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Andrea Costa

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Andrea Costa
Andrea Costa (Imola, 30 novembre 1851 – Imola, 19 gennaio 1910) è stato inzialmente anarchico protagonista di numerose iniziative inssurrezionali in Italia (Bologna, Banda del Matese ecc.), successivamente passò al socialismo parlamentare diventando il primo deputato socialista della storia d' Italia.

Biografia[modifica]

Andrea Costa nacque ad Imola il 30 novembre 1851. Si mise in evidenza durante il congresso di Rimini (1872) della sezione dell'Internazionale dei lavoratori e nel 1873 fu arrestato e trattenuto nel carcere di Bologna per quattro mesi. Il 1 settembre 1873 divenne presidente del IV congresso dell'Internazionale anarchica di Ginevra e si scagliò contro tutte le fazioni moderate che si opponevano alle agitazioni per il carovita:

«... la reazione ci vuole morti, mostriamoci vivi! Alla reazione trionfante che ci calpesta, alla monarchia di diritto divino, alla repubblica borghese, al capitale, alla Chiesa, allo Stato, a tutte le manifestazioni della vita attuale dichiariamo guerra. Noi abbiamo il diritto ed avremo la forza! Convinti che la propaganda pacifica delle idee rivoluzionarie abbia fatto il suo tempo e che debba sostituirla la propaganda rumorosa, solenne dell'insurrezione e delle barricate, non lasceremo intentato alcun mezzo. Se potremmo fare che della presente società  non rimanga pietra su pietra, guai a Voi, vincitori e sfruttatori di oggi.»[1]
Anna Kuliscioff (fotografia di Mario Nunes Vais nel 1908)

Partecipò all'insurrezione rivoluzionaria di Bologna (1874), insieme a Errico Malatesta e Michail Bakunin, e a quella della cosiddetta Banda del Matese (1877). Nel 1878 Costa espatriò in Svizzera per sfuggire alle persecuzioni repressive orchestrate contro gli anarchici, successivamente si trasferì a Parigi dove fu arrestato e condannato a 2 anni di prigione.

Il 5 giugno 1879 Costa fu espulso dalla Francia e ritornò in Svizzera dove si legò sentimentalmente ad Anna Kuliscioff. Nello stesso anno sulla «Plebe», del 3 agosto, Andrea Costa, in una lettera intitolata Ai miei amici di Romagna, critica duramente l'impostazione insurrezionalista e settaria data alla attività  dell'Internazionale in Italia. In pratica abbandonò il movimento anarchico a favore del socialismo parlamentarista, suscitando un vero e proprio vespaio di polemiche tra gli’anarchici italiani.I due ebbero una figlia, Andreina, ma col tempo il rapporto si incrinò a causa della gelosia di Costa verso la compagna e si lasciarono nel 1885. Alla gelosia di Costa, Anna rispose in questo modo:

«Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà . La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere e l’avrà  chissà  per quanto tempo ancora». [2]

Fondò la «Rivista internazionale del socialismo» (1880) a Milano e, a Imola, il settimanale «Avanti!» (1881) che divenne il giornale storico del PSI. Nel 1882 fondò il Partito Socialista Rivoluzionario Italiano (aperto a tutte le scuole del pensiero socialista, quindi anche a quello anarchico) e fu eletto in Parlamento, divenendo il primo deputato socialista della storia d’Italia.

Andrea Costa, quanto meno a parole, continuò ad auspicare la realizzazione del comunismo-anarchico, mediante l’organizzazione partitica e parlamentare, che preparasse le masse all’azione rivoluzionaria. Durante la sua attività  parlamentare criticò duramente l'impresa coloniale africana del governo Crispi (1887), dell'autoritarismo umbertino e della repressione poliziesca. In seguito fu eletto sindaco di Imola nel 1893. Dal 25 marzo 1909 fu anche vicepresidente della camera.

Morì il 19 gennaio 1910 a Imola senza essere riuscito a concretizzare realmente le proprie idee rivoluzionarie che anzi, nel corso del tempo, persero la radicalità  iniziale (prova concreta fu la "convergenza" del suo partito socialista rivoluzionario all'interno del più moderato e tendenzialmente riformista PSI- 1893).

Lettera "Ai miei amici di Romagna"[modifica]

«Miei cari amici, fin da che uscii dal carcere di Parigi e potei ritornare a me stesso e parlare e scrivere liberamente, pensai di rivolgervi alcune parole, che vi dimostrassero come io, nonostante la lunga separazione e le pratiche diverse della vita e gli avvenimenti, era pur sempre vostro e non domandava di meglio che di riprendere con voi l’opera della nostra comune emancipazione; ma le poche notizie che aveva del movimento attuale italiano, le tristi condizioni di buona parte dei nostri amici e un po’ anche il mio stato di salute, mi trattennero dallo scrivervi.»[3]

Nella lettera che segnò l’abbandono dell’anarchismo, Costa giustifica le motivazioni della sua scelta. Egli non rinnegò il suo passato e le tradizioni rivoluzionarie del popolo italiano, «la propagazione delle idee per mezzo dei fatti», che ispirò nel 1857 Carlo Pisacane e i suoi compagni, «noi sentiamo che dobbiamo rinnovarci, che dobbiamo tener conto delle lezioni che l’esperienza di sette o otto anni ci ha dato». Costa sosteneva che la lotta tra la borghesia e il proletariato non potrà  risolversi che con la violenza, «ma essere un partito d’azione non significa voler l’azione ad ogni costo e ad ogni momento. La rivoluzione è una cosa seria». Ma se essa è inevitabile, non è affare né di un giorno né di un anno, pensava il Costa.

«Il popolo è di natura sua idealista e non si solleverà  se non quando le idee socialiste abbiano per lui il prestigio e la forza di attrazione che ebbe un tempo la fede religiosa». Nell’attesa del suo «avvenimento fatale» occorre fissare, a parere di Costa, «un programma generale», intorno al quale raccogliere tutte le forze vive e progressive, non solo quelle del proletariato ma anche quelle di una piccola parte della borghesia, i giovani soprattutto, a cui sono odiosi i privilegi della loro classe. Questo programma è il COLLETTIVISMO come mezzo, l’ANARCHIA come fine, in vista della realizzazione di quel comunismo anarchico, «che oggi apparisce come il più perfetto ordinamento sociale». «Per ora, secondo me – prosegue Costa – la cosa più importante da farsi quella di ricostituire il Partito Socialista Rivoluzionario Italiano, che continuerà  l’opera incominciata dall’Internazionale e che, federandosi o prima o poi coi partiti simili esistenti negli altri paesi, ristabilirà  su basi solide l’Internazionale».

Reazioni degli anarchici al "tradimento"[modifica]

Quando Costa abbandonò l’anarchismo rivoluzionario in favore del parlamentarismo, molti anarchici si sentirono traditi da quello che era stato uno degli elementi di maggior rilievo dell’anarchismo italiano. Molti imputarono la “conversione” al riformismo alla sua amante, Anna Kuliscioff. Carmelo Palladino, uno degli storici compagni di Andrea Costa, espresse chiaramente lo stato d’animo suo e degli anarchici, con queste parole: «Ho sempre amato e stimato Costa più che un fratello, ma ora non esito un istante a ritenerlo il peggior nemico dei lavoratori».

Note[modifica]

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]