Alfonso Failla
Da Anarcopedia.
Alfonso Failla (Siracusa, 30 luglio 1906 - Carrara, 26 gennaio 1986), anarchico e antifascista italiano. E' stato, insieme a molti suoi compagni di lotta - tra cui Umberto Marzocchi, Emilio Canzi ed Armando Borghi - un indiscusso protagonista della Resistenza e, in seguito, delle lotte operaie degli anni '50.
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[modifica] La vita
Alfonso Failla nasce nel 1906 a Siracusa, città di una terra, la Sicilia, che storicamente ha dato alla luce molte personalità di spicco dell'anarchismo: Maria Occhipinti, Franco Leggio, Alfredo Maria Bonanno ecc.
Avvicinatosi al pensiero anarchico, durante il fascismo si distinse immadiatamente quale tenace oppositore del regime, subendo sulla sua pelle la ferocia repressiva messa in atto dai seguaci di Mussolini. La storia della sua vita sarà poi da lui stesso raccontata in un articolo pubblicato su <<L'Agitazione del Sud>>.
[modifica] Il periodo fascista: carcere, confino e Resistenza
Con l'avvento del fascismo, Failla si mise imemdiatamente a contrastarlo: nel 1925 a Siracusa assediò, insieme ad altri locali antifascisti, alcune migliaia di militi fascisti in attesa di imabrcarsi per la Libia, protagonisti nel frattempo di iniziative antiproletarie. In seguito a questa insurrezione il regime sospese l'imbarco dei fascisti dal porto di Siracusa, convogliati nel porto di Napoli [1].
La repressione di qualsivoglia pensiero antifascista fu definitivamente istituzionalizzato dal regime l'8 novembre 1926 con la pubblicazione sulla <<Gazzetta Ufficiale>> del decreto istitutivo del <<Tribunale Speciale per la difesa dello Stato>> e l'istituzione delle <<Commssioni provinciali per l’assegnazione al Confino di Polizia>>. Come molti altri antifascisti, Failla conobbe il carcere; nella sua testimonianza chiarì bene la disparità di trattamento fra gli stessi antifascisti relegati al carcere e/o al confino, a cui gli anarchici venivano relegati già a partire dall'800 (la discriminazione proseguirà anche dopo la caduta del fascismo nel 1943). Nonostante tutto gli anarchici al confino costituirono nuclei compatti e combattivi, opponendosi al fascismo pure in quei difficili frangenti. Per esempio, 152 confinati nel 1933 furono i protagonisti, a Ponza, di proteste contro i soprusi degli aguzzini responsabili della colonia penale. Fra questi rivoltosi vi erano molti anarchici, fra i quali lo stesso Failla, Grossuti, Bidoli, Giovanni Dettori, ecc.L'anno seguente, tanto per non smentire la ribellione precedente, l’anarchico Arturo Messinese, nel frattempo trasferito ad Ustica, schiaffeggiò il direttore della colonia penale in quanto questi voleva imporgli il saluto fascista. Tali azioni erano "contaggiose", difatti si estendevano, come in una sorta di "effetto domino", di colonia in colonia e di carcere in carcere. Casi storicamente rilevanti furono le rivolte di Ventotene e delle Tremiti, che andarono avanti nonostante ciò significasse il prolungamento della pena detentiva.
Gli anarchici, molto solidali fra loro, facevano circolare testi politici, dai quali si ingeneravano molte vivaci discussioni con i confinati di diversa ideologia politica. I rapporti più difficoltosi furono fra anarchici e comunisti, in quanto molti di questi ultimi tentavano di applicare in modo draconiano le direttive di Stalin che invitavano, tanto per usare un eufemismo, ad "ostacolare" le ideologie e le iniziative Libertarie. L'accredine ebbe il culmine quando "scoppiò" la Rivoluzione Spagnola e si ebbe notizia della violenta repressione di cui furono vittime gli anarchici e i comunisti internazionalisti non fedeli allo stalinismo. Inoltre gli anarchici erano catalogati come i più pericolosi e sediziosi fra i confinati, soprattutto per via della loro istintiva ostilità verso ogni autoritarismo, determinando frequenti arbitrari incrementi di pena, che in molti casi furono prolungati fino alla caduta del fascismo e anche oltre. Infatti, dopo l'8 settembre 1943 pur essendo smobilitate le colonie penali, per gli anarchici, ed altre militanti ritenuti pericolosi, non vi fu alcun <<liberi tutti>> e molti di loro furono costretti al carcere anche col nuovo governo badogliano.
Alla caduta del fascismo gli anarchici confinati a Ventotene non vennero liberati, bensì indirizzati verso il campo di concentramento di Renicci d’Anghiari[2], vicino ad Arezzo. Tra questi anche lo stesso Failla, che sarà protagonista, insieme ad altri compagni, di una serie di rivolte tese alla ricerca della libertà che anche il nuovo governo stava loro negando (da ANPI) [3].
[modifica] Il viaggio da Ventotene a Renicci secondo la testimonianza di Failla
Quando giunse il momento di lasciare Ventotene per Renicci d’Anghiari gli anarchici protestarono per la mancata liberazione: Zambonini durante la sosta alla stazione di Arezzo si rifiutò di proseguire e venne portato in carcere (in seguito verrà fucilato a Reggio Emilia dai nazifascisti durante la Resistenza). Giunti a al "campo" di Renicci, furono accolti da carabinieri e soldati armati di fucili con il colpo in canna, sviluppando violente discussioni con gli aguzzini e i loro ufficiali che presero ad insultarli. Marcello Bianconi e Arturo Messinese furono segregati per aver urlato ai guardiani armati: <<Sparate vigliacchi!>>. Ci furono molte rivolte contro il regime di controllo a cui era sottoposto il "campo" (erano presenti diverse centinaia di guardie fra carabinieri e soldati), forse ben peggiore di quello dell'epoca fascista, a cui parteciparono anche molti partigiani jugoslavi ivi detenuti, tra cui vi erano anche diverse centinaia di minorenni [recenti studi sui detenuti del campo d'Anghiari, nella fattispecie soprattutto gli slavi, confermano che molti ragazzini trovarono la morte per il durissimo trattamento subito, N.d.R]. Il responsabile del campo, il maggiore Fiorenzuoli, insieme al tenente Panzacchi, si distinse per i metodi repressivi utilizzati volti ad impedire anche le semplici discussioni di detenuti "ubicati" in diverse sezioni. Questi ed altri ufficiali presero a minacciare gli anarchici ed i detenuti politici e a mettere in atto tutta una serie di provocazioni, dimostrando che molti dei guardiani che erano stati servi del fascismo avevano mantenuto l'odio contro gli elementi di "sinistra", cosa che poi troverà conferma soprattutto in Sicilia[4], ma anche a Roma [5] e in molte altre città, dimostrando una certa continuità di vedute tra il periodo fascista e quello immediatamente post-fascista.
Nel frattempo, gli anarchici riuscirono a conquistarsi la fiducia dei partigiani slavi, che prima li consideravano alla stregua di tutti gli italiani: invasori della loro terra. Questa "alleanza" costringerà il colonnello Pistone ad allentare la ferocia dei controlli, consentendo la comunicazione fra detenuti politici e raddoppiando la razione alimentare (costituita da pochi ettogrammi di pane e simil-minestre oppure una sorta di brodaglia di carote e/o patate che spesso causava pericolose epidemie di coliti e dissenteria). Nonostante tutto però, le ispezioni e l'arroganza dei "nuovi" gerarca badogliani rimasero intollerabili e sfociaorno spesso in tentativi di ribellione.
Al "campo" fu presente anche Emilio Canzi, che tenterà di riportare la calma prendendosi l'incarico di allineare i compagni ogni mattina e presentarli poi al "superiore" preposto all'appello, senza tuttavia quelle formalità di rito che invece esigevano le guardie del campo. La ferma decisione di Emilio Canzi, nonché la sua imponente statura fisica, convinsero però gli "aguzzini" del campo ad accettare le modalità operative di quello che poi sarà il futuro comandante unico delle Brigate Partigiane della XIII° zona operativa del piacentino.
[modifica] L'abbandono di Renicci
Quando oramai la fraternizzazione fra anarchici e slavi era ben salda, una sera, nel settembre 1943, i detenuti nel "campo" e vennero a sapere che i fascisti, con la complicità dei nazionalsocialisti avevano messo in piedi a Salò (Brescia) un governo fantoccio denominato Repubblica Sociale Italiana. Ciò portò all'incremento dell'arroganza delle guardie più smaccatamente fasciste, a cui i partigiani jugoslavi, militarmente molto preparati, risposero indicendo alcune "riunioni" attraverso cui discutere sul da farsi, valutando la possibilità di procurarsi in qualche modo delle armi, uscire dal campo e aggregarsi ai partigiani. Nella sezione del campo in cui era presente Failla, la situazione fu esposta da Ganu Kriezju, albanese già compagno di detenzione degli anarchici a Ventotene. Le guardie, comandate dal maggiore Fiorenzuoli, cominciarono a sparare a salve con lo scopo di sciogliere l'adunata, poi gli spari a salve ben presto furono sostituiti con quelli delle mitragliatrici, causando 2 morti (un anarchico e uno slavo).
Failla, rendendosi conto che la situazione stava precipitando, provò a stringere rapporti più stretti con il tenente Rouep, un fascista che sempre aveva avuto con loro atteggiamenti un pò più rispettosi ed "umani" degli altri. Rouep infatti, era stato designato a dirigere una colonna di camion, e con loro anche una quarantina di anarchici, verso la città di Arezzo. Alcuni di questi anarchici, appellandosi a questa sua "umanità", gli fecero notare che essendo la città toscana in mano ai nazisti, condurli là significava condannarli a morte. Rouep, mosso a "compassione", nei pressi di Firenze fermò la colonna e affidò a Failla e Mario Perelli, futuro comandante delle Brigate Anarchiche Bruzzi-Malatesta, sei prigionieri, di fatto concedendo loro la libertà. Bruciati i loro stessi documenti, che li identificavano come anarchici, si sciolsero e si spostarono verso le montagne alla ricerca delle brigate partigiane a cui potersi aggregare.
[modifica] La lotta partigiana
Alcuni anarchici del gruppo raggiunsero avventurosamente le bande partigiane della zona, altri, come Emilio Canzi e Mario Perelli [6], si spostarono in zone più lontane, altri ancora furono invece catturati e uccisi. Un gruppetto di loro riuscì ad entrare nelle Brigate Partigiane operanti in Valdarno, collaborando con i CLN (Comitati Liberazione Nazionale) della zona, in cui, tra gli altri, era assai conosciuto Beppone Livi, nome di battaglia "Unico", che fungeva da collegamento fra le cosidette "Bande Esterne" [7], che insieme formeranno la Divisione Partigiani “Arezzo” e i CLN della zona toscana (Livi, già dall'ottobre del 1943, con la moglie Angiola Crociani, si era preso cura di procurare mezzi di sopravvivenza a 300 circa slavi evasi, ma dotati di armi che avevano trafugato durante la fuga, nascosti nella zona boscosa di Ponte alla Piera e di Pieve Santo Stefano). Alfonso Failla, spostandosi lungamente, combatté nella Resistenza toscana, ligure e lombarda. Corrado Quaglino nasce a Torino il 17 marzo 1900 presso una modesta famiglia di commercianti.
[modifica] Il dopo guerra
Nel 1945, immediatamente dopo la Liberazione, Failla fu eletto presidente della Federazione Comunista Libertaria dell'Alta Italia[8]. Fu presente anche al Congresso di Carrara (15-19 settembre 1945), che darà vita alla Federazione Anarchica Italiana. Failla mantenne posizioni anarchiche fino agli anni '50, periodo in cui si assistete alla ristrutturazione della sinistra libertaria: i Gruppi Anarchici di Azione Proletaria[9] si separarono dalla FAI ed in seguito alcuni di questi militanti poi confluiranno in Lotta Comunista. Dall'inizio degli anni '70 Failla abbracciò le idee pacifiste ed antimilitariste ed insieme allo scrittore Carlo Cassola sarà tra i fondatori della Lega per il Disarmo Unilaterale dell'Italia.
Morì nella "sua" Carrara all'età di 80 anni, nel 1986.
[modifica] Bibliografia
- Ugo Fedeli, Congressi e convegni (1944-1962) Federazione anarchica italiana, Edizioni libraria della FAI, 1963
- Insuscettibile di ravvedimento: l'anarchico Alfonso Failla (1906-1986): carte di polizia, scritti, testimonianze, a cura di Paolo Finzi, Ragusa, La fiaccola 1993
- Gaetano Manfredonia, La Resistenza sconosciuta Pubblicato da Zero in condotta, 1995
- Umberto Marzocchi, Senza frontiere. Pensiero e azione dell'anarchico 1900-1986, Milano, Zero in condotta, 2005
[modifica] Collegamenti esterni
[modifica] Note
- ↑ Insuscetibile di ravvedimento
- ↑ Relazione di Giorgio Sacchetti in un convegno sulla "Guerra di sterminio e la resistenza", tenuto ad Arezzo, che ha focalizzato l'attenzione sulla ricostruzione dell'esperienza dei deportati anarchici provenienti dall'isola di Ventotene giunti a Renicci dal luglio 1943, e che permette di trarre solo una visione parziale del fenomeno del campo di Renicci. Si legga di Carlo Spartaco Capogreco, Renicci. Un campo di concentramento in riva al Tevere 1ª ed. Italiano, Mursia, 2003, ed ancora Lager italiani sempre dal lavoro
- ↑ Si legga Il caso Ventotene
- ↑ Cronologia delle rivolte siciliane dopo la caduta del fascismo
- ↑ Il Gobbo del Quarticciolo e gli espropri proletari. Il Gobbo verrà ucciso poco tempo dopo in un agguato
- ↑ Mario Perelli sarà fra i comandanti delle Brigate anarchiche Malatesta che in seguito prenderanno il nome di Bruzzi-Malatesta di Milano, forti di circa circa 1300 miliziani (da Documenti sulla resistenza anarchica)
- ↑ Alla fine di aprile si costituirà la XXIII Brigata Garibaldina Pio Borri, composta da tre battaglioni più la XXIV Brigata "Bande Esterne" (da www.societastoricaretina.org)
- ↑ Riunioni organizzative precedenti il Congresso costitutivo della Federazione Anarchica Italiana
- ↑ Nascita dei GAAP di Guido Barroero

