Still working to recover. Please don't edit quite yet.

Lotta di classe (concetto)

From Anarchopedia
Jump to: navigation, search

Nuvola apps xmag.png Per approfondire, vedi Lotta di classe.

La lotta di classe è un concetto o una teoria che spiega l'esistenza dei conflitti sociali come il risultato di un supposto conflitto principale o di un intrinseco antagonismo esistente tra gli interessi delle diverse classi sociali.

Nonostante esso sia centrale soprattutto per il marxismo (materialismo storico), non è una sua esclusività  ed anzi appartiene anche ad altri pensieri politicamente e socialmente radicali: sindacalismo, anarchismo, socialismo rivoluzionario, ecc. Secondo Karl Marx e Friedrich Engels, durante la storia le persone hanno cercato di organizzarsi in diversi tipi di società  in cui comunque si sono sempre manifestati conflitti tra ricchi e poveri, liberi e schiavi, patrizi e plebei, signori e servi, capitalisti e proletari. I fautori della lotta di classe ritengono che il conflitto classista potrebbe essere risolto esclusivamente con la lotta di classe e la costruzione di una società  senza classi e senza che ciò supponga la scomparsa del processo e progresso storico, che essi ritengono realizzarsi con il comunismo.

Origine e sviluppo del concetto[modifica]

Uno dei primi che postulò l'esistenza di un conflitto centrale in tutta la società  politicamente organizzata, ma anche a definirne l' importanza rispetto all'organizzazione della società  e dello Stato, fu Niccolò Machiavelli, che nel suo Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio pubblicò una serie di riflessioni e appunti che dovrebbero costituire le fondamenta di una moderna teoria politica basata sugli insegnamenti della storia della Roma antica. La suddivisione della società  in classi era infatti già  in atto presso gli antichi greci e romani. Intorno al VI secolo a.C., nell'antica Grecia, la società  era divisa in tre-quattro classi definite in base al censo, ed individuate da Platone nei governanti o filosofi, nei guerrieri e negli agricoltori.

Il conflitto, all'epoca della società  schiaviste (antica Roma e Grecia), si sviluppò principalmente tra uomini liberi e schiavi, delineando quindi dei rapporti gerarchici strutturati sulla base delle relazioni di proprietà . Jean-Jacques Rousseau nel 1754 scrisse che «il primo uomo che, avendo recinto un terreno, ebbe l'idea di proclamare questo è mio, e trovò altri così ingenui da credergli, costui è stato il vero fondatore della società  civile.» [1], descivendo l'ipotetico passaggio dallo stato di natura allo stato sociale come una degenerazione (non un progresso) prodotta delle disuguaglianze sociali emerse con l'affermarsi del concetto di proprietà  privata e dell'autorità . Essa si poneva come garante legalitario del diritto alla proprietà  dei mezzi di produzione, che però non faceva altro che difendere i ricchi e i potenti e mantenere i poveri in uno stato di subalternità . L'emergere della proprietà  privata e del diritto hanno così creato un abisso gerarchico tra le due "classi" sociali: proprietari e nullatenenti, dominatori e sottomessi.

Lotta di classe (Organo dell'USI), n° 125, giugno 2012

Nella società  feudale il potere apparteneva all'aristocrazia, quantunque l'importanza della borghesia crebbe gradualmente con la rivitalizzazione delle città , al cui interno aumentò progressivamente la sua importanza.[2] Iniziò comunque da allora un processo di erosione e trasformazione delle strutture sociali, sino ad allora incentrate sulle campagne, che comportarono una crescita urbana e lo sviluppo e concentrazione delle attività  commerciali e manifatturiere, per altro agevolata dalla centralizzazione politico-amministrativa operata dallo Stato moderno. Nel 1758 François Quesnay pubblicò il suo primo trattato fisiocratico che divideva la società  in "classe produttiva" (attività  agricole) e "classi non produttive" e sfruttatrici (militari, accademici, politici e funzionari statali, nobili e politici privilegiati, ecc). Più avanti ancora Adam Smith divise la società  in «coloro che vivono di rendita, coloro che vivono di salario e coloro che vivono di profitti».[3]

La rivoluzione francese del 1789 fu lo spartiacque che segnò la fine della società  feudale e l'emergere definitivo della borghesia come classe dominante.

Sviluppo post-rivoluzionario della lotta di classe[modifica]

Nella tradizionale interpretazione della rivoluzione francese lo scontro in atto vide da una parte l'aristocrazia, l'alto clero e la monarchia e dall'altra la borghesia e le masse contadine e operaie. La borghesia, che era uno schieramento assai eterogeneo (al suo interno stesso si manifestarono scontri e lotte), dominò la rivoluzione ed alla fine spodestò l'aristocrazia dal suo ruolo di classe dominante.

La rivoluzione francese non fu semplicemente una "rivoluzione borghese", in quanto non condusse solamente alla sostituzione dell'aristocrazia con la borghesia commerciale e industriale, ma anche alla distruzione di una intera classe sociale, ovvero l'aristocrazia tradizionale, all'abolizione della monarchia assoluta e alla proclamazione della repubblica. La rivoluzione francese e quella americana ispirarono le rivoluzioni a connotazione borghese che seguirono nell'XIX secolo.

Con la caduta del muro di Berlino il concetto di lotta di classe è caduto un pò in disgrazia, anche se nel 2007 il poeta Edoardo Sanguineti lo ha riportato alla luce con il breve scritto intitolato Restauriamo l'Odio di Classe:

«Bisogna restaurare l'odio di classe. Perché loro ci odiano, dobbiamo ricambiare. Loro sono i capitalisti, noi siamo i proletari del mondo d'oggi: non più gli operai di Marx o i contadini di Mao, ma “tutti coloro che lavorano per un capitalista, chi in qualche modo sta dove c'è un capitalista che sfrutta il suo lavoro”. A me sta a cuore un punto. Vedo che oggi si rinuncia a parlare di proletariato. Credo invece che non c’è nulla da vergognarsi a riproporre la questione. È il segreto di pulcinella: il proletariato esiste. È un male che la coscienza di classe sia lasciata alla destra mentre la sinistra via via si sproletarizza. Bisogna invece restaurare l'odio di classe, perché loro ci odiano e noi dobbiamo ricambiare. Loro fanno la lotta di classe, perché chi lavora non deve farla proprio in una fase in cui la merce dell’uomo è la più deprezzata e svenduta in assoluto? Recuperare la coscienza di una classe del proletariato di oggi, è essenziale. È importante riaffermare l'esistenza del proletariato. Oggi i proletari sono pure gli ingegneri, i laureati, i lavoratori precari, i pensionati. Poi c'è il sottoproletariato, che ha problemi di sopravvivenza e al quale la destra propone con successo un libro dei sogni»

Interpretazioni[modifica]

Interpretazione anarchica[modifica]

Gli anarchici della corrente comunista (ma anche di diverse fazioni individualiste), perfettamente in linea con la sinistra rivoluzionaria, ritengono che la società  capitalista sia divisa in classi e che queste abbiano interessi contrapposti ed inconciliabili. Secondo gli anarchici l'origine del conflitto tra le classi non è solo di tipo economico ma riguarda anche l'idea stessa del potere. Chi lo detiene, infatti, domina le altri classi e instaura una gerarchia, che ovviamente si manifesta anche materialmente. Per questo gli anarchici ritengono che la lotta di classe non debba essere considerata una prerogativa esclusiva del movimento operaio (come pensano i marxisti nella loro visione deterministica, attribuendo la centralità  delle lotte proprio agli operai in quanto classe antagonista degli industriali) ma che essa debba essere portata avanti anche dai contadini, dal cosiddetto sottoproletariato ed eventualmente anche dal ceto medio (che tende sempre più a proletizzarsi).

Obiettivo degli anarchici è la costituzione di una società  senza classi e gerarchie, fondata sull'eguaglianza, la libertà  e la giustizia sociale. Gli anarchici ritengono che la lotta di classe rivoluzionaria non debba essere guidata da un'avanguardia che si pone al di sopra delle masse (come ipotizza il marxismo-leninismo) ma dagli sfruttati stessi che aboliscono immediatamente lo Stato (senza aspettare la sua estinzione come pensano i marxisti) e tutte le forme di gerarchia sociale ed economica.[4]

Interpretazione marxista[modifica]

Secondo Marx la storia scritta di tutte le società  esistenti ed esistite non è altro che lotta di classe:

«Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri delle corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta; lotta che ogni volta è finita o con una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società  o con la comune rovina delle classi in lotta.» [5]

La moderna società , che ha sostituito quella feudale, non ha posto fine agli antagonismi fra le classi sociali, ma ha semplicemente sostituito quelle antiche con delle nuove. Nuove classi che hanno portato a nuove condizioni di oppressione e nuove forme di lotta.

«La nostra epoca, l'epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera società  si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l'una all'altra: borghesia e proletariato.» [5]

Egli ritiene che se si vorrà  impedire la distruzione reciproca delle classi sociali in lotta, il proletariato dovrà  cambiare l'esistente e superare il modo capitalista di produzione. La rivoluzione sociale condurrà  il proletariato alla presa del potere politico, ci sarà  una fase di transizione in cui ci si approprierà  degli strumenti dello Stato per trasformare la società : da uno Stato borghese allo Stato proletario attraverso la dittatura del proletariato.

Una volta terminata la fase di transizione, si arriverà  al comunismo, cioè ad una società  senza classi sociali. Una volta che queste verranno a mancare, e con esse anche la lotta di classe, sparirà  anche l'istituzione che sorregge la società  classista: lo Stato.

Interpretazione fascismo[modifica]

Il fascismo ripudia la lotta di classe e auspica invece la conciliazione delle stesse in nome degli interessi "superiori" dello Stato. Per questo l'essenza del fascismo è stato ed è il corporativismo, ovvero il tentativo di pacificare l'eterno conflitto capitale-lavoro. Una pacificazione che però comporta il mantenimento dello status quo, ovvero la salvaguardia della rigida divisione in classi della società . Per questo motivo il fascismo non può essere definita una ideologia rivoluzionaria ma reazionaria, perché impedisce alle classi sfruttate di emergere e abolire lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Note[modifica]

  1. da Discorso sulle origini della disuguaglianza fra gli uomini, 1754
  2. Si veda: Rivolta dei contadini in Germania (1525), Insurrezione contadina d'Ungheria (1514)
  3. La Ricchezza delle Nazioni - Grandi Tascabili Economici Newton, Roma,
  4. Si vedano le divergenze tra anarchismo e marxismo
  5. 5.0 5.1 Il Manifesto del Partito Comunista

Bibliografia[modifica]

  • Arrigo Cervetto, Lotte di classe e partito rivoluzionario, Lotta Comunista editore, 2004
  • Nikolaj Berdjaev, Cristianesimo e lotta di classe, Bertani editore, 1977
  • Luciano Della Mea, Proletari senza comunismo. Lotta di classe e lotta continua, Bertani editore, 1974

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]