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La Retirada

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Bambini si preprano all'evacuazione dalla Spagna salutando a pugno chiuso

Viene storicamente indicato col termine retirada (o «esilio repubblicano spagnolo») l'esodo dei combattenti e antifascisti della guerra civile di Spagna (1936-1939). I primi esuli cominciarono ad affluire in Francia, attraverso i Pirenei, subito dopo la caduta della Catalogna in mano franchista (gennaio 1939) e proseguirono sempre con maggiore intensità  per diverse settimane. In totale le persone coinvolte nella retirada furono almeno 500 000 persone tra antifascisti combattenti e civili al seguito.

L'esodo verso la Francia[modifica]

La retirada (gennaio-febbraio 1939)[modifica]

Lo storico Pietro Ramella con due Miliziani Antifascisti spagnoli sopravvissuti al campo di concentramento

L'esodo verso la Francia cominciò a concretizzarsi durante il corso della Battaglia dell'Ebro (luglio-novembre 1938)[1], per proseguire via via più intensamente nelle settimane seguenti. L'esodo però assunse carattere massiccio immediatamente dopo la caduta di Barcellona avvenuta il 26 gennaio 1939. Il governo francese di Daladier decise di aprire la frontiera franco-spagnola il giorno dopo, consentendo ai rifugiati di attraversare i Pirenei. Nel marzo del 1939 il numero degli esuli spagnoli in Francia fu stimato in 450-500.000 persone, tra cui 150-200 000 civili.[2]

Durante la Retirada gli ultimi ad abbandonare la Catalogna furono i miliziani della Colonna Durruti che coprirono la ritirata degli antifascisti, spesso con donne e bambini al seguito, rischiando pesantemente la propria incolumità  poiché dovettero agire in zone ormai pienamente controllate dai franchisti. La conquista della regione catalana da parte dei nazionalisti fu completata il 12 febbraio, obbligando quindi i miliziani a poter raggiungere i compagni solo attraverso i sentieri di montagna e peraltro correndo gravi rischi. Infatti, non pochi caddero vittima del fuoco franchista nel disperato tentativo di raggiungere la Francia. Le notizie giunte in Catalogna delle migliaia di vittime dei nazionalisti laddove essi avevano sconfitto i repubblicani,[3] fu una delle mole che spinse gli antifascisti catalani ad abbandonare Barcellona e i altri centri vicini in cerca della salvezza. Fu di conseguenza una drammatica fuga necessaria per sfuggire alla feroce repressione voluta direttamente da Francisco Franco:

«Il regime internò, in almeno cinquanta campi di concentramento improvvisati, oltre settecentomila soldati repubblicani. Secondo il Ministero della Giustizia furono 192.684 i giustiziati dall’aprile 1939 al giugno 1944 (a Madrid le esecuzioni quotidiane erano da 200 a 250, a Barcellona 150 e a Siviglia 80 e quest'ultima non era mai stata in mano alle sinistre). Le sentenze capitali erano eseguite dalla Guardia Civile, ma le squadre della morte falangiste, coi loro tribunali speciali, erano libere di scatenarsi contro quanti erano stati assolti nei processi o erano sfuggiti alla giustizia o si opponevano al Movimento Nazionale. E le persone da perseguire potevano avere anche solo 15 anni.»[4]

Accoglienza dei rifugiati[modifica]

Monumento ad opera di François Desnoyer in ricordo dell'internamento di 90000 antifascisti spagnoli a Saint Cyprien

L'accoglienza dei francesi fu alquanto brutale e disumana, gli esuli (inizialmente donne, bambini, anziani...) vennero raccolti in centri di raccolta (camps de collectage) creati a ridosso dei Pirenei (Mont-Louis, Prats-de-Mollo-la-Preste, Arles-sur-Tech, Boulou, La-Tour-de-Carol), esposti alle intemperie e con scarsissimo cibo a disposizione degli esuli. Man mano che giungevano nuove persone, i primi arrivati venivano smistati in centri di accoglienza (caserme o edifici abbandonati).

Gli ultimi ad essere autorizzati ad entrare in Francia furono i militari, confinati in veri e propri lager circondati dal filo spinato: Argelès-sur-Mer, Saint Cyprien, Les Barcarès, Agde e Vernet les Bains (Pirenei orientali), Mazières, Montaillou (Ariège), Gurs (Pirenei atlantici), Bram (Aude), Septfonds (Tarn e Garonne). Questi campi furono destinati ad accogliere soprattutto i miliziani delle Brigate Internazionali (Gurs), baschi, catalani (Agde, Rivesaltes), anziani (Bram) e quelli della " Durruti (Le Vernet).

Molti combattenti di matrice comunista speravano di trovare accoglienza in URSS, ma per gli anarchici e i comunisti non stalinisti (vedi POUM) questa opzione era non praticabile perchè le divergenze ideologiche sviluppatesi durante la rivoluzione li avrebbe resi vititme della persecuzione bolscevica. Spesso furono le stesse autorità  francesi ad alimentare i conflitti ideologici tra anarchici e stalinisti, come nel caso di Vernet d'Ariège[5], per poter meglio gestire la vita dei prigionieri dentro il campo. La divergenza ideologica tra esiliati anarchici e comunisti fu manifestata anche dai due fogli che circolavano nei campi: uno comunista e l'altro anarchico, la Voz de los Españoles e il Buletín de los antifascistas descontentos de los campos internacionales.

Fra gli esiliati spagnoli, la bibliografia omette spesso quelli che sbarcarono in Africa del Nord. Furono in tutto più di mille e come scrive Peter Gaida, dottorando in storia all'Università  di Brema, molti caddero vittime delle sofferenze patite quotidianamente (fame, freddo, violenza fisica e psicologica) [6]. Inizialmente semplicemente trattenuti nei campi, allo scoppio della guerra mondiale vennero utilizzati come manodopera in diversi lavori, come nei cantieri trans-sahariani del 1939. Con l'avvento del governo collaborazionista dei nazifascisti guidato da Pétain, vi verranno internati gli elementi più facinorosi e ribelli. [7]

Molti di questi esiliati non resistettero , trovando spesso la morte tra atroci sofferenze. I sopravvissuti alle drammatiche condizioni di vita dei campi furono liberati nel 1943 dopo lo sbarco degli alleati in Africa del Nord.

Il campo di Le Vernet[modifica]

Il campo di Le Vernet nacque nel 1918 come luogo d'addestramento per truppe coloniali, ma fu quasi subito trasformato in campo di prigionia per soldati tedeschi ed austriaci e poi utilizzato come deposito militare. Ai primi di febbraio del 1939, con l'incrementarsi dell'afflusso di esuli provenienti dalla Catalogna, le autorità  francesi pensarono di utilizzare Le Vernet come campo d'accoglienza per i profughi, ma poiché si trovava in grave stato d'abbandono la Sanità  militare non ne autorizzò l'utilizzo.

In seguito, quando giunsero in Francia circa 10.200 anarchici, molti dei quali appartenenti alla 26ª Divisione Durruti (tra loro anche Ricardo Sanz, Joseph Juan Domenench, Miguel Garcia Vivancios,) e perciò ritenuti particolarmente pericolosi, il Prefetto cambiò parere e Le Vernet fu predisposto ad accogliere questi ex-miliziani. Il campo si trovava in pessime condizioni, un'immensa spianata di fango, con solo una ventina di baracche peraltro in rovina. La notte la temperatura scendeva a meno 10 gradi, i rifugiati si riparavano alla meglio, ma ben 57 di loro morirono di fame e freddo tra marzo e settembre 1939 (gli esuli ricevettero una pagnotta di pane e una scatola di sardine tre giorni dopo il loro arrivo). All'arrivo dei combattenti comunisti e antifascisti delle Brigate Internazionali, a partire dall'autunno 1939 (fino ad allora internati nel campo di Gurs), lentamente furono costruite nuove baracche, un'infermeria e tutta una serie di reticolati volti a dividere il campo in sezioni, dove vennero collocati gli internati sulla base dell'ideologia e della nazionalità .

La situazione peggiorò dopo la firma del patto di non-aggressione sovietico-tedesco del 23 agosto 1939 (Patto Molotov-Ribbentrop), che portò le autorità  francesi a bollare i comunisti stranieri residenti in Francia o internati nei diversi campi come «uomini pericolosi» (hommes dangereux). Le Vernet così si trasformò in un "campo di disciplina", dove gli internati venivano sottoposti alla stretta sorveglianza del regime duro.

Una tristissima testimonianza della vita nei campi fu resa dal comunista Arthur Koestler nel suo libro Dialogo con la morte.

I rifugiati durante la Seconda Guerra Mondiale (1940 - 1945)[modifica]

Internamento e lavori forzati durante il regime collaborazionista di Vichy[modifica]

Allo scoppio della guerra mondiale, il governo francese propose agli esuli tre opzioni: ritorno in Spagna, arruolamento nelle truppe francesi o impiego nei lavori forzati. Il ritorno in patria fu scelto da coloro che pensavano di essere stati poco compromessi con i repubblicani, ma la maggior parte restò in Francia integrandosi nelle formazioni militari o nei gruppi di lavoro forzato.

La vita nei campi del sudest francese registrò un drastico peggioramento delle condizioni detentive con l'instaurazione in quelle regioni del «regime di Vichy», ovvero quello stato che governò la parte meridionale della Francia dopo l'invasione tedesca nella Seconda guerra mondiale sotto la guida del maresciallo Henri-Philippe Petain.

Questo governo, che era completamente subordinato agli ordini tedeschi, formò con i rifugiati antifascisti i Groupements des travailleurs étrangers («Raggruppamento di lavoratori stranieri», GTE), che furono indirizzati al lavoro forzato a vantaggio degli occupanti nazisti, in particolare per la costruzione del vallo atlantico.
Umberto Marzocchi, anarchico arruolatosi nella Legione
Prima che le partenze fossero vietate, ancora un certo numero di reduci antifascisti spagnoli riuscì ad imbarcarsi per l'America del Sud e raggiungere la salvezza.

La Legione straniera e la resistenza al nazi-fascismo[modifica]

Dopo i tentativi di rimpatrio, moltissimi antifascisti, pur di continuare a combattere i nazifascisti, entrarono nei quadri delle più disparate formazioni militari, compresa la Legione Straniera (vedi il caso di Umberto Marzocchi e l'impresa di Narvik[8]), visto anche che vi era nessuna richiesta di dichiarazione d'identità  e la paga era quella stabilita per la truppa francese: 2.000 franchi l'anno e la concessione della cittadinanza francese alla fine della ferma a quanti avessero rispettato determinate norme comportamentali. I volontari avrebbero prestato servizio nelle colonie francesi d'oltremare: Marocco, Levante o Tonchino.

Spesso le autorità  francesi, pur di liberarsi dei militari antifascisti, davano un ultimatum agli esuli: «O la Legione o la Spagna», ragion per cui molti scelsero forzatamente di arruolarsi, ma altrettanti diedero ben volentieri il loro contributo alla lotta al nazismo.

« Cinquemila rifugiati, decisi a riprendere le armi contro i tedeschi, si arruolarono nei "Bataillons de Marche" della Legione Straniera» (Pietro Ramella)[9]

In totale viene individuato in 50.000 il numero dei reduci antifascisti di Spagna che parteciparono, sotto diverse formazioni, alla lotta contro il nazifascismo. Alcuni, come Francisco Sabaté Llopart, fuggirono dal carcere e dai campi di concentramento per partecipare alla Resistenza francese partigiana. Stessa strada fu intrapresa dagli antifascisti che diedero vita a nuclei di Resistenza in Francia, di cui due ebbero una fondamentale importanza: l'organizzazione che faceva riferimento all'anarchico Francisco Ponzan Vidal e la La compagnia del maquis.

Tanti di questi combattenti antifascisti, diedero inizio anche alla resistenza al franchismo, valicando spesso al frontiera tra Francia e Spagna per dar vita ad una vera e propria guerriglia che durò oltre 20 anni.

Compromesso tra l'esercito francese e la resistenza[modifica]

Tra il 1939 e il 1940, molti repubblicani presero ad arruolarsi nei battaglioni starnieri dell'esercito francese, nonostante i pregiudizi degli ufficiali nei confronti dei rossi. Alla fine del 1942 in tanti si unirono alla resistenza, ai maquis (partigiani) e alle Forces françaises libres (FFL, Forze Francese Libere) create da De Gaulle. I rifugiati repubblicani speravano che la caduta del nazismo e la conseguente liberazione della Francia sarebbe stata propedeutica alla liberazione della Spagna.[10] Durante la liberazione di Parigi il primo distaccamento dell'esercito di Leclerc che entrò nella città  fu una sezione spagnola.[11]

Deportazione[modifica]

I lavoratori spagnoli o gli esiliati repubblicani detenuti nel territorio francese privi dello stuatus di prigionieri di guerra furono deportati in diversi campi di concentramento. Gli antifascisti furono distribuiti in numerosi campi: gli uomini arrestati tra le fila della resistenza ebbero come destinazione Buchenwald, le donne Ravensbrück[12], mentre quelli che si opponevano al lavoro forzato costituirono un gruppo importante nel complesso di Mauthausen. Qui furono internati più di 7.200 spagnoli, la metà  dei quali trovò la morte. In totale, 12.000 spagnoli repubblicani furono indirizzati ai campi di concentramento o di lavoro tra il 6 agosto 1940, che segnò il primo ingresso a Mauthausen, e il maggio del 1945.

Furono quasi 9.000 i repubblicani spagnoli che subirono la deportazione nei campi di concentramento nazista.

Esilio repubblicano in America latina, USA e URSS[modifica]

In America Latina e gli USA[modifica]

Più di 20 000 antifascisti si rifuggirono in Messico, un paese governato da Lázaro Cárdenas, che si dimostrò immediatamente disponile ad accettare i reduci della rivoluzione spagnola o comunque antifranchisti (tra questi Luis Bunuel). Altre 2 000 persone trovarono invece accoglienza in molti paesi del sudamerica: Argentina, Venezuela, Colombia e Cuba.[13]

Parte dell'esilio repubblicano in America latina era costituito principalmente da scienziati, artisti e intellettuali. Queste personalità  contribuirono a migliorare la vita qualitativa di questi paesi, mentre dall'altro verso contribuì non poco ad impoverire il livello culturale della Spagna di Franco.

Un cospicuo numero di repubblicani trovò accoglienza anche negli Stati Uniti.

In URSS[modifica]

Le cifre dell'emigrazione repubblicana fino in URSS sono ancora oggi oggetto di discussione. La maggior parte degli storici calcola questo numero in diverse migliaia di persone, esclusivamente militanti del «Partito Comunista di Spagna» con rispettivi famigliari. Si calcola che tra 2900 e 3200 bambini furono inviati in URSS tra marzo del 1937 e ototbre del 1938.[14] Molti orfani,dopo la sconfitta della Reppublica, conobbero destini diversi, alcuni addirittura combatterono e morrirono per la loro nuova patria (caso del figlio di Dolores Ibárruri) durante la Seconda Guerra Mondiale. .[15] Evoluzione dell'esilio

Note[modifica]

  1. Battaglia dell'Ebro
  2. Denis Peschanski, Les camps français d'internement (1938-1946) - Doctorat d'Etat
  3. Il libro I grandi cimiteri sotto la luna, descrive le stragi perpetrate dai franchisti a Maiorca agli ordini del fascista Arconovaldo Bonacorsi, evidenziando l'appoggio fornito al militare italiano dal vescovo di Palma di Maiorca, Miralles Sbert.
  4. Violenza franchista
  5. Denis Peschanski, La France des camps: l'internement, 1938-1946, Gallimard, 2002.
  6. Peter Gaida, Tesi di Dottorato, 2008
  7. Particolarmente noto, per la ferrea disciplina e il tipo di punizioni inflitte ai detenuti, fu il campo di Dijelfa.
  8. Narvick è una cittadina siderurgica, allora di importanza strategica per l'industria pesante nella Norvegia, e per questo occupata dai germanici e poi presa con un colpo di mano da truppe anglo francesi, grazie anche al fondamentale apporto della Legione Straniera, che fece da apripista con le squadre formate dagli antifascisti spagnoli, tra cui molti anarchici.
  9. Pietro Ramella. La retirada. L'odissea di 500.000 repubblicani spagnoli esuli dopo la guerra civile (1939-1945).
  10. Pierre Milza (sld), Denis Peschanski (1994)]] « Les Espagnols dans la Résistance» p.619. Además Reconquista de España es el nombre de el organismo de prensa clandestino del Partido Comunista de España.
  11. Archivio di Monde diplomatique, « Ces Espagnols qui ont libéré Paris», agosto 2004.
  12. Ravensbrück: la guerra nascosta di Hitler alle donne
  13. Geneviève Dreyfus-Armand, L'exil des républicains espagnols en France. De la Guerre civile à  la mort de Franco, Albin Michel, 1999,
  14. Bartolomé Bennassar, La guerre d'Espagne et ses lendemains, pp.396-399
  15. Rubén González Gallego, Blanc sur noir, Actes Sud, 2003,

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]