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Jules Gaspard
Ipazia
Illustrazione del 1908

Ipà zia (in greco, 'Ὑπατία, in latino, Hypatia; Alessandria d'Egitto, circa 365 — Alessandria d'Egitto, marzo 415) fu una scienziata e una filosofa neo-platonica greca, assassinata da una banda di monaci cristiani, detti parabalani, su mandato del vescovo Cirillo.

Biografia[modifica]

Alessandria[modifica]

I resti del Serapeo di Alessandria
« Città  davvero mutata, talvolta cerco di capire
se nel tuo ventre guasto e sfatto
si rimescola una nuova vita
o soltanto la dissipazione di tutto ».[1]

Alla fine del IV secolo Alessandria, grande centro commerciale dell'Impero romano, era il capoluogo della diocesi d'Egitto, comprendenti sei province: Arcadia, Augustianica, Egitto, Libia, Pentapoli e Tebaide. Sede del prefetto augustale, il governatore nominato dall'imperatore, nei suoi distretti, i demi, viveva una popolazione di etnia greca — da cui proveniva l'élite intellettuale della città  — egizia, persiana, siriana e una consistente comunità  ebraica. I maschi più abbienti, gli « aristocratici », erano consultati dal prefetto nelle assemblee dei demi per decidere delle questioni politiche e amministrative più importanti.[2]

Alessandria era una delle più grandi città  del Mediterraneo, che solo in parte conservava la ricca tradizione culturale, in termini di scienza e di filosofia, ereditata dall'ellenismo. Secoli prima, Euclide vi aveva fondato la sua scuola matematica e Diofanto vi aveva scritto la sua Aritmetica, Tolomeo e Ipparco vi avevano elaborato i loro trattati astronomici e Aristarco formulato la sua teoria eliocentrica, mentre Ammonio Sacca vi aveva avuto allievi di filosofia Plotino e Origene, che a loro volta vi avevano insegnato. In compenso, le scuole di medicina attiravano ancora molti studenti dalle provincie dell'Impero.[3]

Al mantenimento della tradizione classica aveva fatto seguito più recentemente, con l'affermarsi del cristianesimo — gli alessandrini erano ormai in maggioranza cristiani — lo sviluppo di una scuola teologica che rivaleggiava con quelle di Antiochia e di Costantinopoli. All'autorevolezza del suo pensiero teologico corrispondeva un peso politico crescente: il 28 febbraio 380 l'imperatore Teodosio I, con la costituzione Cunctos Populos, aveva abbracciato il credo niceno esigendo da tutti i sudditi la conversione alla fede cristiana e nominando il vescovo di Roma Damaso e quello di Alessandria, Pietro, suoi alleati nella difesa dell'ortodossia.[4]

La distruzione del Serapeo[modifica]

Il « trionfo » di Teofilo

Dalla tolleranza religiosa di Costantino si passò all'intolleranza di Teodosio. Con tre decreti emanati nel febbraio 391, nel giugno 391 e nel novembre 392[5] venne interdetto l'accesso ai templi e proibiti i culti pagani, pena la morte. Il vescovo di Alessandria Teofilo, « perpetuo nemico della pace e della virtù, uomo audace e malvagio, le cui mani furono alternativamente macchiate dal sangue e dall'oro »,[6] approfittò immediatamente della situazione. Dapprima chiese e gli fu concesso di convertire in chiesa il tempio di Dioniso,[7] così come era stato fatto quattro anni prima con il tempio di Augusto o Cesareo,[8] poi sollecitò e ottenne da Teodosio l'ordine di distruzione di tutti gli antichi templi della città .[9]

È rimasta tristemente famosa la distruzione, avvenuta nel 391, del grande tempio del Serapeo, « gigantesco palazzo senza eguali sulla terra, lungo cinquecento cubiti e largo duecentocinquanta »,[10] della biblioteca che vi era ospitata, la Serapiana, e della grande statua di Serapide, opera del celebre scultore ateniese Brasside. Tutto fu saccheggiato e del Serapeo i cristiani « soltanto il pavimento non riuscirono a portar via a causa della pesantezza delle pietre ».[11] Protagonisti della devastazione furono i monaci degli eremi e dei monasteri del deserto di Nitria, di Ennaton e della regione del lago Mariut. In cinquemila vi vivevano[12] e la capacità  di mobilitarli testimonia del potere del vescovo Teofilo, che in virtù della ricchezza della chiesa di Alessandria poteva ormai vantare un'autorità  superiore a quella dello stesso prefetto augustale.[13]

La politica del vescovo Teofilo fu continuata con brutale determinazione dal nipote Cirillo, suo successore nel 412 alla cattedra vescovile. Questi, ambizioso e senza scrupoli, « manovrando la piazza e facendo leva sul rozzo fanatismo degli ambienti monastici, non rifuggì dal sopruso e dalla violenza ». Ipazia fu una delle sue vittime.[14]

Ipazia e la scienza[modifica]

« La natura non aveva dato a nessuno, né un'anima più elevata, né un'intelligenza più felice della figlia di Teone ».[15]
Ipazia e il padre Teone.[16]

A questi eventi assistette anche Ipazia, che ad Alessandria era nata in un anno imprecisato della seconda metà  del IV secolo.[17] Il suo nome deriva dalla preposizione greca hyper, « iper », da cui il femminile hypate, l'« altissima », che designa altresì la più alta delle tre corde sulle quali si formava l'antica scala musicale.[18] Naturalmente, lo sapeva bene suo padre Teotecno,[19] più noto col diminutivo di Teone,[20] studioso di geometria e filosofo, particolarmente dedito alla matematica e all'astronomia,[21] dandole un nome che unisce nel suo significato l'eminenza della persona alla grazia della musica.

Teone, che sarebbe morto alla fine del IV secolo o all'inizio del V,[22] fu insegnante nel glorioso Museo di Alessandria e fu maestro anche d'Ipazia, la quale collaborò alle sue ricerche e curò l'edizione dei tredici libri del Sistema matematico di Tolomeo, nonché i commenti paterni al testo di Tolomeo a partire del III libro, dove Teone scrive che l'edizione « è stata controllata dalla filosofa Ipazia, mia figlia ».[23] Teone osservò le eclissi solari e lunari avvenute nel 364,[24] pubblicò un commento ai Fenomeni di Arato[25] e uno studio su Sirio, ed ebbe interessi di magia e di divinazione, scrivendo sui presagi, su Ermete Trismegisto e su Orfeo,[26] e componendo inni religiosi in celebrazione degli astri.[27]

Della madre di Ipazia niente si sa. Conosciamo il nome di un fratello, quell'Epifanio cui il padre dedicò il suo Piccolo commentario alle Tavole facili di Tolomeo e il IV libro dei Commentaria in Ptolomaei. Non avrebbe invece fondamento la tesi dell'esistenza di un altro fratello di nome Atanasio, che invece sarebbe stato un allievo di Ipazia,[28] così come è frutto di un errore la notizia che sia mai stata sposata.[29]

Le fonti antiche concordano nel giudicare Ipazia ancora « più dotata del padre », come scrive Suida, che trae le notizie da Esichio di Mileto e da Damascio, aggiungendo che lei « non si fermò agli insegnamenti tecnico-matematici del padre, ma si diede alla filosofia vera e propria, e con valore ».[30] Lo confermano due storici contemporanei d'Ipazia, Filostorgio e Socrate Scolastico: per il primo, « Ipazia divenne molto migliore del maestro, particolarmente nell'astronomia, e introdusse molti nelle scienze matematiche »,[31] e il secondo aggiunge che Ipazia « era arrivata a un tale vertice di sapienza da superare di gran lunga tutti i filosofi della sua cerchia ».[32]

Astrolabio del XV secolo

Come il padre, anche Ipazia insegnò, sia pubblicamente che privatamente. Non ci restano però i suoi scritti, andati distrutti — si è ipotizzato — a causa della damnatio memoriae decretata dal fondamentalismo cristiano. Oltre al contributo all'opera paterna, aveva composto un commento all'Arithmetica di Diofanto, un altro commento alle Coniche di Apollonio, e un Canone astronomico.[33] La natura di quest'ultimo scritto è variamente discussa. Mentre i più lo ritengono un commento a un'opera di Tolomeo, lo stesso Sistema matematico o le Tavole facili,[34] vi è chi crede che potesse essere un nuovo trattato sull'astronomia alternativo al sistema tolemaico, giustificando l'ipotesi con gli interessi dimostrati da Ipazia verso i trattati di Apollonio e di Diofanto. Da loro ella avrebbe tratto gli strumenti matematici necessari alla formulazione di un'originale interpretazione del movimento degli astri.[35]

A conforto di questa ipotesi si cita Sinesio, un allievo d'Ipazia, il quale nel 399 scriveva, a proposito degli astronomi del passato, che « essi lavorarono su mere ipotesi » e « le più importanti questioni non erano state ancora risolte e la geometria era ancora ai suoi primi vagiti ». Ora era possibile andare oltre, verso la « perfezione ». Dei perfezionamenti moderni Sinesio cita l'astrolabio da lui costruito « sulla base di quanto mi insegnò la mia veneratissima maestra » Ipazia.[36] Utilizzato per calcolare il tempo e definire la posizione dei pianeti, del sole e delle altre stelle, era formato da due dischi metallici forati e sovrapposti, congiunti con un perno in modo da ruotare uno sull'altro. Un altro strumento costruito su indicazioni di Ipazia e citato da Sinesio, fu un aerometro, un misuratore della densità  dei liquidi: « un tubo cilindrico avente la forma e la misura di un flauto. In linea perpendicolare reca degli intagli, a mezzo dei quali misuriamo il peso dei liquidi ».[37] Munito di un peso a un'estremità , il tubo s'immergeva nel liquido e al livello d'immersione si leggeva sulla scala graduata il peso specifico risultante.

Ipazia e la filosofia[modifica]

« Era arrivata a un tale vertice di sapienza da superare di gran lunga tutti i filosofi della sua cerchia, aveva ereditato la scuola platonica riportata in vita da Plotino e spiegava tutte le discipline filosofiche a chi lo desiderava. Perciò coloro che volevano pensare in modo filosofico correvano da lei da ogni parte ».[38]
Gli avanzi del ginnasio di Cirene

Sinesio, ricco proprietario terriero della Cirenaica, notabile di Cirene, sua città  natale, conobbe Ipazia, sua coetanea, nel 393 ad Alessandria, dove si era recato a studiare filosofia, e fu suo allievo per un paio d'anni, rimanendo con lei in contatto epistolare fino alla morte, avvenuta nel 413. Pagano di nascita, passò al cristianesimo fino a diventare vescovo di Tolemaide, benché fosse sposato e avesse tre figli. Non rinnegò mai la cultura ellenica, tanto da adattare il cristianesimo, del quale rifiutò i dogmi, alla propria filosofia neo-platonica.[39]

Per Sinesio è Ipazia la « vera iniziatrice ai misteri e alle orge della filosofia »,[40] « la veneratissima filosofa prediletta da Dio » e beati sono coloro che ascoltano « la voce mirabile »[41] di qualla « adorata maestra » dall'« anima divinissima »,[42] che è anche « madre e sorella »,[43] suo « unico bene »,[44] quell'« amata Ipazia » che Sinesio ricorderà  anche nell'Ade.[45] Tali espressioni tratte dall'epistolario di Sinesio testimoniano l'ininterrotto legame « sacro » intercorso tra l'allievo e la maestra e individuano in Ipazia la figura di una maestra di filosofia che era anche un'« alta sacerdotessa » del neo-platonismo alessandrino.[46]

Sinesio sembra « aver sperimentato alla scuola d'Ipazia un'autentica "conversione" alla filosofia. Nei suoi Inni egli si rivela poeta metafisico di intuito religioso di notevole profondità . Inoltre egli, come dimostrano le sue lettere a Ipazia e ad altri, fece parte per tutta la vita di un circolo di iniziati alessandrini, con i quali condivise i misteri della filosofia ».[47] Tale circolo formante una tetrattide,[48] comprendeva, con lui, Erculiano, Isidoro Pelusiota e Olimpio, tutti allievi d'Ipazia.[49]

Raffaello
Il filosofo Plotino

La concezione che egli ha dell'astronomia è quella stessa d'Ipazia. Scrive infatti Sinesio, offrendo all'amico Peonio un libro scritto « sulla base di quanto m'insegnò la mia veneratissima maestra », che l'astronomia « è già  di per sé una scienza di alta dignità , ma può servire da ascesa a qualcosa di ancora più alto, può essere l'adatto tramite, io credo, ai misteri della teologia, perché il corpo perfetto del cielo ha la materia sotto di sé e il suo moto è stato equiparato dai maggiori filosofi all'attività  dell'intelletto. Questa scienza procede alle sue dimostrazioni in maniera incontrovertibile e si serve dell'aiuto della geometria e dell'aritmetica, che non ritengo disdicevole chiamare retto canone di verità  ».[50]

Si sa del legame dell'astronomia con l'astrologia, e il Dione dedicato a Ipazia, alla quale Sinesio chiede se sia il caso di pubblicarlo, « rivela non poche dottrine inviolabili che restano celate ai profani »,[51] mentre il suo trattato Sui sogni contiene numerose citazioni degli oracoli caldei, ormai proibiti nell'Impero cristianizzato.[52]

Quale fosse la precisa natura del neo-platonismo professato e insegnato da Ipazia resta comunque difficile da definire. Indubbiamente aveva interessi religiosi e « insegnò materie quali l'astronomia e la geometria nel contesto di una visione neo-platonica dell'universo », e nel neo-platonismo « anche le questioni più razionali sono radicate in una realtà  totalmente mistica ».[53] Se il suo neo-platonismo fosse più vicino all'interpretazione di Plotino[54] anziché a quella di Porfirio o di Giamblico,[55] o se fosse il contrario,[56] se, come Sinesio, si opponesse all'« inclinazione orientaleggiante del neo-platonismo » e mantenesse « una certa neutralità  nei confronti del cristianesimo »,[57] se e in che misura ella ammettesse pratiche teurgiche nel suo insegnamento,[58] è impossibile da determinare.

Lee W. Zeigler
Ipazia celebra un rito pagano

Certamente Ipazia era un'esponente dell'ellenismo pagano.[59] Certamente insegnava ad Alessandria, oltre le canoniche discipline del quadrivio — aritmetica, geometria, astronomia e teoria musicale — anche la filosofia, e aveva raggiunto un « livello eccelso » nel suo esporre « in modo eloquente e dialettico »,[60] così che la sua fama aveva superato i limiti della città  e « da ogni parte accorrevano a sentirla ».[61]

Come dimostra l'esperienza culturale ed esistenziale di Sinesio, ai suoi studenti, giovani benestanti formati nei valori della tradizione classica ma destinati ad assumere incarichi pubblici importanti in una società  che si costituiva ormai su valori e dogmi cristiani, probabilmente Ipazia offrì il modo di riconciliare la loro cultura pagana con l'obbligo di essere o apparire cristiani. Insegnò loro che il cristianesimo era, platonicamente, una « nobile menzogna », buona per il popolino ignorante, e che la « verità  » stava soltanto nella filosofia.[62] La ricerca e l'esposizione delle verità  che si trovano solo nel pensiero di « venerati maestri », tale doveva essere la sostanza esoterica, non pubblica, del suo insegnamento filosofico, riservato all'« élite dei suoi discepoli ».[63]

Infatti, oltre a comuni lezioni pubbliche sulla storia della filosofia, le demosia, retribuitele dalla città  e aperte a tutti, Ipazia dava « senza dubbio delle sedute private, in cenacoli, e forse a casa sua ».[64] In queste lezioni private, le idia, ai suoi allievi più scelti Ipazia avrebbe insegnato non solo i « misteri », ma anche a concepire la filosofia « uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità  ».[65]

L'autorità  di Ipazia[modifica]

Ipazia e l'allievo innamorato
« Quando ti vedo m'inchino davanti a te e al tuo sapere,
e guardo la Casa astrale della Vergine,
perché al cielo è rivolto ogni tuo atto,
Ipazia sacra, bellezza d'ogni parola,
stella purissima della sapienza ».

Così Ipazia venne onorata dal poeta alessandrino Pallada, suo contemporaneo.[66] Ma Ipazia era nota e ammirata ad Alessandria non solo per il talento nelle scienze e nella filosofia. Un episodio, che sarebbe avvenuto durante le sue lezioni, vero o falso che sia, illustra l'austerità  della sua vita e la rude franchezza del suo comportamento. Ipazia « aveva raggiunto un tale livello di consapevolezza morale ed era così giusta e saggia da mantenersi vergine, ma era così bella e seducente che uno dei suoi studenti s'innamorò di lei » e glielo disse. Ipazia tentò di liberarlo da questa sua passione con una terapia a base di musica, ma inutilmente. Allora un giorno gli scagliò addosso un panno macchiato di sangue mestruale, dicendogli: « È questo che tu ami, ragazzo, niente di bello ».[67]

Socrate Scolastico rivela che « per la franchezza della parola [parrhesia] e dell'azione che le venivano dalla sua educazione, si presentava in modo assennato al cospetto dei capi della città  e non aveva vergogna a stare in mezzo agli uomini.[68] Per la sua straordinaria saggezza, tutti le mostravano deferenza e provavano un timore reverenziale ».[69] Ancora Sinesio, raccomandandole due giovani perché rientrino in possesso di certi loro beni, confida che essi possano ottenere, tramite lei, « l'appoggio di quanti, privati o magistrati », onorano la sua persona: infatti, « tu hai sempre avuto potere », le scrive.[70]

Altre fonti antiche riferiscono che era « ponderata e dotata di senso civico nell'agire, così che tutta la città  aveva per lei un'autentica venerazione e le rendeva omaggio. E i capi politici, ogni volta che si prendevano carico delle questioni pubbliche, andavano prima ad ascoltarla a casa sua [...] Infatti, anche se il paganesimo era finito, il nome della filosofia sembrava ancora grande e venerabile a quanti detenevano le più importanti cariche cittadine ».[71]

Dell'onore riservatole e della considerazione indiscussa goduta da Ipazia presso le massime autorità  politiche dà  ancora una preziosa testimonianza, pur nel suo rozzo fanatismo, il vescovo di Nikiu, Giovanni, che scrive quasi tre secoli dopo: Ipazia, « costantemente occupata nella magia, nell'astrologia e nella musica, seduceva molta gente con i suoi artifici satanici. Il prefetto della provincia l'onorava particolarmente, perché lei l'aveva sedotto con le sue arti magiche. Egli smise di frequentare la chiesa [...] ma portò da Ipazia molti fedeli e lui stesso faceva buona accoglienza ai miscredenti ».[72]

Il vescovo Cirillo[modifica]

« Io mi accontento di notare che san Cirillo era un uomo, e un uomo di partito; che ha potuto lasciarsi trasportare troppo dal suo zelo; che quando si mettono nude le belle signore non è per massacrarle; che san Cirillo ha senza dubbio chiesto perdono a Dio per quest'azione abominevole, e prego il Padre delle misericordie di avere pietà  della sua anima ».[73]

Il pogrom antiebraico[modifica]

Cirillo d'Alessandria

Il passo di Giovanni di Nikiu illumina, a modo suo, il conflitto che era allora in atto ad Alessandria tra l'autorità  imperiale, impersonata dal prefetto Oreste e appoggiata dall'intellettualità  ellenica, con in testa Ipazia, e il vescovo Cirillo. Da lui, dalla sua politica e dai suoi seguaci il cristiano Oreste si era allontanato — non certamente dalla fede cristiana — per difendere « quella che oggi chiameremmo la laicità  dello stato »,[74] contrastando il violento tentativo di Cirillo di imporre la sua visione fondamentalistica della società .

Come scrive Socrate Scolastico, Cirillo « si accinse a rendere l'episcopato ancora più simile a un principato di quanto non fosse stato al tempo di Teofilo », prendendo a dominare « la cosa pubblica oltre il limite consentito all'ordine episcopale ».[75] Cirillo aveva una concezione teocratica dello Stato, intendendo la funzione del vescovo, sul modello romano, non solo come un'autorità  indiscussa sul piano dottrinale ma anche quale diretto gestore della cosa pubblica, anche se egli, come i suoi sostenitori, tentò di occultare la vera natura del suo piano politico e pose « la questione nei termini di una lotta religiosa riproponendo lo spettro del conflitto tra paganesimo e cristianesimo ».[76]

Il conflitto tra il vescovo e il prefetto esplose alla fine del 414 quando Ierace, un predicatore, « il più attivo nel suscitare gli applausi nelle adunanze in cui il vescovo insegnava », insieme con altri suoi sostenitori andò a provocare gli ebrei nel corso di una pubblica assemblea. A seguito della loro denuncia, Ierace fu fatto arrestare e torturare dal prefetto Oreste, provocando la reazione di Cirillo che convocò i capi della comunità  ebraica, minacciandoli di dure sanzioni e suscitando l'odio degli ebrei che una notte compirono ad Alessandria una strage di cristiani. A quel punto Cirillo scatenò il pogrom: rase al suolo le sinagoghe, saccheggiate le loro case, confiscati i beni, tutti gli ebrei di Alessandria furono cacciati dalla città .[77]

Oreste « s'indignò molto per l'accaduto e provò un gran dolore perché una città  tanto importante era stata completamente svuotata di esseri umani »,[78] ma non poté prendere alcun provvedimento contro Cirillo, perché dal 384 una costituzione stabiliva che il clero non fosse soggetto al tribunale civile: gli ecclesiastici « hanno i loro propri giudici e nulla in comune con le leggi pubbliche ».[79] Oreste dovette accontentarsi d'inviare una relazione all'imperatore, come fece anche Cirillo, il quale offrì al prefetto una singolare riconciliazione: mostrandogli il libro dei vangeli come una minaccia, cercò d'imporgli un accordo pacificatore « in nome del rispetto per la religione », come se il vangelo potesse giustificare i suoi crimini. Giustamente, Oreste rifiutò.[80]

I parabalani[modifica]

« Non ci sono bestie tanto pericolose per gli uomini, quanto la maggior parte dei cristiani è funesta a sé stessa ».[81]
Ipazia catturata dai parabalani.[82]

Fallita la riconciliazione pacifica col prefetto, Cirillo ricorse alle maniere forti. Dai monti della Nitria, a pochi chilometri da Alessandria, fece intervenire cinquecento monaci, i cosiddetti parabalani, « esseri abominevoli, vere bestie » secondo le fonti antiche,[83] che avevano generalmente funzioni di infermieri,[84] ma « di fatto costituivano un vero e proprio corpo di polizia che i vescovi di Alessandria usavano per mantenere nella città  il loro ordine ».[85] Alla loro opera aveva infatti già  fatto ricorso Teofilo, lo zio di Cirillo, per sbarazzarsi di Dioscoro, il vescovo di Ermopoli, e dei suoi fratelli.[86]

I parabalani, giunti in città , « si appostarono per sorprendere il prefetto mentre passava col carro. Avvicinatisi, lo chiamavano sacrificatore ed elleno, e gli gridavano molti altri insulti. Egli allora, sospettando un'insidia di Cirillo, proclamò di essere cristiano e di essere stato battezzato dal vescovo Attico. Ma i monaci non badavano a quel che diceva e uno di loro, di nome Ammonio, colpì Oreste alla testa con una pietra ».[87] Ammonio fu arrestato e morì sotto tortura. Nuovi rapporti furono inviati a Costantinopoli da Oreste e da Cirillo, il quale intanto fece pubblicamente del parabalano Ammonio un martire, in modo da far passare Oreste per persecutore dei cristiani. « Ma chi aveva senno, anche se cristiano, non approvò l'intrigo di Cirillo. Sapeva, infatti, che Ammonio era stato punito per la sua temerarietà  e non era morto sotto le torture per costringerlo a negare Cristo », tanto che Cirillo, di fronte alla riprovazione di una parte dei suoi stessi fedeli, « si adoperò per far dimenticare al più presto l'accaduto con il silenzio ».[88]

L'« invidia » di Cirillo[modifica]

« Di chi voglia fare il maestro è dunque anche destino la gelosia, la più grande e la più materiale tra le passioni. Si augurerà  che nella sua città  non ci sia più nessun dotto e, se ve ne sia uno, cercherà  di contaminarne la fama, per solo lui distinguersi ».[89]
Ipazia e il prefetto Oreste

Qui Sinesio si riferisce alle gelosie che possono insorgere tra i maestri di cultura. Quando Cirillo conduceva la lotta per il potere ad Alessandria, egli era già  morto da due anni, e in vita non avrebbe neanche immaginato che la sua maestra ne sarebbe rimasta coinvolta. Eppure, il vescovo mirava ad assumere il potere spirituale e politico in quanto capo gerarchico dell'istituzione ecclesiastica, non per l'autorità  derivante dall'eccellenza della propria vita e dall'altezza del proprio pensiero. Nella tradizione ellenica, continuata da Ipazia, erano invece le virtù della paideia, dell'educazione, della cultura e dell'intelligenza, a giustificare l'assunzione dell'autorità .[90] Le due opposte visioni erano destinate a scontrarsi.

Ë ancora Socrate Scolastico, subito dopo aver descritto l'aggressione a Oreste, a scrivere che « per la straordinaria saggezza » di Ipazia « l'invidia si armò contro di lei ». L'invidia [phthonos] produce la calunnia, e la calunnia messa in giro da Cirillo tra i suoi fedeli era che « fosse lei a non permettere che Oreste si riconciliasse con il vescovo ».[91] Anche per Esichio Ipazia « patì per l'invidia della sua straordinaria saggezza, ma soprattutto per l'ostilità  alla sua sapienza astronomica ».[92]

Damascio scende ancor più nel dettaglio. Un giorno Cirillo vide davanti a una casa una gran confusione di gente che entrava e usciva. Fu informato che « in quel momento veniva salutata la filosofa Ipazia » e che quella era la sua casa: « saputo ciò, egli si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione in modo che avvenisse al più presto, un'uccisione che fu tra tutte la più empia ».[93]

L'astronoma

Ë stato sostenuto che non sarebbe credibile che Cirillo venisse a sapere solo allora dell'ubicazione della casa di Ipazia e di quanto vi avveniva,[94] osservazione peraltro contestata, in quanto Ipazia avrebbe abitato in un luogo poco frequentato dell'estrema periferia della città .[95] Inoltre Damascio, secondo un topos presente nelle antiche biografie, poteva anche proponrsi di « catturare il gesto che rivelava l'anima ».[96] La finzione letteraria della rappresentazione di Cirillo davanti alla casa di Ipazia — se di finzione si tratta — serve a mettere in risalto due realtà : la personalità  meschina e violenta del vescovo da una parte, e il prestigio e la popolarità  di Ipazia dall'altra.[97]

Un'invidia complessa, quella di Cirillo: invidia per la sapienza di Ipazia, per il favore goduto presso Oreste, e anche per « la naturale gelosia del chierico per la donna di mondo ».[98] Infine, uccidendo Ipazia, Cirillo raggiungeva due obiettivi: toglieva al prefetto Oreste un importante appoggio di contrasto alla sua trama politica e soddisfaceva il suo personale rancore contro una persona che egli sapeva essergli superiore.

Naturalmente, Cirillo doveva fornire agli assassini un motivo molto serio che li spingesse all'azione omicida: « l'occulto incitamento ad agire consistette nel lasciare intendere che Ipazia, col suo prestigio presso Oreste, costituisse l'unico impedimento alla riconciliazione tra il vescovo e il prefetto. Di lì il passo successivo era breve: eliminare quell'ostacolo. Non mancavano certo, e Cirillo ben lo sapeva, fanatici protesi all'azione, zelanti interpreti di una volontà  che non altro desiderava che essere interpretata e tradotta in pratica ».[99]

L'assassinio di Ipazia[modifica]

« Dove trovare una martire che eguagli Ipazia nel suo fascino austero? ».[100]
Ipazia viene condotta a morire

Raccontano le fonti antiche che in un giorno di marzo del 415 un folto gruppo di monaci e di parabalani guidati da un chierico di nome Pietro,[101] si appostarono presso la casa di Ipazia, in attesa del suo ritorno. Aggredita di sorpresa, fu tirata giù dalla carrozza e trascinata fino alla chiesa del Cesareo, dove la spogliarono, le cavarono gli occhi[102] e la uccisero usando dei cocci aguzzi [ostraka]. Fatto a pezzi il cadavere, trasportarono i resti in un luogo detto Cinaron e qui li bruciarono.[103]

L'ariano Filostorgio tiene a sottolineare che Ipazia « fu fatta a pezzi da quanti professavano la consustanzialità  », ossia non da comuni, per quanto fanatici cittadini di Alessandria, ma proprio da elementi del clero cirilliano, seguace della teoria teologica dell'eguale sostanza delle cosiddette tre persone divine, un omicidio che, secondo Filostorgio, avrebbe avuto l'avallo dello stesso giovane imperatore Teodosio II.[104]

Riguardo al mandante dell'omicidio, è indicato esplicitamente in Cirillo da Damascio — « tramò la sua uccisione »[105] — e da Giovanni Malala — « avuta licenza dal loro vescovo, gli alessandrini aggredirono e bruciarono Ipazia »[106] — mentre Socrate Scolastico scrive che « questo misfatto procurò non poco biasimo[107] a Cirillo e alla chiesa di Alessandria ».[108] Ë un'implicita ma chiara accusa a Cirillo come mandante e ai monaci come esecutori: perché altrimenti « biasimare » Cirillo e la chiesa di Alessandria se fossero stati estranei alla vicenda?[109]

Giovanni di Nikiu, entusiasta ammiratore di Cirillo, non si fa scrupoli nell'attribuirgli il "merito" della morte di Ipazia. Egli scrive che sotto la guida di Pietro, « perfetto servitore di Gesù Cristo », i monaci uccisero e bruciarono Ipazia; poi, gli alessandrini « circondarono Cirillo e lo chiamarono nuovo Teofilo, perché aveva liberato la città  dagli ultimi resti dell'idolatria ».[110]

Mandante e assassini rimasero impuniti. L'oro di Cirillo corruppe il conte Edesio, il responsabile delle indagini, e tutto fu messo a tacere.[111] A Costantinopoli, la reggente Pulcheria e il giovanissimo Teodosio II, religiosissimi, apprezzavano molto il vescovo criminale e non ebbero alcuna esitazione a insabbiare l'inchiesta. L'unica concessione al prefetto Oreste consistette nella riduzione del numero dei parabalani presenti in città  e nel divieto a loro imposto di frequentare i luoghi pubblici. La chiesa, riconoscente, farà  di Pulcheria una « santa ».[112]

La memoria storica di Ipazia tra verità , fantasie e menzogne[modifica]

La menzogna « riesce a fare di un moro un bianco, di un ateo un santo e di un dissoluto un patriota ».[113]
Caravaggio
Caterina d'Alessandria

Il poeta Pallada, nel celebrato epigramma già  ricordato,[114] volle probabilmente dettare l'iscrizione funebre di Ipazia, collocata forse in una scuola di Alessandria. Si può immaginare che un mosaico rappresentasse la volta celeste che nella costellazione della Vergine accogliesse la martire Ipazia in quanto filosofa e astronoma, e dunque cultrice del cielo. Vari tentativi d'interpretare quei versi in senso cristiano sono tutti risultati privi di fondamento.[115]

Tuttavia, la tragica vicenda di Ipazia rimase impressa nella memoria popolare e diede origine al mito di Caterina d'Alessandria che si affermò definitivamente nel IX secolo.[116] Infatti, questa giovane cristiana, aristocratica, colta e intraprendente, che osa sfidare i potenti, non è mai esistita e non è altro che la trasfigurazione in senso cristiano di Ipazia. Il suo persecutore, l'imperatore Massimino Daia, rappresenta Cirillo, il « vescovo faraone »[117] — entrambi sono usurpatori, o tentarono di usurpare un potere che a loro non doveva appartenere — i suoi carnefici pagani sono i monaci che l'assassinarono, mentre lo strumento del suo supplizio, una ruota munita di chiodi per dilaniare le carni, ricorda bene i cocci aguzzi dei parabalani.

I dubbi sulla storicità  di Caterina erano già  stati avanzati nel Settecento, ma il merito della convincente identificazione della sua figura con quella di Ipazia va alla scrittrice femminista irlandese Anna Jameson (1796-1860), che nella sua Sacred and legendary Art, pubblicata per la prima volta nel 1848, scrisse, tra l'altro: « Vi è un curioso fatto legato alla storia di santa Caterina, ed è che la vera martire, l'unica della quale esistano alcuni dati certi, non era cristiana, ma pagana, e che i suoi oppressori non furono dei pagani tirannici, ma dei cristiani fanatici ».[118] Una conferma della sovrapposizione delle due figure sta nella scoperta dell'esistenza, un tempo, di una chiesa a Laodicea, in Asia Minore, dedicata a una santa Ipazia martirizzata il 25 novembre, lo stesso giorno in cui veniva commemorata la leggendaria Caterina.[119]

La stessa chiesa cattolica, dopo il Concilio Vaticano II, riconobbe il carattere mitico di Caterina d'Alessandria, depennando nel 1969 il suo nome dal Martirologio. Ma nel 2002 il culto di Caterina d'Alessandria fu ripristinato da Benedetto XVI,[120] che ricordò Cirillo nel 2007, affermando che « governò l'influente chiesa di Alessandria con grande energia ». Effettivamente Cirillo fu un vescovo « molto energico ». Nessuna parola fu allora spesa dal papa su Ipazia, e pour cause.[121]

Raffaello
La Scuola d'Atene
particolare

In Sinesio, Socrate, Pallada, Filostorgio, Damascio, Esichio, Malala, Giovanni di Nikiu, dal V al VII secolo, sta il nome e la figura di Ipazia, che resterebbe pressoché sconosciuta in Occidente per quasi un millennio se non fosse per la traduzione di Epifanio della Historia di Socrate.[122] Nell'Oriente bizantino il nome e la vicenda di Ipazia si conserva anche nella raccolta di Suida, e si arricchisce con Teofane e Xanthopulo,[123] oltre agli accenni alla « filosofa Egizia » di Michele Psello nell'XI secolo,[124] e all'appellativo di « altra Ipazia », con il quale lo storico bizantino Niceforo Gregora, nel XIV secolo, intese onorare l'imperatrice Eudocia Paleologina.[125]

Si capisce come l'ipotesi che Raffaello sapesse d'Ipazia e la rappresentasse nel 1510 nel celebre affresco vaticano della Scuola d'Atene sia piuttosto remota,[126] per quanto nel 1499 fosse stata stampata a Milano l'enciclopedia di Suida, alla quale seguirà  la pubblicazione a Parigi nel 1544 della Historia di Socrate Scolastico.[127] Su queste basi l'erudito e teologo luterano Mattia Flacio Illirico, un istriano trasferitosi in Germania, poteva riferire nel 1562 dell'omicidio, « di un genere atrocissimo, dell'eccellentissima Ipazia », commesso dal clero alessandrino.[128]

La replica del cardinale Baronio all'Illirico consistette nello screditare la fonte storica: « Socrate, che racconta questa storia, fu a lungo novaziano, tanto che egli non scrive con obiettività  di san Cirillo, il quale aveva cacciato i novaziani da Alessandria [...] di modo che non bisogna stupirsi se egli accusa spesso san Cirillo d'orgoglio, di troppo grande presunzione e qualche volta di delitto ».[129] La tattica di denigrare o falsificare le fonti scomode, inaugurata dal Baronio, sarà  una costante di tutta la storiografia cattolica.

Dalla seconda metà  del Seicento si ravviva la vicenda di Ipazia. Lo storico Henri de Valois, pubblicando nel 1668 la Storia ecclesiastica di Socrate Scolastico, riporta in nota anche il passo di Damascio che accusa Cirillo della morte di Ipazia, come a confermare la responsabilità  del vescovo alessandrino. Sembrò quasi volergli rispondere nel 1688 il giansenista Ellies du Pin, con la sua Vita di Cirillo, nella quale negò ogni valore alla testimonianza di Damascio.

È ancora un francese, Gilles Ménage, a pubblicare nel 1690 una Storia delle donne filosofe, riportando le fonti antiche su Ipazia, mentre il giansenista Tillemont attribuisce ai nemici del cristianesimo le accuse rivolte a Cirillo e concede che Pietro il Lettore, « un uomo che aveva bisogno di forti rimedi per guarire le piaghe della sua anima », possa essere ritenuto « autore del massacro d'Ipazia ».[130] Tutto l'affaire Ipazia è dunque, per il dotto prete, soltanto il frutto dell'azione irresponsabile di un povero malato di mente. Nel 1694 l'anglicano William Cave si provò a scagionare Cirillo dall'omicidio d'Ipazia, da lui attribuito genericamente alla plebe d'Alessandria, perché Damascio, in quanto non cristiano, non sarebbe credibile e poi perché il vescovo era di « sperimentata probità  »,[131] mentre attacchi a Cirillo vennero ai primi del Settecento anche dalla protestante Germania, portati da Gottfried Arnold, da Johann Albert Fabricius e soprattutto dal bibliotecario di Federico I, il francese Veyssière La Croze, per il quale Cirillo « andrebbe guardato con orrore ».[132]

L'Illuminismo[modifica]

Ipazia

Fin qui, si era trattato di pochi accenni alla vicenda. Il primo a dedicare un saggio a Ipazia fu l'irlandese John Toland, autore nel 1720 di Ipazia, o la storia di una signora molto bella, molto virtuosa e perfetta sotto ogni riguardo, che venne fatta a pezzi dal clero di Alessandria per gratificare l'orgoglio, l'emulazione e la crudeltà  del loro vescovo, comunemente ma immeritatamente denominato San Cirillo.[133] Toland ricostruisce correttamente, sulla base delle fonti, la vicenda di Ipazia, nella quale Cirillo è « il mandante di una così orrenda azione e il clero è l'esecutore della sua implacabile furia »,[134] e risponde, a chi si chieda come sia stato possibile che dei cristiani e un « santo » come Cirillo si macchiassero di un tale delitto, che già  a quel tempo i cristiani non erano più quelli delle origini.

Travisato completamente l'insegnamento di Gesù, ormai la gerarchia ecclesiastica non proclama santi gli uomini di specchiata virtù, ma coloro che con i loro scritti hanno reso falsamente grande la chiesa « magnificandone l'autorità  spirituale » ma degradando e rendendo schiavi gli spiriti dei loro concittadini. Egualmente santi furono considerati i principi, i potenti e i ricchi, ma « viziosi e tirannici », che donarono alla chiesa grandi possedimenti e oppressero col patibolo, con la spada e con la proscrizione chi osasse mettere in discussione i suoi decreti. Infine, quei « visionari » che con mortificazioni formali acquisirono agli occhi degli ignoranti una falsa fama di devozione furono ricompensati con « il premio immaginario della santità  » proprio da chi in realtà  « disprezzava la loro austerità  ».[135]

La sua conclusione è che, infuriando le persecuzioni contro chi volesse « restaurare la virtù e la cultura », Ipazia cadde sotto i colpi degli ecclesiastici del suo tempo, « che non poterono perdonarle di essere bella, casta e tanto più colta di loro ».[136] Una lettura perfino femminista — è stato rilevato[137] — quella fatta da Toland, che non casualmente definisce Ipazia « gloria del suo sesso e vergogna del nostro ».[138]

L'immediata risposta dell'anglicano Thomas Lewis fu semplicistica: lo storico Damascio mente, Socrate Scolastico è un puritano, Ipazia un'impudente, Cirillo e il suo clero sono candidi come gigli e Toland è un calunniatore che col pretesto della storia d'Ipazia vuol colpire in realtà  il reverendo Henry Sacheverell, uno zelante predicatore che per il suo fanatismo era stato processato e condannato dieci anni prima per diffamazione.[139] In questo torno anche il giansenista Claude Pierre Goujet si preoccupò non solo di difendere Cirillo, ma di farne un'esaltazione con una sua Dissertazione su Ipazia,[140] mentre quattro sono le Dissertationes del protestante tedesco Wernsdorf in difesa di Cirillo pubblicate nel 1747 e 1748 anche contro Arnold e Toland.

Un accenno alla sorte di Ipazia si trova nel romanzo satirico di Henry Fielding, A Journey from this World to the Next, scritto nel 1743, nel quale s'immagina che Giuliano, l'imperatore pagano chiamato Apostata dai cristiani, si sia reincarnato in un ebreo di Alessandria. Fidanzatosi con Ipazia, « figlia di un filosofo, una giovane signora della massima bellezza e di grandi qualità  », avvenne che « quei cani di cristiani » — racconta Giuliano — la uccisero e « quel ch'è peggio, poi bruciarono il suo corpo: peggio, dico, perché così persi un gioiello di un certo valore », l'anello di fidanzamento.[141]

Alfred Seifert
Ipazia

Più seriamente, nel 1752 il poeta tedesco Wieland unisce Ipazia e Socrate in un comune martirio e così la descrive:

« Chi spinge Ipazia, la perla della sapiente bellezza,
tra uomini che con rabbia si abbandonano alla superstizione,
dove, cieca al merito che i posteri lodano ancora,
al cenno di un vescovo la plebe la fa a pezzi? ».[142]

Nel 1755 fu pubblicato il quinto volume dell'Enciclopedia di Diderot e D'Alambert. Vi è presente l'articolo Eclettismo — eclettici erano definiti allora tutti i filosofi dopo Aristotele — scritto da Diderot, che dedica ampio spazio a Ipazia, « l'onore del suo sesso e lo stupore del nostro ». La sua è una fedele ricostruzione, sulla base delle fonti antiche, della vicenda di Ipazia. Cirillo è un « uomo imperioso e violento, trascinato da un malinteso zelo per la propria religione, o piuttosto geloso d'aumentare la sua autorità  su Alessandria ».

Già  protagonista del pogrom anti-ebraico, sulla sua responsabilità  dell'assassinio di Ipazia Diderot si limita a citare l'opinione di Brucker, espressa nel 1742 nella sua Historia critica philosophiae: « ci sono storici che hanno preferito rigettarla su un popolaccio sfrenato. Ma coloro che conoscono bene l'alterigia dell'impetuoso patriarca, penseranno di trattarlo piuttosto favorevolmente convenendo che, se non inzuppò le mani nel sangue innocente d'Ipazia, non ignorò del tutto il disegno formato per spargerlo ». I sospetti sulla sua colpevolezza sono molto forti: « la voce pubblica, il carattere violento dell'uomo, il ruolo turbolento avuto al suo tempo, la canonizzazione del monaco della Nitria,[143] l'impunità  assicurata al lettore Pietro », il capo degli assassini.[144]

Alla voce Hypacie del Grand Dictionnaire Historique del teologo Louis Moréri, pubblicato nel 1759 come nuova edizione dalla prima risalente al 1674, è scritto che autori dell'assassino di Ipazia, « impegnata nelle tenebre del paganesimo », furono « alcuni sediziosi », che questo prete francese evita d'identificare meglio. Mentendo, Moréri sostiene che Socrate Scolastico « non pone in nessun modo a carico di San Cirillo » quest'omicidio, e quanto a Damascio, essendo pagano e scrivendo cinquant'anni dopo i fatti, « non è degno di fede ». Questa stravagante giustificazione — gli storici scrivono sempre molti anni, secoli e persino millenni dopo i fatti, e non per questo non sono credibili — viene ripetuta ancora oggi in ambito cattolico. Del resto, la conclusione del Moréri, ripetendo il Baronio, è che « la probità  e la pietà  » di Cirillo lo rendono a fortiori innocente.[145]

Sappiamo già  quale giudizio Voltaire desse di Cirillo.[146] Nella sua Histoire de l'établissement du Christianisme riafferma che Cirillo « fece assassinare questa eroina della filosofia » perché era platonica e non cristiana, e loda il suo allievo Sinesio, cui offrirono un vescovado: « la sua religione era quella dei filosofi; egli rispose che non l'avrebbe cambiata e che non avrebbe mai insegnato la nuova dottrina ». Poiché era ricco e potente, i preti accettarono « ed egli fu uno dei vescovi più saggi di cui la chiesa possa vantarsi ».[147]

Henry Walton
Edward Gibbon

Nel 1778, due anni dopo queste frasi di Voltaire, usciva un nuovo volume della grande Decadenza e caduta dell'Impero romano di Edward Gibbon. Il ritratto che egli ne fece col suo tipico stile brillante inchiodò il vescovo alessandrino a quell'infamia dalla quale non sono riusciti a sottrarlo tutte le precedenti giustificazioni e le successive menzogne dei suoi apologeti. L'assassinio di Ipazia « ha impresso una macchia indelebile sulla personalità  e la religione di Cirillo », e il suo titolo di santo è solo l'indizio che il suo partito ebbe alla fine il sopravvento, benché i resti delle sue opere allegoriche e metafisiche, scritte « in sei prolissi volumi in-folio, oggi dormano in pace a fianco di quelli dei suoi avversari ».[148]

La storia d'Ipazia fu nota anche al poeta Vincenzo Monti, ed egli ne accenna nel poemetto Il fanatismo, pubblicato nel 1797:

« La voce alzate, o secoli caduti,
gridi l'Africa all'Asia e l'innocente
ombra d'Ipazia il grido orrendo aiuti.
Gridi irata l'Aurora all'Occidente,
narri le stragi dall'altare uscite ».

L'Ottocento[modifica]

Lee W. Zeigler
La morte di Ipazia

Un poema in venti canti, pubblicato nel 1827, dedicò a Ipazia la poetessa torinese Diodata Saluzzo Roero. L'Ipazia qui descritta non è personaggio storico, chiarisce la Saluzzo, che sa che « dalla maggior parte degli antichi istorici vien detta Ipazia acerba nemica dei Cristiani, ed anzi non mancò chi loro apponesse la morte di lei », ma siccome « altissimo avea l'animo, la virtù severa e non dubbia giammai, e nobilissimo il costume », la devota Diodata Saluzzo preferì fare di lei una cristiana, uccisa da un amante respinto.[149]

Un altro, e ben più grande scrittore cattolico, Chateaubriand, si occupò di Ipazia. Nel suo Terzo discorso sulla caduta dell'Impero romano, del 1834, ricordò che « il sangue cristiano sparso dalle mani filosofiche dell'Ellade fu espiato molti anni dopo da quello d'Ipazia ». Per lui, all'origine della sua morte per mano della « plebaglia cristiana » sta l'« invidia di Cirillo » per quella « creatura celeste che viveva nella società  degli astri, ch'ella eguagliava in bellezza e di cui aveva colto gl'influssi più sublimi ».[150]

Nel 1853 fu pubblicato il romanzo Hypatia, or New Foes with an Old Face,[151] del pastore anglicano Charles Kingsley. Vaghi i riferimenti alla realtà : nel romanzo il prefetto Oreste mira a diventare il padrone della provincia africana e utilizza Ipazia per i suoi scopi. Il personaggio principale è il monaco Filemone, che vorrebbe convertire Ipazia al cristianesimo. Gli intrighi di alcuni ebrei provocano tra il vescovo Oreste e il vescovo Cirillo un grave conflitto, di cui è resa responsabile Ipazia, che viene uccisa in una chiesa da una folla di cristiani proprio quando aveva deciso di convertirsi al cristianesimo.

Due anni dopo, ispirandosi alla scena descritta da Kingsley, il pittore preraffaellita Charles Mitchell raffigurò Ipazia in un quadro divenuto famoso. E a proposito di dipinti riguardanti Ipazia, nei primi anni del Novecento Vincenzo La Bella (1872-1954)[152] dipinse nel primo piano del nuovo palazzo dell'Università  di Napoli[153] un affresco rappresentante la morte di Ipazia, avvenuta in una chiesa per mano di una folla di assassini, armati di bastoni e pugnali, benedetti dal vescovo Cirillo. L'affresco è andato perduto ed è facile immaginarne il motivo.

Charles Mitchell
La morte di Ipazia

Le dedicò due poemi, nel 1847 e nel 1857, il parnassiano Leconte de Lisle, per il quale Ipazia paga con la vita la fedeltà  a una religione moribonda. Al trionfo del cristianesimo corrisponde la scomparsa del pensiero e della bellezza dell'Ellade e il sorgere dell'intolleranza instaurata a fini di potere politico da una chiesa che ha tradito Gesù.[154]

« Il vile Galileo ti ha colpito e maledetta,
ma tu cadesti più grande! E ora, ahimè!
Il soffio di Platone e il corpo di Afrodite
son partiti per sempre dai bei cieli dell'Ellade!

Dormi, bianca vittima, nella nostra anima profonda,
nel tuo sudario di vergine, cinta di loto;
dormi! L'impura bruttezza è la regina del mondo,
e noi abbiamo perduto la strada di Paro ».

Un verso di questo poema, E i mondi rotolano ancora sotto i suoi piedi bianchi, verrà  ripreso da Proust nel romanzo All'ombra delle fanciulle in fiore, dove il personaggio di Mme Swann, passeggiando nel Bois de Boulogne, « vedeva come Ipazia, sotto il lento passo dei suoi piedi, rotolare i mondi ».[155] Commentando l'Hypatie di Leconte de Lisle, Théophile Gautier notò come « la bella Ipazia » fosse una « santa pagana che soffrì il martirio per gli antichi dei », e che li rimpiangesse in quanto « i più perfetti simboli della bellezza, le più magnifiche personificazioni delle forze naturali ».[156]

Generalmente il decadentismo estetizzante è politicamente reazionario e ama rievocare il passato classico come età  aristocratica del bello e del puro, contrapposta alla « banalità  » del vivere borghese e più ancora, alla minacciosa « volgarità  » proletaria. È la versione paganeggiante del decadentismo cattolico di Huysmans e Fogazzaro. Un'eccezione è il simpatizzante della Comune Louis Ménard che nel 1876, nelle Rêveries d'un païen mystique, immaginò che Ilarione, convertitosi al cristianesimo e divenuto un monaco eremita, fosse stato allievo della « celebre Ipazia, figlia di Teone d'Alessandria, che fu massacrata dai cristiani su istigazione di san Cirillo. Quella vergine austera, una delle sante del paganesimo, produsse su Ilarione un'impressione profonda che sopravvisse alla conversione. Le nuove idee s'innestavano più facilmente di quanto non si creda sulle antiche credenze. Con una libertà  di spirito assai comune nei cristiani di quell'epoca, quando l'ortodossia non aveva ancora stabilito il suo inflessibile livellamento, Ilarione sosteneva che Ipazia era salva, benché non avesse ricevuto la fede cristiana ».[157]

Tra gli Eroismi superflui, del 1888, Maurice Barrès comprende anche quello di Ipazia che egli, spostando indietro di tre anni la vicenda storica, immagina morire all'interno del Serapeo per non aver voluto abbandonare « gli armadi, le biblioteche, le statue degli antenati » durante l'assalto che i fanatici cristiani diedero all'edificio: « coprì il nobile volto con un lungo velo, poi apparve agli sguardi della folla sulle altre scale. Dapprima quella marea umana s'aprì davanti a lei, poiché il suo passo era quello di una dea, e nessuno poteva vedere le sua labbra impallidite. Ma le forze mancarono al suo coraggio e svenne sui gradini. Allora, come le mascelle d'una bestia selvaggia, la folla si chiuse su di lei e le membra della vergine furono disperse ».[158]

In Italia, sono scrittori massonici come Giulio Barni, Guido Bigoni, Carlo Pascal e poi Augusto Agabiti a dedicare saggi alla figura di Ipazia, individuata come una martire del libero pensiero.[159] La chiesa aveva indirettamente risposto con Leone XIII che nel 1882 assegnò a Cirillo il titolo di dottore dell'incarnazione. Dopo una lunga e violenta polemica con il vescovo Nestorio, infatti, nel 431 il vescovo di Alessandria era riuscito a imporre la definizione di Maria quale « madre di Dio », in opposizione alla formula ben più razionale di Maria « madre di Cristo » proposta dall'infelice patriarca di Costantinopoli. Inutile dire che ancora una volta Cirillo aveva trionfato utilizzando i mezzi a lui consueti della violenza e della corruzione.[160]

Il Novecento e oltre[modifica]

Nel 1910, l'llustre storico della Chiesa Louis Duchesne, prete cattolico per quanto in odore di eresia modernista, scrisse a proposito di Ipazia: « Tra le persone più apprezzate dal prefetto Oreste c'era l'illustre Ipazia, donna di alta distinzione letteraria, stimata per i suoi costumi come per il suo talento. Era ancora pagana e dirigeva la scuola neoplatonica. Oreste non era il solo cristiano a stimarla, s'è visto come l'onorasse anche il vescovo Sinesio. La corte di Cirillo la riteneva l'istigatrice di tutti i malevoli progetti del prefetto. Era lei, si diceva, a impedire i buoni rapporti con il vescovo. Un giorno, alcuni fanatici, guidati da uno dei lettori di Cirillo, di nome Pietro, l'attesero al passaggio, la tirarono giù dal suo carro e la trascinarono nella chiesa del Caesareum. Lì la spogliarono delle vesti e l'uccisero a colpi di tegola; poi la fecero a pezzi e i macabri resti furono bruciati in un'orgia di cannibali ».[161]

In una nota, l'abbé Duchesne aggiunge che la vicenda è narrata da Socrate Scolastico il quale « riporta le voci che correvano allora a Costantinopoli, e comprendono così una certa dose di esagerazione. ma l'impressione che se ne trae non può essere trascurata, perché concorda bene con quello che altri documenti, e dei meno discutibili, ci insegnano sul carattere e sui modi di agire del terribile arcivescovo » Cirillo.[162] Duchesne, pubblicando sotto imprimatur ecclesiastico — ma l'opera fu messa ugualmente all'Indice due anni dopo — non poteva essere più chiaro: « una certa dose di esagerazione », se mai c'è, riguarda i dettagli, non le motivazioni e le origini dell'omicidio, individuate da Duchesne nel comportamento del « terribile arcivescovo ».

Per questo motivo, come segnalato da Luciano Canfora,[163] l'Histoire de l'Église (1948) di Fliche e Martin,[164] dopo aver liquidato l'assassinio di Ipazia come « solo un episodio particolarmente doloroso di una lotta [condotta da Cirillo contro i pagani] ricca d'incidenti », riporta in una nota l'osservazione del Duchesne limitatamente alla « certa dose di esagerazione », censurando tutto il resto e perciò falsificando il senso delle sue parole. Sulla stessa linea è il cattolico Bardy, che alla voce Cyrille d'Alexandrie del Dictionnaire d'histoire et de géographie ecclésiastiques, ripete la versione dell'assassinio di Ipazia come un « incidente » nel conflitto tra Cirillo e il prefetto Oreste.[165]

Ipazia.[166]

Gli apologeti del vescovo Cirillo hanno il serio problema di fare i conti con lo storico Socrate. Due sono i modi di combatterlo: falsarlo o negargli autorità . L'Enciclopedia cattolica, alla voce Cirillo d'Alessandria, scrive: « Se bisogna credere a Socrate, gli inizi del suo episcopato furono segnati da continue rivolte e violenze in cui restò compromesso indirettamente il vescovo stesso [...] La causa principale di queste agitazioni fu la discordia con il prefetto Oreste. Nel 415, durante una baruffa, la celebre Ipazia, versatissima nella filosofia neoplatonica, fu ammazzata da un parabolano a causa della sua presunta influenza presso il prefetto. Non si può imputare a Cirillo questo assassinio nonostante le insinuazioni di Socrate, il quale non è imparziale ».[167]

Come si vede, l'Enciclopedia vaticana mente tacciando Socrate d'imparzialità , parlando di compromissione indiretta di Cirillo, e trasformando ridicolmente il criminale complotto clericale in una « baruffa ». Ammette almeno che furono i parabalani ad assassinare Ipazia. La soluzione del Dizionario ecclesiastico dei « reverendi » Mercati e Pelzer è diversa ma egualmente menzognera: Ipazia « fu uccisa in una dimostrazione popolare perché avversa al cristianesimo; non fu però mai provata la colpevolezza di San Cirillo Alessandrino in questo fatto, come pretesero un secolo più tardi il filosofo Damascio nella sua Vita Isidori e lo storico bizantino Socrate nell'Historia ecclesiastica ».[168] Qui si arriva alla « falsificazione grossolana » di spostare la cronologia di Socrate « nel secolo successivo e sentenziare che dunque non poteva sapere perché vissuto un secolo dopo i fatti ».[169]

Sia l'Enciclopedia cattolica (1950) che il Dizionario ecclesiastico (1953) ammettono comunque che Socrate Scolastico accusa Cirillo della morte di Ipazia. Si arrampica invece sugli specchi il tedesco Lexikon für Theologie und Kirche (1961) per negare che l'antico storico faccia Cirillo responsabile dell'omicidio di Ipazia. Scrive infatti alla voce dedicata a Cirillo: « Accaddero eventi oscuri: la battaglia di una banda di monaci contro il prefetto Oreste, la crudele uccisione della filosofa Ipazia da parte di una folla cristiana, organizzata dal lettore Pietro. Socrate parla della "vergogna" per Cirillo e per la Chiesa di Alessandria, ma non di una colpa di Cirillo ».[170] Forse non è un caso che la terza edizione del Lexikon (1994) eviti del tutto ogni riferimento all'omicidio di Ipazia: « una ben curiosa autocensura ».[171]

A partire dall'affermarsi del femminismo, Ipazia diviene oggetto di studi e protagonista di romanzi, oltre a dare il nome a diverse riviste,[172] e a essere compresa dall'artista americana Judy Chicago nel suo imponente Dinner Party (1979) al Brooklyn Museum di New York: una tavolata triangolare di 16 metri di lato per accogliere idealmente 39 convitate, personaggi storici — ma anche alcune divinità  mitologiche — che hanno illustrato la storia dell'umanità . Sul pavimento sono iscritti 999 nomi femminili.[173]

In Renaissance en Paganie di Andrée Ferretti, donna attiva politicamente per l'indipendenza del Québec, Ipazia rappresenta « l'ultima resistenza all'instaurazione di un primo potere assoluto fondato su una visione egemonica del mondo », mentre per Ursule Molinaro « il sordido assassinio » di Ipazia « segna la fine di un'epoca in cui le donne erano ancora apprezzate per il loro cervello sotto la loro capigliatura », ma anche l'ultima donna sessualmente liberata grazie alla sua cultura, prima che il cristianesimo fattosi potere imponesse la sua visione sessuofobica e misogina.[174]

Bibliografia[modifica]

Fonti antiche[modifica]

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  • Codex Theodosianus, a cura di T. Mommsen e P. Meyer, Berlin, Weidmann, 1905.
  • Commentariorum in Aratum reliquiae, a cura di E. Maas, Berlin, Weidmann, 1958.
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  • Epifanio, Historia ecclesiastica tripartita, a cura di R. Hanslik, Vienna, Hoelder, Pichler, Tempsky, 1952.
  • Esichio, De viris illustribus, Leipzig, Teubner, 1880.
  • Eunapio, Vite di filosofi e sofisti, Milano, Bompiani, 2007.
  • Filostorgio, Historia Ecclesiastica, Berlin, Akademie-Verlag, 1981.
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  • Sinesio, Opere di Sinesio di Cirene, a cura di A. Garzya, Torino, UTET, 1989.
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Fonti moderne[modifica]

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Note[modifica]

  1. M. Luzi, Libro di Ipazia, p. 51.
  2. G. Beretta, Ipazia d'Alessandria, pp. 5-6.
  3. Ammiano Marcellino, Res gestae, XXII, 16, 16-20.
  4. G. Beretta, op. cit., p. 18.
  5. Codex Theodosianus, XVI, 10, 10-12.
  6. E. Gibbon, Decadenza e caduta dell'impero romano, III, pp. 123-124.
  7. Socrate Scolastico, Historia Ecclesiastica, VII, 15.
  8. S. Ronchey, Ipazia. La vera storia, p. 203.
  9. Socrate Scolastico, op. cit., V, 16.
  10. Circa 220 metri per 120. Così l'enciclopedista arabo al-Mas'udi, in A. J. Butler, The Arab Conquest of Egypt and the Last Thirty of the Roman Dominion, p. 387.
  11. Eunapio, Vite di filosofi e sofisti, VI, p. 137.
  12. S. A. Takács, Hypatia's Murder. The Sacrifice of a Virgin and its Implications, in AA. VV., The Formulation of Christianity by Conflict trought the Ages, pp. 54 e 58.
  13. S. Ronchey, op. cit., p. 31.
  14. G. Visonà , Cirillo di Alessandria, in « Enciclopedia Filosofica Bompiani », II, p. 1945.
  15. D. Diderot, Écletisme, in Encyclopédie, V, p. 282.
  16. Dal film Agora, di Alejandro Amenábar.
  17. Ipazia, in Suidae Lexikon, IV, p. 644, 3. L'anno di nascita si pone dal 355 al 370.
  18. S. Ronchey, op. cit., pp. 121-122. Ne scrive anche Platone, Repubblica, 443 d.
  19. Teotecno significa « figlio di dio »: cfr. D. Roques, Theoteknos, « Fils de Dieu », pp. 735-756.
  20. G. Bigoni, Ipazia Alessandrina, p. 50.
  21. Così la voce Teone in Suidae Lexikon, II, p. 702, 10-16.
  22. Teone in Suidae Lexikon, cit.
  23. G. Seaton, Ancient Science and Modern Civilization, p. 83. Dei Commentaria in Ptolomaei syntaxin mathematicam di Teone sono perduti gran parte del V libro e tutto l'XI. Del ruolo di Ipazia nell'opera paterna si sono occupati W. R. Knorr, Textual Studies in Ancient and Mediaeval Geometry, e A. Cameron, Isidore of Myletus and Hypatia: on the Editing of mathematical Texts.
  24. Rispettivamente il 15 giugno e il 26 novembre.
  25. Commentariorum in Aratum reliquiae, pp. 146-151.
  26. Giovanni Malala, Cronographia, p. 265.
  27. M. Dzielska, Ipazia e la sua cerchia intellettuale, pp. 74-77; S. Ronchey, op. cit., p. 161.
  28. M. Dzielska, op. cit., pp. 50-51.
  29. Con il filosofo Isidoro, in Suidae Lexikon, p. 644, 2-3, ma si tratta di un fraintendimento: cfr. S. Ronchey, op. cit., p. 203.
  30. Dell'Onomatologos di Esichio di Mileto, una raccolta di biografie, e della Vita di Isidoro di Damascio ci sono pervenuti solo frammenti.
  31. Filostorgio, Historia Ecclesiastica, p. 111.
  32. Socrate Scolastico, op. cit. VII, 15.
  33. Suidae Lexikon, IV, p. 644, 3-5.
  34. M. A. B. Deakin, Hypatia of Alexandria, mathematician and martyr, pp. 95-101; P. Tannery, L'article de Suidas sur Hypatie, p. 199.
  35. G. Beretta, op. cit., pp. 48-55.
  36. Sinesio, A Peonio sul dono, in Opere di Sinesio di Cirene, p. 547.
  37. Sinesio, Epistola 15, op. cit., pp. 100-102.
  38. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 15.
  39. S. Ronchey, op. cit., pp. 155-157.
  40. Sinesio, Lettera 137, op. cit., p. 330.
  41. Sinesio, Lettera 5, op. cit., p. 90.
  42. Sinesio, Lettera 10, op. cit., p. 96.
  43. Sinesio, Lettera 16, op. cit., p. 102.
  44. Sinesio, Lettera 81, op. cit., p. 230.
  45. Sinesio, Lettera 124, op. cit., p. 302.
  46. J. Bregman, Synesius of Cyrene. Philosopher Bishop, p. 20.
  47. J. Bregman, op. cit., p. 19.
  48. La tetraktys, o « gruppo di quattro », è il simbolo numerico che per i pitagorici rappresenta l'universo.
  49. Sinesio, Epistola 143, op. cit., pp. 346-348.
  50. Sinesio, Discorso sul dono, op. cit., p. 544.
  51. Sinesio, Epistola 154, op. cit., p. 374.
  52. S. Ronchey, op. cit., p. 160.
  53. J. Bregman, op. cit., p. 20.
  54. Plotino è il maggior esponente del neo-platonismo.
  55. Ch. Lacombrade, Synésios de Cyrène, hellène et chrétien, p. 50.
  56. A. Cameron, J. Long, Barbarians and Politics at the court of Arcadius, pp. 50-51.
  57. A. Garzya, Introduzione alle Opere di Sinesio di Cirene, p. 32.
  58. P. Chuvin, M. Tardieu, Le « cynisme » d'Hypatie. Historiographie et sources anciennes, p. 67.
  59. Ch. Lacombrade, Hypatie, Synésios de Cyrène et le patriarcat aléxandrin, p. 421.
  60. Suidae Lexikon, IV, p. 644, 18-19; Damascio, Vita Isidori, p. 79, 15.
  61. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 15.
  62. J. Thorp, In Search of Hypatia, conferenza tenuta alla Canadian Philosophical Association, 2004.
  63. Ch. Lacombrade, Synésios de Cyrène, op. cit., p. 50.
  64. P. Chauvin, Chronique des derniers païens. La disparition du paganisme dans l'Empire romain, du règne de Constantin à  celui de Justinien, p. 366.
  65. J. Bregman, Synesius of Cyrene, op. cit., p. 28.
  66. Pallada, Antologia Palatina, IX, 400.
  67. Suidae Lexikon, IV, p. 644, 18-28.
  68. Buffamente, B. Lumpkin, Hypatia and Women's Rights in Ancient Egypt, in AA. VV., Black Women in Antiquity, pp, 155-156, deduce da certa sua rudezza di comportamento e « mancanza di vergogna » che Ipazia non fosse greca, ma africana di pelle scura.
  69. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 15.
  70. Sinesio, Epistola 81, p. 230.
  71. Suidae Lexikon, IV, pp. 644, 31-645, 4.
  72. Giovanni di Nikiu, Chronique, p. 344. Nikiu era una città  egiziana.
  73. Voltaire, Ipazia, in Dizionario filosofico.
  74. G. Giorello, Senza Dio. Del buon uso dell'ateismo, p. 104.
  75. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 7.
  76. G. Beretta, op. cit., p. 13.
  77. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 13.
  78. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 13.
  79. Citato in J. Rougé, Les débuts de l'épiscopat de Cyrille d'Alexandrie e le Code Théodosien, in AA. VV., Alexandrina: héllénisme, judaïsme et christianisme à  Alexandrie, p. 348.
  80. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 13.
  81. Ammiano Marcellino, op. cit., XXII, 5, 4.
  82. Dal film Agora di Alejandro Amenábar.
  83. Suidae Lexikon, IV, p. 645, 13-14.
  84. Così citati nel Codex Theodosianus, 16, 2, 42, del 416 e negli atti del Concilio di Calcedonia del 451, Acta conciliorum oecomenicorum, II, 1, 1. La diffusa dizione parabolani è erronea.
  85. G. Beretta, op. cit., p. 11.
  86. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 14; AA. VV., Biografia universale antica e moderna, XVI, Dioscoro, p. 46.
  87. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 14.
  88. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 14.
  89. Sinesio, Dione, in op. cit., p. 703.
  90. G. Beretta, op. cit., pp. 88-89.
  91. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 15.
  92. Suidae Lexikon, IV, p. 644, 5-8.
  93. Suidae Lexikon, IV, pp. 644, 32-645, 1-12.
  94. M. Dzielska, op. cit., p. 98.
  95. Così P. Chuvin, M. Tardieu, op. cit., pp. 61-62.
  96. P. Cox, Biography in Late Antiquity, a Quest for the Holy Man, p. XI.
  97. G. Beretta, op. cit., p. 137.
  98. S. Ronchey, op. cit., p. 57.
  99. L. Canfora, Un mestiere pericoloso. La vita quotidiana dei filosofi greci, p. 197.
  100. E. Renan, Nouvelles études d'histoire religieuse, p. 28.
  101. La sua condizione ecclesiastica gli deriva dall'appellativo di « lettore » (anagnostes).
  102. Il particolare è di Damascio, op. cit., p. 81.
  103. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 15.
  104. Filostorgio, op. cit., p. 111.
  105. Suidae Lexikon, IV, p. 645.
  106. G. Malala, op. cit., p. 280.
  107. momos, equivalente a biasimo, onta, disonore, obbrobrio, infamia.
  108. Socrate Scolastico, op. cit., VII, 15.
  109. L. Canfora, Cirillo e Ipazia nella storiografia cattolica, p. 94.
  110. Giovanni di Nikiu, op. cit. p. 346.
  111. Suidae Lexikon, IV, p. 645.
  112. S. Ronchey, op. cit., pp. 64-65.
  113. Jonathan Swift, L'arte della menzogna politica.
  114. Nella sezione « L'autorità  di Ipazia ».
  115. E. Livrea, A. P. 9.400: iscrizione funeraria di Ipazia?, pp. 99-101. Tra i tentativi, quello di A. Cameron, The Greek Anthology from Meleager to Planudes, pp., 323-325, che non teme il ridicolo inventandosi l'esistenza di una dotta suora di nome Ipazia cui i versi sarebbero dedicati.
  116. Sul tema, G. Beretta, op. cit., pp. 232-233; S. Ronchey, op. ct., pp. 106-110.
  117. La definizione di « faraone » gli fu attribuita elogiativamente dalla chiesa cristiana copta, che vede in Cirillo il proprio maestro: cfr. J. Maspero, A. Fortescue, G. Wiet, Histoire des patriarches d'Alexandrie, p. 83.
  118. A. Jameson, Sacred and Legendary Art, II, p. 467.
  119. La notizia fu riportata nel 1926 da Basileios Myrsilides, ora in B. A. Myrsilides, Biographie der hellenischen Philosophin Hypatia, 2002.
  120. S. Ronchey, op. cit., p. 242.
  121. Udienza generale del 3 ottobre 2007.
  122. La Historia ecclesiastica tripartita di Epifanio, traduzione latina delle storie di Socrate, Sozomeno e Teodoreto, è del VI secolo.
  123. Rispettivamente, nel IX e XIV secolo.
  124. M. Psello, Autobiografia (Encomio per la madre), p. 151.
  125. N. Gregora, Byzantina Historia, I, p. 294.
  126. Le ipotesi correnti sull'androgino vestito di bianco vanno dal ritratto di Francesco Maria della Rovere, un amico del pittore, a una figura ideale.
  127. S. Ronchey, op. cit., pp. 227-228.
  128. M. Flacio Illirico, Ecclesiastica historia, V, pp. 1088-1089.
  129. C. Baronio, Annales ecclesiastici, V, p. 380.
  130. L. S. Le Nain de Tillemont, Mémoires pour servir à  l'histoire ecclesiastiques des six premiers siècles, pp. 274-276.
  131. W. Cave, Scriptorum ecclesiasticorum historia literaria, p. 215. L. Canfora, Cirillo e Ipazia nella storiografia cattolica, p. 102, definisce « quasi comica » la giustificazione di Cave.
  132. S. Ronchey, op. cit., p. 236. Su La Croze, E. Gajeri, Ipazia: un mito letterario, pp. 49-50.
  133. Anche in traduzione italiana col titolo Ipazia. Donna colta e bellissima fatta a pezzi dal clero, 2010, o nelle Opere di John Toland, 2011.
  134. J. Toland, Hypatia, p. 3.
  135. J. Toland, op. cit., p. 35.
  136. J. Toland, op. cit., p. 36.
  137. E. Gajeri, op. cit., pp. 56-57.
  138. J. Toland, op. cit., p. 3.
  139. S. Ronchey, op. cit., pp. 80-81.
  140. Dissertation sur Hypatie, où l'on justifie Saint Cyrille sur la mort de cette Sçavante, in P. N. Desmolets, Continuation des Mémoires de littérature et d'histoire, V, pp. 138-187. Lo scritto di Goujet è del 1727.
  141. H. Fielding, A Journey from this World to the Next, c. XI.
  142. Ch. M. Wieland, Zwölf moralische Briefe in Versen, IV, p. 49.
  143. L'aggressore del prefetto Oreste.
  144. D. Diderot, Éclectisme, in Encyclopédie, V, pp. 282-283.
  145. L. Moréri, Le Grand Dictionnaire Historique, VI, p. 152.
  146. Nella sezione Il vescovo Cirillo.
  147. Voltaire, Histoire de l'établissement du Christianisme, XXIV.
  148. E. Gibbon, Decadenza e caduta dell'Impero romano, V, pp. 18-21.
  149. D. Saluzzo Roero, prefazione a Ipazia ovvero delle filosofie, pp. 11-12.
  150. F. R. de Chateaubriand, Troisième discours sur la chute de l'Empire romain, in Oeuvres complètes, V, 2, pp. 51-53.
  151. Ipazia, o nuovi nemici con una vecchia faccia: l'edizione del 1899, New York, J. F. Taylor and Co., comprende le illustrazioni di Lee W. Zeigler.
  152. Cfr. P. Pietrini, Vincenzo La Bella, nel « Dizionario Biografico degli Italiani ».
  153. A. Agabiti, Ipazia. La prima martire della libertà  di pensiero, p. 8. La prima edizione del libro risale al 1914.
  154. Hypatie, del 1847, e Hypatie et Cyrille. I versi che seguono appartengono all'Hypatie; la censura ottusa e clericale costrinse Leconte de Lisle a cambiare in una seconda edizione il verso citato Le vil Galiléen t'a frappé et maudite. Naturalmente, il vile Galileo non è Gesù ma la chiesa.
  155. M. Proust, A la recherche du temps perdu, I, p. 639. Si sono rilevate l'ironia e "la semantica dello spostamento" nell'accostamento dell'incolta ex-cocotte Odette de Crécy alla sapiente e severa Ipazia.
  156. T. Gautier, Histoire du Romantisme, p. 331.
  157. L. Ménard, Rêveries d'un païen mystique, p. 88.
  158. M. Barrès, Sous l'œil des barbares, p. 53.
  159. S. Ronchey, op. cit., p. 91.
  160. C. Papini, Da vescovo di Roma a sovrano del mondo, pp. 201-210. Nel 444, il successore di Cirillo trovò vuote le casse della già  ricchissima chiesa di Alessandria e « iniziò allora una causa legale contro gli eredi di Cirillo per costringerli a restituire, a beneficio della popolazione, quel che il loro parente aveva sottratto illecitamente ».
  161. L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Église, III, p. 301.
  162. L. Duchesne, op. cit., p. 301.
  163. L. Canfora, Cirillo e Ipazia nella storiografia cattolica, pp. 96-98.
  164. J.-R. Palanque, F. De Labriolle, G. Bardy, L. Bréhier, G. De Plinval, Histoire de l'Église, diretta da A. Fliche e V. Martin, IV, p. 157.
  165. Dictionnaire d'histoire et de géographie ecclésiastiques, XIII, c. 1169.
  166. Dal film di Alejandro Amenábar.
  167. Enciclopedia cattolica, II, c. 1716.
  168. Ipazia, in AA. VV., Dizionario ecclesiastico, II, p. 465.
  169. L. Canfora, Cirillo e Ipazia nella storiografia cattolica, p. 95.
  170. Kyrillos, in AA. VV., Lexikon für Theologie und Kirche, VI, c. 707.
  171. L. Canfora, Cirillo e Ipazia nella storiografia cattolica, p. 96.
  172. Tra le prime, Hypatia. A Journal of Feminist Philosophy (1983) e Hypatia. Feminist Studies (1984).
  173. Il Dinner Party di Judy Chicago.
  174. U. Molinaro, A Christian Martyr in Reverse: Hypatia 370-415, in « Hypatia. Feminist Studies », 1989.

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