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Narodnaja Volja

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Il quarto numero del periodico «Narodnaja Volja», 17 dicembre 1880. Il sottotitolo della testata è Rivista social-rivoluzionaria.
Sof'ja Perovskaja e Andrej Željabov, due dei più importanti e celebri militanti di Narodnaja Volja
Narodnaja Volja (in russo Народная Воля, letteralmente «Volontà  Popolare», ma in italiano il nome del gruppo è solitamente tradotto in «Volontà  del Popolo» o «Libertà  del Popolo». Da notare inoltre che la parola Volja in russo può assumere anche il significato di libertà .) è stata una organizzazione del populismo russo attiva nel XIX secolo e responsabile di diversi attentati contro il regime zarista, compreso l'assassinio dell'imperatore Alessandro II di Russia avvenuto il 13 marzo 1881.

«Volontà  del Popolo» non era certo un'organizzazione anarchica, ma sicuramente era improntata sui principi antiautoriatari e aveva come principale obiettivo l'abbattimento dell'autocrazia imperiale. Alcuni suoi militanti furono prossimi agli ideali anarchici (es. Vera Figner), altri invece abbracciarono il marxismo (es. Aleksandr Martinov) e parteciparono in seguito alla rivoluzione russa. Tra i militanti ci fu il fratello maggiore di Lenin, Aleksandr Il'ic Ul'janov, che fu impiccato nel 1887 per aver partecipato ad un attentato contro lo zar Alessandro III.

La storia dell'organizzazione influenzò lo sviluppo dell'anarchismo russo e del movimento rivoluzionario, che in seguito sfocerà  nella rivoluzione russa del 1917. [1]

Nascita del gruppo e premesse storiche[modifica]

Narodnaja Volja pone le sue basi costitutive prima durante la conferenza di Lipetsk nel giugno 1879, poi in una immediatamente successiva tenutasi a Voronež poche settimane dopo. La sua nascita, che ufficialmente avviene durante il congresso di Pietroburgo il 25 agosto 1879, è legata ad una scissione interna al gruppo populistico russo Zemlja i Volja (Terra e Libertà ), fondata nel 1863 e ricostituitasi nel 1876 in funzione anti-zarista, che si divise in due correnti principali [2]:

Simbolo del movimento Zemlja i Volja. Da una sua scissione ebbe luogo la nascita di Narodnaja Volja
  • Cërnyj Peredel, («Ð§ëрный передел», Ripartizione nera): il nome allude all'abolizione del grande latifondo attraverso la ripartizione tra i contadini delle terre fertili o terre nere, in russo cërnozem. portava avanti una posizione meno radicale e non necessariamente violenta. Georgij Plechanov e Pavel Aksel'rod furono le figure di riferimento del movimento prima di esiliarsi in Svizzera.[3]
  • Narodnaja Volja: difendeva l'azione diretta, estremamente violenta, contro lo zar e i simboli del potere autocratico russo. In effetti il gruppo era assai affine alle idee diffuse da Sergej Gennadjevic Necaev, che per un certo periodo aveva frequentato l'anarchico russo Michail Bakunin.

Le radici dell'organizzazione sono però rintracciabili nei dibattiti, di natura giuridica e socioeconomica, che coinvolsero lungamente gli esponenti ideologici di tutte le tendenze politiche della Russia. La vastità  e profondità  di queste discussioni e controversie politiche e storiche erano dovute alla consapevolezza da parte dell’intellettualità  russa delle profonde differenze di civiltà  tra la loro nazione retta da un regime autocratico dispotico e retrogrado e l’Europa occidentale da cui provenivano da secoli tutte le più importanti innovazioni culturali, scientifiche e storico politiche. La coscienza di questa profonda diversità  era fonte di grande frustrazione da parte degli uomini di cultura di spicco russi (es. Nikolaj Gavrilovic Cernyševskij) i quali vollero reagire in un primo tempo culturalmente accogliendo le concezioni filosofiche e politiche provenienti dall’Europa adattandole al contesto nazionale in cui essi vivevano .

Il motivo saliente di questa grande considerazione delle peculiarità  russe da parte dell’intellettualità  progressista era da ricercarsi proprio nella volontà  di far progredire il proprio vastissimo paese risparmiandogli, sulla base di quanto accaduto in Europa occidentale, tutte le sofferenze che avevano colpito le masse contadine che erano state nei paesi ad economia capitalistica avanzata, espropriati in massa nel giro di pochi decenni, di tutti i loro diritti consuetudinari che consentivano loro di vivere come i loro padri.

Gli intellettuali più progressisti avevano una concezione organica della società  russa [4], ciò sedusse a lungo molti di loro, però gli esponenti delle nuove generazioni (populisti, anarchici, nichilisti ecc.) alla fine la ritennero semplicemente una visione quietistica dei rapporti sociali non idonea a risolvere gli immensi problemi nazionali russi. Per questo molti di essi diedero alla luce diversi gruppi antizaristi molto violenti, di cui Narodnaja Volja fu il più combattivo, organizzato ed efficace.

Organizzazione[modifica]

Il comitato esecutivo[modifica]

Nikolaj Morozov

A capo del movimento stava il Comitato esecutivo [5] di « Volontà  del Popolo », formato inizialmente da undici membri, poi divenuti 25. Era composto da [6] :

Nikolaj Kibal'cic, il "chimico" di Narodnaja Volja

Tredici altri membri si aggiunsero poco dopo, tra le quali

Morozov e Tichomirov furono designate quali responsabili di un future giornale clandestino.

Lo statuto definiva diritti e doveri di ciascuno : «Si può entrare, ma è impossibile uscirne», così scrive Edvard Radzinsky nel suo Alexandre II [7]:

«Ogni membro del Comitato è solennemente impegnato a dedicare le sue energie alla rivoluzione, a dimenticare per essa tutte le linee di sangue (parentela, n.d.r), le simpatie personali, l'amore e l'amicizia; a dare la sua vita senza avere nulla in cambio; a non avere nulla che gli appartenga; a rinunciare alla sua volontà  personale» (Vera Figner) [8].

Le decisioni del Comitato esecutivo non erano discutibili; venivano imposte alla totalità  dei membri del movimento. La disciplina era ferrea.

L'assemblea dei membri del Comitato esecutivo discuteva e adottava le risoluzioni, la Commissione si riuniva quasi ogni giorno, monitorando e valutando l'andamento della situazione. Inizialmente la Commissione era composta da tre persone: Aleksandr Michajlov, Lev Tichomirov et Aleksandr Kviatkovskij.

Gli agenti[modifica]

Secondo N. Ochanina, «gli agenti sono nominati dal Comitato esecutivo e non hanno alcun diritto, essi non hanno che obbligazioni» [9]. Sono catalogati in due categorie: quelli di « primo grado » sono quelli che beneficiano della fiducia totale del Comitato esecutivo; tutti gli altri sono considerati appartenenti al « secondo grado ».

La sezione esecutiva[modifica]

Il movimento era suddiviso in diverse sezioni, di cui la più importante è la « sezione esecutiva», diretta da Andrei Jeliabov. Questi affermava che il terrore inferto allo zarismo doveva essere costante e senza esclusioni di colpi:

«Tutto il valore del terrore e tutte le possibilità  di successo stanno nella costanza e permanenza delle azioni ...L' Autocrazia creperà  sotto i colpi del sistematico terrore. Il governo non è in grado di sopportare tale tensione, sarà  necessario far loro delle concessioni reale e non effimera. Qualsiasi rallentamento sarebbe fatale per noi, dobbiamo andare a marce forzate, con tutte le nostre forze» ( Andreï Jeliabov) [10].

Il programma[modifica]

Il programma del movimento è semplice e si riduceva ad un unico obiettivo: «Sostituire la volontà  dispotica di uno solo con la volontà  del popolo» [11]. La loro parola d’ordine fu «Morte all’autorità », il desiderio più grande la creazione di una società  di liberi ed uguali ed il loro motto «Terra e libertà » sarà  ampiamente ripreso da anarchici di mezzo mondo (soprattutto messicani e spagnoli con il loro: «Tierra y Libertad»).

I narodniki (narodnicestvo, da narod, popolo) vengono talvolta definiti anche nichilisti, ma ciò non deve confonderli con il nichilismo filosofico di Nietzsche e d’altri pensatori simili, poiché il loro programma si fondava sulla fiducia estrema verso il positivismo e il materialismo.

L'accordo tra i militanti era completo sulla necessità  di ricorso al terrorismo, ma i membri del Comitato Esecutivo sembrerebbe che talvolta abbiano nutrito scrupoli morali legittimità  delle loro azioni [12]. Il movimento non considerava di dover prendere il potere una volta caduto il regime zarista. Auspicava la formazione di un governo provvisorio e l’elezione di una Costituente. Per diffondere il proprio programma e le proprie azioni, Narodnaja Volja si dotò di un omonimo giornale clandestino.

La lotta anti-zarista: i precedenti[modifica]

La lotta contro il regime zarista precede la nascita di Narodnaia Volja; Alessandro II, che pure aveva abolito la servitù della gleba nel 1861, aveva subito diversi attentati a partire dalla metà  del 1860. Il primo, messo in atto il 16 aprile 1866, fu un atto individuale; l'attentatore, Dimitrij Karakozov, sparò alcuni colpi di pistola contro lo Zar senza riuscire ad ucciderlo.

Il secondo tentativo ebbe luogo a Parigi, il 6 giugno 1867, quando Alessandro II era in visita a Napoleone III. I due uomini si trovano su un autobus quando un polacco di 25 anni tentò di ucciderlo per protestare contro l'occupazione russa del suo paese. Seguirono altri tentativi improvvisati, senza alcun successo.

Il 2 aprile 1879, Aleksandr Solov'ëv, un membro di Zemlja i Volja, attentò alla vita dello zar sparandogli contro 5 colpi di pistola. Catturato, cercò invano di suicidarsi.

I primi attentati di Narodnaja Volja contro lo Zar[modifica]

Dopo la nascita ufficiale del 26 agosto 1879, Narodnaja Volja decise di fare dell’assassinio di Alessandro II il suo obiettivo primario. Il Comitato Esecutivo decise l’utilizzo di esplosivi anziché pistola o coltello, perché questi erano ritenuti troppo imprecisi. Non appena il 12 settembre il Comitato Esecutivo si proclamò «società  segreta completamente autonoma nelle sue azioni» [13], simultaneamente cominciarono i violenti attacchi alla vita dello Zar.

Il primo fu preparato da Vera Figner, Aleksandr Kviatkovskij e Nikolaj Kibal'cic [14]. L'intenzione era colpire lo zar durante il suo soggiorno a Livadia, in Crimea. Spacciandosi per una giovane coppia, Figner e Kibal'cic affittarono un appartamento nella regione di Odessa, dove intendevano confezionare le cariche esplosive. La dinamite fu acquistata e importata clandestinamente dalla Svizzera [15]. Alcuni complici, Nikolaj Frolenko e sua moglie Tatiana Lebedeva, avrebbero dovuto piazzare gli esplosivi sulla ferrovia Odessa-Mosca. L'arresto di un militante non fermò però i preparativi, ma l’attentato fu sospeso perché il treno imperiale non sarebbe più passato da lì.

Il secondo tentativo fu organizzato da Andrej Želiabov ed intendeva colpire la linea ferroviaria che collegava la Crimea con Charkov. In quella linea, il 18 novembre, sarebbe dovuto passare il treno imperiale. I militanti di Volontà  del Popolo riuscirono, attraverso documenti falsi, ad aprire una conceria, dove figurava che vi lavoravano Jakov Tichonov e Ivan Okladskij, due militanti dell'organizzazione. Furono scavate delle buche sotto la linea ferroviaria e quindi collocate cariche esplosive, ma qualcosa andò male e l’esplosione, prevista per il 18 novembre 1879, non si concretizzò. Probabilmente la causa era ascrivibile ad un malfunzionamento del detonatore elettrico.

Il giorno successivo, il 19, fu messo in atto il terzo tentativo con una procedura identica: una bomba sulla ferrovia, questa volta una quindicina di chilometri dalla stazione ferroviaria di Mosca, un luogo dove il treno di Alessandro II doveva passare per forza, indipendentemente dal percorso scelto. Il responsabile dell’operazione prescelto fu Alexander Mikhailov, mentre la squadra d’esperti artificieri era composta da Michajlov, Isaev, Morozov e Š irjaev, Barannikov, Gold'enberg e Aroncik. Questi scavarono una galleria sotto la ferrovia ma al momento dell’esplosione fu fatto saltare in aria il secondo convoglio ferroviario e non il primo (quello dove stava lo Zar). Il secondo convoglio fu distrutto ma non ci furono vittime, nemmeno tra la servitù dello zar. Nonostante il fallimento fu chiaro alla polizia segreta zarista che le attività  dei gruppi cosiddetti terroristici erano ferventi e inarrestabili. Dopo il fallimento dell'attacco, Aleksandr Kviatkovskij fu catturato e impiccato il 4 novembre 1880. La sua compagna, Evgenija Figner, sorella di Vera, fu condannata a 15 anni di lavori forzati. Da quel momento il commando delle operazioni esecutive passò in mano a Želiabov.

Il 5 febbraio 1880 «Volontà  del Popolo» attaccò il Palazzo d'Inverno approfittando di un suo militante, Stepan Chalturin, che nel settembre 1879 era riuscito a farsi assumere come ebanista sotto falsa identità  di Batickov. Questo fu il quarto tentativo messo in piedi dai populisti. Inizialmente Chalturin pensava di uccidere lo Zar a colpi d'ascia non appena ne fosse capitata l'occasione, però il Comitato esecutivo rifiutò la proposta e optò per il "solito" attentato dinamitardo. Probabilmente Chalturin non riuscì a procurarsi una quantità  di esplosivo sufficiente, per questo la carica che piazzò nella stanza da pranzo creò abbastanza danni ma senza riuscire ad uccidere alcun famigliare dello zar. Inoltre, al momento dell'esplosione, lo zar non era nemmeno presente a pranzo in quanto in leggero ritardo. Nel panico che ne seguì gli autori materiali dell'attentato fuggirono.

Due giorni dopo l'ultimo attacco fallito, Narodnaja Volja pubblicò una dichiarazione che esprimeva il proprio rammarico: «Avvertiamo ancora una volta l'imperatore che proseguiremo la lotta fino a che non si dimette dal suo potere a beneficio del popolo. Fino a quando non affiderà  il compito di riorganizzare le istituzioni ad una Assemblea costituente»[16]. L'attacco rivelò anche l'insicurezza perenne in cui viveva la famiglia imperiale e qualcuno pensò che dietro potesse esserci un complotto ordito dai nobili (alcuni arrivarono al punto di includere tra i mandanti Konstantin Nikolaevic, il fratello dello Zar). Ovviamente Narodnaja Volja negò fortemente l'idea complottista e rivendicò la paternità  dell'azione compiuta da Khalturine. Il 19 febbraio, alcuni giornali stranieri riportano che la notizia che Alessandro II avrebbe l'intenzione di elaborare una nuova costituzione per celebrare il 25° anniversario della sua ascesa al trono. I flebili entusiasmi si ruppero quando fu eletto come ministro dell'interno il militare Michail Loris-Melikov, che annunciò l'inizio della «dittatura del cuore e dello spirito».

Un quinto attentato fu organizzato da Andrej Želiabov per il 16 agosto 1880 a San Pietroburgo, sul ponte Kamenny, lungo il tragitto che dal Palazzo d'Inverno conduceva alla stazione ferroviaria di Tsarskoe Selo. L'attentato fallì per mancata sincronizzazione tra i militanti; parte dell'esplosivo fu perso nelle acque del fiume e ritrovato un anno più tardi.

L'attentato mortale contro Alessandro II[modifica]

I preparativi[modifica]

Per nulla scoraggiati dai precedenti fallimenti, Narodnaja Volja organizzò un nuovo attentato contro lo zar Alessandro II. Per prima cosa furono esaminate con attenzione le abitudini dell’imperatore, si scoprì che egli la domenica aveva l’abitudine di recarsi al maneggio Mikhaïlovski (San Pietroburgo), dopo il quale si recava con la moglie Ekaterina Mikhaïlovna Dolgoroukova a fare una passeggiata lungo il canale Griboïedov. Furono individuati due punti di passaggio obbligati (la via Malaïa Sadovaïa e il canale Griboïedov) e si prese la decisione di minarli entrambi. Se per caso lo zar non fosse passato da lì, oppure se qualcosa fosse andato storto, sarebbero intervenuti quattro lanciatori di bombe. Nel caso anche questi interventi non avessero raggiunto l’obiettivo preposto (cioè la morte dello zar), sarebbe intervenuto in prima persona Andrei Jeliabov armato di pugnale e coltello. [17] Secondo Franco Venturi, quello organizzato dai narodnki (militanti populisti) «non era più un attentato, ma un’azione di guerra partigiana, organizzata con la volontà  di riuscire a tutti i costi» [17].

A questo punto, facendosi passare come commercianti di formaggi, Ju. Bogdanovitch e A. V. Jakimov si stabilizzarono al n° 56 della Malaïa sadovaïa e cominciarono il lavoro di minamento delle zone prescelte, avvalendosi dell’aiuto di Sukhanov, Jeliabov, Frolenko e altri. Con i loro atteggiamenti destarono i sospetti dei vicini, arrivò la polizia a fare dei controlli ma non trovò nulla di anomalo nel loro comportamento. Due giorni prima dell'attentato, Jeliabov, che guidava le operazioni, fu arrestato e riconosciuto come attivista anti-zarista (era stato coinvolto nel "processo dei 193" [18] [19]. Il comando delle operazioni passò allora in mano a Sofia Perovskaya. La data era stata fissata: 13 marzo (corrispondente al 1° marzo del calendario giuliano). Kibaltchitch avrebbe dovuto preparare gli esplosivi e consegnarli ai 4 “lanciatori”: il n°1 era Nikolaï Ivanov Ryssakov, propagandista nelle fabbriche di San Pietroburgo; il n°2 era Ignati Joakimovitch Grineviski, studente universitario completamente devoto alla causa rivoluzionaria; il n° 3 era Timofeï Mikhaïlovitch Mikhaïlov; il n°4 era Ivan Panteleïmonovitch Emelianov, studente e simpatizzante del movimento dal 1879[20]. Tutti e quattro erano volontari e consapevoli che sarebbero andati incontro alla morte o all’arresto (che avrebbe significato interrogatorio, tortura e condanna a morte).

Le bombe furono preparate un paio di giorni prima della data prescelta (13 marzo) nell'appartamento di Vera Figner e di Isaev. In seguito sarebbero state consegnate ai "lanciatori", che avrebbero dovuto dar inizio all'azione su preciso segnale di Sofia Perovskaya.

L'attentato: morte dello zar[modifica]

Domenica 13 marzo 1881, poco dopo le 14:00, Alessandro II aveva appena concluso la sua visita al maneggio Mikhailovsky e si diresse verso il canale Caterina. Al segnale di Sofia Perovskaya, tre militanti addetti al lancio degli ordigni presero il loro posto. Secondo Hélène Carrère d'Encausse, Ryssakov, il lanciatore n° 1, avrebbe disertato in extremis [21], ma questa interpretazione viene respinta da Franco Venturi [22] e dalla stessa Vera Figner [23]: secondo loro, fu proprio Rysakov a lanciare la prima bomba.

La prima bomba colpì la carrozza imperiale, lasciando però l'imperatore indenne. Secondo la versione ufficiale, invece di fuggire, lo zar volle assistere i feriti. Ryssakov fu arrestato, diede un falso nome alle forze dell'ordine e minacciò lo zar che aveva appena ringraziato Dio per essersi salvato: «Forse è un pò presto per ringraziare Dio», disse il militante di Narodnaja Volja [24] [25]. A quel punto lo Zar si mosse per risalire sulla propria carrozza, quando una seconda esplosione lo centrò in pieno, Alessandro II fu ritrovato sanguinante, appoggiato ad una ringhiera del canale. Accanto a lui Grineviski, il lanciatore n° 2, morto pur'egli nell'esplosione. Alessandro II venne portato al palazzo. Perdeva molto sangue, soprattutto dagli arti inferiori. Dopo circa un'ora dall'attentato lo zar spirò. Le due esplosioni uccisero in totale tre persone e ne ferirono venti.

Immediate conseguenze[modifica]

Secondo alcune testimonianze dell'epoca, l'attentato lasciò « la popolazione nello stupore e nel silenzio agonizzante» [26] ma « senza manifestazione visibile di disperazione » [27]. Alcuni intellettuali o operai manifestarono addirittura una sommessa solidarietà  con gli esecutori dello zar. A Mosca alcuni studenti, il 14 marzo, manifestarono per « celebrare la scomparsa dello zar».

Il 19 marzo si svolsero i funerali nella cattedrale Pietro e Paolo di San Pietroburgo. Il lutto nazionale fu proclamato dal suo successore, Alessandro III.

Repressione, arresti e processo[modifica]

Rappresentazione grafica dell'impiccagione dei 5 militanti di Narodnaja Volja

Mentre nelle città  in molti simpatizzarono più o meno pubblicamente con Narodnaja Volja, nelle campagne in tanti videro nell'attentato un complotto ordito dalla nobiltà . Nel frattempo la polizia zarista prese ad interrogare pesantemente Ryssakov, che fu sottoposto a vera e propria tortura per costringerlo a dire nomi, cognomi ed indirizzi dei suoi complici. Di fronte alle terriibli torture subite, egli cedette e parlò. Inizia così la repressione del movimento: la notte del 15-16 marzo la polizia perquisì l'appartamento di Gesja Gelfman [28] e di Stablin, che si suicidò prima di essere arrestato. La polizia trovò alcune bombe non utilizzate e inseguì Mikhailov per arrestarlo. Prima di arrendersi, questi ferì diversi gendarmi. Il 16 marzo, nel negozio di formaggi che fungeva da coperturadel gruppo, furono trovati due chili di dinamite. Il 22 marzo, Sofia Perovskaya fu arrestata, una settimana dopo toccò a Kibaltchitch. Lo stesso giorno il Comitato Esecutivo di «Volontà  del Popolo» era riuscito a diffondere un comunicato indirizzato ad Alessandro III (successore di Alessandro II) [29], nel quale venivano spiegate le ragioni politiche e sociali della loro azione.

Il processo si svolse dal 7 al 10 aprile 1881: ci furono cinque condanne a morte. Il 15 aprile, alle ore 9:50, Jeliabov, Timofeï Mikhaïlov, Kibaltchitch, Sofia Perovskaya (la prima donna ad essere giustiziata in Russia per motivi politici) e Ryssakov furono impiccati. Ai piedi della forca quattro dei cinque militanti si abbracciarono e si sorrisero, felici di condividere insieme la stessa sorte. Ryssakov, che invece aveva ceduto alle sofferenze degli interrogatori, fu isolato (malgrado il suo pentimento tardivo, infatti dopo aver confessato ritrattò tutto) dagli altri quattro e morì in solitudine e senza il conforto dei compagni.Gesja Gelfman ebbe la vita risparmiata temporaneamente perché incinta. La sentenza fu eseguita nella fortezza Pietro e Paolo.

Il figlio di Gesja morì in un orfanotrofio pochi giorni dopo la nascita il 25 gennaio 1882; la madre fu giustiziata cinque giorni dopo. Alexandre Mikhaïlov Baranikov e Kleotchnikov furono condannati all'ergastolo. Netchaïev morì l'anno seguente.

Del Comitato esecutivo solo Vera Figner sopravvisse, dopo oltre vent'anni di carcere scontati a Chlisselbourg nel 1905 fu amnistiata in seguito agli eventi della rivoluzione russa. Vicina al movimento anarchico (era stata bakunista e militante dell'Internazionale antiautoritaria), morì nel 1942 all'età  di 90 anni.

La fine di Narodnaja Volja[modifica]

Aleksandr Il'ic Ul'janov, fratello maggiore di Lenin, fece parte di un complotto di emuli di Narodnaja Volja che cercò di assassinare Alessandro III

L'organizzazione, decapitata dalle condanne, fu parecchio indebolita nelle sue strutture organizzative. Provò a riorganizzarsi progettando un attentato contro Alessandro III, che col manifesto del 29 aprile 1881 aveva annunciato la prosecuzione del regime autocratico e istituito una nuova polizia segreta: l'Okhrana. Nell 1882 Vera Figner, unica sopravvissuta del Comitato esecutivo, tentò la riorganizzazione del gruppo, ma a causa del tradimento di Sergej Degaev il 10 febbraio 1883 fu arrestata a Char'kov. Condannata a morte, la pena fu commutata all'ergastolo da scontarsi nella prigione-fortezza di Schlüsselburg.

Alessandro III, ignorante, grossolano, alcolizzato e reazionario assai più del padre, proibì la lettura non solo di Marx o Cernyševskij ma anche di Mill e Spencer. Il giornale della Narodnaja Volja uscì clandestinamente per l'ultima volta il 1º ottobre del 1885 , ammettendo la propria sconfitta politica di fronte alla «confusione intellettuale», al «pessimismo individuale e collettivo» e al «misticismo socio-religioso» allora prevalente nell'intellighentzia russa.

Il 13 marzo 1887, proprio la la polizia segreta, riuscì a sventare un attentato ai danni dello Zar progettato da alcuni militanti che si volevano rifare alla tradizione di Narodnaja Volja. Furono arrestati diversi militanti (Pëtr Jakovlevic Š evyrëv, Vasilij Stepanovic Osipanov, Pachomij Ivanovic Andreijuškin e altri), tra cui anche Aleksandr Ul'janov, fratello maggiore di Lenin, che durante il processo cercò di accollarsi tutte le responsabilità  dicendo:

«Noi non abbiamo classi così fortemente raggruppate da poter contenere il governo [...] la nostra intelligencja è fisicamente così debole che attualmente non può impegnarsi in una lotta aperta [...] un'intelligencja così debolmente compenetrata degli interessi delle masse non può difendere il suo diritto a pensare che sotto forma di terrorismo».[30]

I giudici condannarono a morte i cinque maggiori responsabili, Ul'janov, Š evyrëv, Osipanov, Andreijuškin e Generalov. Vi furono inoltre due ergastoli e varie altre condanne "minori" (lavori forzati) per gli altri imputati (in totale gli imputati erano 15). La sentenza fu eseguita il 20 maggio. Narodnaja Volja scomparve così definitivamente dalla scena russa.

Note[modifica]

  1. La fonte principale è l'omonimo articolo pubblicato da fr.wikipedia. Tale articolo è stato in parte modificato e integrato per adattarlo alle esigenze di anarchopedia
  2. Maureen Perrie, The Agrarian Policy of the Russian Socialist-Revolutionary Party from its origins through the revolution of 1905, p. 5, Cambridge University Press, Cambridge, 1976 (Reprint 2008).
  3. Maureen Perrie, The Agrarian Policy of the Russian Socialist-Revolutionary Party, p. 5.
  4. Si leggano gli articoli su mir e obšcina
  5. I membri si davano essi stessi il nome di « Comitato esecutivo ».
  6. Edvard Radzinsky, Alexandre II, p. 383.
  7. Edvard Radzinsky, Alexandre II', pag. 384.
  8. René Cannac, Netchaïev, pag 151.
  9. M. Ochanina, citato da Edvard Radzinsky, in Alexandre II', pag 384.
  10. Citato da Edvard Radzinsky in Alexandre II', pag. 384.
  11. René Cannac,' Necaev, pag 150
  12. Citato da René Cannac in Nechaev, pag 150.
  13. Franco Venturi, pag 1048.
  14. Nikolaj Kibal'cic è stato un lontano parente di Victor Serge, l'anarchico russo che poi passò dalla parte dei bolscevichi pur mantenendo posizioni critiche nei confronti dello stalinismo.
  15. Edvard Radzinsky, Alexandre II, pag 388.
  16. Hélène Carrère d’Encausse, Alexandre II, pag. 424.
  17. 17.0 17.1 Franco Venturi, pag 1119.
  18. Hélène Carrère d’Encausse, Alexandre II, pag 456.
  19. Il processo dei 193 designa un processo a 193 attivisti populisti e antizaristi, svoltosi nell'autunno del 1877 a San Pietroburgo.
  20. Franco Venturi, pag 1122.
  21. Hélène Carrère d’Encausse, Alexandre II, pag 458.
  22. Franco Venturi diede un'altra versione e ipotizza che Ryssakov scagliò contro lo zar il proprio ordigno.
  23. Vera Figner, Memoirs of a Revolutionist, pag. 99.
  24. Franco Venturi, pag. 1124.
  25. Henri Troyat, Alexandre III, pag 77.
  26. Riportato da Franco Venturi.
  27. Carrère d’Encausse, pag 459
  28. « Gesja Gelfman » ortografata anche come « Hessa Helfman » (Stepniak).
  29. Il testo della lettera è riportato nella sua interezza in Stepniak, La Roussie souterraine, Jules Levy, Paris, 1885 (ristampa: Elibron classics, 2006).
  30. Lev Trockij, Il giovane Lenin, Milano, 1971, p. 98.

Bibliografia[modifica]

  • Franco Venturi, Il populismo russo. Dall'Andata nel popolo al terrorismo, Einaudi, 1972
  • Il populismo russo, Franco Angeli editore, 1985

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]