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Antipsichiatria

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Protesta contro gli abusi della psichiatria (Filadelfia, 6 maggio 2012)

La psichiatria etimologicamente è la disciplina che si occupa di curare l'anima. Essa si basa evidentemente su alcuni presupposti alquanto balzani, cioè che l'anima esista (in qualche modo ben distinta dal corpo) e che essa si possa anche ammalare. [1]Ovviamente l'immagine dell'anima che si ammala va vista come una metafora, ma nel corso della storia la psichiatria è stata un potente strumento del potere costituito. Parecchi sono stati i regimi che preferivano terrorizzare gli oppositori tramite lo spauracchio del manicomio, piuttosto che quello della prigione.

Il tentativo, spesso riuscito, dell'idea sottostante alla psichiatria, era quello di stabilire che alcune persone, a causa di una malattia dell'anima, fossero incapaci di decidere ciò che volevano, e quindi l'autorità  costituita dovesse decidere per loro. Ciò che in campo strettamente medico restava una decisione dell'ammalato (il curarsi o meno) nel caso di malattia psichiatrica consentiva cure coatte.

Storia della "follia" e della psichiatria[modifica]

La storia della follia inizia nel momento in cui essa, all'interno di un contesto sociale viene riconosciuta e separata: fondamentalmente dunque coincide con la storia dell'internamento dei folli. L'accurata analisi che Michel Foucault ha fatto del problema, lascia vedere come, nel rapporto "ragione - non-ragione", si delinea nel periodo che va dal XVI al XIX secolo, la follia si distacca dalla stessa "non-ragione" divenendo sempre di più il contenitore dell'emarginazione sociale.

Ancora nell'età  medievale, la follia aveva un aspetto di sacralità , in quanto era espressione di un rischio dell'uomo: segnalava un limite con cui la ragione doveva confrontarsi. Questo concetto durerà  fino a tutto il XVI secolo. L'uomo risulta libero proprio perché riconosce questo rischio che deve affrontare. Sono le idee di Erasmo da Rotterdam, la pittura di Bosch, le imprese di Don Chisciotte, attraverso le quali la follia esce in "piena luce", tanto che Charron può scrivere: «Essa [la follia] è un momento duro ma necessario nel lavorio della ragione; attraverso di essa, e persino nelle sue vittorie apparenti, la ragione si manifesta e trionfa» [2]

Michel Foucault (1955), studiò e analizzò la storia della follia

Nel XVII secolo, col trionfo della Riforma, si accentua ancor più l'opposizione tra bene e male, tra sano e malato. L'opera della Chiesa si concretizza nella costruzione di grandi case di internamento, destinate ad accogliere promiscuamente tutta la devianza sociale. Nel 1656 sorge a Parigi l'Hôpital Général, mentre in tutta Europa si costruiscono ricoveri ove vengono stipati «nemici del buon ordine, fannulloni, bugiardi, ubriaconi, impudichi» [3]. Nascono le case di lavoro di Amburgo e di Bristol, che non sono soltanto ospizi, ma devono rispondere a un modello di ordine mantenuto attraverso un sistema di premi e castighi secondo un criterio "psicopedagogico". Tanto che sul portale di una casa di internamento a Magonza si poteva leggere: «Se si è riusciti a sottomettere al giogo taluni animali feroci, non si deve disperare di correggere l'uomo che si è fuorviato» [4]. Ma soltanto nel XVIII secolo la follia tocca il punto estremo della sua segregazione. Diventa qualcosa da guardare, uno "spettacolo" cui poteva assistere a pagamento chiunque lo volesse. Ora essa è davvero isolata, internata, osservata e diventa un settore di indagine specifico con un proprio linguaggio. L'isolamento della follia rende possibile la sua medicalizzazione: iniziano in questo secolo le ricerche anatomiche sul cervello, nascono scuole di freniatria, si ipotizza la possibilità  di cure.

Tra il 1780 e il 1793 partono i provvedimenti per una grande riforma che sancisce la nascita dei manicomi: l'istituzione di case riservate agli insensati che resteranno pressoché invariati fino all'epoca moderna. Le riforme di Tuke a York, di Pinel a Parigi, danno inizio a una "scienza della follia" che però, già  verso la metà  dell'800, comincia a mostrare le sue lacune e lascia spazio a dubbi sulle possibilità  terapeutiche dei manicomi.

«Non era questo l'intento di Pinel che nel 1793 inaugurò a Parigi il primo manicomio, liberando i folli dalle prigioni, in base al principio che il folle non può essere equiparato al delinquente. [...] Ma fu un attimo perché il folle, liberato dalle prigioni, fu subito rinchiuso in un'altra prigione che si chiamerà  manicomio. Da quel giorno incomincerà  il calvario del folle e la fortuna della psichiatria.» (Umberto Galimberti, Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, pag 242)

Il Positivismo del XIX secolo, con la sua fiducia nel progresso e nella produzione, fa emergere le profonde contraddizioni al suo interno. Mentre dilaga l'industria del capitale, i manicomi (Marx parlerà  poi di «strutture ancillari») si rivelano luoghi di violenza e di rigido controllo in cui «una classe di psichiatri sempre più stabile e sempre più sfiduciata cercava di occultare piuttosto che di risolvere i problemi» [5]. Gli strumenti di disciplina si sono perfezionati rispetto a quelli in uso solo pochi anni prima, senza che si siano modificati però i rapporti all'interno del manicomio. La scienza psichiatrica continua a osservare, classificare, premiare e punire non più ora con finalità  terapeutiche, ma per il "buon funzionamento" dell'Istituzione. Questo atteggiamento rimarrà  sostanzialmente fino al movimento antipsichiatrico che, partito dall'Inghilterra intorno agli anni '50, darà  luogo a esperienze innovatrici come i gruppi terapeutici a Londra, le sperimentazioni di Gorizia e Reggio Emilia qui in Italia. Si cerca una nuova psichiatria lottando contro credenze e pregiudizi antichi. Si cerca di «puntare sui bisogni concreti della persona con la costante denuncia del carattere distruttivo e disumano della segregazione manicomiale o di qualunque altro genere» [6]. La denuncia dei movimenti antipsichiatrici ha posto un limite al processo di disumanizzazione del "folle" e in alcuni casi i suoi successi, negli effetti pratici, sono stati superiori a quelli della teoria psicanalitica. [7]

L'antipsichiatria[modifica]

Lo sviluppo della psichiatria fenomenologica (Husserl, Jasper, Minkowski, Binswanger), che punta ad acquisire le cause delle divergenze di pensiero ed a far sì che queste vengano comprese dall'ambiente circostante, in opposizione a quella organicistica (psichiatria classica), che invece fa uso dell'esercizio di destrutturazione della personalità  e la repressione farmaceutica per controllare le divergenze di pensiero e così salvaguardare non il paziente ma l'ambiente circostante ad esso. Partendo da questi presupposti, negli anni ’60 l'inglese David Cooper coniò il termine antipsichiatria, definendo così un movimento che metteva in discussione i cardini della psichiatria classicamente intesa.

Antonin Artaud, artista francese, visse la terribile esperienza del ricovero in ospedali psichiatrici

Anche numerosi altri psichiatri (Goffman e Szasz negli USA, Laing in Gran Bretagna, Guattari, Deleuze e Foucault in Francia, Basaglia, Borgna e Talleri in Italia) rivisitarono radicalmente l'impostazione della psicopatologia e dell'assistenza psichiatrica, mettendo in luce le mistificazioni del potere sottostante ai concetti base della psichiatria (in particolare quelli di malattia mentale e di schizofrenia). Quest'idea rifiuta il concetto di manicomi e trattamento coatto o imposta dall'autorità , partendo dal presupposto che i disturbi mentali non possono essere curati come le malattie del corpo, «perché nella gran parte dei casi le sofferenze psichiatriche sono il risultato non di malattie o di disfunzioni ma di condizionamenti ambientali, contraddizioni sociali, quando non di oggettivazioni che i processi di razionalizzazione compiono a proposito di tutto ciò che fuoriesce dall’ambito che essi circoscrivono. Per l'antipsichiatria, ragione e follia sono entrambe espressione della condizione umana che, a seconda delle possibilità  di cui dispone, dà  parola ai propri bisogni e ai propri desideri ora con il linguaggio della ragione condivisa, ora con il linguaggio dell’irrazionalità .» [8]

Seppur il termine antipsichiatria racchiuda diverse correnti di pensiero critiche della psichiatria organicistica, generalmente tutte queste non negano l'esistenza della follia, bensì ritengono che essa sia semplicemente uno dei tanti modi attraverso cui gli individui si rapportano con il mondo. La follia sarebbe di conseguenza un modo di essere nel mondo; tra l'altro essa non è una prerogativa esclusiva di alcuni individui ma potenzialmente di tutti, visto che ogni essere umano potrebbe cadere in tale stato d'animo.

Ecco quindi perché la psichiatria classica SPIEGA la malattia, mentre invece l'antipsichiatria intende COMPRENDERLA:

  • Secondo l'impostazione scientifica, gli psichiatri valutano i sintomi della malattia come "dati oggettivi", "fatti" cioè osservati empiricamente, attraverso cui classificano oggettivamente la malattia ed in seguito stabiliscono un eventuale prognosi.
  • Secondo l'impostazione fenomenologica (antipsichiatria), lo psichiatra non può non partire che dalla soggettività  del paziente, osservando i sintomi ma comprendendo che essi possono essere solamente visti dall'esterno, visto che la psiche umana è molto più complessa e soggettiva. In definitiva l'antipsichiatria si rifiuta di “oggettivizzare” il malato in una diagnosi.

Personalità  vittime della psichiatria[modifica]

Note[modifica]

  1. La divisione dell'essere umano in corpo e anima fu elaborata prima da Platone ed in seguito reiterata dal dualismo cartesiano che differenzia tra res cogitans e res extensa, ovvero tra psiche e soma. Tale divisione sarà  superata definitivamente da Husserl.
  2. Charron De la Sagesse, cit. in Michel Foucault, "Storia della follia nell'età  classica", trad. it, Milano, Rizzoli 1976.
  3. ibid.
  4. J. Howard, "État de Prison. Hôpitaux et Maisons de force, in Storia della follia", cit.
  5. AA. VV., "Tempo e catene", Milano, 1976
  6. G. Antonucci, "Critica al giudizio psichiatrico", Roma 1993.
  7. L'intero capitolo è stato estratto da Opuscolo informativo sull'antipsichiatria, di Luciano Ascenzi, 2001
  8. Umberto Galimberti Psichiatria e fenomenologia, Feltrinelli, pag 239
  9. A Leggio il tribunale impose una perizia psichiatrica, che però per fortuna non fu mai messa in atto grazie alla sua tenacia e al sostegno ricevuto dagli anarchici.
  10. Articolo sull'omicidio di Mastrogiovanni

Opere[modifica]

Bibliografia[modifica]

  • G. Antonucci, Critica al giudizio psichiatrico, Sensibili alle Foglie.
  • R. Cestari, L'inganno psichiatrico, Sensibili alle Foglie.
  • Paola Minelli, Sorvegliato Mentale, effetti collaterali degli psicofarmaci Nautilus 2008.
  • G. Bucalo, Dietro ogni scemo c'é un villaggio, Sicilia Punto L.
  • G. Bucalo, Sentire le voci, guida all'ascolto, Sicilia Punto L.
  • G. Bucalo, La malattia mentale non esiste, Nautilus.
  • Franco Basaglia (a cura di), Che cos'è la psichiatria?, Parma, Amministrazione provinciale di Parma, 1967
  • Franco Basaglia, Scritti I, 1953-1968. Dalla psichiatria fenomenologica all'esperienza di Gorizia, Torino, Einaudi, 1981.
  • Franco Basaglia, Scritti II, 1968-1980. Dall'apertura del manicomio alla nuova legge sull'assistenza psichiatrica, Collana: Paperbacks, *Torino, Einaudi, 1982.
  • Oreste Pivetta, Franco Basaglia, il dottore dei matti. La biografia, Dalai Editore, 2012
  • Michel Foucault, Storia della follia nell'età  classica (1961).
  • Michel Foucault, Malattia mentale e psicologia (1962).
  • Michel Foucault, Nascita della clinica (1963).
  • Michel Foucault, Sorvegliare e punire (1975).

Filmografia[modifica]

  • K. Reisz, Morgan matto da legare.
  • S. Fuller, Il corridoio della paura.
  • K. Loach, Family life.
  • M. Bellocchio, Matti da slegare.
  • M. Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo.
  • W. Herzog, Wojzek.
  • G. Clifford, Frances.
  • J. Mangold, Ragazze interrotte
  • L. Von Trier, Idioti
  • Senza ragione (documentario antipsichiatrico)

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]