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La Comune di Parigi (1871)

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Viva la Comune !
Walter Crane, The Commonweal, maggio 1887
« Parigi operaia, con la sua Comune, sarà  celebrata in eterno come l'araldo glorioso di una nuova società . I suoi martiri hanno per urna il grande cuore della classe operaia. I suoi sterminatori, la storia li ha già  inchiodati a quella gogna eterna dalla quale non riusciranno a riscattarli tutte le preghiere dei loro preti ». (Karl Marx, La guerra civile in Francia, Londra, 30 maggio 1871)

La Comune di Parigi è stata uno dei più importanti avvenimenti storici e fa riferimento all'autogoverno di matrice socialista e anarchica che autogestì la città  di Parigi dal 18 marzo al 28 maggio 1871.

Venti anni prima[modifica]

La Repubblica francese[modifica]

Nel febbraio del 1848 gli operai di Parigi avevano contribuito in modo determinante a rifondare in Francia, dopo 55 anni, una nuova Repubblica. Questa stessa II Repubblica, governata da una coalizione di monarchici, dichiarati o mascherati, e di borghesi repubblicani che avevano orrore del socialismo e disgusto del proletariato, aveva schiacciato per mano del generale Louis Eugène Cavaignac la disperata rivolta che gli operai parigini, nel giugno di quello stesso anno, avevano scatenato nella speranza di assicurarsi non tanto il socialismo, bensì gli elementi essenziali di una democrazia sociale.

Dopo quattro giorni di combattimenti per le strade, il 26 giugno 1848 il governo annunciava: « Gli insorti sono battuti. La lotta è finita. L'ordine ha trionfato sull'anarchia ». In nome della libertà  d'impresa, il governo sopprimeva gli odiati laboratori nazionali – che per qualche mese erano serviti ad assicurare un po' di lavoro a decine di migliaia di disoccupati – innalzava l'orario di lavoro e proibiva per legge costituzionale il diritto di sciopero.

Anche la piccola borghesia si era battura in quei giorni di giugno contro gli operai, già  loro alleati a febbraio quando si era trattato di rovesciare Luigi Filippo, re amato da banchieri e speculatori. Timorosi di perdere le loro proprietà  e i loro commerci costruiti con le cambiali, i piccoli borghesi, in divisa di guardie nazionali, avevano sparato contro le barricate dei quartieri operai, ma non non ne avevano ricavato i vantaggi sperati, perché il governo non accordò loro alcun favore e l'Assemblea costituente ristabilì la prigione per debiti e abolì ogni forma di transazione diretta tra creditori e debitori.[1]

La Chiesa benediceva la lungimiranza del governo. Paul d'Astros, arcivescovo di Tolosa e prossimo cardinale di Pio IX, l'aveva approvato sostenendo, dall'alto del suo magistero, che « l'ineguaglianza delle condizioni sociali [...] è la legge fondamentale della società  [...] Questa legge fa parte del disegno di Dio e della sua saggezza, che ha voluto offrire ai ricchi la possibilità  di fare generosi sacrifici per alleviare le sofferenze dei poveri; e ai poveri un motivo di riconoscenza e d'amore per le buone azioni dei ricchi ».[2]

Anche un cattolico « liberale » come Montalembert si allineava nelle colonne del Moniteur, con parole appena meno rozze: « Qual è il problema oggi ? È d'ispirare il rispetto della proprietà  a chi non è proprietario. Io conosco una sola ricetta per ispirare questo rispetto, per far credere alla proprietà  chi non è proprietario, quello di farlo credere in Dio, al Dio del catechismo, il Dio che ha dettato il decalogo e punisce eternamente i ladri ». Come se quello della « questione sociale ??, che agitava tutta l'Europa, fosse un ordinario problema di polizia o di ignoranza del catechismo.

Ma anche un liberale tout court come Tocqueville, giudicando nei suoi Ricordi « necessarie e funeste » le stragi del giugno 1848, perché avevano « liberato la nazione dall'oppressione degli operai di Parigi », considerava le « teorie socialiste una forma di passione cupida e invidiosa », dichiarandosi sollevato nel vedere « il Partito socialista vinto e impotente ».

Honoré Daumier
L'abbraccio del frate e del bonapartista

Così era allora, in effetti, e delle divisioni in seno alle due classi inferiori, proletariato e piccola borghesia, approfittò Luigi Bonaparte. Questo avventuriero che nel 1836 e nel 1840 aveva cercato di imitare lo zio[3] fallendo miseramente, guadagnandosi l'ergastolo e fuggendo poi in Inghilterra come un comune galeotto, era tornato in Francia nel 1848 grazie all'amnistia concessa dalla Rivoluzione agli oppositori politici della monarchia.

Presentandosi candidato alla presidenza della Repubblica come capo del « Partito dell'Ordine », ebbe facile partita contro Cavaignac. Dalla sua aveva un nome prestigioso, il consenso dei contadini, le divisioni tra la borghesia e l'odio degli operai contro il generale massacratore. In fretta, il neo-presidente si guadagnò l'appoggio dei cattolici mandando a Roma le truppe repubblicane a massacrare i mazziniani per rimettere sul trono il papa-re e facendo approvare, il 15 marzo 1850, la legge Falloux, che metteva l'insegnamento pubblico sotto il controllo della Chiesa.

Il clero, riconoscente, ricambiò il favore che Bonaparte si attendeva: continuare a predicare ai poveri la rassegnazione e la pace sociale. Così, per esempio, il vescovo di Nîmes Claude-Henri Plantier poteva esaltare agli occhi degli operai la presunta « intelligente e cristiana generosità  » degli industriali, « vostri capi, o meglio vostri padri. Essi vi danno il lavoro e, insieme, i princìpi. A loro non basta offrirvi il pane della terra, ma vogliono anche facilitarvi la conquista del cielo. Che questo beneficio vi renda sensibili e riconoscenti ! ».[4]

A quel punto, il colpo di Stato del 2 dicembre 1851, ulteriore imitazione delle imprese parentali, fu una semplice operazione: grazie all'appoggio dell'esercito e al modico prezzo di qualche migliaio di morti e di 10.000 deportazioni, « Napoleone il Piccolo »[5] iniziava la sua ventennale dittatura camuffata sotto il pomposo manto di « imperatore dei francesi ».

Camille de Meaux, deputato monarchico nell'Assemblea legislativa, dichiarerà  esplicitamente il 16 giugno 1871, appena conclusa l'esperienza comunarda: « Il socialismo è esploso in Francia per la prima volta nel 1848 e ha spaventato a tal punto il paese che l'Impero è stato istituito soprattutto per abbatterlo ».

L'Impero[modifica]

Paul Hadol
Napoleone l'avvoltoio

La crisi economica che aveva investito la Francia, raggiungendo il suo acme nel 1847, andò attenuandosi fino a risolversi nei primi anni Cinquanta. Iniziò allora un grande progresso industriale. In venti anni triplica la produzione della principale fonte energetica di allora, il carbone, il numero delle macchine a vapore si quintuplica, la produzione di ferro e acciaio aumenta di tre volte, dai 3.000 chilometri di linee ferroviaria esistenti nel 1850 si passa a 16.000. L'industria cotoniera, malgrado la lunga crisi provocata dalla guerra civile americana, registra l'aumento di quasi due terzi del numero dei telai. Produzioni tradizionali, come quella della seta a Lione, vanno in crisi, ma sono sostituite da quelle metallurgiche, meccaniche e chimiche.

Con l'aumento della produzione, avvengono le concentrazioni industriali, aumentano i centri commerciali e finanziari, si creano nuove banche, la speculazione crea improvvise ricchezze, il mondo degli affari si lega a quello della politica. Eugène Schneider, Charles de Wendel, Nicolas Rambourg, Stéphane Mony, Adolphe Thiers, Pierre Dorian, Jean-Jules Balay de la Bertandière, Louis Boigues, François Dewinck, Paul Dupont, Achille Fould, Henri Germain, i fratelli Pereire e altri ancora sono insieme uomini d’affari e deputati e senatori.

Lo Stato bonapartista non sta a guardare, anche se i principi economici dominanti, formalmente liberisti, vorrebbero che esso si astenesse dall'intervenire: invece, in presenza di uno sviluppo industriale senza precedenti « il II Impero dette inizio al saccheggio della Francia da parte di una banda di avventurieri della politica e della finanza [...] Luigi Bonaparte tolse ai capitalisti il potere politico con il pretesto di proteggerli dagli operai [...] ma in compenso il suo governo favorì la speculazione e l'attività  industriale, in altre parole favorì l'ascesa e l'arricchimento della borghesia nel suo insieme, in misura fino ad allora inaudita ».[6]

Allo stesso modo, da buon populista, Napoleone III ama presentarsi agli operai e, in generale, alle grandi masse popolari in qualità  di autore de L'Estinzione della miseria,[7] come colui che aveva a cuore i destini della povera gente, intanto che limitava i loro diritti politici, proibiva quelli sindacali ed esercitava sulle loro organizzazioni un continuo controllo poliziesco. Il suo gioco, come succede a tutti i demagoghi, se mai poté illudere qualcuno, non poté però durare a lungo.

Infatti, della povertà  dei suoi sudditi l'imperatore non si preoccupò affatto, se non nella misura in cui essa poteva tramutarsi in rivolta e minacciare l'« ordine » sociale. Si creano così, secondo una logica paternalistica, società  di beneficenza, mentre le società  operaie di mutuo soccorso devono essere approvate dal governo, che nomina il loro presidente, e il prefetto ne nomina il segretario. Per i disoccupati non è prevista alcuna provvidenza, poiché, si sostiene, provocherebbe « ogni genere di sciopero e di contestazione ». Dal momento che sono vietate tutte le associazioni e gli operari sono soliti ritrovarsi nelle taverne e nei caffé, un decreto si preoccupa di individuare e all'occorrenza chiudere immediatamente i locali « pericolosi per l'ordine pubblico ».

Il 28 settembre 1864 viene fondata a Londra l'Associazione Internazionale dei Lavoratori: la sezione francese si costituisce l'anno dopo, diretta da tre proudhoniani, gli operai Henri Tolain ed Ernest Fribourg, e il giornalista Charles Limousin: vi sono attivi Émile Aubry, Antoine Bourdon, Félix Chemalé, Benoît Malon, Charles Murat, Blaise Perrachon, Albert Richard ed Eugène Varlin. L'Associazione francese è inizialmente tollerata dalle autorità , in parte perché non sembrano ancora chiare le sue finalità , poi perché si ha fiducia in Tolain, che è in ottimi rapporti con la corte - e infatti egli finirà  per tradire, come Fribourg, il movimento operaio - e infine perché, secondo le tesi di Proudhon, i suoi dirigenti sembrano limitarsi ad auspicare interventi a favore del mutualismo, a dichiararsi contro gli scioperi, contro il lavoro femminile e soprattutto contro ogni azione rivoluzionaria.

Quando però l'Internazionale protesta contro la politica di protezione dello Stato pontificio, che il 3 novembre 1867 ha respinto a Mentana il tentativo garibaldino con l'aiuto determinante delle truppe francesi, e organizza con i blanquisti una manifestazione a Parigi sulla tomba di Daniele Manin, il governo reagisce e il 20 marzo 1868 scioglie la sezione internazionalista.

Edmond Guillaume
Napoleone III, genio della morte

Questa si ricostituisce subito: spariti Tolain e Fribourg, la dirigono l'incisore Antoine Bourdon, il falegname Pierre Charbonneau, il bigiottiere Antoine Combault, lo spazzolaio Louis Granjon, il vetraio Jean-Baptiste Humbert, il cesellatore Émile Landrin, il tintore Benoît Malon, il doratore Gabriel Mollin e il rilegatore Eugène Varlin, che è l'elemento di spicco. Si definiscono « comunisti anti-autoritari » e propongono la collettivizzazione dei mezzi di produzione. Naturalmente, già  in maggio sono trascinati davanti a un tribunale, al quale Varlin dichiara: « Se davanti alla legge voi siete i giudici e noi gli accusati, davanti alla morale siamo soltanto due partiti, voi il partito dell'ordine e dell'immobilismo, noi il partito rinnovatore, il partito socialista ».[8] Sono condannati a tre mesi di prigione ma la sezione si ricostituisce ancora e partecipa al III Congresso dell'Internazionale, aperto a Bruxelles il 6 settembre 1869.

Il Secondo Impero, alla fine degli anni Sessanta, è in crisi. Nelle elezioni tenute il 23 e 24 maggio 1869 il proletariato fa convergere i propri voti sull'opposizione repubblicana, che raddoppia i consensi ottenendo tre milioni di voti, contro i 4.300.000 dei bonapartisti, che perdono così quasi un milione di voti. Il movimento operaio è in crescita malgrado divieti e repressioni, e nel 1869 si assiste a un'ondata di scioperi, spesso repressi brutalmente: a La Ricamarie, nella regione del Rodano, il 16 giugno vengono uccisi 13 minatori in sciopero e una bambina di 16 mesi, a Aubin, nell'Aveyron, l'8 ottobre l'esercito uccide altri 14 scioperanti e il ministro della Guerra, il maresciallo Edmond Le Boef, decora il capitano che ha ordinato l'eccidio.

Alla crisi interna corrispondono i fallimenti in politica estera. Per indebolire l'Austria, Bonaparte ha favorito l'unità  italiana, alienandosi i clericali senza guadagnarsi l'alleanza del nuovo Regno d'Italia, l'avventura messicana è stata un disastro mentre la Prussia continua a rafforzarsi unificando la Germania. Napoleone III conta di uscire dalla crisi ricorrendo alla vecchia arma dello sciovinismo: una guerra « patriottica » può unificare il Paese, ridare slancio al Regime e ridimensionare la Prussia. A condizione che si vinca, però: una sconfitta segnerebbe la fine dell'Impero, ma Bonaparte, abituato alle avventure, tenta l'ultimo azzardo.

Dalla caduta dell'Impero alla Terza Repubblica[modifica]

La sconfitta militare[modifica]

Caduto nella trappola tesa da Bismarck, il 19 luglio 1870 Napoleone III dichiara guerra alla Prussia. I fatti dimostrano subito la superficialità  dell'iniziativa, presa senza preoccuparsi di procurarsi degli alleati, l'impreparazione dell'esercito e l'inettitudine dei suoi capi. Il 4 agosto i francesi sono battuti in Alsazia a Wissembourg, il 6 agosto a Woerth e a Forbach, in Lorena.

Thiers tra monarchia e repubblica

La notizia provoca spontanee manifestazioni a Parigi: il prefetto Haussmann - quello degli sventramenti della capitale, un gigantesco affare per sé e per gli speculatori immobiliari - ritiene necessario lo stato d'assedio, il 9 agosto l'imperatrice telegrafa a Napoleone, che si trova al fronte, che « la sommossa è ormai quasi in piazza », l'Assemble legislativa, compresi i suoi deputati repubblicani, teme la rivoluzione e invoca la calma.

Si procede a un rimpasto di governo, sostituendo il liberaleggiante primo ministro Émile Ollivier con il conte di Pelikao, un generale bonapartista la cui unica « illustre » impresa era stata il saccheggio del Palazzo imperiale di Pechino, nel 1857. Con molta esitazione, l'11 agosto si decide di armare la Guardia nazionale: iniziativa pericolosa, perché così si arma il popolo. Blanqui, il 14 agosto, tenta un inutile colpo di mano in una caserma di pompieri, che fallisce, ma provoca molti arresti e grande paura nella borghesia.

Il 16 agosto l'armata del Reno è nuovamente battuta a Rezonville, due giorni dopo a Gravelotte: il maresciallo Bazaine, che non sa cosa fare, viene bloccato a Metz. Una seconda armata, comandata dal maresciallo Mac Mahon e nella quale è presente anche l'imperatore, si dirige lentamente in suo aiuto, ma viene sorpresa e sconfitta il 30 agosto a Beaumont. Mac Mahon è costretto a ripiegare a Sedan, dove il 1° settembre viene ancora battuto e accerchiato. Napoleone si arrende il 2 settembre, inviando un miserevole messaggio al re di Prussia: « Caro fratello, non avendo saputo morire tra le mie truppe, non mi resta che affidare la mia spada a Vostra Altezza. Rimango un buon fratello di Vostra Altezza ». Quel giorno stesso due armate prussiane si dirigono da Sedan a Parigi.

Il 4 settembre gli operai di Parigi invadono Palazzo Borbone, sede dell'Assemblea legislativa, dove orléanisti e repubblicani borghesi stanno patteggiando la formazione di un governo provvisorio di coalizione, uniti dalla volontà  di evitare una rivoluzione democratica. Cacciato il presidente dell'Assemblea, il capitalista Eugène Schneider, il blanquista Ernest Granger s'insedia al suo posto ed esige a nome della folla la proclamazione della Repubblica.

La proclamazione della Repubblica[modifica]

Gambetta si affretta a dichiarare che « Luigi Napoleone Bonaparte e la sua dinastia hanno ormai cessato di regnare » e poiché bisogna impedire che rappresentanti popolari vadano al governo, Jules Férry ha un colpo di genio: saranno i deputati di Parigi a formare il nuovo governo. Dopo tutto, sono tutti repubblicani, borghesi e già  oppositori da salotto, ma repubblicani: così Emmanuel Arago, Adolphe Crémieux, Jules Favre, Jules Férry, Léon Gambetta, Louis-Antoine Garnier-Pagès e Jules Simon sono i nuovi ministri. È vero che il generale clericale e monarchico Louis Jules Trochu è messo a capo del governo, ma per gettare un po' di fumo negli occhi si chiama al governo anche il democratico Henri Rochefort.

Engels commenta così la situazione: « Tutta questa repubblica è finora una farsa pura e semplice, come lo è la sua origine esente da lotte [...] gli orléanisti vogliono una repubblica ad interim che faccia la pace vergognosa, affinché il suo onere non ricada sugli Orléans da restaurarsi in un secondo tempo. Gli orléanisti detengono il vero potere: Trochu ha il comando militare e Kératry ha la polizia. I signori della gauche hanno i posti delle chiacchiere ».[9]

A questo punto si affacciava nelle menti dei protagonisti la memoria storica della I Repubblica: la Francia invasa nel 1792 dalle armate prussiane e austriache era riuscita a ricacciare il nemico e a passare all'offensiva. Era stata, quella, la Francia della Rivoluzione, e ora i democratici neo-giacobini sognavano di ripetere l'esperienza, confortati dal generale sentimento di patriottismo presente nella popolazione. Per far questo essi avrebbero però dovuto liberarsi dell'attuale governo provvisorio, che a parole sosteneva di voler continuare la guerra, ma non voleva armare la popolazione, temendo la trasformazione della guerra in corso in guerra rivoluzionaria. Lo scopo del governo e delle forze reazionarie e moderate consisteva in realtà  nell'ottenere la pace con la Prussia alle migliori condizioni possibili, per poi regolare i conti con le forze rivoluzionarie e confermare una Repubblica moderata o anche, come sperava il Thiers, rimettere sul trono gli Orléans.

Il 19 settembre i prussiani, battuti i francesi a Châtillon, a pochi chilometri da Parigi, cingono d'assedio la capitale. Il governo si trasferisce a Tours, poi a Bordeaux. L'elemento nuovo, determinato dall'assedio, è la realizzazione dell'armamento della Guardia nazionale: sono 384.000 uomini divisi in 254 battaglioni che si danno un'organizzazione autonoma, un Comitato di vigilanza in ognuno dei venti quartieri di Parigi e una rappresentanza unitaria in un Comitato centrale dei venti arrondissements.[10] In questa organizzazione si rintraccia l'esempio della Comune insurrezionale del 1792 e il nucleo della prossima Comune proletaria: gestione degli affari svolti in prima persona dai cittadini, assoluta libertà  di stampa, libertà  di associazione, di riunione e di discussione nei numerosi clubs che sorgono in tutti i quartieri di Parigi.

Il 27 ottobre il maresciallo Bazaine, che non aveva mai riconosciuto il governo repubblicano e aveva intrigato con l'imperatrice Eugenia nel tentativo di mantenere il vecchio assetto istituzionale, dopo due mesi di difesa passiva capitola con tutta l'armata del Reno a Metz. Il 30 ottobre la Guardia nazionale, che aveva compiuto una sortita da Parigi, sconfitto i prussiani a Le Bourget e tenuto la posizione in attesa di rinforzi che il generale Trochu non invia, è ricacciata a Parigi dal ritorno offensivo del nemico, perdendo 2.000 uomini. Quello stesso giorno si ha notizia delle trattative che Thiers sembra condurre favorevolmente a Versailles con Bismarck per raggiungere l'armistizio.

La rivolta del 31 ottobre 1870[modifica]

Louis-Auguste Blanqui

Nella popolazione parigina s'insinua l'idea che esista un piano deliberato di resa, e Bazaine e Trochu sono accusati di tradimento. Il 31 ottobre le guardie nazionali di Belleville al comando di Gustave Flourens invadono l'Hôtel de Ville e arrestano i ministri Picard e Férry, proclamando la costituzione di un Comitato di Salute pubblica, ma poi i dirigenti dell'insurrezione si dividono sul da farsi: Blanqui e i suoi vogliono abbattere subito il governo e proclamare la dittatura rivoluzionaria, mentre i neo-giacobini come Charles Delescluze e Félix Pyat chiedono elezioni municipali per eleggere i nuovi sindaci di quartiere che rappresenterebbero i membri del Comitato di Salute pubblica da affiancare ai ministri. È un grave errore, commesso per voler imitare meccanicamente i fatti della vecchia Rivoluzione, ignorando che questo governo provvisorio non ha niente a che vedere con quello del 1793, e persegue una politica completamente diversa. Nella confusione provocata dell'improvvisata iniziativa, i ministri arrestati fuggono, ritornando poi a prendere possesso dell'Hôtel de Ville con l'aiuto di un battaglione di guardie nazionali bretoni a loro fedeli. Ai rivoltosi viene comunque garantita l'impunità  per l'azione compiuta e si promettono immediate elezioni.

I parigini sospettano bensì di tradimento questo o quel personaggio legato al vecchio regime, ma nel complesso s'illudono ancora della sincerità  del governo che sostiene di voler continuare la lotta contro l'invasore. Astutamente, viene pertanto indetto il 3 novembre un plebiscito nel quale si chiede ai parigini un sì o un no, se cioè hanno fiducia o meno nel governo: nelle drammatiche condizioni della città  assediata, tra le persistenti illusioni e i timori che una crisi di governo provochi un salto nel buio, i parigini votano a schiacciante maggioranza a favore del governo.

Anche le successive elezioni municipali vedono eletti elementi repubblicani moderati, tranne che a Belleville, nel XIX e nel XX arrondissement. Subito dopo le elezioni il governo, stracciando i patti sottoscritti, ordina l'arresto di gran parte dei rivoluzionari protagonisti della rivolta del 31 ottobe, tra i quali Henri Bauer, Gustave Flourens, Alphonse Humbert e Jean-François Meillet, mentre Blanqui e altri riescono a sottrarsi alla cattura con la fuga.

L'insurrezione del 22 gennaio 1871[modifica]

Nei mesi successivi per i parigini il peso dell'assedio si fa particolarmente gravoso. Mentre i prussiani colpiscono con le artiglierie le periferie della città , i piccoli commercianti si rovinano per la caduta vertiginosa delle vendite, il pane è razionato e al mercato si vendono a caro prezzo la carne di cane, di gatto e perfino i topi. La media della mortalità  è quadruplicata e non per effetto dei bombardamenti, ma per le malattie provocate dalla fame e dal freddo. Nuove sconfitte militari si registrano sulla Loira e a Champigny, sulla Marna, da dove il generale monarchico Auguste Ducrot, nella sua sortita da Parigi, aveva promesso di ritornare « o morto o vittorioso »: naturalmente, ritorna il 3 dicembre sconfitto ma vivo.

L'Hôtel de Ville, sede del municipio di Parigi, nel 1871

Il 28 dicembre il Comitato centrale dei venti arrondissements denuncia l'inerzia del governo e l'inettitudine dei generali Trochu e Thomas, cui è affidata, rispettivamente, la difesa di Parigi e il comando della Guardia nazionale. La violenta denuncia appare in un manifesto - che sarà  chiamato Manifesto rosso - affisso il 7 gennaio 1871 nelle strade della capitale. Il governo - è scritto - « non ha proclamato la leva di massa; ha lasciato al loro posto i bonapartisti e ha messo in galera i repubblicani. Con la loro lentezza, indecisione e inerzia ci ha condotto sull'orlo dell'abisso. I governanti della Francia non hanno saputo né governare né combattere [...] La direzione in campo militare è ancora più deplorevole: le sortite assurde, le battaglie sanguinose senza risultato, i sistematici insuccessi [...] ». Il manifesto conclude chiedendo « potere al popolo, potere alla Comune ».

Con tutto ciò, il 19 gennaio il comando militare organizza una nuova sortita a Buzenval, nel sobborgo di Saint-Cloud, che si conclude con una nuova grave sconfitta e 4.000 tra soldati e guardie nazionali restano sul terreno: « alcuni battaglioni, tornando, gridavano dalla rabbia. Tutti compresero che la sortita era stata fatta per sacrificarli ».[11] Trochu dà  le dimissioni e viene sostituito dal generale Joseph Vinoy, vecchio notabile bonapartista, che si preoccupa di far difendere l'Hôtel de Ville dal reazionario colonnello Louis Vabre, mentre Clément Thomas invoca la repressione dei « faziosi ».

Mentre Jules Favre sta negoziando la resa a Versailles, dove Guglielmo I si è fatto incoronare imperatore di Germania, il 21 gennaio le guardie nazionali liberano gli insorti del 31 ottobre e il giorno dopo, guidate da Duval, Longuet e Malon vanno a protestare all'Hôtel de Ville. Vengono accolte a fucilate dalle guardie municipali comandate dal proudhoniano Gustave Chaudey:[12] ci sono cinquanta morti, poi gli arresti - Delescluze è incarcerato a Vincennes - e la chiusura dei clubs e dei giornali « sovversivi ».

La resa della Francia[modifica]

Honoré Daumier
L'idillio della pace, 1871

Il 28 gennaio 1871 la Francia capitola, firmando le condizioni dettate da Bismarck, che prevedono la consegna della regione di confine dell'Alsazia e di una parte della Lorena. L'armistizio durerà  tre settimane, durante i quali dovrà  essere costituita una nuova Assemblea nazionale e un nuovo governo, poiché Bismarck non intende trattare la pace con gli organismi attuali, che egli giudica troppo radicali, e dovrà  essere subito pagato alla Germania un primo contributo di 200 milioni di franchi. L'esercito francese disarma, mantenendo una sola divisione: la Guardia nazionale non rientra però nei termini dell'armistizio, così che essa si mantiene in armi. I fortini di Parigi sono consegnati all'esercito tedesco.

La borghesia francese, desiderosa di chiudere in fretta l'infelice avventura del vecchio Regime per riprendere in tranquillità  i propri consueti affari, sembra accettare senza proteste le gravi condizioni dell'armistizio, con qualche eccezione nelle fila dei progressisti, di cui si rendono portavoce Clemenceau e Gambetta, il quale arriva a proporsi come temporaneo dittatore allo scopo di guidare la resistenza armata in ogni regione della Francia. Ma è un fuoco di paglia e già  il 6 febbraio il democratico Gambetta va a « esiliarsi » in Spagna nella pittoresca località  termale di San Sebastián.

Diversa è la reazione, in generale, di parte della piccola borghesia e del proletariato urbano. Non per puro patriottismo, ma per aver compreso che la responsabilità  del disastro era della classe dirigente che, nelle sue diverse rappresentanze politiche, monarchiche, bonapartiste o repubblicane conservatrici, aveva governato il Paese. Il Journal Officiel scriverà  il 20 marzo che « i disastri e le calamità  pubbliche, nelle quali l'incapacità  politica e la decrepitezza morale e intellettuale della borghesia hanno calato la Francia, dovrebbero provarle che essa ha vissuto il suo periodo e ha esaurito il compito assunto nel 1789 e che ora deve, se non cedere il proprio posto ai lavoratori, almeno lasciarli emancipare a loro volta ». Il rifiuto della guerra prima, e delle condizioni della resa poi, equivalgono al rifiuto di lasciare ancora guidare politicamente la Francia da questa classe: l'elemento nazionalistico è dunque parte integrante e inscindibile nella convinzione del fallimento politico e morale della borghesia francese, ma non rappresenta il fondamento dell'azione politica dei dirigenti delle classi popolari.

Le elezioni legislative imposte da Bismarck si tengono a suffragio universale maschile l'8 febbraio 1871. Come al solito, in Francia, il voto rurale è determinante e i contadini votano in massa per i candidati reazionari e conservatori, che propagandano la pace e l'« ordine » contro i « rossi » pericolosi sovvertitori e fautori della continuazione della guerra. Nella nuova Assemblea nazionale almeno 400 dei 675 componenti sono monarchici e 230 di essi provengono da famiglie aristocratiche: « signori di rango, signorotti, magistrati, grandi industriali, commercianti importanti, avvocati ben conosciuti e professori di fama, avevano in comune l'essere tutti difensori dell'ordine sociale costituito e tutti facevano riferimento più volentieri al passato che all'avvenire ».[13] Il resto è formato da liberali e repubblicani moderati, mentre modesta è la rappresentanza dei democratici e dei popolari: Louis Blanc, Charles Delescluze, Charles Gambon, Victor Hugo, Benoît Malon, Jean-Baptiste Millière, Félix Pyat, Edgar Quinet, Henri Rochefort, Henri Tolain. Anche Garibaldi viene eletto a Parigi, in segno di simpatia e di riconoscenza per l'aiuto prestato durante la guerra.[14]

Adolphe Thiers[modifica]

L'Assemblea si riunisce la prima volta nel Grand Théâtre di Bordeaux il 13 febbraio: il 19 febbraio viene eletto un governo di repubblicani finti o moderati e di orléanisti, a cui capo è Adolphe Thiers. Figlio illegittimo di un avventuriero che lo abbandonò ancora in fasce, tutta la vita di quest'uomo fu dominata dall’ambizione del successo e dal desiderio smodato di arricchirsi. Avvocato, nel 1824, a ventisette anni, pubblica la prima Storia della Rivoluzione francese, giustamente dimenticata, che è un inno ai Borboni dai quali sperava di acquisire gratifiche, e rappresenta la prova, come storico, « della sua capacità  di mentire ».[15] Finanziato da ricchi amici, diventa il patrono del Constitutionnel, il giornale della borghesia finanziaria che preme per la caduta del reazionario Carlo X. Nel 1830 diviene così ministro di Luigi Filippo e nel 1833 sposa la quindicenne Élise Dosne, figlia della sua ricca amante, con la quale non solo mantiene la vecchia relazione, ma ne inizia un'altra con la cognata Félicie.

« Entrato povero come Giobbe nel suo primo ministero, ne uscì milionario »:[16] ministro dell'Interno nel 1834, è responsabile del massacro, avvenuto dal 9 al 15 aprile, di 600 lavoratori lionesi che si erano permessi di scioperare, protestando per i loro bassi salari. Alla repressione sanguinosa, seguirono 10.000 arresti: è una sorta di prova generale della « settimana di sangue » del maggio 1871. Negli stessi giorni, il 13 aprile, avveniva a Parigi la strage di rue Transnonain. Più volte capo del governo, per odio a Guizot, che ha preso il suo posto quando Thiers viene accusato di malversazioni, nel 1848, alla Camera dei deputati, si proclama « del partito della rivoluzione » per provocare la caduta del suo ministero, senza immaginare che con esso sarebbe caduto anche il trono di Luigi Filippo. Quando questi decide di prendere la via dell'esilio, Thiers gli consiglia invano di reprimere nel sangue la Rivoluzione del febbraio 1848: analogo il suo comportamento in occasione della rivolta operaia di giugno, che egli avrebbe voluto fosse soffocata in modo ancora più brutale.

Appoggia poi l'ascesa di Luigi Bonaparte alla presidenza della Repubblica, credendo di poterlo manovrare, ma viene emarginato e passa all'opposizione, continuando intanto ad arricchirsi con le miniere di Anzin. Intuisce che lo scontro con la Prussia sarà  un fallimento e soprattutto non porterà  guadagni alla borghesia degli affari, e la non difficile profezia, unitamente alla sua verbosa oratoria, gli procura la fama di statista consumato e gli riapre le porte di una nuova carriera politica.

« Maestro di piccole truffe di Stato, virtuoso dello spergiuro e del tradimento, artista in tutti i bassi stratagemmi, nelle astuzie furbesche e nelle vili perfidie delle lotte di partito [...] con pregiudizi di classe al posto delle idee e con la vanità  al posto del cuore; con una vita privata altrettanto infame quanto è odiosa la sua vita pubblica »:[17] questo è l'uomo che guiderà  la lotta della borghesia francese contro il proletariato di Parigi.

La pace con la Germania[modifica]

Honoré Daumier
La Morte ringrazia Bismarck

Riprese già  il 21 febbraio le trattative, Thiers e Bismarck trovano un accordo il 26 febbraio, e il 1° marzo l'Assemblea ratifica in via preliminare il trattato di pace con 546 voti a favore, 107 contrari e 23 astenuti, malgrado le proteste dei deputati dell'Alsazia e della Lorena. Infatti, l'Alsazia e un terzo della Lorena passano alla Germania che percepirà  dalla Francia anche la gigantesca somma di cinque miliardi di franchi a titolo di indennità  di guerra.

Dei contrari all'accordo, parecchi si dimettono dall'Assemblea, tra i quali Victor Hugo, Pyat, Malon, Rochefort, Arthur Ranc e Gustave Tridon. Per i « pacificatori », si tratta ora di affrontare la seconda questione all'ordine del giorno: la sottomissione di Parigi, ora libera dall'assedio, e il 10 marzo l'Assemblea decide di trasferirsi a Versailles per condurre, dal palazzo reale dei Borboni, l'attacco decisivo alla capitale.

Quello stesso giorno l'Assemblea aveva preso la decisione di abolire la moratoria sugli affitti e su ogni tipo di pagamento, una misura, quest'ultima, che colpiva particolarmente il commercio e l'artigianato, già  provati dal lungo assedio. Persino il quotidiano conservatore Le Rappel protesta contro queste decisioni, giudicandole « chimeriche » e frutto dell'ignoranza della situazione in cui versa la capitale.

In realtà , l'Assemblea e il governo sanno benissimo quello che fanno. Unitamente alla decisione del precedente febbraio di abolire la paga delle guardie nazionali, questi provvedimenti, che favoriscono proprietari e banchieri e danneggiano operai e piccola borghesia, da una parte mostrano quale particolare spirito di classe animi la maggioranza dell'Assemblea, dall'altra rendono possibile - diversamente da quanto era accaduto nel 1848 - il saldarsi di un'alleanza politica tra operai e una parte della piccola borghesia parigina.

La giornata del 18 marzo 1871[modifica]

Intanto a Parigi le forze popolari si organizzavano. Internazionalisti, socialisti di varie tendenze, democratici, blanquisti e neo-giacobini avevano costituito il 22 febbraio la Delegazione dei venti arrondissements, eletta da ciascuno dei venti Comitati di vigilanza di quartiere, la quale aveva approvato il giorno dopo una Dichiarazione di princìpi nelle quale si affermava che:

« Ogni membro di un Comitato di vigilanza appartiene al partito socialista rivoluzionario. Di conseguenza egli lotterà  per ottenere con tutti i mezzi la soppressione dei privilegi della borghesia, la sua scomparsa come classe dirigente e l'avvento politico dei lavoratori. In una parola, l'eguaglianza sociale. Non più padronato, non più proletariato, non più classi. Egli riconosce il lavoro come la sola base della Costituzione sociale, lavoro il cui prodotto deve appartenere interamente al lavoratore.
Nel mondo politico, egli pone la Repubblica al di sopra del diritto delle maggioranze; egli dunque non riconosce a quelle maggioranze il diritto di negare il principio della sovranità  popolare, sia direttamente per via plebiscitaria, sia indirettamente attraverso un'assemblea organo di quelle maggioranze. Egli dunque si opporrà , all'occorrenza con la forza, alla riunione di qualunque Costituente o pretesa Assemblea nazionale, prima che le basi dell'attuale costituzione della società  non siano state cambiate mediante una liquidazione rivoluzionaria politica e sociale. In attesa che questa definitiva rivoluzione si sia prodotta, egli non riconosce come governo della città  che la Comune rivoluzionaria formata dalla Delegazione dei gruppi socialisti rivoluzionari di questa stessa città . Egli non riconosce come governo del paese che il governo di liquidazione politica e sociale prodotto dalla delegazione delle Comuni rivoluzionarie del paese e dei principali centri operai.
Egli s'impegna a combattere per queste idee e a diffonderle formando, laddove non esistano, altri gruppi socialisti rivoluzionari. Egli riunirà  questi gruppi in una federazione e li metterà  in contatto con la Delegazione centrale. Egli dovrà  infine mettere tutti i mezzi disponibili al servizio della propaganda per l'Associazione internazionale dei lavoratori ».

Non si avrà  il tempo di realizzare questo progetto. Inoltre, a Parigi opera già  un organismo, la Federazione repubblicana della Guardia nazionale che, con il suo Comitato centrale, è di fatto il centro dirigente, sia militare che politico, degli insorti: viene di qui il nome di « federati » assegnato ai comunardi. Insediati in place de la Cordérie, il 10 marzo la Federazione si dichiara « baluardo contro ogni tentativo di rovesciare la repubblica », una repubblica francese cui dovrà  succedere la repubblica universale senza « eserciti permanenti, ma con tutto il popolo armato [...] senza oppressione, schiavitù e dittature, ma sovrana la nazione e cittadini liberi che si autogoverneranno ». Il 15 marzo, 215 battaglioni della Guardia eleggono i 33 componenti del Comitato centrale, uomini di diversa estrazione ideologica, ma uniti nella comune condivisione della « repubblica democratica e sociale ».

Galdric Verdaguer

Il governo di Versailles ha ancora suoi uomini che operano a Parigi: il 6 marzo Thiers nomina comandante della Guardia il reazionario generale Aurelle de Paladine, al quale obbediscono però pochi battaglioni, il 16 marzo il generale Valentin è creato prefetto di polizia, mentre Joseph Vinoy è il comandante delle truppe regolari stanziate nella capitale. Quest'ultimo, che l'11 marzo ha soppresso sei giornali repubblicani, tenta più volte di impadronirsi delle artiglierie piazzate a Montmarte, al Luxembourg e a place des Vosges, ma senza successo e senza incidenti, per l'opposizione delle guardie repubblicane.

Ricostruzione della fucilazione dei generali Thomas e Lecomte

Il 17 marzo si tiene a Versailles un consiglio di guerra, nel quale si decide di usare la forza. All'alba del 18 marzo una divisione occupa l'altura di Montmartre disperdendo il 61° battaglione della Guardia e iniziando a trascinare via i cannoni. All'allarme lanciato dal Comitato di vigilanza del XVIII arrondissement segue la reazione della popolazione: « I dimostranti erano per la maggioranza donne, ma c'erano anche molti bambini. Guardie nazionali isolate uscivano in armi e si dirigevano verso lo Chateau-Rouge ».[18]

Quelle truppe, che avevano sostenuto, con la Guardia e la stessa popolazione, il lungo assedio della città , si rifiutano di sparare: è il sergente Galdric Verdaguer, dell'88° reggimento, a dare l'ordine di abbassare le armi. Il generale Lecomte, che pretende a tutti i costi una strage, è arrestato dai suoi stessi soldati. Per opposti motivi e per mani diverse, Verdaguer e Lecomte pagheranno con la vita il loro comportamento. Lecomte viene fucilato quello stesso giorno insieme con il generale Clément Thomas, uno dei massacratori degli operai parigini nel giugno 1848.

Quest'ultimo, già  comandante della Guardia nazionale, il precedente 14 febbraio aveva dato le dimissioni dopo la disastrosa sortita di Buzenval, ma aveva continuato ad agire come spia del governo, informandolo delle disposizione delle barricate nel quartiere di Montmartre. L'eroe della giornata, il sergente Verdaguer (1842-1872), che aderì alla Comune comandando il 91° battaglione della Guardia, colpito dalla vendetta della Repubblica di Thiers, sarà  condannato a morte e fucilato il 22 febbraio 1872.

Le artigliere vengono recuperate, le poche centinaia di guardie repubblicane fedeli al governo si disperdono, e le truppe agli ordini di Thiers si ritirano a Versailles insieme al ministro e sindaco di Parigi Jules Ferry e alle altre autorità . Il Comitato centrale della Guardia fa occupare le caserme governative, la prefettura, il ministero della giustizia e l'Hôtel de Ville, dove viene installata la bandiera rossa.

La Comune[modifica]

Raoul Rigault

Già  il successivo 19 marzo il Comitato centrale si stabilisce all'Hôtel de Ville e si qualifica « nuovo governo della Repubblica »; con un proclama indice le elezioni comunali per il prossimo 22 marzo e stabilisce i primi provvedimenti di urgenza: libertà  di stampa, scarcerazione immediata di tutti i detenuti politici, abolizione dei Consigli di guerra (i tribunali militari), proroga di un mese le scadenze dei pagamenti, divieto di sfratto. Prende possesso dei vari organismi politici e amministrativi, nominando Eugène Varlin e Francis Jourde alle Finanze, Antoine Arnoud, Grêlier ed Edouard Vaillant agli Interni, Émile Eudes alla Guerra, Lucien Combatz alle Poste, Émile Duval e Raoul Rigault alla prefettura, Edouard Moreau al Poligrafico delle Stato, mentre Adolphe Assi assume l'incarico di comandante militare dell'Hôtel de Ville.

Per evitare la bancarotta della città , il Comitato accetta un prestito di mezzo milione di franchi dal banchiere Rothschild e di due milioni dalla Banca di Francia, le chiavi delle cui cassaforti sono state portate a Versailles. Commettendo un grave errore, il Comitato centrale non prende possesso della Banca di Francia, non rendendosi conto che essa non è istituzione autonoma, ma è al servizio del governo. Probabilmente, un altro errore commesso in quei giorni fu di non attaccare immediatamente Versailles, mettendo in fuga il governo e l'Assemblea nazionale, e guadagnando nuove adesioni nelle forze armate e nella provincia. Un errore causato dall'illusione di poter trattare con il governo di Thiers, illusione presente in seno a una parte del Comitato e ai sindaci degli arrondissements: a parte coloro che erano in malafede, gli altri erano borghesi che in una situazione rivoluzionaria ritenevano di poter ragionare secondo i princìpi di una « legalità  » che era di fatto contro-rivoluzionaria.

Del resto, l'ipotesi di trattative viene respinta dallo stesso governo di Versailles, che intanto raccoglie nuove truppe contro Parigi, mentre i reazionari di Parigi scendono armati in piazza il 21 marzo: ci sono decine di morti, che inducono il Comitato a rinviare le elezioni al 26 marzo e a incorporare nella Guardia le residue forze armate regolari presenti a Parigi. Il 23 marzo i membri parigini dell'Internazionale enunciano in un manifesto le riforme sociali da attuare: « L'organizzazione del credito, dello scambio e della società , al fine di assicurare al lavoratore il valore integrale del suo lavoro. L'istruzione gratuita, laica e integrale. Il diritto di riunione e di associazione, libertà  assoluta di stampa e del cittadino. L'organizzazione per ogni municipio di un servizio di polizia, di forze armate, di strutture igieniche, di dati statistici».

Alle elezioni, votano 229.167 cittadini su 485.569 iscritti. Se si tiene conto che nelle ultime elezioni tenute in tempo di pace, nell'aprile del 1870, i votanti furono 322.000 e che la guerra aveva provocato un esodo di circa 100.000 parigini, il dato dimostra che « le elezioni del 26 marzo furono regolari e normali, alle urne si presentò il maggior numero di elettori possibile nella situazione esistente in quel momento a Parigi ».[19] Naturalmente Thiers diffonde le sue consuete menzogne: telegrafando ai prefetti della provincia il 28 marzo, sostiene che le elezioni « sono state disertate dai cittadini ».

Il Consiglio della Comune[modifica]

Proclamazione della Comune il 28 marzo 1871

Il 28 marzo i nomi dei 93 eletti complessivamente dai venti arrondissements vengono resi noti in place Hôtel de Ville e Gabriel Ranvier, membro del Comitato centrale, annuncia a 200.000 parigini che cantano la Marsigliese, che « la Comune è proclamata in nome del popolo ». Il poeta Catulle Mendès, che pure non simpatizzava per la Comune, ha descritto quella cerimonia con accenti commossi:

« Il suono della Marsigliese commosse tutti e quel grande inno, avvilito dal nostro torpore, ritrovò in un attimo il suo antico splendore. Improvvisamente tuona il cannone; il canto si ingigantisce e uno sciame di stendardi, di baionette e di képis va avanti e indietro, ondeggia e si raccoglie davanti al palco. Il cannone continua a tuonare, ma lo si può sentire soltanto nelle pause del canto. Ogni rumore si confonde poi in una sola acclamazione compatta, la voce di quell'innumerevole moltitudine. E quegli uomini avevano un solo cuore, così come avevano una voce sola ».[20]

Da quel momento Il Comitato centrale trasferisce le sue prerogative nelle mani degli eletti, che costituiscono il Consiglio della Comune, il solo potere riconosciuto, e torna a occuparsi dell'organizzazione della Guardia nazionale. Tra gli eletti al Consiglio vi erano naturalmente anche una ventina di borghesi benestanti e liberi professionisti, persone politicamente moderate - tra le quali coloro che avevano cercato la « conciliazione » con il governo di Versailles - e persino reazionarie: non accettando il prevalente indirizzo politico scaturito dalle elezioni, si dimisero tutti spontaneamente e furono rimpiazzati in una successiva elezione tenutasi il 16 aprile. La grande maggioranza dei membri del Consiglio è così formata da piccoli borghesi, « impiegati contabili, medici, maestri di scuola, uomini di legge, pubblicisti »,[21] mentre 25 sono operai e artigiani, una minoranza, ma pur sempre un numero impensabile in una elezione di un qualunque paese a democrazia borghese.

Gustave Courbet
Jules Vallès

In tutto il Consiglio, i blanquisti sono una dozzina: manca però il vecchio Blanqui il quale, fatto arrestare il 17 marzo dal governo di Thiers, è detenuto nella fortezza di Taureau, a Morlaix, nella lontana Bretagna. Un altro gruppo è formato da neo-giacobini, ossia repubblicani socialisteggianti: vi appartengono Charles Delescluze, Charles Gambon, Jules Miot, Félix Pyat. La frazione più consistente del Consiglio è formata da « radicali » o « rivoluzionari indipendenti », come essi stessi si definiscono: tali sono, tra gli altri, Charles Amouroux, Arthur Arnould, Jules Bergeret, Jean-Baptiste Clément, Léo Meillet, Paul Rastoul, Dominique Régère, Raoul Urbain, Jules Vallès, Auguste Vermorel. Essi si battono per una Repubblica democratica e sociale e, insieme a blanquisti e neo-giacobini, hanno per faro della loro azione politica l'esperienza della Repubblica del 1793 e la sua Costituzione, imitandola con la creazione di un Comitato di Salute pubblica e persino con l'adozione del vecchio calendario rivoluzionario.

La minoranza è formata da proudhoniani e da socialisti internazionalisti. I primi concepiscono la Comune di Parigi come una delle tante Comuni che dovrebbero costituirsi in tutta la Francia e poi unirsi in una federazione. Per lo più sono fedeli al dettato del loro maestro e tendono allo spontaneismo, diffidano dell'organizzazione e « negano allo Stato, anche se di tipo nuovo, il diritto di intervenire nei problemi sociali ».[22] I secondi, una piccola frazione, sono vicini al marxismo, come Léo Frankel, per il quale la Comune non deve solo « risolvere la questione dei municipi, ma fare finalmente le riforme sociali », tesi condivisa del resto anche da Benoît Malon, che è un internazionalista non marxista. Nel suo complesso, i comunardi della minoranza vengono definiti da Frankel « socialisti rivoluzionari ».

Il 29 marzo il Consiglio, che si riunisce stabilmente nell'Hôtel de Ville, elegge a maggioranza 68 dei suoi membri destinati a far parte di una commissione esecutiva e di altre nove commissioni specifiche: commissione delle finanze, militare, giustizia, pubblica sicurezza, sussistenza, lavoro, esteri, istruzione e servizi pubblici. Della commisione esecutiva fanno parte Francis Jourde per le finanze, Gustave Cluseret per la guerra, Eugène Protot per la giustiza, Raoul Rigault per la pubblica sicurezza, Auguste Viard per la sussistenza, Léo Frankel per il lavoro, Paschal Grousset per gli esteri, Edouard Vaillant per l'istruzione e Jules Andrieu per i servizi pubblici. Delle singole commissioni fa parte un numero variabile di commissari, dai cinque della commissione finanze ai nove dell'istruzione. Tutti i commissari delegati sono tenuti a riunirsi quotidianamente, ad approvare a maggioranza le decisioni e a riferirle al Consiglio della Comune, che a quel punto deciderà  se ratificarle o meno.

Con l'accentuarsi del conflitto con il governo di Versailles, il 1° maggio il Consiglio decise a maggioranza la creazione di un Comitato di Salute pubblica attribuendogli poteri che si estendevano sulle commissioni: di esso, dopo alcuni avvicendamenti, fecero parte cinque membri, Arnaud, Delescuze, Eudes, Gambon e Ranvier, con altri tre commissari civili, Simon Dereure, Jules Johannard e Léo Meillet, ad affiancare i comandanti delle tre armate della Comune, Jaroslav Dombrowski, Napoléon La Cécilia e Walery Wroblewski.

Resta in carica il Comitato centrale della Guardia: anche se formalmente esso riconosce l'autorità  del Consiglio, di fatto prende decisioni autonome, che vengono giustificate dalla ripresa, dopo una breve tregua, della lotta armata con il governo di Versailles, generando così un dualismo di potere con i conflitti che ne conseguono.

I clubs[modifica]

Se il Consiglio e il Comitato centrale sono le organizzazione di vertice, la base dell'attività  politica dei parigini che danno il loro appoggio più attivo alla Comune si concentra nei clubs. Nati alla caduta dell'Impero soprattutto nelle periferie della città , prendendo il nome dal luogo nel quale si riuniscono, hanno svolto una continua critica all'operato del governo provvisorio e hanno organizzato i tentativi rivoluzionari del 31 ottobre del 1870 e del 23 gennaio. Con il 18 marzo il loro numero aumenta e si spostano nei quartieri centrali. Spesso requisiscono le chiese per tenervi riunioni serali: « i preti vi potranno officiare durante il giorno, e il popolo vi verrà  istruito la sera », e gli oratori intervengono dal pulpito e si cantano canzoni patriottiche accompagnati dall'organo.

Alcuni clubs hanno un'organizzazione rudimentale, altri ne hanno una più articolata: quello di Nicholas-des-Champs, per esempio, ha un esecutivo eletto ogni due settimane, i membri hanno una tessera e devono impegnarsi per la rivoluzione, pena l'espulsione. Alla fine d'aprile viene proposta una federazione di tutti i clubs della capitale e il 15 maggio 1871 si riunisce per la prima volta il Comitato della federazione dei clubs.

Nei circoli si commentano i fatti del giorno, si pone un problema all'ordine del giorno, lo si discute e alla fine si votano le mozioni. I temi sono vari: da quelli di stretta attualità  politica, nei quali si valuta l'operato della Comune, spesso rimproverata di « non agire », ai problemi del lavoro e dell'istruzione, al ruolo della donna nella società . I reazionari di Versailles ironizzano sulla poca istruzione e sulla scarsa eloquenza degli oratori, testimoniando così la natura popolare di queste organizzazioni di base.

La stampa[modifica]

Tra i primi provvedimenti del Comitato centrale, all'indomani del 18 marzo, vi era stato quello di garantire libertà  di stampa per tutti, ma in maggio, nelle ultime settamane della sua esistenza, la Comune soppresse tutti i giornali conservatori e reazionari, che del resto continuarono a uscire a Versailles, dove trasferirono le redazioni. Erano una ventina di di testate, tra le più note, Le Figaro, Le Gaulois, Le Petit Moniteur, Le Moniteur universel, La Revue des Deux-Monde, Le Spectateur, Le Temps. A Parigi questi giornali avevano invocato la « conciliazione », da Versailles richiesero « fucilazioni in massa ».[23]

A fiancheggiare la Comune sorsero numerosi giornali: Le Journal Officiel de la République française, La Montagne, L'Action, Paris Libre, Le Proletaire, La Révolution, Le Cri du Peuple di Jules Vallès, Le Mot d'Ordre di Rochefort, Le Vangeur di Félix Pyat. Uno dei più noti fu Le Père Duchêne - una ripresa del famoso giornale fondato nel 1790 dal cordigliere Hébert - che pubblicava le lettere dei lettori, spesso critiche contro il Consiglio della Comune, accusato di inerzia e di non mettere in pratica i suoi decreti.

Il ruolo femminile: l'Unione delle donne[modifica]

Elisabeth Dmitrieff

Le donne di Parigi cominciano a svolgere un'attività  importante già  all'inizio della guerra con la Prussia, quando molti uomini sono impegnati al fronte e si creano i comitati di quartiere e i clubs. Le donne partecipano alle azioni più significative che precedeno la vittoria della Comune, quali quelle del 31 ottobre 1870, del 22 gennaio e del 18 marzo, quando furono le prime a opporsi al colpo di mano tentato dai versagliesi a Montmartre.

Con la Comune viene ripreso il tema dell'emancipazione femminile: la sua messa in pratica passa attraverso il lavoro e così il 12 maggio 1871 viene inaugurata la prima scuola professionale femminile di arte industriale, mentre la scrittrice Marguerite Tinayre viene nominata ispettrice generale delle scuole parigine. Altre iniziative prese dalla Comune che riguardavano, direttamente o indirettamente, le donne, furono la proibizione dell'esercizio della prostituzione, l'organizzazione degli asili, l'abolizione, decretata il 17 maggio, della distinzione tra figli legittimi e illegittimi, la concessione di un'indennità  alle mogli delle guardie nazionali.

Una associazione chiamata Unione delle donne era stata fondata durante l'assedio di Parigi, strutturata nei comitati di quartiere e con un Comitato centrale diretto da Jules Allix e da una dozzina di donne, tra le quali la signora Allix ed Elisabeth Dmitrieff. Una seconda associazione, denominata Unione delle donne per la difesa di Parigi e il soccorso ai feriti (Union des Femmes pour la défense de Paris et les soins aux blessés), venne organizzata nell'aprile del 1871, poco dopo l'attacco condotto dalle forze di Versailles a Neully. Un manifesto, datato l'8 aprile e firmato « Un gruppo di cittadine », con il quale si chiamavano le donne di Parigi alla lotta in difesa della Comune, ne rappresenta l'atto di nascita cui seguì l'11 aprile la pubblicazione dello statuto. Organizzata come la precedente in comitati di quartiere, del Comitato centrale fecero parte l'internazionalista russa Elisabeth Dmitrieff e le operaie Nathalie Lemel, Aline Jacquier, Blanche Lefevre, Octavie Tardif e Marie Leloup.

L'appello alle operaie del 17 maggio
Nathalie Lemel

Nello statuto, le aderenti, che si distinguevano nell'abito indossando una sciarpa e un bracciale rosso, si impegnavano a riunirsi tutti i giorni e di presentare un rapporto scritto degli avvenimenti della giornata. Si prevedeva anche l'uso delle armi in caso di necessità , l'acquisto di petrolio - da qui, come è noto, l'appellativo di petroleuses dato a molte comunarde - il rifornimento per i combattenti delle barricate e l'assistenza ai feriti. In effetti, molte furono le donne che combatterono in prima fila sulle barricate: André Léo scrive di « molte migliaia », Louise Michel di circa duemila.

Ma l'Unione e in generale le donne di Parigi si occupano soprattutto dei problemi sociali e politici: il 3 maggio una petizione redatta da Octavie Tardif, firmata da 85 operaie e indirizzata alla commissione lavoro della Comune chiede di lavorare, in ottemperanza della circolare della stessa commissione, datata 10 aprile, che prevedeva l'apertura in ogni arrondissement di una fabbrica espressamente adibita al lavoro femminile. Va comunque rilevato, a dimostrazione che i pregiudizi delle vecchie forme etiche e sociali non si cancellano di colpo, che il 10 aprile una circolare del Consiglio stabiliva che « per la morale e per i suoi princìpi, le donne dovranno eseguire il lavoro affidato nelle loro case e non nelle aziende ».

Su proposta dell'Unione delle donne, in aprile la commissione lavoro della Comune decide che l'organizzazione di nuove aziende cooperative sia riservata alla stessa Unione, mentre i comitati di arrondissement raccoglievano i disoccupati per adibirli al lavoro. Sembrerebbe che l'iniziativa ricalchi l'esperienza dei laboratori nazionali creati nel 1848 e gestiti dallo Stato per dare un lavoro ai disoccupati, ma la differenza è sostanziale: allora si offrivano lavori improduttivi per mascherare una forma di assistenza, ora invece lo scopo dichiarato è di « assicurare il prodotto del lavoro ai produttori » sottraendolo « al giogo del capitale », attraverso fabbriche efficienti che « producano oggetti commerciabili ».

Alla fine di aprile le dirigenti dell'Unione Dmitrieff, Jacquier e Lemel sono chiamate a collaborare con la commisione lavoro e il 17 maggio firmano insieme al commissario Frankel un appello alle operaie « perché nominino le delegate di ogni corporazione di mestiere per costituire le camere sindacali le quali, a loro volta, invieranno ciascuna due delegate per formare la camera federale delle lavoratrici ».

Daniel Vierge
Comunarda in divisa

La riunione successiva, prevista per il 21 maggio, fu forzatamente annullata perché l'esercito di Versailles entrò a Parigi e tutti furono impegnati nei combattimenti: « parecchie donne combattevano in trincea, alcune vestite anche con la divisa della Guardia nazionale. Non si contavano le vivandiere. Si sa di una diecina uccise in battaglia ».[24] E un giornalista del Vengeur, assistendo il 24 maggio ai combattimenti della « settimana di sangue », scriveva di aver già  visto « tre rivoluzioni, ma per la prima volta vedo donne e bambini combattere. Sembra che questa rivoluzione sia proprio la loro e lottando, esse lottano per il proprio avvenire ». Infatti, anche ragazzi dai 12 ai 15 anni combatterono sulle barricate: ne saranno arrestati 651 e inviati per lo più in case di correzione.[25]

Il poeta Arthur Rimbaud, che forse era a Parigi in quei giorni, ha lasciato nella poesia Les mains de Jeanne-Marie un ritratto della donna parigina del 1871:[26]

« Jeanne-Marie ha mani forti,
Mani scure conciate dall'estate,
Pallide mani come mani morte.
[...]
Son diventate pallide, meravigliose,
Al grande sole carico d'amore,
Sopra il bronzo delle mitragliere
Attraverso Parigi insorta ! »

Altre donne particolarmente attive nei giorni della Comune furono Aglaé Jarry, Victorine Rouchy, Marguerite Gainder Lachaise, Eulalie Papavoine, Madame David, Marguerite Diblanc, Elisabeth Retiffe, Léontine Sueten, Joséphine Marchais, Adèle Chignon.

Le comunarde furono molto impegnate nelle lotte per le conquiste sociali e per l'emancipazione femminile. Esse rivendicavano la piena uguaglianza dei sessi: « Qualsiasi diseguaglianza e qualsiasi antagonismo tra i sessi costituisce una delle basi del potere delle classi dominanti [...] Uguaglianza dei salari, diritto al divorzio per le donne, diritto all'istruzione laica ed alla formazione professionale per le ragazze ». Molte di loro furono arrestate, processate e detenute nelle prigioni francesi. Un documento racconta le condizioni di vita di una comunarda francese detenuta in carcere, l'insegnante Celeste Hardouin: denunciata in modo anonimo, fu fermata il 7 luglio 1871 e liberata il 17 ottobre dello stesso anno, dopo il pagamento di una cauzione. La sua "colpa" fu quella di avere assistito due volte alle riunioni del club della rivoluzione sociale nella chiesa Saint-Michel del Batignolles.

L'opera della Comune[modifica]

La politica sociale[