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Indagine sul caso dell'anarchico Tresca e sviluppi relativi

From Anarchopedia
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Quest’articolo intende provare a sviscerare le indagini e le questioni successive all'assassinio New York dell'anarchico e antifascista italiano Carlo Tresca (11 gennaio 1943), ucciso a seguito delle complesse relazioni sviluppatesi tra mafia e fascismo che Tresca aveva in buona parte portato alla luce.

L'indagine, fondata sulle ricerche di Ezio Taddei, scrittore anarchico, e poi di Mauro Canali, storico, che appurano la colpevolezza di personaggi come Vito Genovese, Carmine Galante e Frank Garofalo, mafiosi italo-americani, che agivano in combutta con i gerarchi fascisti.

«Tra i quali, del tutto nuovo, ci pare quello dell'assassinio negli Stati Uniti... del giornalista antifascista Carlo Tresca: assassinio operato dalla mafia...» [1] (Piero Calamandrei, giornalista e politico antifascista [2])

Antefatti: la Mazzini Society, la "questione comunista" e i fascisti riciclati[modifica]

La Mazzini Society, fondata da Gaetano Salvemini [3] si costituì nel 1939 a New York. Ne furono promotori un gruppo di repubblicani appartenenti a Giustizia e Libertà ; tra i militanti si possono citare Lionello Venturi, Randolfo Pacciardi, Michele Cantarella, Aldo Garosci, Carlo Sforza, Alberto Tarchiani, Max Ascoli, Roberto Bolaffio, Renato Poggi e Giuseppe Antonio Borgese.

Quale obiettivi si poneva l'organizzazione italo-americana? Partendo da posizioni unitariamente anticomuniste e antifasciste, si erano sviluppate tendenze diverse : per Max Ascoli, intimamente legato al governo federale, l'associazione era un mezzo propagandistico della politica roosveltiana tra gli italo-americani; per Carlo Sforza invece la "Mazzini" era vista come un mezzo per giungere poi alla nascita di un Consiglio nazionale e di un'unità  di combattimento che affiancasse i nuovi alleati nella campagna di liberazione dell'Italia.

Testata dello storico giornale di Carlo Tresca attraverso cui denunciò le "malefatte" dei fascisti riciclati

Uno degli esponenti più importanti di quest'organizzazione fu comunque l'anarchico Carlo Tresca, promotore soprattutto della costituzione di "comitati antifascisti" («Comitati della Vittoria») interni alla Mazzini Society, che secondo alcuni avrebbero agevolare l'imminente caduta del fascismo e preparare il futuro senza la dittatura del "Duce". Tresca era favorevole all'entrata nella Mazzini Society dei comunisti come Vittorio Vidali (inizalmente era contrario ma cambiò idea solo sul finire del 1942), con cui si era anche duramente scontrato in passato, ma era ostile agli antifascisti dell'ultima ora, come Generoso Pope (editore di giornali italo-americani, rooslveltiano e fascista poi pubblicamente e "ufficialmente" allontanatosi dal regime), che provavano ambiguamente ad entrare nei "comitati". Dalle pagine del suo giornale, Il Martello, Tresca portò avanti una campagna contro Generoso Pope e i fascisti camuffatti da antifascisti per convenienza e per provocazione.

In antitesi al "gruppo di Tresca" vi era quello capeggiato da Vanni Montana (vero nome Giovanni Buscemi, ex spia dell'OVRA fascista e poi futuro agente OSS [4]) e Luigi Antonini, personaggi alquanto ambigui, ostile ai comunisti ma non ai personaggi come Pope. Per lungo tempo la costituzione dei "comitati antifascisti" portò allo sviluppo di intensi conflitti ideologici all'interno della Mazzini Society e che si trascinarono sino all'uccisione di Carlo Tresca.

  • Nota a margine:

Per una maggiore comprensione degli accadimenti é consigliabile per primo approfondire nel relativo capitolo le complesse vicende interne alla Mazzini Society.

L’omicidio dell’anarchico Tresca[modifica]

Originario di Sulmona, Carlo Tresca[5] venne ucciso la notte dell'11 gennaio del '43, mentre si trovava in compagnia di Giuseppe Calabi, entrambi esponenti della Mazzini Society. Quella sera i due avevano atteso all'uscita della redazione de Il Martello di quattro collaboratori (tra cui Vanni Montana, segretario di Luigi Antonini, e Giovanni Sala) militanti come Tresca del comitato di agitazione antifascista della Mazzini Society di New York impegnati nella strutturazione dei "comitati della vittoria" che nascevano fra le comunità  italiane in USA. Tali comitati ipotizzavano la nascita di un governo provvisorio in esilio, poiché credevano che la caduta del fascismo fosse prossima e inevitabile. Saltato all’appuntamento, poiché i quattro uomini non si presentarono, i due si apprestarono ad attraversare la strada quando Tresca fu colpito mortalmente da due colpi di pistola sparati da un killer appostato al buio.

Tresca fu tradito?[modifica]

Alcuni dettagli che gettano sospetti su altri appartenenti alla Mazzini Society: Tresca e Calabi il giorno dell'assassinio avevano appuntamento con importanti dirigenti sindacali: Vanni Montana' - ex-fascista dell'OVRA, poi agente OSS e in quel momento anche segretario di Luigi Antonini, il presidente dell'Italian-American Labor Council - e Giovanni Sala, dellAmalgamated Clothing Workers of America. Luigi Antonini era uno dei propugnatori dell'ingresso di Generoso Pope e di antifascisti da burletta riciclati nei "comitati antifascisti", in contrasto irriducibile con la "linea di Tresca" sull'unità  del fronte antifascista portata avanti dal gruppo che faceva capo all'anarchico di Sulmona. Inoltre sia Luigi Antonini che Vanni Montana avevano conoscenze fra i noti capibastone mafiosi e negli alti ambienti istituzionali americani: quindi si prospetterebbe il sospetto, o comunque non sarebbe assurdo ipotizzarlo, di un complotto nato e sviluppatosi anche tra i membri della Mazzini Society.

Un capro espiatorio: i comunisti[modifica]

Alla morte di Tresca, il gruppo degli ex fascisti guidati da Pope e quello di Antonini e Montana della Mazzini Society, indicarono senza mezzi termini Vidali come il responsabile dell'assassinio. I comunisti invece, sostenuti dal giornale L'Unità  del Popolo, accusarono i fascisti e soprattutto Antonini (colui che all'interno della Mazzini Society era ostile all'entrata dei comunisti ma non degli ex-fascisti) di un complotto volto a spezzare l'unità  antifascista, suggerendo che l'uccisione di Tresca facesse parte di una complessa battaglia politico-ideologica volta ad impedire la convergenza tra le forze liberaldemocratiche e il movimento comunista.

D'altronde anche il giudice istruttore Louis Pagnucco mirò ad incriminare dell'assassinio di Carlo Tresca il comunista Vittorio Vidali, il leggendario Comandante Carlos delle Brigate Internazionali. Vidali fu indicato anche come l'assassino di Trotzkij, ma i fatti dimostrarono ampiamente che anche con quella vicenda non c'entrava nulla.

Già  più di venti anni fa, il giornalista Furio Morroni, allora redattore del Progresso Italo-Americano annunciò di aver compiuto pazienti ricerche negli archivi e nelle biblioteche di New York e tra i dossier del Federal bureau of investigation, esaminando i carteggi tra le autorità  americane e il governo fascista e le indagini sul caso Vidali e dichiarava: «Sono riuscito a trovare le prove che non solo Vidali non c’entra nulla nel delitto Tresca, ma che l’omicida, killer prezzolato, fu proprio Carmine Galante» (Panorama, 6 aprile 1981).

Secondo Morroni, Vidali non era a New York al tempo dell'assassinio di Tresca e una lettera con documentazione fotografica che sosteneva il suo alibi era stata fatta sparire dall'istruttoria, ma Edgar Hoover, il potente capo del FBI aveva indirizzato le indagini su Vidali, utilizzando il sindacato dei sarti, in particolare il segretario di Luigi Antonini Vanni Montana.[6]

La verità : movente e colpevoli[modifica]

«E qualche volta deve morire anche l'innocente. "E da quando ci preoccupiamo della gente al di fuori del nostro mondo?" Joseph Bonanno rimbrotta un gregario che ordisce l'omicidio particolarmente odioso di un giornalista antifascista militante, Carlo Tresca, nel 1943. "Vuoi che questa famiglia permetta che si agisca come comuni criminali?" Però Tresca viene ucciso. "Fu il momento più difficile della mia vita di padrino" lamenta. Così difficile, a quanto pare, che non poté menzionare l'episodio, o Tresca, nella sua autobiografia. Neppure il film lascia intendere che l'omicidio fu largamente attribuito a Galante.» (Tratto dal libro di Joseph Bonanno[7])

Seppur il caso Tresca sia ufficialmente irrisolto, i risultati di diverse indagini parallele a quelle ufficiali, conversero nel sostenere che si trattò di un complotto mafioso e fascista: il giorno dopo il delitto era stato arrestato Carmine Galante, uomo del clan di Vito Genovese, che alcuni testimoni avevano visto poco prima del delitto a bordo di un auto praticamente identica a quella usata dagli assassini e poi abbandonata. Galante rimase in galera fino al dicembre del 1944, quando "improvvisamente" qualcuno gli trovò un alibi. Prima di allora, alcuni mafiosi pentiti indicarono Frank Galante e Carmine Garofalo gli esecutori materiali e Vito Genovese quale mandante su espressa richiesta di alcuni gerarchi fascisti infastidate dalla lotta antifascista di Tresca e della sua denuncia contro l'infiltrato Generoso Pope.

Tutti gli implicati nell'omicidio di Tresca, li ritroviamo agire impunemente nel primo secondo dopo guerra in Sicilia in stretta collaborazione con angloamericani, fascisti, poliziotti ed ex torturatori al servizio del fascismo nel nord est italiano e nella zona di confine. Mai condannati, agirono in chiave antioproletaria e proprio la Mazziny society, di cui Carlo Tresca era uno degli esponenti più ascoltati, sarebbe stata per loro un buon trampolino di lancio per gli intrecci eversivi antiproletari di cui la Sicilia fu epicentro in quel periodo.

L'intuizione di Taddei[modifica]

Ezio Taddei, anarchico e scrittore che negli USA visse un lungo periodo di amicizia e collaborazione con Carlo Tresca, accusò pubblicamente la mafia italo-americana e i fascisti della morte del direttore de Il Martello. Oltre a presentarsi spontaneamente alla magistratura, in seguito scrisse un libro [8] sul caso Tresca, in cui affermò senza esitazioni che «i responsabili del delitto, secondo le ammissioni di un agente dell’Ufficio Narcotici, erano due boss della mafia, Frank Garofalo[9] e Carmine Galante[10], latitanti da anni».

Per Taddei, a quanto afferma la sorella[11], gli esecutori materiali furono Galante (successivamente capobastone di Joseph Bonanno[12]) e Garofalo, che nel seguito fece una "onoratissima" carriera di mafioso al ritorno in Italia nel dopoguerra [13]. Essi avrebbero agito direttamente su mandato di Generoso Pope e altri mafiosi come lui. (Riguardo al mandante, esiste quindi una discordanza tra la versione di Ezio Taddei e quella più Mauro Canali, che invece indica Vito Genovese, tuttavia ciò non sminuisce per nulla l'intuizione di Taddei, anche perché egli fu il primo a denunciare questo complotto, senza peraltro poter visionare al documento ufficiale).

L'indagine di Mauro Canali[modifica]

Lo storico Mauro Canali, potendo aver a disposizione la documentazione desecretata dell'OSS, divenuta poi CIA, nel 2001 pubblicò un articolo dal titolo Tutta la verità  sul caso Tresca, dove denunciò il fascismo come mandante dell'omicidio, poi eseguito materialmente da Carmine Galante. Questi era stato incaricato da Vito Genovese, che nel 1943 si trovava nel nolano ed era in ottimi rapporti con Mussolini. Canali quindi non è d'accordo con Taddei, che individua in Generoso Pope il mandante[11]

Quindi, per Canali, sarebbe stato Genovese l'organizzatore dell'omicidio dell'anarchico Carlo Tresca[14], la cui colpa era stata quella di denunciare ripetutamente gli antifascisti dell'ultima ora. Genovese, per il suo sporco lavoro, avrebbe ricevuto una ricompensa di 500.000 dollari.

Approfondimenti su Generoso Pope[modifica]

Pope vero fascista e falso antifascista[modifica]

Occorre approfondire la figura di Generoso Pope, proprietario di alcuni giornali italo-americani (Il Progresso italo-americano, Corriere d'America), fascista ma anche elettore di Frank Delano Roosvelt, personaggio potente ed ambiguo nell'ambiente degli italiani emigrati in america[15]. Secondo la documentazione raccolta da Mauro Canali[16], l'avversita' di Carlo Tresca nei confronti di Generoso Pope era ben fondata: negli archivi fascisti è stata trovata una relazione del 26 novembre 1934 nella quale quale il console italiano riferiva che Pope provava a creare discordia tra i dirigenti della International Ladies Garment Workers' Union (ILGWU)[17] e il gruppo formato da Luigi Antonini [18][19], Arturo Giovanniti, Serafino Romualdi, e quelli di Stampa Libera.

Il commissario fascista Caradossi informò il console che la ILGWU «aveva destinato un fondo di 5 mila dollari per la lotta contro il fascismo, ebbi immediatamente un colloquio col comm. Pope e lo invitai a non dare più ospitalità  nei suoi giornali ai comunicati dell'Ilgwu consigliandogli invece di pubblicare gli articoli del noto Ettore Frisina che era stato sempre un accanito avversario della cricca Antonini e conosceva a fondo le loro malefatte. Debbo dichiarare che il comm. Pope pur dovendo ammettere a malincuore che il suo piano non era riuscito non volle darsi completamente per vinto. Egli accettò di pubblicare alcuni degli articoli del Frisina e mi assicurò che avrebbe troncato ogni rapporto coll'Antonini. Però continuò invece per qualche tempo a far pubblicare i comunicati dell'Ilgwu e si decise a rispettare la parola datami soltanto in seguito alla mia minaccia che avrei informato Roma di questo suo atteggiamento».[20]. Generoso Pope aveva quindi stabili rapporti con i fascisti italiani, d'altronde egli era stato anche promotore di una sottoscrizione in favore del conflitto imperialista in Etiopia, durante le celebrazioni delle vittorie fasciste al Madison Square Garden aveva definito definendo Mussolini il più "grande uomo al mondo" e quando era giunto a Roma in visita di cortesia fu trattato con un riguardo degno dei più importanti funzionari.

Tutto ciò indusse Mazzini Society, nel 1941, a chiedere al Dipartimento di Giustizia statunitense un'indagine su Pope. Quando, grazie alla campagna di Carlo Tresca, prese consistenza la voce di un possibile sequestro dei suoi beni, Generoso Pope si allontanò pubblicamente dal fascismo (settembre 1941) e provò ad entrare nella Mazzini Society, sostenuto da Vanni Montana [21] e Luigi Antonini, sindacalisti dell'International Ladies Garment Workers' Union, in stabili contatti con l'ambiente mafioso (cosa "normale" per l'epoca) e animati da un forte spirito anticomunsita che li portò a scontrarsi con la linea di Tresca favorevole all'entrata dei comunisti nei "Comitati della Vittoria".

Tresca prese a denunciare Pope sin dal 1934, denunciando in particolare le "pressioni" esercitate da Pope contro Girolamo Valenti per il suo lavoro svolto su Stampa Libera. Inoltre, l'anarchico abruzzese non risparmiò accuse contro mafiosi come Frank Garofalo, Frank Costello, Lucky Luciano e Vito Genovese, tutti "amici" di Generoso Pope.

I rapporti denunciati dal Tresca tra Pope e la mafia furono poi accertati agli inizi degli anni '50 da una commissione senatoriale statunitense, presieduta da Kefauver, costituita col compito di indagine sul crimine organizzato.[22]

Approfondimenti su Vito Genovese[modifica]

Vito Genovesee il fascismo[modifica]

«Anni prima Vito Genovese, ex capo della mafia di New York - nella citta' americana era in attesa di essere processato - con un volo rientrò in Italia a Nola e divenne fin dal 1938, interprete dei servizi d'informazione dell'esercito degli Stati Uniti.» (Joseph Bonanno, mafioso italo-americano)

La Wikipedia inglese, ben piu' esplicita di quella italiana, riguardo ai rapporti fra Vito Genovese ed il fascismo scrive: «Finché era in Italia, Vito era divenuto buon amico di Benito Mussolini ed aveva ricevuto la più alta medaglia al valor civile che il dittatore potesse conferirgli. Come favore a Mussolini, Genovese organizzò l'assassinio dell'editore di giornali Carlo Tresca, il più efficace critico di Mussolini negli USA. Dopo essere emigrato da Napoli, Genovese iniziò negli '20 la sua carriera mafiosa al servizio del boss di New York Giuseppe "Joe the Boss" Masseria. Coinvolto in traffici illeciti ed estorsioni, il principale modo in cui Genovese era utile a Masseria risiedeva nella sua attitudine alla violenza. Charles "Lucky" Luciano fu di Genovese un socio della prima ora ed un benefattore. La loro relazione durò 40 anni, fino alla morte di Luciano. Avevano iniziato assieme da ragazzi negli slums di New York[23]. Anche lo storico Mauro Canali evidenzia che «...Quando Tresca venne ucciso, Vito Genovese era in Italia. Vi si era rifugiato alla fine del 1935 perché ricercato negli Usa per l'uccisione di un mafioso suo avversario. Il fatto singolare è che Genovese, sebbene ricercato oltreoceano, avesse trovato generosa ospitalità  nel nostro Paese»[24]

Genovese, che poi ritroveremo nell'immediato dopoguerra come collaboratore degli americani e di Charles Poletti in persona, tanto da farsi fotografare insieme al bandito Giuliano in divisa da ufficiale dell'esercito americano, fu immediatamente indicato dagli investigatori statunitensi quale mandante dell'assassinio di Tresca, visto che Carmine Galante, suo uomo di fiducia ed esecutore materiale, fu visto allontanarsi dal luogo delitto e per questo arrestato il giorno seguente, sino a quando l'anno seguente qualcuno gli trovò un alibi. Che si tratti di fatti oramai certi, è dimostrato ancora dalla Wikipedia in lingua inglese:

«Si ritiene ampiamente che Galante fosse responsabile dell'assassinio del giornalista di sinistra Carlo Tresca, che attaccava i mafiosi, l'assassinio avvenne nel '43 su ordine di Vito Genovese. Galante fece la sua carriera da autista di Joseph Bonanno (boss dell'omonima famiglia), divenendo poi caporegime e infine capobastone.» [25]

Il finanziamento alla casa del fascio di Nola[modifica]

Vito Genovese, in divisa regolare da ufficiale americano, con accanto Salvatore Giuliano, il futuro responsabile dell'eccidio di Portella della Ginestra (1 maggio 1947) contro la popolazione inerme che festeggiava il Primo Maggio. Salvatore Giuliano inoltre viene indicato secondo molto documenti un ex marò della X Mas di Junio Valerio Borghese, corpo militare della RSI che si macchiò di crimini di guerra incontro partigiani e civili disarmati

Vito Genovese [26] era in Italia quando l'anarchico Carlo Tresca viene assassinato. Vi giunse dagli USA nel 1935 con il beneplacito del regime fascista, che lo salvò così da un arresto per omicidio. In seguito l'OSS (che diverrà ' CIA nell'immediato dopoguerra), investigando su questi avvenimenti prese atto che la Casa del fascio di Nola era stata costruita con un finanziamento proprio di Vito Genovese, che in questo modo intendeva ringraziare il "Duce" per la protezione ricevuta. Il Genovese, durante l'armistizio, "trafficava" droga sempre nel Nolano, insieme al suo "segretario" Mike Miranda e in combutta col suo socio d'affari Lucky Luciano. Già  prima di questo periodo i fascisti non lo ostacolarono per nulla nello sviluppo dei suoi affari. Nel proseguo la moglie di Genovese descriverà  i propri viaggi negli USA (commissione Kefauver, 1952), necessari per prelevare e rifornire di denaro il consorte, di cui qualche "briciola" fu anche utilizzata per la costruzione della casa del fascio di Nola. Il Genovese era entrato in "affari" con molti imprenditori del posto e aveva stabilito solidi rapporti con il probabile proprietario e/o comproprietario della industria Ferrarelle, il cui rappresentante di New York era, non a caso, proprio Mike Miranda. Tutti questi legami saranno utili al Genovese nel momento dello sbarco alleato, in cui ovviamente si riciclerà  come antifascista. Occorre evidenziare anche un'altra "amicizia" importante del Genovese, cioè quella con Renato Carmine Senise, nipote del capo della polizia fascista Carmine Senise.

Ovvero quando gli anglo americani sbarcano la situazione del boss si può riassumere in questo modo:

«Napoli vive i giorni della liberazione. Miseria e fame, speranze e disperazione sono le componenti della vita quotidiana. Alla testa del "Governo Militare Alleato" che amministra la Campania e la Puglia é l'italo-americano Charles Poletti; al suo fianco, come uomo di fiducia, un napoletano dal passato turbinaso, Vito Genovese. Ricercato dalla polizia americana per omicidio, Genovese era rientrato in Italia nel 1939 e si era stabilito a Napoli. I suoi rapporti col fascismo erano stati molto stretti (nel 1935, ad esempio, aveva inviato dall'America 250 mila dollari per la costruzione della Casa del Fascio di Noia). Secondo alcune testimonianze, Genovese sarebbe stato addirittura l'organizzatore dell'omicidio dell'antifascista Carlo Tresca, che su un giornale americano scriveva articoli infuocati contro Mussolini. Secondo altri, Genovese sarebbe stato compensato con la somma di 500.000 dollari. Una cosa è certa: una volta riparato in Italia, il fascismo lo protesse contro il rischio di un'estradizione negli Stati Uniti.» [27]

Il colonello Poletti, fra l'altro, incaricò Genovese di condurre un'inchiesta amministrativa nei confronti di un sindaco sospettato di contrabbando. Proprio in quei giorni, un agente della Criminal Investigation Division giunse a Napoli per indagare su certe connivenze tra malavita locale e militari americani. Il 17 maggio 1945, con uno stratagemma, e vincendo le resistenze dei protettori dei gangster, l'agente portò Genovese a New York in stato d'arresto. Ma l'unico teste d'accusa morì in carcere [28], avvelenato. Di nuovo libero Genovese ebbe la definitiva consacrazione negli alti gradi della mala americana. L'antica camorra si trasformò, i suoi collegamenti con la mafia e col potere politico-economico divennero internazionali, e ciò portò gli "investimenti" verso il mondo della droga, di cui ancora oggi si pagano le conseguenze sociali[29].

Il clan Senise[modifica]

Sin dal 1928, Renato Carmine Senise era uno fiduciari di Arturo Bocchini capo dell'OVRA, nel 1933 si era stabilito a New York mettendosi al servizio del commissario Caradossi presso il consolato italiano che gestiva il gruppo delle spie infiltrate tra i "fuoriusciti" antifascisti. Renato Carmine Senise divenne un confidente dell'FBI, che però non si fidava di lui e quindi lo teneva sott'occhio.

Grazie al lungo periodo trascorso negli USA, Renato Carmine Senise fu in grado di riferire all'OVRA e quindi a Mussolini molti aspetti della vita politica, sociale ed economica degli Stati Uniti. Rientrato in Italia nel 1942 (la moglie però rimase negli USA), non é facile raccontare tutti i suoi loschi affari, oltre al mestire "ufficiale" di spia al servizio del regime fascista. Nel 1937 lo zio vice capo della polizia fascista fu costretto ad inviargli qualche centinaio di dollari per sostenere il suo soggiorno americano, tuttavia 5 anni più tardi rientrerà  nel "bel paese" con 175 mila dollari, segno che era riuscito a mettere in atto affari importanti. Immediatamente fu inviato in Albania sempre con compiti di delazione (i fascisti in Albania, Jugoslavia e Nord est italiano furono protagonisti di azioni così crudeli e infamanti che furono addirittura i nazisti ad invitarli alla calma [30][31]) ma ben presto rientò a Roma dove si diede alal bella vita con una attrice svedese di nome Betty Bjurstrom, da lui sposata in seguito.

Questo personaggio fu il trait d'union tra Genovese e i gerarchi fascisti.[32] È facile immaginare che i due abbiano fatto "amicizia" a New York, comunque durante la guerra i due erano inseparabili, soprattutto quando Genovese a Napoli strinse proficui affari col mondo malavitoso locale, in cui il cosiddetto "clan dei Senise", per via di tutti quei personaggi che orbitavano intorno al delatore fascisti, sfruttò le sue conoscenze ai più alti livelli per fruttare profitti considerevoli.

L'Oss aveva cominciato ad interessarsi dei rapporti Genovese-Senise mettendo sotto vigilanza l'abitazione newyorkese del mafioso era tenuta costantemente sotto controllo, visto che l'OSS aveva intercettato nel giugno del 1943 alcuni telegrammi provenienti da Stoccolma e indirizzati alla moglie di Genovese. Ciò che incuriosì gli investigatori fu che essi furono inviati a firma di Genovese ma il mittente era Betty Bjurstrom, la nuova moglie di Senise. Infatti dal marzo del 1943, Senise e la Bjurstrom risiedevano a Stoccolma e ciò fece nascere il sospetto che i telegrammi erano inviati da Senise a a firma di Genovese al fine di confondere le acque. In questi telegrammi Vito Genovese invitava la moglie a stringere rapporti di cordialità  con la moglie "statunitense" di Senise, Paola Ippolito, rimarcando i rapporti di perfetta simbiosi che ormai vi erano tra lui e Senise.

Durante le indagini sul "caso Tresca" la polizia di New York invitò l'OSS ad indagare a tutto campo su Genovese e Senise, convinti che il connubio Genovese Senise fosse collegato all'assassinio di Tresca. Ciò evidentemente non accadde e l'OSS si guardò bene dal fornire aiuto agli investigatori newyorkesi che avevano individuato la pista giusta, quella che portava a Vito Genovese.

Vito Genovese e gli americani[modifica]

Subito dopo lo sbarco alleato in Italia, come già  accennato, Vito Genovese, secondo il più genuino metodo mafioso dell'adeguamento al potere dominante, si schierò apertamente con gli alleati:

«...con un Esercito che aveva disertato in massa e una struttura pubblica del tutto fascista. La soluzione personale al problema, presentata da Charles Poletti, il capo americano delle Forze alleate a Napoli, fu quella di designare Vito Genovese suo vice, affidandosi alle sue profonde conoscenze locali per nominare tutti i sindaci della zona» [33]

Gli americani ovviamente lo ricompensarono adegutamente, tanto che Leonardo Sciascia a proposito dei rapporti Genovese-esercito statunitense scrive:

«Per dare un'idea di come uno Stato possa divenire inefficiente di fronte al­la mafia vale la pena riportare un episodio che riguarda Vito Genovese, mafioso siciliano d'America. Vito Ge­novese, in America ricercato per omi­cidio, si trovava in Sicilia nel 1943­-44, sistemato come interprete presso il Governo Militare Alleato. Un poli­ziotto di nome Dickey, che gli dava la caccia, riesce finalmente a trovarlo. Facendosi aiutare da due soldati in­glesi (inglesi, si badi, non americani) lo arresta; gli trova addosso lettere credenziali, firmate da ufficiali ameri­cani, che dicevano il Genovese " pro­fondamente onesto, degno di fiducia, leale e di sicuro affidamento per il servizio". Una volta arrestato, cominciano i guai: non per il Genovese, ma per il Dickey [34]. [...] Ne' piloziotti italiani ne' amweericani vogliono aiutare il disgraziato poliziotto che si trasci­na dietro per circa sei mesi il boss e quando finalmente arriva a New York con il grande boss ammannettato il principale accusatore di Genovese e' " stranamente " morto avvelenato in una prigione americanacosi' come nello stesso modo morira' in carcere il luogotenente del " bandi­to " Salvatore Giuliano, Gaspare Pisciotta, nel car­cere di Palermo, ovvero secondo Sciascia al coraggioso Di­ckey viene permesso di portare negli usa il Genovese soltanto quando i suoi " protettori " son sicuri che venga assolto.» [35].

Grazie alle protezioni e al sostegno ricevuto per i servizi resi alla "democrazia" americana, Genovese può tranquillamente riprendere la sua attvità  di boos mafioso e criminale:

«Anni prima Vito Genovese, ex capo della mafia di New York - nella citta' americana era in attesa di essere processato - con un volo rientrò in Italia a Nola e divenne fin dal 1938, interprete dei servizi d'informazione dell'esercito degli Stati Uniti. Fece poi ritorno a New York a sbarco avvenuto, e stranamente in America caddero tutte le accuse di assassinio fattigli in precedenza, ritorno' libero, riprese il dominio incontrastato di re della droga, elimino' il suo piu' temibile rivale il boss Anastasia e tutti coloro che ostacolavano la sua ascesa, ma si fece incastrare da un altro boss, Frank Costello, che trovo' il modo negli anni '60 per eliminarlo e mandarlo con le sue accuse in prigione per quindici anni.» [36]

Note[modifica]

  1. Estratto da Piero Calamandrei, Il Ponte 1945, La Nuova Italia
  2. Biografia Piero Calamandrei
  3. Biografia G. Salvemini
  4. Si legga in particolare la nota 27 di Carlo Tresca, combattente libertario
  5. La sua città  gli ha stata intitolato una piazza in ricordo
  6. L’emigrazione abruzzese e la letteratura di Carlo Tresca
  7. Dal libro di Joseph Bonanno
  8. da Recensione del libro di Taddei: «Questo zoliano j'accuse venne definito da Domenico Javarone (Vita di scrittore, Ezio Taddei), il primo biografo di Ezio, la "rivelazione sul modo come l'assassinio di un noto dirigente anarchico ad opera della malavita newyorkese doveva essere utilizzato per la campagna anticomunista»
  9. Sicilia, il ritorno degli “americani” di Gianni Barbacetto
  10. Carmine Galante mafioso abbastanza completo
  11. 11.0 11.1 Le indagini sul "Caso Tresca" indicano Vito Genovese quale mandante dell'omicidio, mentre Tirrena, sorella di Ezio Taddei, afferma che per il fratello il mandante era Pope. Le due affermazioni non son per nulla contraddittorie visto i legami del gruppo mafioso affaristico e quindi politico formato da Pope, il "galantuomo", ed i vari Frank Costello, Lucky Luciano, Vito Genovese e i criminali conosciuti, ma pressoché intoccabili anche per via di certi favori fatti all'"ordine costituito". In sostanza l'assassinio fuoriuscì da accordi fra Pope e Genovese, anche se il mandante riconosciuto secondo la documentazione di Mauro Canali, e altri, é Vito Genovese, uomo in grado di poter impartire ordini a figuri come Carmine Galante e Frank Garofalo. Inoltre il Genovese aveva un vecchio debito di riconoscenza verso il "duce", già  in parte pagato elargendo i fondi per tirar su la casa del fascio di Nola, ed eliminare un antifascista "pericoloso" come Tresca era proprio un modo per pagare definitivamente il debito.
  12. Bonanno, detto Bananas per un iniziale errore di trascrizione anagrafica, nelle sue memorie fa notare che lui era contrario all'omicidio di Carlo Tresca, da lui ritenuto una brava persona, ma non poté impedirlo per "interessi" superiori
  13. Frank Garofalo scrive a Vincenti Martinez di preparare buone accoglienze al sindaco di Palermo, Salvo Lima Articolo di Giuseppe D’avanzo, la Repubblica - Sabato, 28 settembre 1991 - pagina 5
  14. Ipotesi sulla morte di Tresca
  15. Carlo Tresca, combattente libertario
  16. Opere
    • Crime and Repression, in Oxford Handbook of Fascism a.c. Richard J.B. Bosworth - Oxford University Press - 2009
    • Repressione e consenso nell'esperimento fascista, in Modernità  totalitaria. Il fascismo italiano a.c. di Emilio Gentile - Editori Laterza - 2008
    • Mussolini e il petrolio iracheno. L'Italia, gli interessi petroliferi e le grandi potenze Einaudi - 2007
    • Il delitto Matteotti - Il Mulino - 2004
    • Il caso Silone. Le prove del doppio gioco I libri della fondazione liberal - 2000
    • Le spie del regime Il Mulino - 2004
    • con Biocca Dario L' informatore: Silone, i comunisti e la polizia Luni - 2000
    • Il dissidentismo fascista. Pisa e il caso Santini 1923-1925 Bonacci - 1983
    • Il delitto Matteotti. Affarismo e politica nel primo governo Mussolini Il Mulino - 1997
    • Cesare Rossi
  17. Notizie relative all'Ilgwu
  18. Documenti su Luigi Antonini su cui comppare il lavoro Tutta la verità  sul caso Tresca di Mauro Canali
  19. Antonini ed i boss mafiosi
  20. Tutta la verità  sul caso Tresca
  21. Montana ed i boss mafiosi
  22. Commissione antimafia sul crimine organizzato di stampo mafioso con riferimenti agli USA, commissione senatoriale Kefauver
  23. Vito Genovese en.wikipedia
  24. Tutta la verità  sul caso Tresca di Mauro Canali
  25. Wikipedia inglese: Carmine Galante
  26. Foto di Vito Genovese con Salvatore Giuliano Genovese è fotografato con la divisa dell'esercito americano,insieme a Salvatore Giuliano, responsabile dei fatti di Portella della Ginestra, ciò dimostra che i due si conoscevano, anzi Giuliano godeva della protezione di Genovese quando passò con i "liberatori"
  27. SUD E MALAVITA di Tonino Caputo, Gianfranco Langatta
  28. Morì in carcere anche Gaspare Pisciotta, "compagno" del bandito Giuliano, il 9 febbraio 1954. La causa del decesso, secondo gli esiti dell'autopsia, fu dovuta all'ingestione di 20 mg di stricnina. Pisciotta si accusò anche dell'uccisione di Giuliano, ma recenti indagini lo escludono. È più probabile che il bandito Giuliano sia stato invece assassinato perché al corrente di troppi lati oscuri della storia italiana.
  29. Sud e malavita di Tonino Caputo, Gianfranco Langatta
  30. Appunti su invasione fascista in Jugoslavia e zone limitrofe
  31. Appunti per campi di concentramento fascisti in jugoslavia e zone limitrofe
  32. Tutta La Verità  sul caso Tresca di Mauro Canali
  33. "Archivo storico corriere.it: Newbury Richard
  34. 10 luglio 1943: che 'bella' sorpresa! Gli alleati in Sicilia
  35. (Leonardo Sciascia - Fonte: Storia Illustrata – anno XVI – n. 173 – aprile 1972 – A. Mondadori Editore) articolo di Leonardo Sciascia
  36. da Generative Design Lab, politecnico di Milano

Bibliografia[modifica]

  • Ezio Taddei, Il "caso" Tresca, 2006
  • Italia Gualtieri, Carlo Tresca: vita e morte di un anarchico italiano in America 1999, 71 pagine
  • Regione Abruzzo, Centro servizi culturali di Sulmona, Circolo cultura & societa. Giornata della memoria, 20 maggio 1994
  • Carlo Tresca, L'attentato a Mussolini: ovvero, Il segreto di Pulcinella New York, 4 edizioni, l'ultimo per tempo, editore Alexandria, Va., Chadwyck-Healey Inc, 1987.
  • Gabriella Facondo, Socialismo italiano esule negli USA (1930-1942), Federazione italiana delle associazioni partigiane, Federazione italiana delle associazioni partigiane 1993 Bastogi]
  • Piero Calamandrei, La Nuova Italia, Il Ponte, 1945

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]