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Domenico Zavattero

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Domenico Zavattero (San Remo, 29 luglio 1875 – Ravenna, 3 aprile 1947) è stato un anarchico italiano. Di professione terrazziere, commesso, pubblicista ed impiegato, è stato un instancabile propagandatore dell'idea anarchica.

Biografia[modifica]

Domenico Zavattero nasce a San Remo il 29 luglio 1875 da Giovanni e Antonia Bruno. Terminati gli studi elementari, il giovane Zavattero inizia ad interessarsi alle questioni sociali e politiche leggendo, da autodidatta, molti classici dell’anarchismo (Kropotkin, Bakunin, ecc.). Inizalmente però aderisce al socialismo.

Dal socialismo all'anarchismo[modifica]

Nel 1894 comincia ad interessarsi all’anarchia frequentando il gruppo di Romualdo Papini, Luigi Alassia e Luigi Barolo. A 19 anni emigra in Turchia, dove esercita il mestiere di terrazziere. Al suo ritorno in Italia, nel 1897, fonda a Torino un circolo di studi sociali in cui abitualmente tiene conferenze.

Considerato un pericoloso estremista, viene arrestato nel maggio 1897 a causa dell’arrivo dei Prìncipi nel capoluogo piemontese. In questa fase dà  inizio ad un’intensissima attività  propagandistica: collabora con «L’Agitazione» di Ancona, «Il Nuovo verbo» di Roma, «Il Ribelle» di Reggio Calabria; dà  inoltre alle stampe diversi opuscoli, tra cui La peste religiosa di Johann Most e Vittime e pregiudizi di Pasquale Pensa. Per entrambi gli opuscoli viene condannato al carcere: per il primo subisce una condanna (insieme ad Enrico Richiero) a 3 mesi e due giorni; per il secondo la condanna è a sei mesi. Entrambi le pene saranno soggette all’indulto, ma i due opuscoli verranno comunque sequestrati dalle autorità . Stessa sorte subiranno tanti altri suoi opuscoli e libelli (es. Che cosa vogliamo).

Instancabile propagandista, il 4 marzo 1899 viene arrestato per aver incitato all’odio di classe durante un comizio tenutosi nella sede dell’Associazione generale degli operai. Difeso da Pietro Gori, viene condannato a due mesi e 23 giorni di carcere.

In esilio: Svizzera, Inghilterra, ecc.[modifica]

L'ininterrotta serie di sequestri, arresti, condanne e la repressione seguita ai morti milanesi del maggio 1898 lo spingono a lasciare Torino per dirigersi a Losanna. Nel luglio 1898, mentre si trova in compagnia di Pierre Gualducci (Galducci) e Giovanni Gino «al caffé socialista italiano, rue de la Madeleine» di Losanna, viene arrestato «per scandalo, minacce, ecc.» [1] ed espulso ad Evian due giorni dopo. Egli rimane comunque attivo nella Svizzera romanda. Infatti, a Neuchâtel, entra a far parte del gruppo di esuli che, con Giuseppe Ciancabilla, Oreste Giuseppe Boffino, Felice Vezzani, Alfonso Donini, Giuseppe Borello ed Ersilia Grandi Cavedagni (tipografia di Ferdinando Germani) danno nel luglio vita a «L'Agitatore», periodico comunista anarchico [2] rivolto ai rifugiati in Svizzera. Con Oreste Boffino (incisore) pubblica, sempre a Neuchâtel, il numero unico de «Il Profugo, scenette della vita d'esilio» (settembre 1898).

Dopo essere stato espulso dalla Svizzera il 27 luglio 1898, insieme ad altri italiani accusati impropriamente di complicità  nell'uccisone di Elisabetta d'Austria da parte dell'anarchico Luigi Luccheni, Zavattero ripara prima a Londra, poi Parigi (fino all’aprile del 1899 ospite di Ernesto Cantoni). Condannato altre due volte quando era assente dalla Svizzera, invia a «La Questione Sociale» di Paterson una lettera in cui invita gli anarchici a passare all’azione:

«L’epoca della teoria è per ora terminata. È ora dell’azione.» (24 dicembre 1898)

Rientrato clandestinamente in Svizzera, nel maggio 1899 viene arrestato a Zurigo, poi accompagnato alla frontiera italiana di Ponte Chiasso (con altri due anarchici, Spreafico e Invernizzi) e preso in carico dalle guardie regie. Riesce a fuggire e ripara nuovamente a Londra, dove pubblica I rivoluzionari e la situazione in Italia. A settembre, mentre è a Lugano (era appena rientrato) esce a Londra Ai legalitari! nel quale critica la politica addormentatrice dei socialisti; agli inizi di novembre dello stesso anno si trasferisce in Belgio, poi da lì in Francia, Svizzera ed infine a Milano.

Rientro in Italia[modifica]

Nella città  meneghina viene arrestato il 21 novembre mentre è ospite di Carlo Colombo. Amnistiato, l'anarchico italiano sconta solo due mesi di carcere (anziché 18). È un nuovo Zavattero, quello che ritorna alla militanza anarchica. Abbandona le tentazioni anti-organizzatrici e sviluppa un pensiero maggiormente tendente all'organizzazione.

Si trasferisce ad Ancona per collaborare con «L’Agitazione», ma la redazione è oramai stata ridotta all’osso dagli arresti e anche Zavattero viene fermato e incarcerato «pel reato di offesa al pudore commesso colla stampa del noto opuscolo La donna». Viene trasferito al carcere di Pesaro, rilasciato nel 1902 e reimpatriato a Torino. Per un po’ lavora come uomo di fatica alle dipendenze del comune stesso, a causa di una multa non pagata, e poi viene nuovamente condannato e arrestato per una “dimostrazione sacrilega” contro una manifestazione religiosa (giugno 1903). Processi e condanne però non fermano la sua attività  propagandistica, nel biennio 1902-1903 pubblica un’infinità  di opuscoli e collabora con tantissimi giornali e riviste anarchiche (spessissimo firmando i propri articoli con diversi pseudonimi).

Secondo le autorità  Zavattero «esplica in Genova e dintorni una straordinaria attività  di propaganda anarchica, infondendo un sensibile risveglio e guadagnandovi non pochi proseliti». Si batte contro il caro affitti, nel giugno 1904 si trasferisce a Ravenna per assumere la direzione de «L’Aurora», ma all’inizio di dicembre viene nuovamente arrestato e tradotto a Torino per alcune intemperanze contro il corpus domini. Il periodo ravennate lo vede ancora concentrato sulla questione organizzatrice; anche se non rientra nel novero degli antiorganizzatori egli si dichiara «contrario all’organizzazione in partito», pensando che la nuova società  si possa costruire «graduatamene, a seconda delle condizioni di partito»). In definitiva egli auspica un’organizzazione informale e fatta di larghe intese. Vien fermato dalla polizia, ma subito dopo rilasciato, per aver partecipato ad un comizio (24 agosto) di protesta contro l’eccidio di Grammichele [3]. Partecipa al Convegno anarchico di massa-lombarda (5 novembre 1905) e a quello sindacalista di Bologna (fine novembre).

Polemiche e conflitti con l'ala individualista[modifica]

Finito il periodo ravennate a metà  del 1906, a causa di conflitti con l’ala individualista, Zavattero si trasferisce prima a Rimini, poi a Torino. La compagna Aglae, sorella di Agostino Masetti, gli dà  un figlio, Vezio, e sempre nel capoluogo subisce una nuova condanna a sei mesi per aver pubblicato un opuscolo in cui fa l’apologia di Gaetano Bresci. Lasciata Torino per Sampierdarena nel 1907, l'intenzione è di fare della Liguria la sua base d’azione. Nella nuova residenza, Zavattero vive momenti di forte insofferenza verso le frange individualiste, che ritiene eccessivamente fumose ed astratte, per questo fonda «La Pietra infernale», il cui intento è porre un freno a quella che ritiene essere una degenerazione dell’anarchismo. «La Pietra infernale» polemizzerà  in particolare con Ettore Molinari e Nella Giacomelli, i quali, dalle pagine de «La Protesta Umana», lo definiscono il «Medico-chirurgo dell’anarchismo» a causa della sua ossessione di voler "curare" l’anarchismo. A questo periodo risalgono anche vivacissimi scontri con Paolo Schicchi ed Edmondo Mazzuccato, che in seguito contribuiranno a fare terra bruciata intorno a lui.

Paolo Schicchi, uno degli invididualisti con cui Zavattero polemizzò più sovente

Con l’uscita de «L’Alleanza Libertaria», come da progetto del Congresso Anarchico del 1907, Zavattero propone di trasformare «La Pietra infernale» in un supplemento del nuovo giornale. Purtroppo viene arrestato nuovamente a Parma, dove era giunto per partecipare al grande sciopero agrario. Comparso di fronte alla Corte di Lucca l’8 maggio 1909, viene assolto. Si trasferisce a Carrara e diviene uno dei leader del gruppo Francisco Ferrer, anche se in questo periodo, probabilmente fiaccato dalle continue detenzioni, tende a rimanere nella legalità  e quindi ad evitare azioni eclatanti (sarà  comunque condannato ad un mese di galera per aver esposto la litografia di Montjuich di Sagristà , in onore di Ferrer, che era stata scambiata per un volgare nudo di donna). Dopo essere divenuto corrispondente de «L’avvenire anarchico» di Pisa nel maggio 1910, Zavattero si trasferisce a Bologna, diviene il redattore de «L’Agitatore», acquista una tipografia (tipografia La Scuola Moderna) e fonda un’omonima rivista di cui è redattore insieme a Luigi Fabbri e ad Angelo Tonello. In questo periodo subisce ripetuti attacchi dall’individualista Massimo Rocca (in seguito Rocca aderirà  al fascismo), che lo accusa di malversazioni.

Nonostante gli attacchi personali ricevuti, Zavattero continua a svolgere conferenze (nel frattempo s’era trasferito a Massalombarda), ma dopo gli spari di Augusto Masetti contro il suo colonnello nella caserma Cialdini, tutta la redazione de «L’Agitatore» viene arrestata (tranne Armando Borghi e Giuseppe Sartini) per via di un articolo di Maria Rigyer che esaltava il gesto dell’anarchico antimilitarista Masetti. Egli viene nuovamente arrestato il 6 novembre a Massalombarda per associazione a delinquere, ma il 18 viene rilasciato in libertà  provvisoria «previo atto di sottomissione». Intanto prosegue nella sua attività  di gestione de «L’Agitatore» e proseguono anche le polemiche con Massimo Rocca. Zavattero è uno dei pochi anarchici in libertà  o che non sono esiliati all’estero, anche se viene nuovamente arrestato per qualche giorno con l’accusa di aver partecipato (insieme alla Rygier) alla progettazione dell’attentato compiuto (e non riuscito) da Antonio D’Alba contro il re. Rilasciato, partecipa al convegno anarchico romagnolo-marchigiano del 28 luglio; è presente anche al congresso costitutivo dell’USI.

Quando Maria Rygier esce di prigione, Borghi, durante un convegno anarchico, spinge affinché sia proprio lei a sostituire Zavattero alla direzione «L’Agitore». Godendo ancora di qualche appoggio, durante il congresso di Faenza del 28 febbraio successivo, l'anarchico sanremese riesce a farsi affidare la direzione di un nuovo periodico, «La Barricata». Ormai lo si sta isolando sempre più e l'articolo Perché non vogliamo avere nulla in comune con Domenico Zavattero, pubblicato ne «L’Agitatore» (28 febbraio), lo dimostra esplicitamente. Oltre alle accuse di malversazioni, Zavattero viene accusato da alcuni compagni di aver scaricato le colpe dell’articolo incriminato su Sartini e sui tipografi. A questo punto si formano due schieramenti: «Il Libertario» si mette dalla parte di Maria Rygier, mentre «L’Avvenire anarchico» sostiene apertamente Zavattero, il quale riceverà  pieno appoggio dal congresso anarchico del 18 maggio. Egli riesce così a pubblicare «Canaglie rosse», un supplemento de «La Barricata», in cui saranno più gli articoli in polemica con Massimo Rocca piuttosto che quelli propositivi di nuove idee e progetti. Le polemiche però assumono un tono molto squallido e sia «L’Agitatore» che «La Barricata» vengono sospesi, mentre Rocca denuncerà  per diffamazione Zavattero. Questi sceglie allora di rifugiarsi in Francia da amici, evitando in questo modo anche nuova condanna ma non prima di aver pubblicato il saggio Vent’anni sfioriti. Considerazioni critiche sugli errori dottrinari e tattici sull’elemento anarchico in Italia e l’opuscolo La bancarotta di un atteggiamento. Il primo scritto è un impietoso ritratto dell’anarchismo dell’epoca; il secondo consiste nell'elaborazione di un nuovo anarchismo, fortemente critico nei confronti dell’insurrezionalismo e del volontarismo. Nasce così una pacata polemica con Malatesta che lo accuserà  di pessimismo e di voler allontanare dal movimento tutti coloro che non gli piacevano sollevando scandali e polemiche di bassa lega.

Dopo aver maldestramente tentato di intraprendere l'attività  di allevatore, nel 1918 viene assunto dall’Umanitaria come reggente del segretariato di Marsiglia per l’assistenza agli emigranti. Nel 1927 perde il posto Commissariato Generale per l’emigrazione (dal 1924 questa era la denominazione assunta dall'Umanitaria); ciò sarebbe dovuto, secondo Zavattero, proprio alle sue esplicite posizioni antifasciste. In difficoltà , prova a svolgere una serie di piccole attività  private (nel campo dell’architettura e in quello agricolo) ma le cose vanno male, così come gli viene rigettata la richiesta di prendere la cittadinanza francese.

Gli ultimi anni[modifica]

Allo scoppio della guerra si rifugia da una figlia, poi nel 1943 rientra in Italia. Arrestato, viene portato nelle carceri di Oneglia. Le carte della polizia lo accusano di agire per conto degli anarchici americani, in particolare di voler «ricostituire le fila degli anarchici italiani residenti in Francia» e di essere in contatto con tutte le realtà  antifasciste. Zavattero è referente marsigliese degli anarchici italoamericani; nel 1929 aveva infatti collaborato con «Il Martello» di Carlo Tresca (spesso firmandosi con lo pseudonimo L’Olmo o Lolmo) e con altre riviste anarchiche presenti in quegli anni («Lotta anarchica», «Vogliamo!», ecc.). Nel 1935 aveva fatto richiesta di rientrare in Italia per problemi di salute, ma nonostante le rassicurazioni sul fatto che non l’avrebbero arrestato pare non averne approfittato sino al 1943.

Dopo la liberazione di Ravenna (4 dicembre 1944), entra in città  come rappresentante del Movimento Comunista Libertario del CLN. In rappresentanza dello stesso, nel 1945 partecipa al Comitato interpartitico della CDL, embrione della segreteria camerale. È uno dei membri più attivi della Federazione Anarchica romagnola (settembre 1945). Si esprime per una volontà  epuratoria dei fascisti, peraltro rimarcata nelle pagine de «La Lente» (settimanale dell’Unione Studenti Italiani di cui aveva assunto la direzione), in cui si esprime contro «il giornalismo fascista a Ravenna» (pubblicherà  un elenco di 570 nomi facenti parte di un’organizzazione capillare fascista).

Attaccato anche dai repubblicani, Zavattero viene espulso dalla federazione anarchica romagnola per il suo favore alla partecipazione degli anarchici alla costituente. Nel 1946, in seguito ad una disposizione della Presidenza del Consiglio, Zavattero viene diffidato dal continuare a pubblicare «La Lente» e viene annunciata una commissione d’inchiesta contro le sue attività . L’ultimo suo “organo” propagandistico sarà  «Il Rogo», un foglio semiclandestino battuto a macchina.

Domenico Zavattero muore a Ravenna il 3 aprile 1947.

Note[modifica]

  1. Rapporto della polizia locale del 24 luglio 1898
  2. L'Agitatore, dal 2 luglio 1898-17 luglio 1898, 12 Numeri, 1500 copie
  3. Grammichele / Va in scena la storia

Bibliografia[modifica]

  • Maurizio Antonioli; Gianpietro Berti, Santi Fedele, Pasquale Luso, Dizionario biografico degli anarchici italiani
  • Giorgio Sacchetti, Sovversivi in Toscana : 1900-1919, Altre edizioni, Todi, 1983
  • Domenico Zvattero, Vent'anni sfioriti : considerazioni critiche sugli errori dottrinari e tattici dell'elemento anarchico in Italia, Bologna, 1913
  • Domenico Zavattero, La bancarotta di un attegiamento, Edizioni di "Problemi", Bologna, 1913
  • Domenico Zavattero, L'analisi dell'ideale, L'iniziativa, Rimini, 1907
  • Domenico Zavattero, Che cos'è l'anarchia, Libreria sociologica, Buenos Aires (Argentina), 1899

Voci correlate[modifica]