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Rivolta dei Bersaglieri (1920)

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Errico Malatesta, fece opera di propaganda rivoluzionaria tra i bersaglieri
Nella notte tra il 25 e il 26 giugno l'11º reggimento dei i bersaglieri di stanza nella caserma Villarey di Ancona si ammutinarono agli ordini superiori. La loro paura era quella di essere inviati in Albania, dove le truppe militari italiane occupavano il paese (l'Albania nel biennio 1918-20 fu un protettorato italiano [1]) e fronteggiavano le sempre più frequenti ribellioni armate dei locali.

Inserita nell'ambito del biennio rosso e catalogata come "rivolta anarchica", essa si estenderà  in tante città  italiane grazie all'attività  incendiaria dei militanti rivoluzionari, tra cui gli anarchici Errico Malatesta, Antonio Cieri e Giovanni Mariga e i socialisti Mario Alberto Zingaretti, Angelo Sorgoni e Albano Corneli. Ancora una volta la rivolta sarà  soppressa nel sangue "grazie" alla risolutezza delle truppe militari inviate dal governo presieduto da Giolitti. Il 28 la calma e l'ordine regna in tutta l'Italia.

Scoppio della rivolta[modifica]

Il biennio 1919-20 è passato alla storia con il nome di biennio rosso, un periodo in cui gli scioperi dei lavoratori e le occupazioni di fabbriche e terreni si susseguivano sempre più frequentemente. Durante questa fase, nella notte tra il 25 e il 26 giugno 1920, i bersaglieri della Caserma Villarey di Ancona disarmarono i propri superiori e assunsero il controllo della caserma. Un fatto clamoroso, giustificato dalla paura di essere inviati in Albania, che all'epoca si trovava sotto occupazione italiana da due anni e dove duri scontri tra locali e truppe italiane si registravano ormai quasi quotidianamente.

Ad avvalorare i loro sospetti ci fu l'attracco nel porto marchigiano del piroscafo Magyar, che faceva supporre una loro prossima partenza verso Valona. Così raccontò lo scoppio della rivolta Mario Alberto Zingaretti:

«(…) dopo poco, quasi subito, arrivammo alla "rivolta dei bersaglieri", che fu un fatto di grande importanza, ma anche, nello stesso tempo, la dimostrazione della mentalità  delle forze di Ancona, di quella volta, forze popolari caotiche, senza direzione, che non volevano sentir parlare di coordinamento, di dirigenza, di responsabilità : era l’educazione che si dava in seno all’anarchia. Infatti era venuto un piroscafo ad Ancona per portare i bersaglieri a Valona, dove c’era una questione di principio tra l'Italia e l'Albania. Di tutta la propaganda che si era fatta durante la guerra e subito dopo la guerra, in mezzo alla popolazione, era logico che ne risentissero anche i militari. E quindi fu chiaro ed evidente che quando si dovette partire per l’Albania, questi bersaglieri non sentirono lo spirito di corpo per andare di nuovo a fare la guerra. Non credo che fossero tutti dello stesso parere, però c’era un gruppetto di bersaglieri che, venendo fuori la sera dalla caserma, stava a contatto con la popolazione, e, certamente, influivano su questi i discorsi della gente. Alcuni di questi si chiamavano Casagrande, Rossi, Tommassini ed erano tutti simpatizzanti socialisti.» (Proletari e sovversivi: i moti popolari ad Ancona nei ricordi di un sindacalista (1909-1924) )

Ad Ancona era ancora vivo il ricordo della Settimana Rossa, l'insurrezione popolare originatasi nella città  marchigiana tra il 7 e il 14 giugno 1914 proprio a causa dell'insubordinazione antimilitarista di Augusto Masetti; rivolta che, in seguito, si estenderà  in Romagna, Toscana ed altre parti d'Italia. Secondo diverse ricostruzioni fu il bersagliere recanatese Monaldo Casagrande, detto Malatesta, [2] a dare il via all’ammutinamento. Fra i leader anarchici che entrarono in contatto con i bersaglieri, spingendoli alla ribellione antiautoritaria e all'insubordinazione, c'erano Antonio Cieri ed Errico Malatesta; ma non solo, anche tra i bersaglieri c'erano simpatizzanti o militanti anarchici, tra questi Giovanni Mariga, che così raccontò l'inizio della ribellione ed il ruolo giocato da Malatesta come agitatore:

«Subito dopo la guerra ero ancora bersagliere ed ero stato dislocato con la mia compagnia ad Ancona, nella caserma Villa Rei. Un giorno governanti e generale decisero di mandarci con altre truppe alleate a sedare una rivolta in Albania, ma, giunti al porto, quando gli ufficiali diedero ordine di montare sul piroscafo, noi ritornammo in massa in caserma. In effetti, nei giorni precedenti l'imbarco, alcuni compagni (commilitoni anarchici), avevano portato in caserma, con una di quelle autoblindo che uscivano per la spesa del rancio, Errico Malatesta. Costui, vestito da bersagliere, nonostante i suoi sessant'anni circa, si mise a fare discorsi antimilitaristi: invitò la truppa alla diserzione e condannò tutte le guerre» (Memorie autobiografiche, Pedrini, pag. 70)

Reazioni[modifica]

Tutto il movimento rivoluzionario, che già  stava vivendo un periodo di intense lotte (siamo in pieno biennio rosso), principalmente quello legato agli ambienti anarchici, mostrò entusiasmo per la rivolta ed operò per l'estensione della stessa oltre i ristretti ambiti anconetani e militari. Malatesta così raccontò quei giorni due anni dopo:

«Si stava per passare agli atti risolutivi. Lo sciopero a tendenza insurrezionale si estendeva. […] La rivoluzione stava per farsi, per impulso spontaneo delle popolazioni e con grande possibilità  di successo. Certamente non si sarebbe in quel momento attuata l’ anarchia e nemmeno il socialismo, ma si sarebbero levati di mezzo molti ostacoli e si sarebbe aperto il periodo di libera propaganda, di libera sperimentazione, e sia pure di lotte civili, in capo al quale noi vediamo rifulgere il trionfo del nostro ideale.» (Errico Malatesta, Movimenti stroncati in Umanità  Nova n. 147, 28 giugno 1922)

Antonio Gramsci scrisse invece:

«La parola d'ordine per il controllo dell'attività  governativa ha portato agli scioperi ferroviari, ha portato all'insurrezione di Ancona» (Antonio Gramsci, articolo su Ordine Nuovo)

Opposto invece l'atteggiamento del fronte nazionalista: Gabriele D'Annunzio si rivolse ai bersaglieri di Ancona, esprimendo la totale incomprensione per la rivolta:

«E si dice che voi vi siate ammutinati per non imbarcarvi, per non andare a penare, per non andare a lottare. [...] Si dice che voi, Bersaglieri dalle piume riarse al fuoco delle più belle battaglie vi rifiutate di rientrare nella battaglia, mentre l'onore d'Italia è calpestato da un branco di straccioni sobillati e prezzolati. È vero? Non può essere vero.» (Gabriele D'Annunzio, Ai Bersaglieri di Ancona, "l'Ordine", 29 giugno 1920.) [3]

Benito Mussolini accusò il partito socialista di «aver tarpato le ali» alla vocazione in Adriatico dell'Italia «facendo il gioco degli slavi». [3]

Estensione della rivolta in tutta Italia[modifica]

I bersaglieri ribelli agirono di concerto con i gruppi anarchici, repubblicani e socialisti della città , contribuendo così all'estensione della rivolta prima in tutta Ancona e poi anche nelle altre città  italiane. Nella città  marchigiana, godendo anche delle simpatie di buona parte della popolazione civile e dei lavoratori (specialmente i portuali), i ribelli innalzarono barricate per opporsi agli assalti delle forze dell'ordine. Si registrarono ovunque scontri a fuoco tra rivoltosi e carabinieri, ci furono perdite da ambo le parti. I bersaglieri e i loro simpatizzanti fecero anche uso di mitragliatrici:

«Allora, gli anarchici, che erano accorsi già  verso l’Aspio, vennero su con una mitragliatrice, piantandola sotto Porta Pia; poi venne un soldato dell’Aspio che era un mitragliere e maneggiava molto bene la mitragliatrice. ……..» [4].

Da Ancona la rivolta si estese inizialmente ai paesi limitrofi (Santa Maria Nova, Montesicuro, Aguliano, Polverigi, Chiaravalle), poi a tutte le Marche (Pesaro, Fano, Senigallia, Jesi, Macerata, Tolentino, San Severino, Civitanova, Porto Civitanova - dove un manifestante fu ucciso dalla polizia -, Monte San Giusto, Recanati, Fermo) [5], in Romagna (Rimini, Forlimpopoli, Forlì e Cesena e in Umbria (Terni e Narni). Il sindacato dei ferrovieri indisse uno sciopero per impedire che ad Ancona arrivassero le guardie regie; a Milano e Roma furono proclamati scioperi di solidarietà  con i rivoltosi, nonostante non tutti i sindacati ufficiali appoggiassero totalmente quanto stava accadendo.

A Pesaro i dimostranti assediarono la stazione (dove era fermo un treno carico di armi), prossima alla Caserma Cialdini, con l'intento di spingere i soldati ad imitare i bersaglieri anconetani. Dalla Caserma si sparò con la mitragliatrice sui manifestanti, provocando la morte di Luigi Cardinali e numerosi feriti. La folla, per protesta, diede fuoco allora all'abitazione del comandante della caserma e per protesta fu occupata la polveriera della città  [6].

Repressione e fine della rivolta[modifica]

Dopo aspri combattimenti, il moto fu sedato solo grazie all'intervento delle Guardie Regie. Il re e Giolitti presero tale decisione in quanto le truppe di stanza in città  avevano spesso fraternizzato con i rivoltosi, come per esempio i soldati del 17° fanteria di Ascoli che si erano uniti alla protesta. Il proclamato sciopero di treni fu aggirato facendo ricorso alla precettazione, il governo riuscì dunque ad inviare un treno verso Ancona, ma giunto alla periferia della città  fu fatto oggetto di spari da parte dei rivoltosi che uccisero diverse guardie.

Dopo questi gravi fatti il governo ordinò di sparare sul centro cittadino con i cannoni della Cittadella [5] e di bombardare la città  da cinque cacciatorpediniere, inviate appositamente per porre fine alla sommossa. Il 28 giugno sostanzialmente l'ordine regnava in città ; alla fine le forze dell'ordine ebbero la meglio solo grazie alla superiorità  numerica (giunsero rinforzi da varie città  del centro) ed al loro migliore armamento.

In tutta Italia, più di 500 persone furono arrestate (i processi che seguirono, forse per non inasprire il clima, ebbero sentenze sorprendentemente miti, tranne quella comminata a Monaldo Casagrande, che ebbe sei anni di reclusione militare.)[7] . Imprecisato il numero dei morti, che comunque furono tanti sia tra le forze dell'ordine che, soprattutto, tra i rivoltosi (almeno venti nella sola Ancona, tra cui i civili Lamberto Lorenzini, Marcello Boccali e Fortunato Luccarini).

Conseguenze[modifica]

Nonostante la dura repressione e la sconfitta dei bersaglieri, il governo si convinse a rinunciare all'occupazione dell'Albania: col Trattato di Tirana (20 luglio 1920) e il successivo trattato di amicizia con gli albanesi (2 agosto 1920), l'Italia riconobbe l’indipendenza e la piena sovranità  dello stato albanese. Le truppe italiane lasciarono immediatamente il Paese. Il trattato, oltre a sancire il ritiro italiano da Valona, ratificò il mantenimento dell'isolotto di Saseno come garanzia del controllo militare italiano sul canale di Otranto [8].

La rivolta dei Bersaglieri fu uno degli ultimi episodi in cui il proletariato potè far sentire la propria voce, appena due anni prima della Marcia su Roma e del conseguente avvento del regime fascista.

Note[modifica]

  1. Gli italiani in Albania
  2. La rivolta dei bersaglieri di Ancona nel 1920 e il ruolo di Monaldo Casagrande
  3. 3.0 3.1 D'Annunzio
  4. Guerra e rivoluzione
  5. 5.0 5.1 Giornale Regione Marche
  6. Puglia antagonista
  7. Per evitare condanne pesanti, che sarebbero potute rivelarsi controproducenti per il governo ed il Re, si adottò la formula del "reato di folla". Un reato non imputabile ai singoli. Tra i bersaglieri, solo pochi di loro ebbero condanne, tra i cinque anni agli otto mesi. Ne fa riferimento Paolini nel suo I fatti di Ancona e l'11º Bersaglieri (giugno 1920).
  8. Carlo Sforza, L'Italia dal 1914 al 1944 quale io la vidi, Mondadori, Roma, 1945, pagg. 91-92

Bibliografia[modifica]

  • Ruggero Giacomini, La rivolta dei bersaglieri e le Giornate Rosse - I moti di Ancona dell'estate del 1920 e l'indipendenza dell'Albania, Assemblea legislativa delle Marche, Ancona 2010.
  • Paolini M., I fatti di Ancona e l'11º Bersaglieri (giugno 1920), in "Quaderni di Resistenza Marche", n. 4 novembre 1982.

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]