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Andrea Salsedo

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Andrea Salsedo
Andrea Salsedo (Pantelleria, 21 settembre 1881 – New York, 3 maggio 1920) è stato un anarchico italiano emigrato negli USA. Vittima dello stato americano, la sua morte assomiglia tragicamente a quella dell'anarchico Giuseppe Pinelli.

Biografia[modifica]

Andrea Salsedo nacque a Pantelleria, una cittadina eretta su un omonimo isolotto annesso alla provincia di Trapani (in Sicilia), il 21 settembre 1881. Sin da ragazzo si interessa di politica e già  a tredici anni è vicino ai movimenti politici riformisti dell'isoletta siciliana.

L'anarchia[modifica]

La sua vita cambia con la frequentazione del Circolo Sociale fondato dall’anarchico Luigi Galleani, che all’epoca si trovava a Pantelleria in quanto confinato politico. Andrea Salsedo è uno dei più attivi militanti del Circolo, ubicato nella contrada Velcimursà  (la casa dove sorgeva il circolo era stata donata al Galleani dalla famiglia Valenza), nel quale molti giovani del posto si ritrovano a discutere di politica, anarchia e radicalismo sociale.

Dopo aver frequentato le scuole tecniche, per qualche tempo Salsedo trova lavoro come scrivano nella locale pretura, dalla quale però viene licenziato non appena si scopre la sua militanza anarchica. L’11 novembre 1900 subisce un primo processo, senza conseguenze, per una lettera pubblicata sull’«Avvenire Sociale» di Messina. Durante le elezioni amministrative del 1902 si impegna attivamente nella campagna astensionista, affiggendo manifesti sui muri delle case di Pantelleria. Collabora inoltre con il periodico «La Falange» di Marsala-Mazara, fatto chiudere d’autorità  dopo soli quattro numeri il 30 gennaio 1904.

L’emigrazione negli USA[modifica]

Vissuto per un breve periodo a Tunisi, Andrea Salsedo emigra negli Stati Uniti d'America in cerca di fortune. Giunto a New York intorno al 1910, cerca e trova immediatamente il contatto con il movimento anarchico statunitense.

Nella "grande mela" si trova anche il suo amico Luigi Galleani, al quale l'anarchico siciliano darà  una mano d'aiuto per la nascita di «Cronaca Sovversiva», una rivista anarchica incendiaria indirizzata principalmente alla comunità  anarchica italo-americana. Per la celebre rivista Salsedo scrive alcuni articoli, inoltre si impegna alacremente nel campo sindacale e in quello editoriale propagandistico.

La sua attività  non passa inosservata alle autorità  americane, il Dipartimento di Giustizia Americano include il suo nome in una lista di sovversivi anarchici fuggiti in Messico per evitare la chiamata alle armi. Oltre a lui, nella lista c'erano nomi assai conosciuti: Roberto Elia, Luigi Galleani, Bartolomeo Vanzetti, Nicola Sacco e molti altri.

Dopo la soppressione di Cronaca Sovversiva, Salsedo è con Elia editore del giornale che nelle intenzione doveva sostituire proprio Cronaca, cioè Domani, che in seguito cambierà  denominazione in L'Ordine. Tra i vari collaboratori c'è anche Vanzetti che si firmava con lo pseudonimo «Il Picconiere».

A quell'epoca negli States si viveva un clima di fobia verso tutto ciò che era vagamente assimilabile al comunismo. Si temeva infatti il contagio della rivoluzione russa e si riteneva che il pericolo potesse giungere soprattutto dagli immigrati più politicizzati. Gli anarchici, pur non essendo bolscevichi, venivano perseguitati dalle autorità  americane grazie a strumenti legislativi come la Anarchist Exclusion Act, che permetteva anche la deportazione degli immigrati anarchici verso il loro paese d'origine.

L'arresto e la morte[modifica]

Gli agenti dei servizi segreti seguono con attenzione tutti coloro che gravitano intorno a Luigi Galleani: Salsedo è uno di questi. Il 25 febbraio 1920 Andrea Salsedo viene fermato con l'amico Roberto Elia. I due vengono interrogati riguardo agli opuscoli di rivendicazione degli attentati del 2 giugno 1919 (in uno di questi era morto l'anarchico Carlo Valdinoci a causa dell'improvvisa deflagrazione dell'ordigno che doveva collocare negli uffici del Ministro Palmer) recanti il titolo «Semplici Parole» (Plain Words, in inglese). L'FBI era arrivato ai due anarchici tramite le soffiate dell'infiltrato Luigi Ravarini (il cosiddetto agente D-5), grazie alle quali i federali erano giunti ad individuare la tipografia di Beniamino Mazzotta e Ludovico Caminiti. I due, sottoposti ad interrogatorio, avevano fatto diversi nomi di persone invischiate negli attentati, tra cui Roberto Elia e Andrea Salsedo (oltre a Recchi, Felicani, Caci, Sberna..) ...

L'anarchico pantesco è trattenuto forzatamente per otto settimane consecutive negli uffici dell'FBI al quattordicesimo piano del Park Row Building. Non gli viene permesso di telefonare alla famiglia, agli amici o ad un avvocato; secondo una testimonianza di Roberto Elia egli era stato vittima di violenti pestaggi e di torture fisiche e psicologiche. In Ribelli in paradiso. Sacco, Vanzetti e il movimento anarchico negli Stati Uniti, Paul Avrich ritiene che Salsedo e Elia abbiano ceduto alle violenze ed infine confessato. Per la precisione è Salsedo ad aver ammesso di aver stampato, su richiesta di Nicola Recchi, il volantino Plain Words in settecento copie nella tipografia di Goffredo Canzani. Elia aveva confermato le parole di Salsedo.

Il 3 maggio 1920, il corpo di Salsedo è ritrovato sul marciapiede vicino al Park Row Building. Questo accadeva appena due giorni prima dell'arresto di Sacco e Vanzetti. Il caso sarà  dall'FBI archiviato come suicidio ma secondo il movimento anarchico statunitense Salsedo era stato scaraventato fuori dalla finestra dalla polizia, tuttavia per Avrich il suicidio è plausibile perchè Salsedo era molto depresso a causa dell'inefficienza dell'avvocato difensore Donato (che veniva in qualche modo ricattato dall'FBI per vecchie storie)[1], delle continue violenze fisiche e psicologiche a cui veniva sottoposto e soprattutto per colpa del rimorso ingeneratogli dopo aver confessato il nome del compagno coinvolto negli attentati del 2 giugno.

Ad ogni modo il suo caso è tragicamente analogo a quello del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli, morto innocente nei locali della questura di Milano nel 1969 (dopo la strage di Stato di piazza Fontana). In entrambi i casi, qualunque sia stata la causa della morte di Salsedo (la verità  ormai non si saprà  mai),si tratta comunque di morti imputabili allo Stato e ai suoi organi repressivi. A tal proposito Bartolomeo Vanzetti scrisse:

«Non credo che Salsedo si sia suicidato. Credo che sia stato ucciso dalla polizia federale a New York. Se si è suicidato, è perché è stato indotto a farlo»

In ricordo di Salsedo[modifica]

Note[modifica]

  1. Bartolomeo Vanzetti, Aldino Felicani, Luigi Quintiliano e Carlo Tresca avevano messo in piedi un comitato di difesa pro Elia e Salsedo, recuperando soldi per trovare un nuovo avvocato. Questi sarà  individuato in Nelles, ma ormai era troppo tardi e questi potè solo fornire alcuni consigli....

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]