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Disobbedienza civile (concetto)

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Nuvola apps xmag.png Per approfondire, vedi disobbedienza civile.
Attivista contro la guerra viene arrestato dopo un'azione di disobbedienza civile. Il fermo è avvenuto nelle scale della Corte Suprema di Washington DC (USA) nel febbraio 2005

La disobbedienza civile è un mezzo di protesta sociale che consiste nel rifiuto di obbedire alle leggi imposte da un'autorità  se ritenute ingiuste o in contrasto con la propria coscienza. La disobbedienza è generalmente di natura pacifista ma talvolta può assumere carattere violento, anche se in entrambi i casi mantiene la sua "vena" radicalmente contestatrice della gerarchia al potere.

In sostanza, la disobbedienza civile è una pratica di lotta attraverso la quale il diritto individuale viene anteposto al diritto legislativo, quando questo entra in conflitto con "la propria coscienza".

Generalità [modifica]

«Noi cessiamo di collaborare coi nostri governanti quando le loro azioni ci sembrano ingiuste. Questa è la resistenza passiva». (Gandhi)[1]

Quando in Europa si fece strada la "disobbedienza civile" come mezzo di opposizione ad una legge ingiusta, negli Stati Uniti tale concetto era già  ben conosciuto grazie alle opere di Thoreau. Quest'ultimo, insieme a Tolstoj, influenzò soprattutto i movimenti di resistenza non-violenta come quello promosso da Ghandi contro l'imperialismo inglese o quello di Martin Luther King contro la segregazione razziale e per i diritti civili oppure ancora il movimento contro la guerra in Vietnam.

In Italia, negli anni in cui l'obiezione di coscienza al servizio militare veniva punita col carcere, fece notevole scalpore il saggio di Don Lorenzo Milani L'obbedienza non è più una virtù (1965), nel quale si fa l'apologia della disobbedienza, in particolare quella contro la chiamata al servizio militare obbligatorio.[2] Fu anche grazie a queste polemiche, che nel 1972 si arrivò al riconoscimento dell'obiezione di coscienza al servizio militare.

Secondo Ronald Dworkin la disobbedienza civile può essere definita sulla base delle motivazioni che la fanno insorgere:

  • Basata sulla fede: si verifica quando un cittadino disobbedisce ad una legge in contrasto con le sue convinzioni morali, come nel caso degli antischivisti statunitensi che si rifiutavano di consegnare alle autorità  gli schiavi fuggitivi;
  • Basata sulla giustizia: si verifica quando un cittadino disobbedisce alle leggi per prendersi un diritto che le autorità  negano loro, come quando gli afro-americani protestarono contro la segregazione razziale;
  • Basata sulla politica: si verifica quando una persona infrange la legalità  al fine di modificare i criteri di una legge che egli ritiene essere pericolosamente sbagliata.[3]

La Disobbedienza civile di Thoreau[modifica]

Uno dei testi più importanti sulla disobbedienza civile viene considerato il saggio del 1849 di Henry David Thoreau intitolato appunto Civil disobedience.

Convinto antischiavista, Thoreau per questa ragione si rifiutò di pagare le tasse al governo americano. Imprigionato, sarà  rilasciato solamente perchè sua zia decise contro la sua volontà  di sanare per lui il debito nei confronti dello Stato. Proprio dall'esperienza carceraria nacque il saggio Civil disobedience, in cui egli spiega i motivi del suo arresto, sostenendo che è legittimo non rispettare le leggi quando esse vanno contro la propria coscienza.

Ecco alcuni interessanti stralci del saggio:

«La massa degli uomini serve lo stato in questo modo, non come uomini soprattutto, bensì come macchine, con i propri corpi [...] Uomini del genere non incutono maggior rispetto che se fossero di paglia o di sterco [...] Le leggi ingiuste esistono: dobbiamo essere contenti di obbedirle, o dobbiamo tentare di emendarle, e di obbedirle fino a quando non avremo avuto successo, oppure dobbiamo trasgredirle da subito? [...] Se mille uomini non pagassero quest'anno le tasse, ciò non sarebbe una misura tanto violenta e sanguinaria quanto lo sarebbe pagarle, e permettere allo Stato di commettere violenza e di versare del sangue innocente. Questa è, di fatto, la definizione di una rivoluzione pacifica, se una simile rivoluzione è possibile. Se l'esattore delle tasse, od ogni altro pubblico ufficiale, mi chiede, come uno ha fatto, "Ma cosa devo fare?" la mia risposta è: "Se vuoi davvero fare qualcosa, rassegna le dimissioni". Quando il suddito si è rifiutato di obbedire, e l'ufficiale ha rassegnato le proprie dimissioni dall'incarico, allora la rivoluzione è compiuta [...] Capii che lo Stato era uno stupido, che era timido come una donna nubile tra i suoi cucchiai d'argento, e che non sapeva distinguere i suoi amici dai suoi nemici, e persi tutto il rispetto che m'era rimasto nei suoi confronti, e lo compatii. Lo Stato dunque non si confronta mai intenzionalmente con il sentimento d'un uomo, intellettuale o morale, ma solo con il suo corpo, con i suoi sensi. Esso non è dotato d'intelligenza od onestà  superiori, ma di superiore forza fisica. Non sono nato per essere costretto. Respirerò liberamente. Vediamo chi è il più forte. Che forza ha una moltitudine? Possono costringermi soltanto ad obbedire ad una legge che sia più alta della mia. Essi mi costringono a diventare come loro...»

La disobbedienza civile come mezzo e non come fine[modifica]

Mehmet Tarhan, obiettore di coscienza turco

Come si è visto dai precedenti capitoli, i principi della disobbedienza civile non sono certo un'esclusività  anarchica. Tuttavia, è proprio il pensiero anarchico ad attribuirgli una valenza rivoluzionaria particolare, contraddistinguendolo così dall'accezione attribuitagli da altre correnti di pensiero. Gli anarchici ritengono questo principio un valido mezzo, ma non certo un fine a se stesso. La disobbedienza civile è considerato dall'anarchismo un mezzo tendenzialmente non-violento (ma non necessariamente) atto a criticare, e se possibile sovvertire, i principi fondanti della società  capitalistica.

La disobbedienza civile è generalmente un mezzo di lotta non-violento, tuttavia alcuni intellettuali come Howard Zinn affermano che sa da un lato è pur vero che l'atto di disobbedienza civile è di per sè generalmente non violento, «nella tensione inevitabile che accompagna la transizione da un mondo violento ad uno non violento, la scelta dei mezzi non sarà  quasi mai pura e comporterà  tali complessità  che la semplice distinzione tra violenza e nonviolenza non è una guida sufficiente ... le azioni con cui cerchiamo di fare del bene non possono sfuggire alle imperfezioni del mondo che stiamo cercando di cambiare.»[4] Ecco perchè, continua Zinn, Thoreau, pur promuovendo generalmente una forma di disobbedienza pacifista, non ebbe remore ad appoggiare con coraggio la lotta antischiavista di natura violenta promossa da Johnn Brown.[5]

Per gli anarchici di conseguenza la disobbedienza civile è un mezzo strettamente rivoluzionario, poichè atto al rovesciamento di un governo o di un potere strutturato. Ciò però non è una prerogativa esclusivamente libertaria, visto che anche l'azione di Gandhi è stata da molti definita «disobbedienza rivoluzionaria».[6]

Israele, manifestazione dei refusniks

L'obiezione di coscienza[modifica]

Exquisite-kfind.png Vedi, Obiezione di coscienza e Refusnik.

La parola "obiezione" deriva dal latino obicere, che letteralmente vuole dire «contrapposizione», «rifiuto». L'obiezione di coscienza è un gesto di disobbedienza civile, l'obiettore infatti si rifiuta di obbedire ad una legge o ad un ordine dell'autorità  perché considerato in contrasto con i propri principi etici che sono radicati nella propria coscienza.

Relativamente al servizio militare, i primi due obiettori di coscienza italiani furono Rodrigo Castiello (pentecostale) ed Enrico Ceroni (testimone di Geova) che furono inquisiti negli anni '40 del XX secolo per non aver voluto svolgere servizio militare. Il primo obiettore condannato alla reclusione fu il nonviolento Pietro Pinna (1948), finito in carcere per diversi mesi.

Un altro termine con cui vengono indicati gli obiettori di coscienza è quello di Refusniks, particolarmente utilizzato per indicare gli obiettori di coscienza israeliani.

Note[modifica]

  1. M.K. Gandhi - Teoria e pratica della non violenza ed. Einaudi- pag.14.
  2. L'obbedienza non è più una virtù
  3. Ken Kress and Scott W. Anderson (Spring 1989), Dworkin in Transition , «The American Journal of Comparative Law», pp. 337–351
  4. Howard Zinn, Disobedience and Democracy: Nine Fallacies on Law and Order (South End Press edition, 2002), 39-41
  5. A Plea for Captain John Brown
  6. Rex Martin (Jan 1970), Civil Disobedience , Ethics, pp. 123–139

Bibliografia[modifica]

  • Howard Zinn, Disobbedienza e democrazia, ed. Il saggiatore, 2006
  • Pietro Ferrua, L' obiezione di coscienza anarchica in Italia: I pionieri., Arkiviu Bibrioteka T. Serra, 1997
  • M.K. Gandhi, Teoria e pratica della non violenza, ed. Einaudi, 1966
  • Lorenzo Milani, L'obbedienza non è più una virtù, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina, 1965, pp. 84.
  • Henry David Thoreau, Disobbedienza civile, 1849 (download)

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]