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Schiavismo

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Cedola di identificazione personale o carta di identità  di uno schiavo nero di 10 anni chiamato Benito Criollo, destinato a L'Avana
Lo schiavismo è quell'ideologia su cui si fonda quel sistema sociale ed economico in cui una persona (lo schiavo) appartiene totalmente ad un'altra (il padrone). Il modello schiavistico si è sviluppato in diverse forme dalla nascita del patriarcato sino ai giorni nostri; la guerra storicamente è stato il modo più semplice attraverso il quale procurarsi schiavi da sfruttare. La parallela e funzionale diffusione di ideologie discriminatorie pseudo-scientifiche o filosofiche furono necessarie a giustificare la riduzione in stato di schiavitù di alcuni esseri umani ritenuti inferiori ai padroni perché appartenenti a classi (classismo), razze (razzismo) o civiltà  ritenute inferiori.[1]

Attualmente si assiste a nuove forme di sfruttamento che diversi studiosi e intellettuali chiamano neo-schiavismo o schiavismo salariale. [2]

Le origini[modifica]

La schiavitù si venne sviluppando con il disfacimento delle prime comunità  umane, le cosiddette società  gilaniche, che vivevano in regime di economia collettiva prettamente agricola. Con la diffusione dei disvalori imposti dai popoli denominati Kurgan, ovvero coloro che soppiantarono le pacifiche ed egualitarie società  gilaniche, si arrivò ad una sempre maggiore gerarchizzazione sociale ed alla suddivisione dei compiti di lavoro che implicavano anche la necessità  di imporre con forza una disciplina, che, qualora non veniva accettata, si trasformava in vera e propria schiavitù.

Le guerre contribuirono non poco allo sviluppo del modello schiavistico. Infatti, i popoli vincitori potevano privilegiarsi di masse di prigionieri che venivano adibiti ai lavori più umili, senza alcun riconoscimento di diritti (schiavi). La schiavitù fu il fondamento di molte comunità  in Europa e nel Medio Oriente: per esempio all'epoca dei Sumeri (abitanti dell'area mesopotamica intorno al 4 mila a.c) gli schiavi non erano altro che prigionieri di guerra; il Codice di Hammurabi (Babilonia) distingueva gli schiavi secondo la loro derivazione: prigionieri di guerra, debitori insolventi, comperati, nati in schiavitù, ecc.;
Rappresentazione della sconfitta di Spartaco, il gladiatore che si ribellò agli schiavisti romani
gli ittiti, contrariamente ai babilonesi, riconoscevano lo schiavo come un uomo, anche se lo schiavo babilonese poteva riscattare la propria condizione; nell'antica società  ebraica lo schiavo per debiti era liberato dopo sette anni, se ebreo, e se per caso veniva reso inabile al lavoro da maltrattamenti ricevuti, acquistava la libertà  e il padrone-assassino veniva punito; in Egitto gli schiavi di guerra furono inizialmente poco numerosi ed aumentarono con le guerre espansionistiche della XVIII dinastia.

Grecia antica e Impero Romano[modifica]

Nella Grecia antica gli schiavi erano fondamentali per il sistema economico-sociale e con il diffondersi dell'uso dei metalli e l'espansione dei commerci, la richiesta di schiavi fu fortissima e si arrivò alla nascita di un fiorentissimo commercio (gli schiavi erano detti bárbaroi, cioè barbari, ovvero considerati appartenenti a civiltà  inferiori a quelle greche e quindi schiavizzabili). La schiavitù fu giustificata da celebri filosofi (vedi Platone e Aristotele) come conseguenza dell'incapacità  di una parte degli uomini a comandare. [3] Il conosciuto filosofo Diogene di Sinope fu esso stesso schiavo dopo essere stato catturato dai pirati mentre era in viaggio verso Egina ed in seguito venduto ad un uomo di Corinto chiamato Xeniade, per il quale fece il tutore dei due figli.

Per i greci la schiavitù era concepito come un istituto di "diritto naturale", mentre per i romani l'uomo non era schiavo per natura e per questo poteva anche essere liberato e ottenere la cittadinanza romana. La schiavitù a Roma prese piede con l'espansione del suo dominio (Impero Romano). Il trattamento loro riservato era assai duro e frequenti furono le insurrezioni, come quelle capeggiate da Enno (136-132 a. C.) e da Spartaco (72-70 a. C.). Solo a partire dal tardo impero, con l'ascesa al potere di imperatori non italici e con la diffusione del cristianesimo, la schiavitù ebbe a terminare.

La tratta degli schiavi[modifica]

Alla tratta degli schiavi autoctona, diffusa nelle antiche civiltà  africane come l'Impero di Songhai, si aggiunse in seguito la pratica di vendere schiave catturate nell'Africa subsahariana. Inizialmente il commercio di esseri umani fu diretto attraverso il Sahara verso il Nordafrica, poi dalle coste africane sull'Oceano Indiano verso i paesi arabi e l'oriente e infine verso le colonie europee nelle Americhe.

La tratta degli schiavi gestita dagli europei fu iniziata dai portoghesi nel XV secolo immediatamente dopo i primi contatti con le popolazioni della Guinea. La tratta ebbe un maggiore impulso nel 1452, quando papa Niccolò V ordinò al re del Portogallo di ridurre in schiavitù tutti i musulmani dell'Africa. La città  portoghese di Lisbona divenne assai fiorente proprio grazie al suo grande emporio di schiavi.

Con la scoperta dell'America e l'avvio di pratiche colonialistiche, la schiavitù fu trapiantata ancora dai portoghesi in Brasile, sempre attingendo dal "serbatoio" africano. Anche gli spagnoli cominciarono ad interessarsi al commercio di esseri umani, visto che gli indigeni americani erano poco adatti al lavoro di fatica ed era necessario trovare nuova manodopera. Ben presto ai mercanti portoghesi si aggiunsero quelli spagnoli, francesi, inglesi e olandesi. Il colonialismo non poteva non reggersi che sulla tratta di schiavi e varie città  (Bordeaux, Nantes e Liverpool) si svilupparono enormemente proprio grazie a questi traffici.

Spesso erano gli stessi re locali a barattare questi schiavi con gli europei, contribuendo così a sviluppare una un traffico commerciale di esseri umani che assunse rapidamente proporzioni senza precedenti e dando origine nelle Americhe a vere e proprie economie basate sullo schiavismo.

Complessivamente, furono circa 12 milioni le persone deportate dall'Africa verso il continente americano. Gli schiavi partivano dal golfo di Guinea (Africa) nelle navi negriere con destinazione Haiti, Cuba, Brasile, Santo Domingo. Giunti a destinazione, molti di questi uomini non sapevano adattarsi alle nuove condizioni di vita e spesso si ammalavano o si deprimevano a tal punto da arrivare al suicidio.

Il ruolo della Chiesa[modifica]

Le credenze diffuse dalla Chiesa cattolica intorno al 1500 dicevano che la schiavitù dei neri erano da interpretare come una volontà  divina. Essi meritavano questo triste destino, secondo quello che diceva la Bibbia, a causa della maledizione lanciata da Noè sui discendenti del figlio Cam.[4] Il colore della pelle nera era poi un simbolo dei peccati compiuti dai loro antenati. La schiavitù loro inflitta dai bianchi cristiani era da considerare come propedeutica alla civilizzazione che sarebbe giunta in seguita al recepimento del messaggio cristiano.

Nel 1519 il vescovo di Darien dichiarò che gli amerindi erano «a mala pena uomini e la schiavitù è il mezzo più efficace ed in realtà  l'unico utilizzabile con loro»[5]. Carlo V nel decreto del 1526, su parere del Consiglio Reale delle Indie, istituito per la protezione degli Indios, proibiva la schiavitù in tutto l'Impero.

Il 2 giugno 1537, papa Paolo III nella sua lettera Veritas ipsa indirizzata al cardinale Jean de Tavera, dichiarava che gli Amerindi erano esseri umani come gli altri, condannando la pratica della schiavitù. Questo sarà  ribadito ufficialmente attraverso la bolla pontificia Sublimis Deus pubblicata pochi giorni dopo.

La Chiesa si oppose quindi allo sterminio degli amerindi e alla loro schiavizzazione, ma questo fu forse una conseguenza della scarsa propensione al lavoro degli autoctoni più che al riconoscimento del loro intrinseco diritto umano. Infatti la predicazione dell'uguaglianza tra gli uomini e la condanna della schiavitù degli amerindi, non impedì agli uomini di Chiesa di accettare l'importazione di africani da utilizzare come schiavi. Lo stesso frate Bartolomé de Las Casas,[6] pur denunciando il genocidio degli Indios nel suo saggio Brevissima relazione sulla distruzione delle Indie occidentali (1542), non ebbe in un primo momento ad opporsi alla tratta degli africani. In seguito, nel suo Istoria o Brevissima Relazione della Distruttione dell'Indie Occidentali di Mons. Reverendissimo Don Bartolomeo Dalle Case, [7], si schierò definitivamente contro ogni forma di sfruttamento e schiavitù e per questo costretto a rientrare in patria. Schieratosi con gli ultimi e gli oppressi, per alcuni religiosi Bartolomé de Las Casas è da considerare il vero padre della Teologia della liberazione.

La cattolicissima Spagna fu scossa da un grande dibattito ingenerato dalle denunce di de las Casas; tra i favorevoli alla schiavitù si distinsero tristemente le tesi di Juan Ginés de Sepúlveda che sosteneva l'inferiorità  degli indios e la necessità  della conquista per portare l'evangelizzazione nelle Americhe. Ci furono indubbiamente missionari che si schierarono dalla parte degli indios oppressi, ma le alte sfere della Chiesa mantennero atteggiamenti ambigui, non appoggiando apertamente la schiavitù ma nemmeno condannandola espressamente. [8]

L'abolizionismo antischiavista[modifica]

La colonizzazione delle Americhe e l'avvio di pratiche schiavistiche contro gli indios prima e gli africani poi, portò alla presa di posizione antischiavista da parte di uomini come il frate Bartolomè de las Casas, i quali però risultavano essere in minoranza rispetto a chi riteneva la schiavitù un volere divino.

L'abolizionismo come movimento politico si sviluppò sulla base di considerazioni umanitarie emerse durante l'illuminismo e prese piede in Europa e in America tra la fine del secolo XVIII e il secolo XIX. In Francia, la voce Tratta dei negri dell'Encyclopédie, redatto da Louis de Jaucourt nel 1776, condannava la schiavitù e il commercio degli schiavi che «viola la religione, la morale, le leggi naturali, e tutti i diritti naturali dell'uomo».

Essendo gli Stati Uniti d'America la "patria schiavista" per eccellenza, è naturale che proprio in quel paese si sviluppò un forte movimento abolizionista di tendenza non-violenta. L'anarchico Henry David Thoreau arrivò a rifiutarsi di pagare le tasse ad uno stato che utilizzava i suoi soldi per schiavizzare altri esseri umani e portare avanti guerre colonialistiche.[9] Ci furono però anche uomini come John Brown, Edwin Coppock, Barclay Coppock, Albert Hazlett, Aaron D. Stevens ed altri, che non si fecero remore ad usare la forza per liberare gli schiavi dal loro stato di oppressione.[10]

Si giunse alla soppressione della schiavitù dopo la rivoluzione francese e la rivolta ad Haiti: nel 1794 fu abolita nelle colonie francesi (1794), ma Napoleone la dovette ripristinare nel 1802 per fare un favore alla borghesia creola. L'abolizione della tratta di schiavi (Francia 1791, Danimarca 1792, Gran Bretagna e Stati Uniti 1807, Olanda 1814 ecc.) non fece però scomparire il fenomeno, che di fatto proseguì clandestinamente. Alla fine si giunse ai divieti alla schiavitù nelle colonie britanniche (1833), francesi e olandesi (1848), negli Stati Uniti (1863, durante la guerra civile americana), a Cuba e Portorico (1870). Nel 1839 fu costituita in Gran Bretagna l'Anti-Slavery International, una ONG (ancora oggi attiva) fondata per contrastare ogni forma di schiavitù.

In Russia, i cosiddetti servi della gleba, furono liberati nel 1861 grazie ad un decreto emanato dallo zar [11] che accolse le richieste popolari sviluppatesi nelle più ampie lotte contro l'autocrazia zarista portate avanti da Pugacev nel XVIII secolo, dai decabristi e da personalità  del calibro di Nikolaj Gavrilovic Cernysevskij, Ivan Turgenev, Aleksandr Puskin, Petr Lavrov e Pëtr Kropotkin.

I neri africani però non furono spettatori assoluti della loro liberazione, infatti schiavi come Frederick Douglass parteciparono attivamente ed in prima persona alla liberazione degli schiavi. Per non parlare poi del rivoluzionario afroamericano di Haiti Toussaint Louverture, il quale guidò la rivolta degli schiavi di Santo Domingo che nel 1844 divenne il primo Stato nero della storia ad ottenere l'indipendenza. Essa fu sancita da un manifesto che segnava l'uguaglianza di tutti gli uomini, senza discriminazioni di razza.

Il nazismo[modifica]

Campo di lavoro di Monowitz. Esso venne aperto su iniziativa della IG Farben (multinazionale della chimica) che intendeva così sfruttare la manodopera schiavistica

Quantunque spesso gli stessi antinazisti e antirazzisti tendano a dipingere il nazismo come un'ideologia quasi esclusivamente metafisica, in realtà  essa fu un fenomeno fortemente legato agli interessi del capitalismo, per questo la guerra nelle intenzioni di Hitler avrebbe dovuto provocare la creazione di un nuovo impero tedesco. Come storicamente peraltro è spesso capitato, il Fuhrer auspicava di poter schiavizzare i popoli sottomessi in quanto "inferiori" - principalmente ebrei e slavi - da utilizzare come manodopera a costo zero. [12]

Hitler quindi non fece nient'altro che applicare agli europei ciò che le precedenti potenze europee (inglesi, portoghesi e spagnoli) avevano messo in pratica a danno degli africani. In ogni caso, lo scopo delle potenze coloniali è sempre stato quello di procurarsi manodopera a basso costo e mantenere una rigida società  divisa in classi, come peraltro esplicitato dallo stesso Adolf Hitler:

« I polacchi sono soprattutto adatti ai lavori umili... Per loro un miglioramento è inconcepibile. In Polonia bisogna tener basso il tenore di vita, non si deve permettere che esso si innalzi... I polacchi sono pigri e per farli lavorare bisogna usare mezzi coercitivi...» [13].

La barbara oppressione schiavistica fu comunque sempre giustificata dai nazisti con assurde teorie razziste:

« Noi siamo la razza dei signori e dobbiamo governare in modo giusto ma duro... Io spremerò sino all'ultimo questo paese... La popolazione deve lavorare, lavorare e ancora lavorare... Noi siamo una razza superiore, e dobbiamo ricordarci che il lavoratore tedesco del livello più basso è, razzialmente e biologicamente, mille volte superiore a questa popolazione. » (Erich Koch, commissario del Reich per l'Ucraina, Kiev 5 marzo 1943)[14]
« Regola assoluta per le SS devono essere l'onestà , la correttezza, la lealtà , l'amicizia verso gli appartenenti alla nostra stessa razza; e verso nessun altro. La sorte d'un Russo o d'un Ceco mi è del tutto indifferente... Che le altre nazioni vivano nell'opulenza o che crepino di fame mi interessa solo nella misura in cui abbiamo bisogno di loro come schiavi al servizio della nostra Kultur ["civiltà "]; altrimenti non m'interessa. Che diecimila donne russe che lavorano a scavare una trincea anticarro cadano a terra sfinite, mi importa solo in quanto quel fossato anticarro sia portato a termine per la Germania.» (Heinrich Himmler, 4 ottobre 1943) [15]

Proprio per sfruttare i nuovi schiavi, il capitalismo tedesco appoggiò e finanziò la costruzione di campi di lavoro. Il famigerato campo di concentramento di Auschwitz - Birkenau fu finanziato anche dalla Deutsche bank. Del complesso di Auschwitz faceva parte anche il campo di lavoro di Monowitz, che sorgeva nei pressi del complesso industriale Buna Werke, appartenente alla IG Farben (un agglomerato di aziende che aveva ottenuto il monopolio della produzione chimica in Germania). L'azienda, che aveva il monopolio chimico nella Germania nazista, acquistò il terreno dal Ministero del Tesoro tedesco per un prezzo basso, dopo che era stato espropriato ai proprietari polacchi del posto senza alcun indennizzo. Furono inoltre requisite tutte le case degli Ebrei di Auschwitz e vendute alla IG Farben come alloggio per i dipendenti. I funzionari della IG Farben stipularono una tariffa con le autorità  SS, pagando per ogni prigioniero inviato un prezzo di 3-4 Reichsmark al giorno, per la manodopera necessaria di lavoratori ausiliari e di 6 RM per quella dei qualificati e inoltre di 1,5 RM per i bambini.[16]

L'obiettivo dei capitalisti che sfruttavano la schiavitù era, come tutte le imprese capitalistiche, quello di ridurre il costo del lavoro, arrivando persino a risparmiare sul costo del pasto, giacché per loro la morte dello schiavo non creava nessun problema perché poteva facilmente essere sostituito con gli altri che quotidianamente giungevano nei campi di concentramento. I nazisti quindi non fecero nient'altro che reiterare il modello storicamente utilizzato da altri popoli in altre epoche.

Attualità : nuove forme di schiavismo[modifica]

Nonostante la schiavitù sia espressamente vietata nella maggior parte dei paesi del mondo e sia proibita anche dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo del 1948 e dalla Convenzione Supplementare sull'abolizione della schiavitù, ancora oggi milioni di persone vengono schiavizzate da persone e organizzazioni senza scrupoli: migliaia di donne dell'Europa dell'Est sono spesso trascinate nell'inferno della prostituzione, bambini e bambine vengono venduti e comprati da un paese all'altro dei paesi del terzo mondo per essere utilizzati nella prostituzione, per il traffico d'organi o come bambini-soldato. [17]«Tra il 1970 e il 2000, nella sola Asia la compravendita di donne e bambini è stimata in 30 milioni di individui, ma i bambini asserviti in tutto il mondo ammontano a 100 milioni».[18]

Oltre a queste forme di sfruttamento schiavistico, milioni di uomini vengono spinti ad emigrare verso il mondo occidentale, dove sostanzialmente non hanno altra strada che quella di lavorare in nero e con uno stipendio da fame. È il caso dei braccianti agricoli utilizzati come manodopera a basso costo nelle campagne del sud Italia:

«I nuovi schiavi sono vittime della Bossi-Fini (degna erede della Turco-Napolitano) che marchia come illegali gli immigrati, esponendoli al ricatto. Vittime di un sistema, quello agricolo, che da tempo è diventato extraterritoriale, rispetto alle regole, dove prevalgono violenza e sopraffazione.» [19]

Poichè la caratteristica storica dello schiavo è la sua trasformazione da essere umano in merce, non è azzardato definire neo-schiavismo la sottomissione del salariato al padrone di turno in quanto egli è costretto ad accettare determinate condizioni perché pur non avendo le catene ai piedi come gli schiavi del passato, la scelta è tra questo genere di lavoro (precariato, sfruttamento, lavoro in nero, ecc.) o la disoccupazione.

Note[modifica]

  1. Razzismo e odio di classe
  2. Maria Grazia Giammarinaro, Neo-schiavismo, servitù e lavoro forzato: uno sguardo internazionale
  3. Aristotele, gli schiavi, fenomeno naturale e legale, La condizione di servo in Grecia
  4. La maledizione di Cam
  5. G.V. Scammell, pag. 172.
  6. Perché tutte le persone su questa terra sono uomini
  7. Sivigliano dell'ordine dei Predicatori trad. di G.Castellani, Venezia, 1643,
  8. La Chiesa giustifica la schivitù
  9. Si veda Disobbedienza civile
  10. Si legga la difesa di Thoreau nei confronti di John Brown: A Plea for Captain John Brown
  11. Alberto Mario Banti "Il senso del tempo" Vol. 2 (1650-1870)
  12. Il Generalplan Ost fu un piano segreto nazista pensato per riordinare l'Europa dell'est dopo l'eventuale vittoria tedesca nella seconda guerra mondiale
  13. William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino; Einaudi, 1990, pagg. 1428-1429., Augusto Camera e Renato Fabietti, Elementi di storia Vol. III, Zanichelli, pagina 1.502
  14. William L. Shirer, Storia del Terzo Reich, Torino; Einaudi, 1990, pagina 1429.
  15. Geheimreden 1933 bis 1945, Berlino, 1974
  16. Evoluzione della IG Farben e del Campo di concentramento di Buna-Monowitz, "-Wollheim Memorial-Ed. 11 dicembre 2012.
  17. Schiavitù moderna
  18. Il cupo universo della schivitù
  19. Dossier sullo sfruttamento dei braccianti nelle campagne della Capitanata

Bibliografia[modifica]

  • S. M.Wilhem, Uomo rosso, Uomo nero, bianca America. Lampugnani Nigri, Milano 1971.
  • E. D. Genovese, L'economia politica della schiavitù, Torino, 1972.
  • K. Marx, F. Engels, La guerra civile negli Stati Uniti, a c. di R. Rinaldi, Feltrinelli, Milano 1973.
  • B. Armellini (a cura di), La condizione dello schiavo, Torino, 1975.
  • C. Meillassoux, Antropologia della schiavitù, Milano, 1992.
  • Frederick Douglass , memorie di uno schiavo fuggisco, Manifesto libri, 2011.

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]