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Pacifismo

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Un simbolo della Pace, dalle campagne per il disarmo nucleare

Il pacifismo è il rifiuto della violenza e della guerra come strumenti per la soluzione di conflitti, cercando invece di costruire e mantenere la pace nella società  attraverso politiche e azioni di giustizia sociale.

Il termine si riferisce in effetti a un ampio spettro di posizioni, che vanno dalla specifica condanna della guerra a un approccio totalmente nonviolento alla vita. In definitiva, il pacifismo può avere basi etiche (la convinzione che la violenza sia moralmente sbagliata) oppure pragmatiche (la convinzione che la violenza non sia mai efficace). Esistono difatti specifiche concezioni di pacifismo fondate essenzialmente su credenze religiose (e quindi su basi fondamentalmente etiche), oppure su ideologie politiche (con combinazioni variabili di etica e pragmatismo).


Exquisite-kfind.png Vedi, anarcopacifismo e nonviolenza.

Ideologia[modifica]

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Il rifiuto, comune a tutti i sostenitori del pacifismo, a prescindere dalle differenti motivazioni, riguarda la guerra, ovvero quel contenzioso organizzato tra etnie, stati, culture, gruppi sociali, che sia condotto con la forza, per ragioni economiche, acquisizione di territorio, ottenimento di superiorità  o dominio, o altre ragioni, e che venga combattuto da individui diversi da coloro che lo hanno deciso (militari), e - per la gran parte - subito nelle sue conseguenze da persone ancora diverse (civili).

Su tutte le altre forme di violenza bisognerebbe soffermarsi caso per caso, con il rischio di generalizzare e dunque di banalizzare il concetto. In questo senso, è bene evitare di effettuare un qualsivoglia parallelo tra le situazioni di guerra e i conflitti interpersonali, aspetto, questo, piuttosto fuorviante in seno alle discussioni sulle opportunità  delle varie strategie di risoluzione dei conflitti. L'unica somiglianza riscontrabile tra un conflitto bellico ed uno interpersonale risiede nella constatazione che - come in politica internazionale - la maggior parte dei conflitti interpersonali non si risolve affatto con la violenza, ma in modi pacifici (a patto di accettare di considerare le minacce un mezzo pacifico).

In altre parole, non solo il pacifista ritiene che la pace sia un'opzione migliore dal punto di vista morale: egli/ella ritiene anche che sia sempre la soluzione più efficace, funzionale, ovvero - banalmente - la più conveniente da tutti i punti di vista, qualora l'obiettivo da risolvere sia un conflitto.

Strategie e lotte pacifiste[modifica]

Voltairine de Cleyre, femminista, pacifista ed anarchica
Emilie Carles, pacifista e anarchica

Un altro elemento importante da considerare è la varietà  e il grado di efficacia delle strategie di lotta pacifiste: è opinione diffusa che, a parte il celebre esempio del Mahatma Gandhi, non ci siano esempi rilevanti di pacifismo efficiente. In realtà  tale opinione è stata spesso smentita, e strategie pacifiche e non-violente hanno dato spesso i risultati sperati, anche in contesti non certo facili e contro avversari considerati tra i più crudeli e sanguinari criminali della storia. Alcuni esempi:

  1. Durante la II Guerra Mondiale, all'indomani dell'occupazione tedesca della Norvegia, le scuole opposero resistenza non violenta ai nazisti. I tedeschi imposero un loro statuto didattico nel 1941: gli insegnanti scioperarono, supportati da genitori, alunni e dalle chiese. Più di mille insegnanti furono arrestati e inviati nei campi di concentramento, nel nord del paese. Centinaia furono torturati, ma pochissimi cedettero. Nel 1942 gli arrestati vennero rilasciati e quello stesso autunno le scuole riaprirono senza i programmi nazisti.
  2. In Danimarca, sempre durante il nazismo, quando furono proclamate le leggi razziali, tutto il popolo si oppose. Quando fu impartito l'ordine di scrivere "Jude" sulle vetrine dei negozi ebrei, tutti i negozianti - anche i non ebrei - lo scrissero. Quando fu imposta la stella gialla agli ebrei, tutta la popolazione, a cominciare dal re, fece altrettanto. Alla fine, la Danimarca può vantare la percentuale e il numero di ebrei deportati nei campi di concentramento più bassa della II guerra mondiale.
  3. Durante il XIX secolo, nell'Ungheria dominata dall'Austria, le chiese protestanti subirono una dura repressione. Ai processi contro vescovi e pastori arrestati, gli studenti fecero manifestazioni di solidarietà , in totale silenzio e vestiti di nero. Il popolo intero fece resistenza nonviolenta per l'indipendenza del paese. Furono boicottati i prodotti austriaci; nessuno pagò le tasse. Nel 1866, l'imperatore Francesco Giuseppe introdusse la coscrizione militare per la guerra contro la Prussia: nessuno si presentò. Nel 1867 l'Ungheria ottenne l'indipendenza anche grazie ai "disertori" (e quindi in barba ad una diffusa definizione militarista di patriottismo), disertori che oggi chiameremmo semplicemente obiettori di coscienza
  4. Sempre nel XIX secolo, la Norvegia ottenne l'indipendenza dalla Svezia con mezzi esclusivamente non violenti, soprattutto per la fondamentale mediazione di Fridtjof Nansen, in seguito Premio Nobel per la pace.

Gli esempi citati appartengono a situazioni sostanzialmente già  precipitate, il che non fa giustizia all'idea di pacifismo nella sua totalità , poiché alla soluzione di conflitti già  avviati, bisogna aggiungere due tipi contesti tutt'altro che marginali:

  1. Quelli in cui i mezzi non violenti (diplomazia, manifestazioni, trattati e quant'altro) hanno evitato 'in via preventiva' il conflitto. Questa porzione di eventi va considerata la maggior forza, anche se la meno eclatante, del pacifismo come soluzione di conflitti "latenti" o imminentì.
  2. Quelli in cui l'uso della guerra si è dimostrato incapace di risolvere il conflitto (l'esempio Israele-Palestina è sin troppo paradigmatico, ma quello dell'Iraq non si discosta poi tanto da tale modello), mettendo semplicemente a nudo la complessa rete di interessi economici che ruota attorno all'industria bellica.

Il pacifismo oggi[modifica]

La tensione tra sostenitori della pace e sostenitori del conflitto armato è oggi sostituita da una forma di contrasto apparentemente più tenue, ma in realtà  molto simile.
A livello prettamente terminologico, la storica figura del 'guerrafondaio', ovvero colui che traeva immediati vantaggi politici, personali od economici dalla guerra e dalle sue conseguenze (sospensione dei diritti, commesse di armi o altre forniture militari), o che semplicemente abbracciava ideologie militariste e magari evoluzioniste, sembra essere del tutto scomparsa - magari solo dal dibattito pubblico - alla fine della Seconda Guerra Mondiale, sostituita da quella più sottile del sostenitore del "male necessario", ovvero colui che considera determinate situazioni (violazioni dei fondamentali diritti umani per fare un esempio) esclusivamente - e dolorosamente - risolvibili con un conflitto armato, magari proponendo l'uso di "armi intelligenti" e/o interventi di "guerra chirurgica" come espressioni di forme avanzate e democratiche di conflitti armati.
Tutto ciò sposta apparentemente il dibattito su un terreno del tutto nuovo.

Bibliografia[modifica]

  • Salvatore A., Il pacifismo, Carocci, Roma 2010.
  • Catarci M., Il pensiero disarmato. La pedagogia della nonviolenza di Aldo Capitini, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2007.
  • Manara F. C., Una forza che dà  vita. Ricominciare con Gandhi in un'età  di terrorismi, UNICOPLI, Milano, 2006.
  • Cozzo A., Conflittualità  nonviolenta. Filosofia e pratiche di lotta comunicativa, Mimesis, 2004.
  • Hannah Arendt, Sulla violenza, Pratiche, Parma, 2001
  • Sharp G., Politica dell'azione nonviolenta, EGA, Torino, 1985-1997.
  • AA. VV., Nonviolenza in cammino. Storia del Movimento Nonviolento dal 1962 al 1992, Edizioni del movimento nonviolento, Verona, 1998
  • Simone Weil, Sulla guerra, Pratiche, Parma, 1996.
  • Mohandas Karamchand Gandhi, Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi, Torino, 1996.
  • Pontara G., Introduzione a Gandhi M.K.: Teoria e pratica della nonviolenza. Dal crollo del muro di Berlino al nuovo disordine mondiale, Einaudi, Torino, 1996.
  • Id., Simone Weil. L'esigenza della nonviolenza, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1994
  • Sémelin J., Senz'armi di fronte a Hitler, edizioni Sonda, Torino, 1991
  • AA. VV., I movimenti per la pace, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1989
  • Aldo Capitini, Le tecniche della nonviolenza, Linea d'ombra, Milano, 1989.
  • Johan Galtung, Ci sono alternative! Quattro strade per la sicurezza, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1987.
  • J. Bennet, La resistenza contro l'occupazione tedesca in Danimarca, Edizioni del Movimento Nonviolento, Perugia, 1979.

Voci correlate[modifica]


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