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Augusto Masetti

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Augusto Masetti
Augusto Masetti (Sala Bolognese, Bologna, 12 aprile 1888 – Imola, 3 marzo 1966), è stato un anarchico e un antimilitarista italiano. Il 30 ottobre 1911, quando era militare in partenza per la guerra di Libia, fu protagonista di un clamoroso caso di insubordinazione agli ordini militari.

Biografia

Augusto Masetti nasce il 12 aprile 1888 in una modesta famiglia di Sala Bolognese, trasferitasi però al momento della nascita di Augusto a S. Giovanni.

Gli anni della formazione

Completata la 2° elementare, inizia a svolgere l'attività  di manovale prima e muratore poi. Attivista sindacale nella Lega muratori, frequenta assiduamente la Camera del Lavoro, ma a causa delle difficoltà  lavorative si reca più volte in Francia in cerca di maggiori fortune. A Bologna, dove si reca in bicicletta per partecipare alle riunioni della CdL e della casa del Popolo, fa la conoscenza di molti anarchici, ma in quel momento lui non si definisce affatto tale. Borghi di lui dirà  infatti: «Non saprei dire se si sia mai dichiarato anarchico prima di attentare la vita al colonnello»[1]

L'antimilitarismo e la ribellione

Viene chiamato al servizio militare una prima volta dal novembre 1909 al settembre 1910, prestando servizio nella 10° compagnia di fanteria a Ravenna. Richiamato una seconda volta nel settembre del 1911, fa parte di un gruppo di trenta militari estratti a sorte (non si trovavano volontari) la sera del 29 ottobre 1911 per essere imbarcati verso la Libia. Passa la serata in libera uscita, saluta i famigliari e si vede con l'anarchico Primo Rinaldi di S. Giovanni, che si trovava a Bologna per lavoro.

Rompete le file, giornale antimilitarista di tendenza anarchica con in prima pagina un articolo in favore di Masetti

Forse è proprio in questa fase che Masetti matura definitamente in sè l'idea anarchica e antimilitarista. A Bologna in quel periodo l'antimilitarismo anarchico è molto diffuso, così come lo è il giornale anarchico-libertario Rompete le file.[2] La mattina del 30 ottobre 1911, mentre si trova nel cortile della caserma Cialdini di Bologna in attesa della partenza per la Libia, spara un colpo di fucile contro il colonnello Stroppa, ferendolo ad una spalla. Prima di venire fermato urla: «Viva l'anarchia, abbasso l'esercito!», e poi, rivolgendosi ai compagni commilitoni: «Fratelli, ribellatevi!».[3]

In seguito a Rinaldi sarà  trovato addosso un volantino antimilitarista che incitava alla ribellione armata contro gli ufficiali. Rinaldi dichiarerà  di averlo avuto dallo stesso Masetti, mentre questi solo nel 1961 rivelerà  a sua volta di averlo ricevuto dall'anarchico Clodoveo Bonazzi.

Il Comitato pro-Masetti e le indagini successive

In sostegno a Masetti si costituisce il "Comitato Nazionale "Pro Masetti"", di cui Armando Borghi ne era il segretario (ne fa parte, tra gli altri, Attilio Sassi), in cui si compie la saldatura dell'antimilitarismo anarchico, socialista e repubblicano. Lo Stato, visto il clima che si andava creando, teme di farne un martire se lo condannerà  a morte (la pena prevista dal codice sarebbe la fucilazione alla schiena), per cui, tramite la perizia di due psichiatri nominati dal Tribunale di Venezia, Masetti viene fatto passare per un «soggetto degenerato» incapace di intendere e di volere. Il comitato pro-Masetti intendeva però dimostrare che Masetti non era pazzo, per questo vengono rese pubbliche alcune dichiarazioni fatte dallo stesso ai periti di Reggio Emilia:

«La patria? Io non la conosco! La patria è il motivo. I proletari non hanno patria. Si fa uno sciopero arrivan guardie e bisogna scappare all’estero … La guerra la faccia chi vuole: Spingardi e il turco; non con il sangue dei proletari italiani. Ci vuol coscienza! …ah! Se fossero tutti come me! Eravamo seicento, e se avessero pensato tutti come me , sarebbe restato a casa il sei e avrebbero mandato a Tripoli i due zeri. […] No, non è questa la patria. Amiamo l' umanità !» (dalla perizia Petrazzani su Augusto Masetti)

L'11 marzo 1912 viene sancita la non punibilità  del reato, tuttavia viene ugualmente internato in un manicomio giudiziario, nello stesso in cui Giovanni Passannante aveva terminato i suoi giorni, ovverossia in quello di Montelupo Fiorentino.

Augusto Masetti tra Emma Neri (alla sua destra destra) e Maria Rossi (alla sua sinistra sinistra)

Il movimento “pro-Masetti” riesce, nel gennaio 1914, ad ottenere il trasferimento di Masetti nel manicomio civile di Imola, dove tutto il personale è aderente al comitato in suo favore e non crede alla presunta follia del degente. I comitati richiedono una nuova perizia, il Tribunale di Venezia accoglie la loro richiesta ma fa trasferire ugualmente Masetti presso il manicomio di Brusegana (Padova).

Il gesto ribelle di Masetti, e il conseguente sviluppo del movimento antimilitarista in suo sostegno, contribuisce non poco alla nascita del movimento insurrezionale passato alla storia con il nome di "settimana rossa". Successivamente, grazie alle simpatie che il muratore-anarchico si era guadagnato, è nuovamente trasferito ad Imola, dove può approfittare della libertà  concessagli per frequentare anche le riunioni serali degli anarchici locali. A questo punto interviene però il sottoprefetto che obbliga il direttore del manicomio ad una terapia più rigorosa.

Le fasi successive della sua vita

Finalmente dal 1919, grazie all'affidamento ad una coppia di imolesi, può ricominciare a costruirsi una vita. Si sposa con Concetta Pironi, vedova di guerra, insieme alla quale concepiscono tre figli (Luisa, Cesare, Franco). Nel settembre 1935, dopo che già  per altre volte si era scontrato verbalmente con i fascisti, si rifiuta di partecipare alle adunate del regime fascista in favore della guerra d'Etiopia, ma viene condannato al confino per 5 anni a Thiesi (Sassari). Durante il trasferimento gli vengono nuovamente imputati squilibri mentali e per questo viene nuovamente richiuso nel locale manicomio, dove resta circa tre mesi.

Nel 1940 può tornare finalmente ad Imola ma tre anni dopo, il 13 settembre 1943, viene arrestato dai nazisti. L’anno successivo, il figlio Cesare, partigiano della 36° Brigata Garibaldi, muore in combattimento. Il dolore che la perdita del figlio gli procura l'ennesimo ricovero in manicomio: per gli psichiatri trattasi di "psicosi paranoide".

Il 1° aprile 1945 è finalmente libero. Nel dopo guerra prosegue la sua attività  libertaria e antimilitarista, fino a quando, il 3 marzo 1966, muore dopo essere stato investito dalla motocicletta di un vigile urbano.

Note

Citazioni

  • «Considero la parola guerra un anacronismo».
  • «Alla guerra deve andare il re, il generale Spingardi e i deputati e non mandare noi a conquistare della terra che i capitalisti andranno poi a sfruttare»

Voci correlate

Collegamenti esterni