda riserva. Infatti egli vedeva nella libertà economica una molla di azione per la classe borghese, che egli afferma essere ingiusto considerare estranea al lavoro (Cfr. Oeuvres, I, pp. 30 e segg.), e non poteva non riconoscere la funzione storica del capitalismo attivo. Interessanti sono anche i motivi delle simpatie del B. per il liberalismo nord-americano, poiché ci spiegano che cosa egli intendesse per proprietà.

Il B. fa presente che il sistema liberista nord-americano “attira ogni anno centinaia di migliaia di coloni energici, industriosi ed intelligenti,” e non si impressiona punto all'idea che costoro divengano, o tentino divenire, proprietari.
Anzi, si compiace che vi siano coloni che emigrano nel Far West e vi dissodino la terra, dopo essersela appropriata, e nota che “la presenza di terre libere e la possibilità per l'operaio di diventare proprietario, mantiene i salari ad una notevole altezza ed assicura l'indipendenza del lavoratore” (Cfr. Oeuvres, I, 29).
concezione del valore energetico della proprietà, frutto del proprio lavoro, è la nota fondamentale della ideologia economica del B. e dei suoi più diretti seguaci. Tra questi Adhémar Schwitzguébel, che nei suoi scritti (Cfr. Quelques écrits, a cura di J. Guillaume, Stock, Paris, pagina 40 e seguenti) sostiene che l'espropriazione rivoluzionaria deve tendere a concedere ad ogni produttore il capitale necessario a far valere il suo lavoro. La dimostrazione storica dell'anti-comunismo bakunista sta nel fatto che le tendenze comuniste nell'Internazionale italiana trionfarono nel 1867, quando l’attività del Bakounine era quasi interamente sospesa (Cfr. Introd. del Guillaume alle Oeuvres de B., p. XX) e nel fatto che in Spagna, ove l'Alleanza aveva piantato profonde radici, perdura una corrente anarchica collettivista in senso bakunista.
Se il collettivismo dell'Internazionale fosse stato compreso dal Mazzini non ci sarebbe stato il fenomeno della sua critica anti-comunista. Così criticava il Mazzini: “L'Internazionale è la negazione di ogni proprietà individuale, cioè di ogni stimolo alla produzione… Chi lavora e produce, ha diritto ai frutti del suo lavoro: in ciò risiede il diritto di proprietà… Bisogna tendere alla creazione d'un ordine di cose in cui la proprietà non possa più diventare un monopolio, e non provenga nel futuro che dal lavoro.” Saverio Friscia, nella Risposta di un internazionalista a Mazzini, (pubblicata sopra il giornale bakunista L'Eguaglianza di Girgenti, e ripubblicata dal Guillaume, che la trova superba e l’approva toto corde [Cfr. Oeavres de B., vol. VI, pp, 137-140]) rispondeva: “Il socialismo non ha ancora detto la sua ultima parola; ma esso non nega ogni proprietà individuale.” Come lo potrebbe, se combatte la proprietà individuale (leggi: capitalista) del suolo, per la necessità che ogni individuo abbia un diritto assoluto di proprietà su ciò che ha prodotto? Come lo potrebbe se l’assioma “chi lavora ha diritto ai frutti del suo lavoro, costituisce una delle basi fondamentali delle nuove teorie sociali?”. E dopo aver analizzato le critiche del Mazzini, esclama: “Ma non è questo del puro socialismo? Che cosa volevano Leroux e Proudhon, Marx e Bakunin, se non che la proprietà sia il frutto del lavoro? E il principio che ogni uomo deve essere retribuito in proporzione alle sue opere, non risponde forse a quell'ineguaglianza di attitudini e di forze ove il socialismo vede la base dell'eguaglianza e della solidarietà umana?.
In questa risposta del Friscia è netta l’opposizione della proprietà per tutti alla proprietà monopolistica di alcuni; il principio dell'eguaglianza relativa (economica); ed in fine il principio dello stimolo al lavoro rappresentato dalla ricompensa proporzionata, automaticamente, alle opere. Non pensi, caro Gobetti, che potrebbe essere utile, su R. L., una serie di studi sul liberalismo economico nel socialismo? Credo colmerebbe una grande lacuna e leverebbe di mezzo molti e vecchi equivoci. Credo ne risulterebbe, fra le tante cose interessanti, questa verità storica: essere stati gli anarchici, in seno all'Internazionale, i liberali del socialismo. Storicamente, cioè nella loro funzione di critica e di opposizione al comunismo autoritario e centralizzatore, lo sono tutt'ora.
Tuo C. Berneri.»

[modifica] Bibliografia

[modifica] Scritti di Gobetti

  • La filosofia politica di Vittorio Alfieri, Torino, Piero Gobetti Editore, Torino, 1923
  • La frusta teatrale, Milano, Corbaccio, 1923
  • Felice Casorati pittore, Torino, Piero Gobetti Editore, 1923
  • Dal bolscevismo al fascismo. Note di cultura politica, Torino, Piero Gobetti Editore, 1923
  • Matteotti, Torino, Piero Gobetti Editore, 1924
  • La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Bologna, Cappelli, 1924
  • Scritti politici, a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1960
  • L'editore ideale, a cura di F. Antonicelli, Milano, Scheiwiller, 1966
  • Scritti storici, letterari e filosofici, a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1969
  • Scritti di critica teatrale, a cura di G. Guazzotti e C. Gobetti, Torino, Einaudi, 1974
  • Il Baretti, Torino, Bottega d'Erasmo, 1977
  • Lettere dalla Sicilia, a cura di G. Finocchiaro Chimirri, introduzione di N. Sapegno, Palermo, Nuova editrice meridionale, 1988
  • Nella tua breve esistenza. Lettere 1918-1926, a cura di E. Alessandrone Perona, Torino, Einaudi, 1991
  • Antifascismo etico. Elogio dell'intransigenza, a cura di M. Gervasoni, Milano, M&B Publishing, 2000

[modifica] Scritti su Gobetti

  • Giuseppe Prezzolini, Gobetti e «La Voce», Firenze, Sansoni, 1971
  • Manlio Brosio, Riflessioni su Piero Gobetti, Quaderni della Gioventù liberale italiana di Torino, 6, 1974
  • Antonio Carlino, Politica e dialettica in Piero Gobetti, Lecce, Milella, 1981
  • Paolo Bagnoli, Piero Gobetti. Cultura e politica di un liberale del Novecento, Firenze, Passigli, 1984
  • AA. VV., Piero Gobetti e la Francia, Milano, Franco Angeli, 1985
  • Luigi Anderlini, Gobetti critico, in Letteratura italiana. I critici, vol. V, Milano, Marzorati, 1987, pp. 3233-3251
  • AA. VV., Piero Gobetti e gli intellettuali del Sud, Napoli, Bibliopolis, 1995
  • Giacomo De Marzi, Piero Gobetti e Benedetto Croce, Urbino, Quattroventi, 1996
  • Alberto Cabella, Elogio della libertà. Biografia di Piero Gobetti, Torino, Il Punto, 1998
  • Marco Gervasoni, L'intellettuale come eroe. Piero Gobetti e le culture del Novecento, Firenze, La Nuova Italia, 2000
  • Paolo Bagnoli, Il metodo della libertà. Piero Gobetti tra eresia e rivoluzione, Reggio Emilia, Diabasis, 2003
  • Bartolo Gariglio, Progettare il postfascismo. Gobetti e i cattolici, Milano, Franco Angeli, 2003
  • Giuseppe Virgilio, Piero Gobetti. La cultura etico-politica del primo Novecento tra consonanze e concordanze leopardiane, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2004
  • Angelo Fabrizi, «Che ho a che fare io con gli schiavi?». Gobetti e Alfieri, Firenze, Società Editrice Fiorentina, 2007
  • Flavio Aliquò Mazzei, Piero Gobetti. Profilo di un rivoluzionario liberale, Firenze, Pugliese, 2008
  • Nunzio Dell'Erba, Piero Gobetti, in Id., Intellettuali laici nel '900 italiano, Padova, Vincenzo Grasso editore, 2011

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

[modifica] Note

  1. 1,0 1,1 Riferimento a Giuseppe Baretti, letterato italiano vissuto a lungo all'estero, e alla sua rivista La Frusta letteraria, esempio di polemica vivace e irriverente.
  2. Il Liberalismo in Italia
  3. Nella tua breve esistenza, cit., ll. 375-376 e 385
  4. La Rivoluzione Liberale
  5. Fonte
Strumenti personali