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Carlo Pisacane

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Carlo Pisacane
Carlo Pisacane (Napoli, 22 agosto 1818 - Sanza, 2 luglio 1857), è stato un rivoluzionario del Risorgimento italiano. Antiautoritario, precursore del socialismo libertario e primo anarchico italiano, il suo pensiero è legato essenzialmente all'anarchismo proudhoniano.

Biografia[modifica]

Carlo Pisacane nacque a Napoli il 22 agosto 1818 in un'aristocratica famiglia decaduta, figlio del Duca Gennaro Pisacane di San Giovanni e di Nicoletta Basile De Luna, che lo avviò ben presto alla carriera militare.

La relazione con una donna sposata gli cambia la vita[modifica]

Dopo importanti studi in scuole militari (Scuola militare di San Giovanni, a Carbonara; collegio militare della Nunziatella.), la sua carriera sembrava inesorabilmente avviata verso prestigiosi risultati (nel 1839 venne nominato alfiere del "5º reggimento di linea Borbone), ma la sua vita cambiò quando si innamorò di una giovane donna sposata, Enrichetta De Lorenzo, dalla cui relazione nel 1853 nacque Silvia, loro unica figlia.

Condannato per adulterio, riportò la propria esperienza nell'opera Memoria sulla frontiera nord-orientale del Regno di Napoli, divenne via via più insofferente di fronte al conformismo e al bigottismo aristocratico. Abbandonò la carriera militare e scelse di fuggire da Napoli (1847) pur di continuare a stare fianco dell'amata Enrichetta De Lorenzo. I due vissero tra Marsiglia, Londra e Parigi, dove conobbe molti personaggi illustri come il generale Pepe, esule a Parigi sin dal 1820, Dumas, Hugo, Lamartine e George Sand.

Arruolatosi nella Legione Straniera francese, si trasferì infine in Algeria, dove era stata appena domata la guerriglia antifrancese. Quell'esperienza convinse il giovane Pisacane a riflettere sul vantaggio dell'imprevedibilità  della guerriglia contro la staticità  dell' esercito regolare.

La prima guerra d'indipendenza e la repubblica romana[modifica]

Nel 1848 si trasferì nel nord Italia per combattere come volontario nella prima guerra d'indipendenza nelle fila dell'esercito piemontese. La disfatta di quell'esperienza non lo scoraggiò e si trasferì a Roma dove, insieme a Mazzini e Garibaldi, partecipò alla fondazione della Repubblica Romana nel 1849, che di fatto estromise Papa Pio IX dai suoi poteri temporali.

Retta da un triumvirato composto da Carlo Armellini, Giuseppe Mazzini ed Aurelio Saffi, la repubblica, nata a seguito dei grandi moti europei del 1848, ebbe vita breve (5 mesi, dal 9 febbraio al 4 luglio), ma durante quei pochi mesi Roma passò da Stato arretrato ad uno dei più progressisti d'Europa: fu introdotto il suffragio universale maschile (quello femminile non era vietato dalla Costituzione, ma le donne ne restarono escluse per consuetudine), abolita la pena di morte, istituito il matrimonio civile, la libertà  di culto e di espressione, la laicità  dello Stato, ecc.

Pisacane ricoprì il ruolo di membro della Commissione di guerra e capo di Stato maggiore nella Repubblica romana, partecipò alla difesa di Roma dagli attacchi dei francesi, che erano stati chiamati in soccorso da Papa Pio IX. Alla caduta della Repubblica prese la via dell'esilio. Quest'esperienze lo portarono alla pubblicazione di Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49, un'analisi dei moti romani in cui criticò la monarchia sabauda ed evidenziò la necessità  di coinvolgere la popolazione nella rivoluzione, di modo che l'indipendenza e l'emancipazione delle stesse venissero a coincidere. Tra il 1851 e il 1856 scrisse i 4 volumi di Saggi storici-politici-militari sull'Italia (pubblicati postumi), dove teorizzò il suo socialismo libertario e di tendenza proudhoniana. Nel 1856 fondò il periodico «La parola libera».

Il fallimento della spedizione di Sapri[modifica]

«Eran trecento, eran giovani e forti e sono morti» (Luigi Mercantini, La Spigolatrice di Sapri).

Pisacane, pur non essendo un mazziniano “puro”, mise da parte alcune sostanziali differenze ideologiche per progettare e promuovere nel sud Italia azioni che, facendo leva sul malessere dei contadini, potessero far scoccare la scintilla rivoluzionaria. Così Pisacane spiegò la necessità  dell'intervento nel meridione:

«…Io sono convinto che nel mezzogiorno dell’Italia la rivoluzione morale esiste; che un impulso energico può spingere la popolazione a tentare un movimento decisivo, ed è perciò che i miei sforzi si sono diretti al compimento di una cospirazione che deve dare quell’impulso. Se giungo sul luogo dello sbarco, che sarà  Sapri, nel principato citeriore, io crederò aver ottenuto un grande successo personale, dovessi pure lasciare la vita sul palco. Semplice individuo, quantunque sia sostenuto da un numero assai grande di uomini generosi, io non posso che ciò fare, e lo faccio. Il resto dipende dal paese, e non da me. Io non ho che la mia vita da sacrificare per quello scopo ed in questo sacrificio non esito punto»

Pisacane si dedicò alacremente alla preparazione del moto insurrezionale, allacciando contatti con altri rivoluzionari meridionali, tra i quali Nicola Fabrizi, Giuseppe Fanelli, Giovanni Nicotera e Giovan Battista Falcone. Fu così organizzata la spedizione di Sapri: il 25 giugno 1857, a Genova, Carlo Pisacane insieme ad altri ventiquattro uomini s'imbarcò su un piroscafo (il "Cagliari") diretto a Tunisi. Durante il viaggio s'impadronirono della nave e la diressero verso l'isola di Ponza, dove sbarcarono il 27 giugno. Qui liberarono i trecentoventotto detenuti nella colonia penale, trecento dei quali parteciparono con entusiasmo alla spedizione. Il 28 giugno 1857 sbarcarono a Sapri, ma furono assaliti dagli stessi contadini locali, ai quali le autorità  borboniche erano riuscite ad annunciare in tempo lo sbarco di trecento ergastolani «pronti a uccidere e saccheggiare».

I rivoluzionari dovettero fuggire dagli assalti della popolazione e il 1° luglio, a Padula, venticinque di essi furono massacrati, mentre gli altri vennero catturati e consegnati ai gendarmi. Carlo Pisacane si suicidò con la sua pistola il 2 luglio a Sanza (Salerno), mentre quelli scampati alla rabbia popolare furono processati e condannati a morte nel gennaio del 1858 (successivamente furono graziati). Così descrisse quei fatti il Giornale ufficiale del Regno delle Due Sicilie:

«…Pisacane, Nicotera e Falcone con alquanti di loro fuggirono verso Sanza; ma furono assaliti la mattina dopo dagli abitanti di vari paesi, che non volevano saperne della loro pretesa libertà , dopo qualche ora di combattimento, ventisette di loro caddero sul campo, mentre ventinove venivano arrestati. Pisacane e Falcone morti; Nicotera prigioniero. Molti altri individui furono arrestati successivamente, e la Corte criminale di Salerno ebbe a procedere contro 284 rei di lesa maestà . Ai 19 di luglio, 7 ne condannava a morte, 30 all’ergastolo, 2 a trent’anni di ferri, 52 a venticinque anni, 137 a pene minori; 56 vennero rilasciati in libertà  provvisoria. Dei sette condannati a morte, il “crudele” Re Ferdinando commutò a tutti la pena».

Due anni dopo la sua morte, l'amata moglie e sua figlia Silvia si trasferirono a Napoli a casa di Giovanni Nicotera, che adottò la bambina.

Il pensiero[modifica]

Carlo Pisacane fu uomo di pensiero e d'azione; aveva una concezione filosofico-politica formatasi dalle letture di Carlo Cattaneo e di Pierre Joseph Proudhon, che lo fece approdare ad una socialista, federalista e antiautoritaria.

I principi basilari del suo pensiero sono tre: libertà  e associazione sono termini complementari. Non esiste libertà  senza uguaglianza; il Risorgimento deve essere rivoluzione mediante rivoluzionario, nel senso che deve eliminare le ineguaglianze sociali e non essere un movimento banalmente teso alla costruzione di uno Stato nazionale; il popolo è mosso soprattutto dai bisogni materiali piuttosto che da quelli ideali (come sosteneva invece Mazzini).

Sulla rivoluzione sociale[modifica]

L'idea rivoluzionaria in Carlo Pisacane fu sempre centrale. Egli rifiutò ardentemente l'idea di uno Stato autoritario, auspicando un'associazione di comuni federati libertariamente.

Il Pisacane non era quindi un patriota, nel senso più becero del termine (come spesso ancora oggi viene superficialmente definito dalla storiografia ufficiale), ma un rivoluzionario di matrice libertaria, fortemente avverso al riformismo. Il suo radicalismo è ben espresso nel suo Testamento politico (appendice del Saggio sulla rivoluzione), in cui si può leggere:

«Per quanto mi riguarda, io non farei il più piccolo sacrificio per cambiare un ministero e per ottenere una costituzione, neppure per scacciare gli austriaci della Lombardia e riunire questa provincia al Regno di Sardegna. Per mio avviso la dominazione della Casa di Savoia e la dominazione della casa d'Austria sono precisamente la stessa cosa. Io credo pure che il regime costituzionale del Piemonte è più nocivo all'Italia di quello che lo sia la tirannia di Ferdinando II […] Io credo al socialismo??? il socialismo di cui parlo può definirsi in qeste due parole: libertà  e associazione».

Sulla propaganda col fatto[modifica]

Pisacane fu uno dei principali teorizzatori di quel principio anarchico che poi sarebbe stato conosciuto come "propaganda col fatto", cioè la diffusione delle idee rivoluzionarie tramite l'esempio pratico:

«profonda mia convinzione di essere la propaganda dell'idea una chimera e l'istruzione popolare un'assurdità . Le idee nascono dai fatti e non questi da quelle, e il popolo non sarà  libero perché sarà  istrutto, ma sarà  ben tosto istrutto quando sarà  libero [...] L'Italia trionferà  quando il contadino cambierà  spontaneamente la marra con il fucile».

Sulla religione[modifica]

«Chi ha creato il mondo? Nol so. Di tutte le ipotesi la più assurda è quella di supporre l'esistenza di un Dio, e l'uomo creato a sua immagine; questo Dio, l'uomo l'ha creato ad immagine propria, e ne ha fatto il Creatore del mondo; e così una particella è diventata creatrice del tutto [...] gli uomini oggi si associano non già  per pregare e soffrire, ma per prestarsi vicendevole aiuto, lavorando per acquistare maggior prosperità  e per combattere; l'aspirazione del socialismo non è quella di ascendere in cielo, ma di godere sulla terra. La differenza che passa tra esso e il Vangelo è la stessa che si riscontra fra la rigogliosa vita di un corpo giovine, ed il rantolo di un moribondo.» (Carlo Pisacane in Saggio sulla rivoluzione).

Sull'amore[modifica]

«Tutte le leggi, egli dice, sono scaturite dalle dipendenze che la violenza e l'ignoranza stabilì fra gli uomini; ed in tal guisa il matrimonio risultò dai ratti, che i più forti fecero delle più belle, per usurparne il godimento. La natura, per contro, sottopone l'unione dei sessi alla sola legge dell'amore, e se un'altra regola, qualunque siasi, interviene, l'unione cangiasi in contratto, in prostituzione.... L'amore adunque, nel nostro patto sociale, sarà  la sola condizione richiesta a rendere legittimo il congiungimento dei due sessi.» (Carlo Pisacane in Saggio sulla Rivoluzione).

Sulla libertà [modifica]

«La libertà  non ammette restrizioni di sorta alcuna, nè fa d'uopo d'educazione o di tirocinio per gustarla; essa è sentimento innato nell'umana natura.» (Carlo Pisacane in Saggio sulla rivoluzione).

Opere[modifica]

Opere on line[modifica]

Bibliografia[modifica]

Filmografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]