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Azione Rivoluzionaria

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Azione Rivoluzionaria (AR) è stata un'organizzazione armata anarchica, operante in Italia tra il 1976 e il 1980. I fondamenti teorici e pratici dell'organizzazione avevano radici nell'anarchismo in alcune sue esperienze storiche e di pensiero, legandosi anche ad altre esperienze come l'Internazionale Situazionista e la RAF in Germania, oltre ad un interesse verso tematiche "ecologiste". Oggi in molti se ne è persa la memoria, offuscata dal clamore delle più sangunarie azioni delle Brigate Rosse.

Storia[modifica]

Azione Rivoluzionaria ha rivendicato una lunga serie di azioni (soprattutto contro i media e la Democrazia Cristiana), tra attentati dinamitardi, ferimenti (tra cui la gambizzazione del dottor Mammoli, ritenuto complice della morte avvenuta in carcere dell'anarchico Franco Serantini), ma anche finti comunicati di sciopero generale a titolo di CGIL-CISL-UIL, con il conseguente caos, volantinaggi a sorpresa al congresso della FAI a Carrara.

AR improntava la propria strutturazione organizzativa sui "gruppi d'affinità ", quindi senza burocratizzazione o gerarchizzazione dell'organizzazione stessa. Molte sono state le divergenze tra le posizioni di Azione Rivoluzionaria e quelle delle riviste «Anarchismo» e «Insurrezione»: Azione Rivoluzionaria fu un gruppo che attuò principalmente azioni di carattere spettacolare, ritenendo nello stesso tempo che solo la lotta armata clandestina potesse portare alla rivoluzione, accusando «Anarchismo» di «occupare editorialemente l'area di propaganda armata», di essere degli sterili elogiatori della «gioia armata», ma di non avere un progetto di società  futura.

I suoi militanti più conosciuti sono stati Gianfranco Faina e Salvatore Cinieri, che vennero inquisiti assieme ad altre 86 persone. Durante il processo contro il gruppo, tenutosi a Livorno, nel 1980, gli imputati dichiarano ufficialmente lo scioglimento di Azione Rivoluzionaria.


Cronologia[modifica]

1976

  • Prime azioni dell'organizzazione in varie città  del nord Italia.

1977

  • 3 febbraio , La Spezia. Esplosione in un negozio di abbigliamento sito in Piazza Cavour. La rivendicazione è la seguente: “Abbiamo chiuso un covo che trae i suoi profitti sulla pelle del proletariato detenuto”
  • 31 marzo, Pisa. Ferimento del dottor Alberto Mammoli, che ritenne non necessario curare Franco Serantini, anarchico morto il 7 maggio 1972 a Pisa in seguito ad un feroce pestaggio da parte della polizia. Segue la diffusione di uno scritto riguardante l'azione.
  • 30 aprile, Milano. Due attacchi esplosivi, il primo contro la sede dell’ufficio di collocamento e il secondo presso un autosalone della Opel, fabbrica automobilistica della multinazionale General Motors. Segue un comunicato.
  • 1° maggio, Torino. Tre ordigni esplosivi, uno alla centrale Sip alla Crocetta, uno all’ufficio di collocamento di via Gioberti, uno alla Michelin in via Livorno. Segue una rivendicazione.
  • 17 luglio, Firenze e Livorno. Attacchi esplosivi contro le carceri in costruzione nelle due città  toscane. Segue un comunicato.
  • 2 agosto, Ciriè (To). Attacco contro l’IPCA. Segue una rivendicazione.
  • 17 e 18 settembre, Torino. Ordigno esplosivo contro la sede del giornale “La Stampa” e ferimento del giornalista de “L’Unità ” Nino Ferrero, responsabili della gestione delle notizie relative alla morte di due componenti di AR. Segue un comunicato.
  • 21 settembre, Torino. Attacco esplosivo al palasport di Torino.
  • 23 - 25 settembre, Bologna. Diffusione di un documento scritto al convegno sulla repressione a Bologna, anche "per precisare alcune cose in merito alle recenti azioni da noi realizzate a Torino, azioni che sono state strumentalizzate in modo meschino dalla stampa di regime e dalla stampa reggicoda".
  • 28 settembre 1977, Milano. Interruzione parziale delle comunicazioni urbane della città  per diffondere un falso comunicato a nome della Federazione sindacale CGIL-CISL-UIL. Il testo incitava la partecipazione ad "una giornata di lotta contro la svolta reazionaria in atto nel paese" ed esprimeva solidarietà  con i prigionieri detenuti nelle carceri. Segue un ulteriore scritto riguardante l'azione.

1978

  • Gennaio. Diffusione del "Primo documento teorico".
  • 24 febbraio, Milano. Attacco esplosivo in Corso Garibaldi 88, a Milano, dove si trovano gli uffici amministrativi del “Corriere della Sera”. Segue un comunicato.
  • 23 - 26 marzo, Carrara. Durante il III Congresso dell’Internazionale delle Federazioni Anarchiche viene diffuso uno scritto a nome di Azione Rivoluzionaria dal titolo "Che fare?". Il testo è principalmente un appello al movimento anarchico.
  • 6 aprile, Roma. Attacchi contro la sede del Banco di Roma di via Cernaia, contro il concessionario della Ferrari di via Pinciana e contro l’autosalone di via Palmiro Togliatti. Segue una rivendicazione.
  • 18 - 19 giugno, Aosta. Attacco alla sede del partito Democrazia Cristiana. Segue un comunicato.
  • 23 luglio, Torino. Attacco alla sede della multinazionale IBM. Segue una rivendicazione.
  • 29 luglio, Aosta. Attacco alla sede del giornale la “Gazzetta del Popolo”. Segue un comunicato.

1979

  • Febbraio. Diffusione di uno scritto dal titolo "Appunti per una discussione interna ed esterna".
  • 20 febbraio, Parma. Arresto di 4 persone, che in seguito si dichiarano membri di Azione Rivoluzionaria.
  • 2 marzo, Pisa. Retata antiterrorismo in ambienti anarchici in seguito all'arresto avvenuto a Parma di 4 militanti di AR; vengono tratte in arresto 11 persone.
  • 7 marzo, Parma. Processo per direttissima ai 4 di AR. Condanne a 9 anni di prigionia.
  • 24 marzo, Firenze. Arresto di un altro presunto membro dell'organizzazione.
  • 9 aprile, Roma. Arresto di un altro presunto membro dell'organizzazione.

1980

  • Livorno. Si tiene il processo contro un'ottantina di persone accusate di far parte dell'organizzazione.

Primo documento teorico di Azione Rivoluzionaria[modifica]

«La borghesia può far esplodere e distruggere il suo mondo prima di abbandonare la scena della storia. Noi portiamo un nuovo mondo quì, nei nostri cuori. Quel mondo sta nascendo in questo istante.» (B. DURRUTI)

È vero quanto scrive Debord che la "vita quotidiana è misura di tutte le cose: della realizzazione o piuttosto della non realizzazione di rapporti umani, dell'uso che noi facciamo del nostro tempo". È pacifico che il fine della rivoluzione oggi debba essere la liberazione della vita quotidiana. Una rivoluzione che mancasse di realizzare questo fine sarebbe una controrivoluzione. Siamo NOI che dobbiamo essere liberati, le nostre vite quotidiane, non universali, come "storia" o "società ". La liberazione rivoluzionaria ci si presenta come un'autoliberazione che raggiunge dimensioni sociali, non una "liberazione di massa" o una "liberazione di classe" dietro cui si nasconde sempre un'élite, una gerarchia, uno Stato. Qualsiasi gruppo rivoluzionario che voglia sinceramente eliminare il potere dell'uomo sull'uomo deve spogliarsi delle forme del potere - gerarchie, proprietà , feticci - come dei tratti burocratici e borghesi che consciamente o inconsciamente rafforzano autorità  e gerarchia e deve essere soprattutto consapevole che il problema dell'alienazione esiste per tutti, che, cioè è propria di tutti i gruppi organizzati "la tendenza a rendersi autonomi, cioè ad alienarsi dal loro fine originale e a divenire un fine in se stessi nelle mani di quelli che li amministrano". Ciò è macroscopicamente vero per i partiti ufficiali ma è vero in generale. Il problema non può che essere risolto completamente che nel processo rivoluzionario stesso, parzialmente con un drastico rifacimento del rivoluzionario e del suo gruppo. Azione Rivoluzionaria è stato definito un "gruppo anarchico", con gran dispiacere, pare, delle cariatidi ufficiali che pretendono il monopolio del termine. Cio che ha spinto a riunirci è invero un'affinità  nelle nostre rispettive esperienze culturali che si può definire anarco-comunista. Una delle prime azioni del gruppo, il ferimento di Mammoli, il medico assassino dell'anarchico Serantini, ha tutto il sapore di un risarcimento, del saldo di un vecchio contro che pesava sulla coscienza degli anarchici come pesò l'assassinio di Pinelli. Ha il sapore della testimonianza di una presenza anarchica allo scontro in atto. Ma non si tratta solo di questo, anche se contribuire in qualunque maniera allo scontro è oggi un imperativo categorico, per tutti. L'urgenza di una presenza anarco-comunista nasceva dalle riflessioni sulla storia recente del maggio francese del '68, sia della ripresa del movimento rivoluzionario in Italia quest'anno. La nostra attenzione si appuntava soprattutto sui caratteri nuovi di questo movimento che accentuava una linea di tendenza antiautoritaria, del resto già  presente, sino ai limiti di una rottura col passato. Il nuovo movimento non solo rifiuta quel mostro storico che è il marxismo sovietico e quell'ibrido insipido che è il marxismo italiano, pullulante di personaggi untuosi e melliflui, servi gesuiti di ogni potere, produttori di appelli inascoltabili (l'ultimo quello di Bobbio e soci, per la costituzione di una specie di SdS per la Resistenza contro il terrorismo, ha addirittura del grottesco), ma rifiuta anche il mito del proletariato industriale - classe rivoluzionaria, un mito che ha messo in un vicolo cieco il movimento dal '68 ad oggi e ha costituito l'alibi principe di tutto l'opportunismo extraparlamentare, prova ne sia il fatto che i gruppi i quali hanno cercato di riflettere più fedelmente la "centralità " operaia sono stati risucchiati dal riformismo, prova ne sia lo spazio che il PCI dà  oggi al gruppo trontiano dell'intero partito, una classica azione di recupero diretta verso l'esterno del partito. La liberazione di questo mito ha sprigionato e sprigionerà  energie di cui il movimento del '77 è soltanto l'annuncio.

Almeno tre aspetti vanno poi sottolineati:

1) Il movimento intuisce che nonostante si parli da più di un secolo della scienza marxista, della critica scientifica della società  del capitale, il pensiero critico ha fatto ben pochi passi avanti ed ha avuto anzi un ruolo regressivo e repressivo nella coscienza delle masse, facendola aderire totalmente alla società  del capitale. Le contraddizioni del capitale e del suo sviluppo, su cui faceva perso la critica "scientifica" sono state assorbite e, insieme ad esse, anche la maggiore delle contraddizioni, quella fra lavoro e capitale. Dopo un secolo di impantanamento nelle contraddizioni oggettive del mondo delle merci, il movimento comincia a interrogarsi sulla necessità  di instaurare una critica non delle classi ma degli individui, dei protagonisti in carne ed ossa e non dei fantasmi concettuali. Il movimento rivoluzionario sa di essere l'unica contraddizione del sistema capitalistico perché esprime ciò che di umano non è stato ancora represso nel processo di disumanizzazione, spersonalizzazione e massificazione.

2) Il movimento non rinvia lo scontro alle classi, ma lo assume in prima persona. L'azione è diretta. Qualunque siano i risultati oggettivi, i riscontri soggettivi sono fondamentali. L'azione diretta rende gli individui consci di se stessi in quanto individui che possono mutare il loro destino e riprendere il controllo della propria vita.

3) Il movimento orami riconosce l'inadeguatezza del vecchio progetto socialista, nelle sue varie versioni. Tutte le istituzioni e i valori della società  gerarchica hanno esaurito le loro "funzioni". Non c'è alcuna ragione sociale per la proprietà  e le classi, per la monogamia e lo stato. Queste istituzioni e valori, insieme con la città , la scuola, ecc, hanno raggiunto i loro limiti storici. È tutto l'universo sociale che è nel "tunnel" della crisi e non solo in Italia. Qui alcuni aspetti sono più acuti che altrove: qui la difesa della proprietà  sta assumendo proporzioni catastrofiche e costituisce ormai l'unica risposta del potere alla disoccupazione. Ma proprio nella misura in cui la crisi ormai investe tutti i campi contaminati dal dominio, tanto più si evidenziano gli aspetti reazionari del progetto socialista sia maoista sia trotzkysta sia stalinista che conserva i concetti di gerarchia, di autorità  e di stato come parte del futuro post-sivoluzionario e per conseguenza anche i concetti di proprietà  "nazionalizzata" e di classe "dittatura proletaria".

Fino a poco tempo fa i tentativi di risolvere le contraddizioni create nell'urbanizzazione, dalla centralizzazione, allo sviluppo burocratico, erano visti come una vana controtendenza al progresso - una controtendenza che poteva essere respinta come chimerica e reazionaria. Quanti parlavano di una società  decentralizzata e di una comunità  umanistica in armonia con la natura e coi bisogni degli individui erano tacciati di romanticismo reazionario. Anche nella recente campagna di stampa televisiva contro Azione Rivoluzionari i pennivendoli del regime hanno rispolverato tutto questo apparato critico, sicuramente lette in qualche manuale dell'attivista delle edizioni Rinascita. Diverso il giudizio del movimento, soprattutto dei giovani. Il loro amore della natura è una reazione contro le qualità  altamente artificiali del nostro ambiente urbano e dei suoi frusti prodotti. La loro informalità  nel vestire e nel comportarsi è una reazione contro la natura standardizzata e formalizzata della moderna vita istituzionalizzata. La loro predisposizione all'azione diretta è una reazione contro la burocratizzazione e la centralizzazione della società . La loro tendenza ad evitare la fatica, il loro diritto alla pigrizia, riflette una rabbia crescente verso l'insensata ruotine industriale alimentata nella moderna produzione di massa nella fabbrica, negli uffici, nelle scuole. Il loro intenso individualismo, infine, è una decentralizzazione di fatto della vita sociale - una ritirata personale dalla società  di massa. Il movimento sa che i concetti "romantici" o se preferite anarchici di una comunità  equilibrata, di una democrazia diretta, di una tecnologia umanistica e di una società  decentralizzata non sono soltanto concetti desiderabili ma sono anche necessari, costituiscono le precondizioni oggi della sopravvivenza umana, sono concetti "pratici". Si prenda il caso dei problemi energetici. La rivoluzione industriale ha accresciuto la quantità  di energia usata dell'uomo. Anche se è certamente vero che le società  preindustriali poggiavano principalmente sulla forza animale e umana, è innegabile in molte regioni europee lo sviluppo di sistemi di energia più complessi, comportati da un'integrazione di risorse come la forza dell'acqua e del vento e una larga varietà  di combustibili. La rivoluzione industriale ha schiacciato e distrutto questi modelli reginali di energia, rimpiazzandoli prima col carbone e poi col petrolio. Come modelli integrati di energia le regioni sono scomparse e non è il caso di ricordare questa rottura nella devastazione di intere regioni e infine nella prospettiva di un esaurimento. Si è posti di fronte ad una scelta: da una parte i collettori solari, le turbine a vento e le risorse idroelettriche, se prese singolarmente, non forniscono una soluzione ai nostri problemi energetici, messe insieme come mosaico, come un modello organico di energia sviluppato dalle potenzialità  di una regione potrebbero soddisfare i bisogni di una società  "decentralizzata" e ridurre al minimo l'uso dei combustibili dannosi; dall'altra parte un sistema di energia basato su materiali radioattivi che porterà  a una diffusa contaminazione dell'ambiente, dapprima in forma sottile, poi su scala massiccia e tangibilmente distruttiva, con l'aggiunta di un'inienzione ultreriore di concentrazione e terrore nel tessuto sociale. Le forze della distruzione e della morte si sono subito schierate per quest'ultima soluzione, i berlingueriani le hanno seguite a ruota, anzi, in certi casi hanno fatto da portabandiera (a Genova, per la difesa dei livelli "occupazionali" i tecnici del PCI sognano un Ansaldo che nuclearizzi tutto il pianeta, una specie di follia omicida che ha costretto i compagni delle BR a rinchiuderne qualcuno all'ospedale, in osservazione). Tacciando di "romanticismo" il movimento possente che si è sviluppato negli USA, in Germania e ultimamente anche in Italia contro le basi nucleari, i berlingueriani pensano di farla da realisti, in realtà  si limitano a far cena dovunque caca il capitale. Se le idee critiche emergenti dal movimento non hanno ancora assunto la forma di progetto alternativo e costruttivo, le ragioni sono varie; innanzi tutto il movimento non si è ancora liberato dalle ideologie del passato ma è in via di liberazione, in secondo luogo dopo un secolo di "realismo socialista" l'avventurarsi nel regno del possibile è un'impresa psicologicamente ardua, in terzo luogo la perverzione delle forze produttive è giunta a un tal punto che la "ricostruzione" appare un'opera immane: la distruzione dell'ambiente naturale e sociale operata dal capitalismo è così profonda da ingenerare quasi rassegnazione come di fronte a un processo irreversibile; ma c'è soprattutto una ragione politica: le forze del passato sono bene organizzate e specializzate nell'arte della morte - i lager tedeschi fumano ancora. D'altra parte vi sono ragioni altrettanto decisive per la nascita di questo progetto: se il movimento non saprà  proporre a tutto il resto della società  il suo progetto per uscire dalla crisi generale ne sarà  travolto anch'esso o, il che è lo stesso, le sue idee finiranno coll'essere pervertite lunga canali putridi (basti pensare alla perversione della spinta sessantottesca nei "consigli" fasulli di quartire, di fabbrica, di scuola ecc., il che, a dire il vero, dimostra che i berlingueriani fanno cena anche dove cachiamo noi). Certamente il nostro metodo dielaborazione non dovrà  essere quello dei berlingueriani che hanno affidato il loro progetto a medio termine a quattro o cinque "intellettuali superorganici" e l'hanno fatto poi stendere da quel genio leonardesco che è Achille Occhetto, col risultato che ora se ne vergognano e lo fanno leggere solo al vescovo di Ivrea. La presenza critica, costruttiva, utopistica è una condizione necessaria ma non sufficiente, una tale presenza oggi non può diventare egemone se parallelamente ad essa non si sviluppa una presenza critica, negativa, distruttiva dei processi in corso. La critica distruttiva, la critica delle armi è l'unica forza oggi che può rendere credibile e attendibile qualsiasi progetto. Di fronte, il movimento non ha degli interlocutori ma le forze della distruzione e della morte, e quanto più è profonda la crisi economica, sociale, politica e morale tanto più le forze del passato si uniscono nella stretta finale. Lo Stato, per queste forze, è l'ultima spiaggia; il processo di concentrazione deve essere ormai esteso anche alle idee: la classe dei rinnegati, integrandosi, non può lasciare spazi all'opposizione. Checchè ne dicano o ne strillino gli occhettiani nostrani (hanno fatto il vuoto attorno a Bologna, inorriditi dalla "primitività " delle analisi d'oltralpe) in Italia come in Germania è in atto la formazione di maxipartiti o partiti di regime dove "pluralismo" è il classico termine orwelliano per indicare la persistenza di bande che vogliono accaparrarsi o conservare TUTTA la gestione di QUESTO sistema. Le forze sociali e politiche sempre più autonomizzate dalle masse e sempre più dipendenti dallo Stato non hanno altra arma che il "consenso" forzato, imposto col terrore per arginare in qualche maniera l'antagonismo crescente. L'originalità  della situazione italiana, rispetto a quella tedesca, ad esempio, è l'ampiezza di questo fronte interno, l'esistenza di un movimento che non isola la guerriglia ma ha anzi un effetto moltiplicatore della sua diffusione. Azione Rivoluzionari è nata con un occhio rivolto all'esperienza della Raf e alle sue analisi dei processi in corso nella Germania Federale e con l'altro ai caratteri e alle forze del movimento in Italia che non trovano espressione armata nelle organizzazioni che attualmente conducono la guerriglia. È una coalizione di forze statutali che va battuta, non una singola forza: le pistolettate contro Ferrero non erano rivolte contro un agente attivo della controguerriglia psicologica, uno dei tanti, ma contro questa coalizione e contro questa campagna di menzogne, calunnie e delazioni con cui si tenta di isolare moralmente e politicamente il movimento, una campagna avviata proprio dal PCI a Bologna e Roma, a sostegno aperto e copertura dei servizi di sicurezza. Lasciare libertà  di azione a una delle forze della coalizione significa far funzionare questa nel suo meccanismo essenziale, copertura a sinistra del terrorismo di Stato e azione di recupero delle forze sociali esterne, schiacciate dalla concertazione, una volta private della loro espressione politica. L'opera dei servizi di sicurezza e di Pecchioli per eliminare fisicamente la guerriglia fa tutt'uno con gli appelli di Trombadori e soci per togliere qualasiasi identità  politica ai guerriglieri, insieme costoro preparano il terreno ai recuperatori, alle leghe gialle dei disoccupati, al nuovo movimento universitario di Occhetto, alle serenate ai non garantiti di Asor Rosa. Aguzzini e recuperatori svolgono compiti distinti di un progetto comune, di cui si vedono già  le sembianze nei supercarceri in costruzione. Non a caso l'eco enorme suscitato dalle pistolettate a Ferrero ha spento l'eco degli attentati al carcere di Livorno e al supercarcere di Firenze. La nuova coalizione si guarda bene ad ostentare, a ludubrio del terrorismo, i gravi danni subiti da un supercarcere: non è ancora giunto il momento di mostrare in pubblico (se verrà  mai) le uniche creazioni del compromesso storico: i lager dove potrà  assassinare in silenzio i suoi nemici, come il Germania; per il momento si limita ad ostentare le gambe ferite di un suo pennivendolo. Rifiutare quello che abbiamo definito il mito del proletariato industriale - classe rivoluzionaria non significa non condividere le azioni volte ad alleggerire la pressione che il capitale esercita sui lavoratori per conservare il proprio dominio; le azioni volte a punire i disciplinatori o a indebolire l'accumulazione sono fondamentali per permettere alle minoranze rivoluzionarie presenti in fabbrica di prendersi la loro libertà  di azione, l'essenziale è che ciò non costituisca un ennesimo tributo al mito e un pericoloso condizionamento al punto di vista "operaio", col risultato di far funzionare il meccanismo essenziale della coalizione. A quanti arricciano il naso (e sono molti nel movimento anarchico) di fronte alla costruzione di un gruppo clandestino, noi rispondiamo che i pericoli di centralizzazione, burocratizzazione e alienazione storicamente si sono rivelati più consistenti nelle organizzazioni "legali" dove addiritttura questi pericoli sono divenuti una solida realtà . A quanti coltivano ancora illusioni non violente, se le nostre argomentazioni non sono state sufficienti, chiarezza sempre maggiore verrà  dallo Stato e dal suo apparato terroristico. Per quanto ancora in formazione, le nostre idee organizzative tendono verso un modello noto nel movimento rivoluzionario, sperimentato in Spagna negli anni '30 e adombrato nei "collettivi" e nelle "comuni" dei radicali americani: pensiamo a gruppi di affinità  dove i legami tradizionali sono rimpiazzati da rapporti profondamente simpatetici, contraddistinti da un massimo di intimità , conoscenza, fiducia reciproca fra i loro membri. Sia che nascano su basi locali, dall'incontro sperimentato e collaudato di varie storie personali, o su basi diverse, i gruppi devono essere mantenuti neccessariamente piccoli, sia per permettere quelle caratteristiche sia per garantirsi contro le infiltrazioni. Il gruppo di affinità  tende da una parte ad eliminare fra i compagni rapporti di pura efficienza, dall'altro ad attenuare la divisione schizzofrenica fra privato e collettivo, una dimensione che è alla base, oltre che delle continue incertezze e degli abbandoni, anche dell'opportunismo e della non trasparenza nei rapporti fra i compagni.

Gennaio 1978

Voci correlate[modifica]

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