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Giovanni Passannante

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Giovanni Passannante
Giovanni Passannante (Salvia di Lucania, Potenza, 18 febbraio 1849 - Montelupo Fiorentino, 14 febbraio 1910), è stato un anarchico individualista italiano conosciuto che nel 1878 fu autore di un attentato fallito contro la vita di re Umberto I. Condannato a morte, la pena gli fu poi commutata in ergastolo che scontò in manicomio, dove passò il resto della sua vita.

Al suo paese d'origine, in segno di penitenza, venne imposto il cambio del nome in Savoia di Lucania in onore della famiglia reale. [1]

Biografia[modifica]

La gioventù[modifica]

Giovanni Passannante nasce a Salvia di Lucania (ora rinominata Savoia di Lucania)[2] il 18 febbraio 1849 in una famiglia con gravi difficoltà  economiche, peraltro abbastanza comuni all'epoca. Soprannominato «Cambio», un incidente domestico dovuto ad una grave scottatura nell'acqua bollente gli rende una mano storpia.

Costretto ad elemosinare a causa della povertà , Passannante frequenta solo la prima elementare, ma un indomito desiderio di imparare le cose lo porta ad apprendere da sè a leggere e scrivere. Cresciuto, svolge diverse umili professioni (pastore, sguattero, guardiano, ecc.), ma il suo carattere ribelle lo porta ad alcuni licenziamenti. In particolare, il proprietario dell'albergo "Croce di Savoia lo licenzierà  perchè il ragazzo sembrava più interessato alla lettura che al lavoro.

A Potenza conosce un suo compaesano, l'ex capitano dell'esercito napoleonico Giovanni Agoglia, che avendo notato la sua passione per la lettura lo assume come domestico offrendogli anche un vitalizio per poter approfondire i suoi studi. Essendo di religione cattolica, inizialmente soprattutto legge la Bibbia e gli scritti di Mazzini e Garibaldi, in seguito si convertirà  al culto evangelico quantunque abbandonerà  le forme esteriori della religione, curandone invece gli aspetti più intimi e personalistici.

Formazione politica[modifica]

Frequentando i circoli mazziniani, conosce l'internazionalista Matteo Melillo e intraprende un'attività  rivoluzionaria in favore del mazzianesimo che gli costa un arresto a tre mesi per aver incitato i calabresi all'insurrezione e per aver forse pensato di uccidere Napoelone III, che egli riteneva fosse il vero ostacolo alla nascita della Repubblica Universale.

Mentre legge e si informa sulle vicende dell' Internazionale e della Comune di Parigi, trova occupazione nella sua regione come cuoco prima di aprirsi una trattoria che spesso elargiva pasti gratuiti alle persone in difficoltà . Il ristorante sarà  chiuso nel dicembre del 1877.

Intanto si avvicina alle idee anarchiche, diventando prima membro della Società  Operaia di Pellezzano e poi della Società  di Mutuo Soccorso degli Operai, in entrambi i casi abbandonati per contrasti con gli amministratori. La Campania comunque è un covo di ferventi rivoluzionari internazionalisti, quindi non è difficile trovare compagni meglio in linea con le sue idee che via via si fanno più radicali.

È in questi ambienti che cova un odio profondo per i reali che sguazzano nella ricchezza mentre la maggior parte delle persone vive in condizioni miserevoli. Giovanni intende richiamare l'attenzione sulle disastrose condizioni di vita degli italiani ed è pronto a compiere un gesto estremo: attentare alla vita del re!

L'attentato[modifica]

Giovanni non è uno sprovveduto, è consapevole di quel che va a fare, sa che il suo gesto non potrà  che procacciargli grossissimi guai. Il 16 novembre vende la sua giacca e acquista un temperino, poi scrive sul suo fazzoletto «A morte il re! Viva la Repubblica Universale». Il 17 novembre 1878 la carrozza di Umberto I di Savoia (il presunto “re buono”...) e la regina Margherita, percorre le strade di una Napoli festante accorsa a salutare il passaggio della coppia reale.

All'improvviso, Giovanni Passannante estrae dalla tasca un fazzoletto rosso in cui è nascosto il piccolo coltellino con una lama di 8 centimetri, si avvicina alla carrozza e colpisce il re. Margherita riesce a urtare l'attentatore con un mazzo di fiori e, miracolosamente, a deviarne il colpo sul primo ministro Cairoli, il quale si ritrova con una brutta lesione alla gamba, mentre Umberto viene ferito solo di striscio.

Breve contesto storico[modifica]

L'atto di Passannante giunge a breve distanza dai tentativi insurrezionali di Bologna e del Matese, in un'Italia da poco unificata e attraversata da un'infinità  di contraddizioni (una solida minoranza di privilegiati e la maggioranza di cittadini costretti a vivere in enormi difficoltà  quotidiane), una monarchia non molto amata, e un governo che rappresenta i soli interessi delle classi dirigenti. In questo contesto, tutt'altro che a lui favorevole, Passannante subisce il processo. Egli sa che la corte non avrà  clemenza poiché è stato il “primo” che ha osato alzare la mano sull'autorità , quindi non ci sarebbe dovuto esser spazio per un secondo. (La storia andò diversamente e dopo il tentato regicidio da parte dell'anarchico Pietro Acciarito - 22 aprile 1897 -, il 29 luglio 1900 Gaetano Bresci colpirà  a morte Umberto I).

Reazioni all'attentato[modifica]

Giosuè Carducci, in onore al povero “re buono”, comporrà  la famosa Ode alla Regina[3]. Al contrario, il giovane anarchico Giovanni Pascoli, scriverà  un Inno a Passannante, di cui ci nonostante ci rimangano gli ultimi versi («Con la berretta del cuoco faremo una bandiera!») in molti mettono in dubbio non solo la sua esistenza, ma addirittura continuano a minimizzare il suo passato anarchico[4] (nel 1879 sarà  arrestato per aver lanciato grida sediziose), anche se una recente scoperta di una sua poesia[5] accerta le sue posizioni anarchiche e rivoluzionarie, quantunque in seguito si sia "ravveduto".[6]

Il giorno successivo all'attentato, a Firenze, viene lanciata una bomba contro un corteo monarchico (tre morti e decine di feriti); a Pisa, un'altra bomba anti-monarchica esplode durante una manifestazione a favore del re (non ci furono vittime ma venne arrestato tale Pietro Orsolini, che, nonostante diverse prove di innocenza, morì nel carcere di Lucca nel 1887).

Paul Brousse, direttore del giornale anarchico L'Avant-Garde di Neuchâtel (Svizzera), pubblica sul suo giornale un articolo (probabilmente scritto da Carlo Cafiero) apologetico di Passannante e altri attentatori come Juan Oliva Moncasi, Max Hödel e Karl Nobiling. L'Avant-Garde sarà  per questo soppresso, Brousse sarà  arrestato ed espulso dalla Svizzera.

Mentre i monarchici festeggiavano per lo scampato pericolo, da lì a pochi mesi cade il governo Cairoli, accusato di non fare abbastanza in tema di ordine pubblico. Il sindaco di Salvia, dopo che tutta la famiglia Passannante è stata segregata nel manicomio criminale di Aversa, accetta servilmente che il nome del paese, come castigo per aver dato i natali a chi aveva osato colpire il re, si trasformi in Savoia.

Il processo, la condanna, la detenzione e la morte[modifica]

Dopo una detenzione di alcuni mesi durante la quale si cerca inutilmente di comprovare l'esistenza di un complotto ordito insieme agli anarchici napoletani Matteo Maria Melillo, Tommaso Schettino, Elviro Ciccarese e Felice D'Amato (arrestati il 18 novembre 1878, dopo un anno saranno definitivamente scagionati), si celebra il processo. Durerà  solo due giorni (6-7 marzo 1879).

Davanti a un pubblico elegante seduto in posti numerati e munito di binocolo per osservare meglio il “mostro”, la difesa d'ufficio è affidata all'avv. Leopoldo Tarantini. Questi ne assume la difesa previa richiesta perdono al re per l'"ingrato" compito caduto sulla sua testa. L'avvocato cercherà  semplicemente di far passare Passannante per infermo di mente, nel tentativo di salvarlo dalla condanna a morte (la perizia di cinque luminari dimostra la sua “finezza e forza di pensiero non comune”).

La giuria, nonostante il codice prevedesse la pena di morte solo in caso di regicidio, non ha alcuna pietà  per l'anarchico e lo condanna alla pena capitale, che sarà  poi “magnanimamente” commutata dal “re buono” in ergastolo temendo che una condanna spropositata potesse trasformare l'attentatore in martire.

Condotto nella Torre del Martello del penitenziario di Portoferraio, chiamata poi dai marinai Torre Passannante perché da lì udivano i suoi lugubri e continui lamenti, è chiuso in una cella alta 1,50 e legato a una catena pesante 18 chili che gli consente di muoversi per un solo metro. Durante la detenzione Giovanni viene visitato solo dal deputato socialista Agostino Bertani e dalla pubblicista Anna Maria Mozzoni, i quali si trovarono di fronte ad uno "spettacolo" agghiacciante:

«Passanante è rimasto seppellito vivo, nella più completa oscurità , in una fetida cella situata al di sotto del livello dell'acqua, e lì, sotto l'azione combinata dell'umidità  e delle tenebre, il suo corpo perdette tutti i peli, si scolorì e gonfiò... il guardiano che lo vigilava a vista aveva avuto l'ordine categorico di non rispondere mai alle sue domande, fossero state anche le più indispensabili e pressanti. Il signor Bertani... poté scorgere quest'uomo, esile, ridotto pelle e ossa, gonfio, scolorito come la creta, costretto immobile sopra un lurido giaciglio, che emetteva rantoli e sollevava con le mani una grossa catena di 18 chili che non poteva più oltre sopportare a causa della debolezza estrema dei suoi reni. Il disgraziato emetteva di tanto in tanto un grido lacerante che i marinai dell'isola udivano, e rimanevano inorriditi» (Salvatore Merlino, L'Italia così com'è, 1891, in Al caffè, di Errico Malatesta, 1922).

Solo dopo l'incontro con Bertani e Mozzoni viene concesso il trasferimento nel manicomio criminale di Montelupo Fiorentino. Qui, gravemente malato di scorbuto, quasi cieco e ormai completamente impazzito per le torture fisiche e psichiche subite, Giovanni muore a 61 anni il 14 febbraio 1910.

La decerebrazione di Passannante[modifica]

Dopo la morte le autorità  continuano ad accanirsi sul corpo del povero Giovanni. La sua testa viene tagliata dal resto del suo corpo, teschio e cervello vengono accuratamente sezionati e conservati affinché i criminologi possano studiarli. Essi sono convinti di potervi trovare, tra le altre cose, anche la famosa fossetta occipitale mediana, segno inequivocabile di delinquenza secondo la pseudoscienza della frenologia, ampiamente sconfessata nei decenni successivi (in realtà  tale fossetta occipitale mediana si trova presente anche in intere popolazioni che sicuramente non sono dedite a pratiche di criminalità  di massa).

Finalmente Giovanni è tornato a casa[modifica]

La permanenza dei resti nel Museo causò numerose proteste e interrogazioni parlamentari (tra cui quella di Francesco Rutelli); l'eurodeputato Gianni Pittella portò la questione alla Commissione e al Consiglio europeo chiedendo di dare umana sepoltura ai resti di Passannante. Il 23 febbraio 1999 il ministro di Grazia e Giustizia, il comunista Oliviero Diliberto, firmò il nulla osta per la traslazione dei resti di Passannante da Roma a Savoia di Lucania, che però avverrà  solamente otto anni dopo anche grazie all'iniziativa dell'attore Ulderico Pesce. La sua petizione in favore dell'anarchico fu firmata da numerosi intellettuali, politici ed artisti (Francesco Guccini, Dario Fo, Marco Travaglio, Antonello Venditti, Oliviero Diliberto, Paola Turci, Carmen Consoli, Peter Gomez, Erri De Luca, Giorgio Tirabassi, ecc.) contribuirà  in maniera decisiva allo sblocco della vicenda.

Finalmente il 10 maggio 2007 è avvenuta la sepoltura, nel paese natale, dei resti di Giovanni Passannante. (Il Ministro della Giustizia Mastella aveva stabilito che la traslazione doveva avvenire l'11 maggio 2007 e invece "i servizi segreti", per motivi di ordine pubblico, l'anticiparono, segretamente, al giorno prima.)

Note[modifica]

  1. Fonte principale articolo: Giuseppe Galzerano, Giovanni Passannante, Galzerano Editore, Casalvelino Scalo, seconda edizione, 2004
  2. Intorno al 2007 si è sviluppato un movimento, concretizzatosi nel comitato "pro-Salvia", favorevole al ritorno del comune al nome originario, cui si oppone quello "pro-Savoia", appoggiato dall'Unione Monarchica Italiana, favorevole al mantenimento del nome attuale.
  3. Ode alla regina
  4. La giovinezza anarchica di Pascoli
  5. Inno all'anarchia
  6. Pascoli, ritrovato un inno all' anarchia

Bibliografia[modifica]

Testi[modifica]

  • Giuseppe Galzerano, Giovanni Passannante. La vita, l'attentato, il processo, la condanna a morte, la grazia ‘regale' e gli anni di galera del cuoco lucano che nel 1878 ruppe l'incantesimo monarchico, Galzerano Editore, Casalvelino Scalo, seconda edizione, 2004
  • Giuseppe Porcaro, Processo a un anarchico a Napoli nel 1878, edizioni del Delfino, Napoli, 1975
  • Antonio Parente, Giovanni Passannante anarchico o mattoide?, Bulzoni editore, Roma, 1989

Altre opere[modifica]

  • Passannante – canto sociale pugliese di fine Ottocento dedicato all'anarchico, di cui esistono due versioni. L'autore è ignoto.
  • L'innaffiatore del cervello di Passannante – spettacolo teatrale scritto e interpretato da Ulderico Pesce.
  • Liberiamo Passannante! – manifestazione tenutasi al Teatro Palladium di Roma il 19 marzo 2007, con l'obiettivo di sollecitare la sepoltura dei resti dell'anarchico, al tempo ancora esposti al museo criminologico.
  • Passannante – film del 2011 con Fabio Troiano nei panni dell'anarchico. Altri interpreti sono Ulderico Pesce, Andrea Satta, Alberto Gimignani e Luca Lionello.
  • Testamento di Giovanni Passannante, anarchico italiano – canzone del cantautore veronese unòrsominòre., contenuta nell'album La vita agra del 2011.

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]