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Che cos'è l'ecologia sociale (di Murray Bookchin)

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Articolo di Murray Bookchin tratto da The Modern Crisis, 12 Novembre 1984, Agalev Edizioni

[modifica] Che cos'è l'ecologia sociale

Siamo assediati da una crisi ecologica di immense proporzioni, conseguenza evidente dello spietato sfruttamento e inquinamento del pianeta. Le ragioni sociali di questa crisi vengono attribuite giustamente ad uno spirito di mercato che riduce l'intero mondo vivente, umanità compresa, a oggetti mercificabili, meri beni di consumo venduti ad un alto prezzo per il profitto e l'espansione economica. L'ideologia di questo spirito mercantile è ben espressa nella nota massima del mercato "espandersi o perire" che assimila la crescita illimitata al "progresso" e la "padronanza della natura" alla "civiltà". Gli effetti di tale montante marea di sfruttamento e inquinamento sono stati così negativi da consentire serie previsioni di completa distruzione del pianeta, dato il grado di devastazione del suolo, delle foreste, del patrimonio idrico e dell'atmosfera che non ha precedenti nella storia della nostra specie. In questo senso la società di mercato, non ponendo limiti allo sviluppo e all'egoismo, è unica. I suoi principi antisociali, per cui l'individualismo selvaggio è il principale motivo di avanzamento sociale e la competizione il motore del progresso, sono chiaramente in disaccordo con tutte le culture passate. Comunque queste attitudini fossero espresse sulla scena sociale, il disinteresse personale era infatti considerato tratto di autentica nobiltà umana e la disponibilità alla cooperazione la principale dimostrazione di virtù sociale.

La società di mercato ha fornito la peggiore interpretazione dei più consolidati valori del passato ed esibito, nelle guerre mondiali di questo secolo, un tale grado di brutalità da far sembrare, al confronto, miti le precedenti "crudeltà della Storia". Nei dibattiti sulla crisi ecologica e sociale moderna si è portati sempre più a non riconsiderare la fondamentale importanza di una latente mentalità di dominazione che da secoli giustifica il dominio dell'uomo sull'uomo e per conseguenza dell'uomo sulla natura. Mi riferisco ad un'immagine del mondo naturale per cui la natura stessa è vista come "cieca", "muta", "crudele", "corripetitiva e avara": un "regno della necessità" apparentemente dernoniaco che si oppone alla battaglia "dell'uomo" per la libertà e l'autodeterminazione. "L'uomo" sembra confrontarsi ad un'ostile alterità contro cui deve misurare la propria abilità e astuzia. La Storia è così presentata come un dramma prometeico in cui "l'uomo" afferma eroicamente se stesso sfidando la brutalità di un inflessibile mondo naturale. Il progresso viene visto come un mezzo per tirar fuori l' umanità dal letame di un insensato dominio, irragionevole e brutale, ciò che Jean Paul Sartre chiamava "la melma della Storia", per la benefica luce della ragione e della civilizzazione.

L'immagine di tale natura demoniaca e ostile risale al mondo greco e ancor prima all'epopea sumera di Gilgamesh. Arrivata al suo culmine nei due secoli scorsi, e particolarmente in epoca vittoriana, persiste ancor oggi nel nostro modo di pensare. Per paradosso é proprio l'idea di una natura cieca, muta, crudele e avara, che costituisce il fondamento di quelle scienze sociali, dei vari umanesimi che pretendono offrire un'alternativa di civiltà alla brutalità della natura e alla legge della giungla. Proprio come queste discipline accentuano l'"invalicabile abisso" tra natura e società nell'accezione classica del dualismo tra ciò che è fisico e ciò che è mentale, l'economia si definisce letteralmente come studio della "scarsità" delle risorse (leggi: "natura avara") e della "illimitatezza dei bisogni", sviluppandosi essenzialmente sull'interconnessione tra natura e umanità. Nello stesso modo la sociologia si considera una disciplina che analizza l'ascesa sociale dell'"uomo" dall'"animalità". La psicologia a sua volta , particolarmente nell'indirizzo freudiano, è focalizzata sul controllo della sregolata "natura interiore" dell'umanità attraverso la razionalità, e i relativi imperativi imposti dalla "civilizzazione" - con il programma segreto di sublimare la potenza dell'uomo nel progetto di controllo della "natura esterna". Molte teorie "di classe" dello sviluppo sociale, particolarmente il socialismo marxiano, sono radicate nella convinzione che il "dominio dell'uomo sull'uomo" emerge dal bisogno di "dominare la natura", con il presumibile risultato che, una volta soggiogata la natura, l'umanità verrà purificata dalla "melma della Storia" e potrà entrare in una nuova era di libertà. Per quanto distorte possano essere queste auto-definizioni delle più importanti discipline sociali e umanistiche, esse rimangono ancorate alla natura e alle relazioni tra mondo naturale e umanità, pur tentando di operare una biforcazione tra le due realtà e dare così autonomia unicamente allo sviluppo culturale e all'evoluzione sociale. Nell'insieme, comunque, è difficile rendersi conto dell'enorme danno che quest'immagine della natura ha procurato al nostro modo di pensare, per non parlare della fondamentale giustificazione che ha fornito al dominio umano. Così, più di ogni singola nozione della storia, della religione e della filosofia, l'immagine della "cieca", "muta", "crudele", "competitiva" e "avara" natura ha aperto un profondo, spesso invalicabile vuoto tra mondo sociale e mondo naturale e similmente tra mente e corpo, soggetto e oggetto, ragione e fisicità, tecnologia e "materia grezza" - l'intera gamma dei dualismi che hanno frammentato non solo il mondo di "natura e società", ma anche la psiche umana e la sua matrice biologica.

Ape regina con operaie. Il linguaggio gerarchico impone una visione distorta del mondo naturale con l'intenzione di descrivere rapporti autoritari o che non esistono o sono molto sfumati rispetto a quanto accade nell'ambito umano. L'ape regina dovrebbe essere chiamata "Ape mamma" o "Ape generatrice"

Dalla visione platonica del corpo come mera armatura che racchiude un'anima eterea, alla rude separazione cartesiana tra razionalità che ci viene da Dio e fisicità puramente meccanicistica, siamo eredi di un dualismo storico. In primo luogo una natura malintesa, ostacolo ad ogni sforzo umano e del cui dominio deve essere alleggerita l'umanità intera (anche se, nella prospettiva di un'eventuale liberazione, gli stessi esseri umani vengono ridotti a meri strumenti di produzione duramente sfruttati) e secondariamente un'umanità dominatrice il cui obiettivo è di sottomettere il mondo naturale, natura umana inclusa. La natura in effetti, ne vien fuori come un flagello che deve essere combattuto dalla tecnologia e da metodi che giustificano il dominio umano in nome della "libertà dell'umanità".

Quest'immagine totalizzante di una natura che deve essere domesticata da un'umanità razionale, ha prodotto forme tiranniche di pensiero, scienza e tecnologia - una frammentazione dell'umanità in gerarchie, classi, istituzioni statuali, divisioni etniche e sessuali. Ha promosso odi nazionalistici, avventure imperialiste, e una filosofia della norma che identifica l'ordine con dominazione e sottomissione. Corrompendo lentamente ogni legame familiare, economico, estetico, ideologico e culturale che dava un senso al posto e al significato dell'individuo in una vitale comunità umana, - questa mentalità anti-naturalistica ha artificiosamente riempito il vacuum pauroso creato da uno sviluppo nihilista e antisociale con massicce entità urbane che non sono né città, né villaggi, burocrazie onnipresenti che manipolano anonimamente la vita di masse senza volto di esseri umani atomizzati, gigantesche holding imprenditoriali che si ergono dalle frontiere delle nazioni più ricche per omologare a scala mondiale e determinare la vita dei più remoti villaggi del pianeta, e infine con istituzioni statuali estremamente centralizzate, eserciti e potenze incontrollate che minacciano non solo la libertà degli individui ma la sopravvivenza della specie.

Questa profonda divisione che sacerdoti e filosofi concepirono secoli fa secondo la visione di una natura senz'anima e di un'anima snaturata, è stata realizzata nella forma di una disastrosa frammentazione dell'umanità e della natura e, oggigiorno, della stessa psiche umana. La logica degli eventi scorre quasi senza modificazioni da un'immagine distorta del mondo naturale ai contorni deformati del mondo sociale, minacciando di seppellire la società in quella "melma della storia" che non appartiene all'operare della natura ma dell'uomo - parlo delle prime gerarchie da cui emersero le classi economiche; dei sistemi di dominio, all'inizio a spese delle donne da parte degli uomini, che hanno comportato poi sistemi di sfruttamento altamente razionalizzati; e in seguito legioni di guerrieri, preti, monarchi e burocrati emerse dalle articolazioni delle società tribali per diventare più tardi i tiranni istituzionali della società di mercato.

Non dovrebbe essere necessario ricordare ancora una volta l'equivoco per cui l'autentica giungla che chiamiamo "Libero mercato" è intesa come estensione della competizione umana "naturale": una fiction ideologica che si presenta sotto l'etichetta di darwinismo sociale e di sociobiologia. I leoni diventano "Re degli animali" solo per gli esseri umani, per chi comanda imperi e imprese; le formiche sono "umili" in natura solo in virtù di ideologie diffuse da templi, palazzi, manieri e castelli, e, oggigiorno, propagate dagli apologeti ossequiosi del potere esistente. La realtà, come vedremo, è diversa, una natura concepita come "gerarchica", per non parlare degli altri "bestiali" e borghesissimi caratteri che le si attribuiscono, riflette solamente una condizione umana in cui il dominio e la sottomissione sono fini a se stessi e mettono in questione la stessa esistenza della biosfera.Lungi da essere mero "oggetto" della cultura, la natura è sempre con noi, fa parte dell'immagine che ci facciamo di noi stessi, è la pietra angolare di quelle stesse discipline che le negano un posto nella nostra formazione sociale e personale, persino nel protrarsi dell'infanzia della nostra prole che rende la mente umana aperta allo sviluppo culturale e crea quei legami dai quali emerge una società organizzata. E la natura è sempre con noi come coscienza delle trasgressioni che abbiamo visto all'opera sul pianeta-terra e terribile vendetta che ci aspetta per la violazione dell'equilibrio ecologico. Quello che distingue l'ecologia sociale è che essa smentisce la rozza rappresentazione che viene tradizionalmente data del mondo naturale e della sua evoluzione. E lo fa senza annullare il sociale nel naturale, come fa la sociobiologia, o attribuendo alla natura proprietà mistiche fuori della comprensione umana e dello sguardo razionale. In effetti l'ecologia sociale pone la mente umana e la stessa umanità in un contesto naturale che esplora in termini di storia naturale, così che le scissioni tra mente e corpo, sociale e naturale, sono superate e il tradizionale dualismo della cultura occidentale viene trasceso da una interpretazione evolutiva della coscienza naturalmente ricca di diversificazioni.

L'ecologia sociale "radicalizza" la natura o, più precisamente, la nostra comprensione dei fenomeni naturali, mettendone in questione, dal punto di vista ecologico, l'immagine mercantile prevalente. La natura ne risulterà come costellazione di comunità liberate da tutte le trappole antropocentriche, non "crudeli", quindi non competitive o avare; natura regno della partecipazione a forme di vita interattive, feconde e creative, talmente caratterizzato dalla complementarità da porsi come terreno per un'etica di libertà piuttosto che di dominio.

In un ecosistema le forme di vita non si relazionano tra loro per le "rivalità" e "competizioni" loro imputate dall'ortodossia darwiniana, ma per disponibilità all'aiuto reciproco, per quegli attributi di mutualità messi in rilievo da un crescente numero di ecologisti contemporanei, che si riferiscono al pioniere Peter Kropotkin. L'ecologia sociale sfida le stesse premesse dell'"adattamento", protagonista del dramma darwiniano dello sviluppo evolutivo, grazie all'accentuazione dell'idea di "sopravvivenza" piuttosto che quella di differenziazione e fecondità, come William Trager ha sottolineato nel suo approfondito studio sulla simbiosi: "Il conflitto in natura tra diversi tipi di organismi è stato correntemente espresso in frasi come lotta per l'esistenza e sopravvivenza del più adatto. Eppure alcuni hanno compreso che la mutua cooperazione tra organismi - la simbiosi - è altrettanto importante, e che "il più adatto" pùo essere quello che aiuta l'altro a sopravvivere".

L'ecologia sociale si oppone ad ogni gerarchia

E' allettante andare al di là di tale illuminante proposizione ed indagare una nozione ecologica dell'evoluzione naturale basata non solo sullo sviluppo delle specie particolari, ma su quello degli ecosistemi. E' questo un concetto di evoluzione intesa come sviluppo dialettico dei molteplici, complessi, e sempre più fecondi contesti delle comunità animali-vegetali, distinto dalla tradizionale nozione di evoluzione biologica basata sullo sviluppo atomistico di ogni singola forma vivente, concetto caratteristico della logica d'impresa dell'"individuo" isolato, sia esso animale, pianta, o borghese - una creatura che provvede a se stessa e che "sopravvive" o "perisce" nella giungla del "mercato". Un ecosistema diventa più complesso e apre una più ricca varietà di direzioni evolutive grazie alla diversità e a sempre più flessibili forme di vita organica. Non è solo l'ambiente che "sceglie" quali specie sono "adatte" a sopravvivere, ma le specie stesse, in complessi mutualistici o singolarmente, introducono un certo elemento di "scelta", ma non "intersoggettivo" o "volontario" nel senso umano del termine.

Questi insiemi di specie alterano l'ambiente di cui fanno parte, e contemporaneamente esercitano un ruolo sempre più attivo sulla loro stessa evoluzione. La vita, nella concezione ecologica dell'evoluzione, non è più passiva tabula rasa in cui forze eterne che chiamiamo approssimativamente "ambiente" - inscrivono il destino di "una specie", termine atomistico privo di senso fuori dal contesto di un ecosistema in cui una forma di vita è veramente definibile solo in rapporto alle altre specie.[1]

La vita è attiva, interattiva, procreativa, relazionale e contestuale. Non è un pezzo di "roba passiva", una forma di "materia" metabolica che attende l'azione di "forze" esterne ad essa che la "modellino" meccanicamente. Nel continuo sforzo di produrre nuove forme di vita, è insito un senso di auto determinazione dell'evoluzione vitale, non passivamente reattiva a un organico o inorganico mondo che incombe su di essa dall'esterno e "determina" il suo destino indipendentemente dall'ecosistema che essa stessa costituisce e di cui è parte. Questo concetto è chiaramente presente nell' ecologia sociale: i nostri studi delle "reti alimentari" (un termine non proprio soddisfacente per descrivere l'interattività che intercorre in un ecosistema o, più propriamente, in una comunità ecologica), dimostrano che la complessità delle interrelazioni biotiche, la loro diversità e i loro intrecci, sono fattori cruciali nell'assicurare la stabilità dell'ecosistema. A differenze delle zone temperate, bioticamente complesse, i relativamente semplici ecosistemi dell'Artico e dei deserti sono più fragili e si distruggono facilmente anche solo con la perdita di poche specie. La tendenza dell'evoluzione biotica attraverso le grandi ere dell'evoluzione organica, si è indirizzata verso una crescente diversificazione delle specie e un loro concatenamento in relazioni complesse, formidamentalemente mutualistiche, senza le quali la "colonizzazione" diffusa del pianeta da parte della vita sarebbe stata impossibile.

L'unità nella diversità (un concetto profondamente radicato nella tradizione della filosofia occidentale) non è solo ciò che determina la stabilità di un'ecosistema, ma è fonte della sua fecondità, della sua capacità d'innovazione, del suo potenziale evolutivo a creare ancora nuove, sempre più complesse forme di vita, e interrelazioni biotiche anche nelle più inospitali aree del pianeta.Gli ecologisti non hanno sufficientemente sottolineato il fatto che la molteplicità di forme di vita e di interrelazioni organiche in una comunità biotica permette una maggiore varietà delle interazioni, delle variazioni, della capacità di evoluzione e di sviluppo ed è per questo cruciale non solo per la stabilità della comunità ma anche per la sua capacità di innovazione della storia naturale della vita. Il principio ecologico dell'unità nella diversità ha dimensionato un principio sociale fecondo di mediazioni: per questo possiamo usare il termine di ecologia sociale. [2]

Bandiera dell'anarchismo verde

La società a sua volta consegue "verità" e capacità di autorealizzazione nella forma di un'articolata e mutualistica rete di persone basata sulla comunità, la piena espressione delle personalità, la diversità delle attività, la ricchezza di esperienze e la varietà di mansioni. Ci si può chiedere se questo passaggio, dalla diversità dell'ecosistema alla diversità sociale basata su comunità decentralizzate a scala umana, risulti da un ragionamento in conclusione puramente analogico. Risponderei che non si tratterebbe comunque di un'analogia superficiale, ma di una continuità stabile tra natura e società che l'ecologia sociale mutua dalla tradizionale filosofia della natura depurata da gerarchie cosmiche, enti assoluti, cieli. Per l'ecologia sociale le comunità animali-piante non si relazionano alle comunità umane nei particolari della differenziazione biologica, ma è piuttosto la logica di differenziazione che rende possibile riferire ad un contesto di continuità le mediazioni tra natura e società. Quello che fa dell'unità nella diversità in natura più di una suggestiva metafora ecologica per il sociale è l'evocazione della soggiacente "totalità". "Totalità" non significa la tendenza dello sviluppo a compiersi, né una "conciliazione" finale di tutti gli l'esseri in una completa identità di soggetto e oggetto, o una realtà in cui non sia possibile o significativo alcun ulteriore progresso. Intendo con ciò piuttosto tutti i diversi gradi di realizzazione di potenzialità, l'organico dispiegamento della possibile molteplicità di particolarità che sono latenti. Quello che c'è in un campo appena seminato, un bambino appena nato, una comunità che si è appena formata, una società nuova che emerge - nonostante la radicalità delle differenze specifiche - fa parte di un'unica realtà processuale, è partecipe di uno stesso "metabolismo" di sviluppo, di una unificata catalisi di crescita, diversa dal semplice "cambiamento". La "totalità" come interezza è letteralmente l'unità che da alla fine ordine alla particolarità di ognuno di questi fenomeni; è ciò che emerge dal processo, ciò che integra le parti in una forma unificata, ciò che rende l'unità una realtà operabile e un "essere" nel senso letterale del termine - un ordine come unità realizzata delle sue diversità dall'emergente e montante processo che comporta la sua auto - realizzazione verso una forma definitiva, e il crearsi di un "io" identificabile nel rispetto degli "altri" con cui interagisce. La totalità è il compimento relativo delle potenzialità del fenomeno e l'adempimento delle sue latenti possibilità come tali, a parte ogni manifestazione concreta, a diventare qualcosa di più del regno della mera possibilità per conseguire quella "verità" che è la realtà della possibilità. Pensare in questi termini - di potenzialità, processo, mediazione e totalità - è arrivare alla segreta natura delle cose, come conoscere la biografia di un essere umano e la storia della società è conosceme l'autentica realtà e profondità. Il mondo naturale è altrettanto suscettibile a questa dialettica dei processi e a tale ecologia dello sviluppo quanto il mondo sociale, sebbene non vi siano coinvolti nel suo caso volontà, possibilità di scelta, valori, e obiettivi etici. La vita stessa, distinta dal non vivente, emerge da un inorganico latente, con potenzialità e particolarità immanentemente prodotte dalle proprie forme embrionali di auto organizzazione. Ovviamente come la società opera distinta dalla biologia, l'umanità opera distinta dall'animalità e l'individualità dall'umanità in senso generale. Queste distinzioni infatti non sono assolute. Sono fasi singole e interrelate di un continuum articolato, un processo unificato precisamente dalle proprie differenziazioni come quello dello sviluppo embrionale. Tale continuum non è solo un costrutto filosofico, è un fatto antropologico tanto significativo nel quotidiano quanto nell'emergere dell'umanità dalla mera animalità. La socializzazione dell'individuo è la "biografia" di questo sviluppo così come avviene in ognuno, nella vita di ogni giorno, certamente come la socializzazione antropologica della nostra specie fa parte della storia della specie. Mi riferisco alle basi biologiche di ogni socializzazione umana: lo sviluppo culturale del bambino, reso possibile da un'infanzia protratta a differenza della rapida crescita degli altri animali che preclude cultura e affinità parentali durevoli; le spinte istintive materne che estendono alle forme istituzionali che chiamiamo società i sentimenti di cura, di intima solidarietà, amore e responsabilizzazione nei confronti della propria prole; la divisione sessuale del lavoro, le classi di età e le relazioni parentali che, comunque culturalmente condizionate e a volte mitizzate, informano ancor oggi gran parte dell'istituzionalizzazione sociale. Tutti questi elementi che formano la società, poggiano su fatti biologici e richiedono, nel contesto che ho argomentato, un'analisi ecologica. Accentuando il continuum natura-società in tutte le sue gradazioni e "mediazioni", non vorrei dare l'impressione che le forme e i modi in cui la società emerge dalla natura e che ancora incorporano il mondo naturale in un processo di crescita cumulativa, seguano una logica "inesorabile" o "preordinata" da un telos che guida misticamente ogni forma nascente con un processo al di sopra del naturale e del sociale. Potenzialità non è necessità, la logica di un processo non è una "legge" inesorabile; la verità di uno sviluppo è ciò che è implicito in ogni forma nascente e definito da quella estensione del fenomeno che gli fa raggiungere stabilità, varietà, fecondità e allarga "il regno della libertà", per quanto fragile sia la libertà concepita. Nessuno stadio specifico di un processo ne comporta necessariamente uno successivo o viene "presupposto" da uno antecedente, ma alcune condizioni, diverse tra loro, integrate o persino incompatibili, formano il terreno determinante per ulteriori condizioni che ci si può attendere emergano. La libertà, in definitiva un grado di soggettività che rende scelte e volontà ragionevolmente possibili, può far desiderare che il mondo naturale giochi un ruolo attivo, autonomo, nel conseguire i suoi risultati. Ma in alcun modo i desiderata sono predeterminate certezze che devono realizzarsi, né per alcuna forma nascente può escludersi la possibilità di regredire al massimo o di non raggiungere mai completezza e significatività. Che potenzialità di libertà e coscienza esistano in natura e società; che natura e società non siano meramente passive nello sviluppo verso libertà e coscienza, passività che renderebbe mistica la nozione di potenzialítà così come la nozione di necessità la renderebbe priva di senso per definizione; che la storia sociale e naturale diano testimonianza della potenzialità e dei processi che producono soggettività e coscienza nell'orizzonte, della stessa storia naturale della mente - tutto ciò non garantisce che latenti aspettative, i desiderata, diventino certezze o possano fornire sistematiche o teleologiche spiegazioni in alcun senso filosofico tradizionale. L'analisi delle esperienze organiche e sociali può indurci ad interpretare uno sviluppo, che sappiamo essere avvenuto, come ragione per presupporre che potenzialítà, totalità, evoluzione sono dopotutto realtà non meno reali delle nostre stesse esistenze e storie personali, ma esse rimangono, in effetti, presupposte.

Non c'è filosofia libera da presupposti, non più che speculazione libera da un qualche stimolo del mondo oggettivo. L'unica verità sulle premesse filosofiche, "prima", rispetto a generiche conseguenze, "poi", è che per "primo", in ogni visione filosofica, si intende l'insieme dei presupposti che emergono da un background di esperienze non formulate e la cui intuizione e coerenza devono essere confortate sia dalla realtà che dalla ragione speculativa. Uno dei piu' stimolanti elementi di continuità tra natura e società è la relazione di tipo non gerarchico che esiste in un ecosistema, e l'importanza del riferimento che fornisce per una società non gerarchica.[3]

Non ha senso parlare di "gerarchia" in un ecosistema e nella successione di ecosistemi che, in contrasto con uno sviluppo "monadico" di specie isolate l'un l'altra, formano la vera storia dell'evoluzione naturale. Non c'è alcun "Re degli anirnali " e alcun "umile servo" - il leone e la formica - nei rapporti di un ecosistema. Tali termini, inclusi quelli di "natura crudele", "natura perduta", "natura dominante" e persino "natura mutualistica" (preferisco usare la parola "complementare" in questo caso) sono proiezioni nel mondo naturale dei nostri rapporti sociali. Negli ecosistemi le formiche sono altrettanto importanti dei leoni e delle aquile; il riciclaggio di materiale organico che assicurano, dà loro un ruolo determinante al mantenimento della stabilità e dell'integrità di un'area.

Come è accaduto per il rapporto di "dominio-sottomissione" tra i babbuini "alpha" e "beta", rapporti completamente asimmetrici tendono ad essere raccolti in termini come "gerarchia", che sono più analogici, spesso più metaforici, che reali. Diventa assurdo dire che un'ape "regina", che non sa in alcun modo di essere una "regina", ed ha nell'alveare l'unica funzione della riproduzione, è paragonabile a un maschio babbuino "alpha" il cui "status" varia al variare degli spostamenti del branco dalla pianura alla foresta. Per la stessa ragione è assurdo paragonare l'"harem patriarcale" dei cervi rossi con la mandria "matriarcale" degli elefanti che semplicemente allontana i maschi quando arrivano alla pubertà ed in alcuna maniera li "domina". Anche tra i primati, dai pacificissimi orangutanghi agli altrettanto "aggressivi" scimpanzé, termini come "dominio", "sottomissione" significano rapporti molto diversi che dipendono dalla specie e dalle circostanze.

Non sottolineerò mai abbastanza che la gerarchia sociale è un fenomeno istituzionale, non biologico. E' il prodotto di rapporti organizzati e stabiliti con cura, non un prodotto della "moralità del gene" per usare un'espressione particolarmente ottusa di E. O. Wilson nella sua Sociobiologia. Solo istituzioni consolidate da lunghi periodi di storia umana e sostenute da burocrazie efficienti e forze militari possono aver posto il governo assoluto nelle mani di minorati mentali come Nicola II di Russia o Luigi XVI di Francia. In altre specie, ancor meno negli ecosistemi, non troviamo niente di simile a tali sistemi di comando e obbedienza istituzionalizzati. Si arriva all'assurdo di approssimate comparazioni tra la "divisione del lavoro" (un'altra espressione che in un contesto ecologico suona antropocentrica) in un'arnia, la cui principale funzione è riprodurre api, non fornire miele per la prima colazione, e nella società umana, con le sue sofisticate forme statuali e le sue organizzate burocrazie.

L'ecologia sociale sfida decisamente, nel comparare ecosistemi e società, la stessa funzione gerarchica come maniera di ordinare la realtà, di trattare la differenziazione e la variazione, l'"alterità" come tale. L'ecologia sociale rompe l'associazione tra ordine e gerarchia. Essa pone la questione se possiamo mai fare esperienza dell'"altro", non su basi gerarchiche, "da 1 a 10", con una continua accentuazione dell'"inferiore" e del "superiore", ma ecologicamente, a partire dalla varietà che favorisce l'unità dei fenomeni, arricchisce la totalità e somiglia più ad una rete alimentare che ad una piramide. Oggi la gerarchia rappresenta un problema ancor più fondamentale di quello delle classi sociali, e il dominio più di quello dello sfruttamento economico. Tutto ciò può essere argomentato da ogni femminista cosciente, che può giustamente ricordare come l'uomo dominasse la donna nei rapporti patriarcali e gerarchici molto prima che cominciasse a sfruttare l'uomo con la fondazione delle classi sociali.

Vorrei ricordare che l'abolizione delle classi, dello sfruttamento e persino dello Stato non garantisce affatto che la gente smetta di essere "ordinata" gerarchicamente e dominata secondo l'età, il sesso, la razza, le qualità fisiche, e spesso secondo categorie frivole e irrazionali, a meno che la liberazione punti ad abolire gerarchie e dominio come fa per classi e sfruttamento. Questo è il punto a cui il socialismo, secondo me, deve estendersi avvicinandosi di più ad una tradizione libertaria che risalga alle comunità della tribù o del clan, antecedenti a ciò che chiamiamo fumosamente "civiltà" - una tradizione, un persistente impulso umano che riemerge alla superficie del sociale in ogni periodo rivoluzionario solo per essere poi brutalmente ridotto alle forme puramente societali chiamate "gerarchie".

L'ecologia sociale vede tutti questi problemi sotto una luce diversa e definisce soprattutto soluzioni nuove. Ho cercato di mostrare che la natura è sempre presente nella condizione umana, e nelle stesse costruzioni ideologiche che negano la sua presenza nei rapporti societari. La nozione di natura che domina definisce letteralmente tutte le "discipline" sociali, inclusi socialismo e psicanalisi. E' l'apologia per eccellenza del dominio dell'uomo sull'uomo. Fino a quando non riusciremo a liberarci di questa concezione, specialmente nell'educazione dei giovani, e a sostituirla con una sensibilità ecologica che veda "l'altro" in termini di complementarità piuttosto che di rivalità, non porteremo a termine l'emancipazione umana. La natura vive in noi ontogeneticamente ai diversi strati di quella esperienza che il razionalismo analitico spesso ci nasconde: essa vive nella sensibilità, nella sensitività delle nostre cellule, nella rimarchevole autonomia dei sistemi costituenti i nostri organi, nel nostro cervello stratificato che esperisce il mondo in modi diversi e testimonia di mondi differenti che la ragione analitica - lasciata alle proprie voglie imperialistiche - tende a sottrarci, ed ancora nella storia naturale del sistema nervoso e della mente che supera il divario tra soggettività e oggettività, corpo e mente, in un "continuum" organico in cui il corpo passa nella mente e l'oggettività in soggettività. Troviamo qui la confutazione più convincente del tradizionale dualismo della religione, della filosofia, di tutte quelle mentalità che rendono ideologicamente credibile il mito di una "natura" dominante, nata con la sofferenza e la brutalizzazione di un'umanità dominata.

Inoltre la storia naturale del sistema nervoso e della mente, il cui passato si trova nel presente di ogni giorno, avviene per cumulo, non semplicemente per successione di avvenimenti. Non a caso uno dei più grandi fisiologi americani, Walter. B. Cannon, intitolò il suo importante testo sull'omeostasi "La saggezza del corpo" (The Winsdom of the Body). Non ci sono solo le categorie kantiane e la logica di Hegel che percorrono il nostro intero apparato esperienziale e ci organizzano l'esperienza, ma anche la storia naturale della sensibilità come esiste in noi a livello dell'eccitazione ormonale, dalla indifferenziata rete nervosa fino agli emisferi del cervello. Metabolizziamo con la natura nella produzione, così che i materiali che lavoriamo e gli strumenti che usiamo entrano nell'immaginazione tecnologica e nella forma, nella "matrice" sociale in cui le tecnologie esistono. Né possiamo dimenticarci, nonostante l'ideologia di classe e dell'interesse economico prevalenti, che socializziamo tra noi non solo come produttori e padroni, ma come genitori e figli, giovani e vecchi, femmine e maschi, con i corpi come con le menti, e secondo gli impulsi, vecchi e nuovi, di una sensibilità in naturale evoluzione. Diventare coscienti di come questa complessa storia naturale entri a far parte del nostro proprio essere, situarla nello svolgimento della storia sociale, riconoscere di dover sviluppare nuove sensibilità, tecnologie, istituzioni e forme di esperienza che esprimano la ricchezza della nostra crescita interiore e della complessità del nostro apparato bio-sociale, è assecondare un senso dell'evoluzione più profondo e dialettico di quello fornitoci dalle svolte "epistemologiche" e "linguistiche" della recente filosofia.[4]

Su questo punto direi che la scienza è la storia della scienza, non solo il suo ultimo "stadio", e la tecnologia è la storia della tecnologia, non solo il suo ultimo progetto; così la ragione è la storia della ragione, non solo la sua presente dimensione analitica e comunicativa. La storia sociale comprende la storia naturale in una dialettica continua articolata da logiche di differenziazione e complementarità; e la include nello stesso processo di socializzazione, nella storia naturale e sociale dell'esperienza, negli imperativi di una relazione armonica tra umanità e natura che presuppone nuove eco-tecnologie ed eco-comunità, e nei desiderata, nelle aspettative suscitate da una società decentralizzata basata su valori di complementarità e di comunità. Le idee avanzate finora prendono il via da un'immagine della natura radicalmente differente da quella prevalente in Occidente, in cui sono radicati il dualismo filosofico, l'economia, la sociologia, la psicologia e persino il socialismo. Come ecologista sociale vedo la natura essenzialmente creativa, mutualistica, feconda e caratterizzata da complementarità: non quindi muta e cieca, né crudele, avara o deterministica. Questo cambiamento di prospettiva da un'immagine di mercato a un'immagine ecologica matura, obbliga a misurarsi con la convinzione, collaudata nel tempo, che il dominio dell'uomo sull'uomo è necessario per "dominare la natura". Sottolineando l'insensatezza delle ragioni addotte per la gerarchia e il dominio, concludo con l'evidenza storica (che la nostra stessa epoca con spiegamenti di tecnologie finalizzate essenzialmente al controllo sociale illustra ampiamente) della derivazione dell'idea di natura dominante dal predominio dell'uomo sull'uomo, che inizialmente si è dato nelle forme gerarchiche che le femministe hanno chiaramente individuato, e più tardi nelle forme di classe e statuali.

Una tale immagine di natura mi conduce a ridefinire drasticamente la concezione di economia, sociologia, psicologia e persino di socialismo, con il suo vangelo di radicale separazione della società dalla natura, e l'imperativo militante di sottomettere comunque la natura, sia essa "scarsa di risorse", "regno di animalità", "natura interna" o "natura esterna". Per questo ho cercato di rivisitare la storia non solo come descrizione del potere esercitato sugli esseri umani, superiore al potere sulle cose, ma anche del potere ramificatosi negli Stati centralizzati e negli ambienti urbani come tecnologia, scienza e razionalità del controllo sociale, come messaggio di liberazione che in realtà occulta i peggiori caratteri del dominio, specialmente quando si tratta delle ortodossie marxiste dell'ultimo secolo. Quando la natura può essere concepita o come uno spietato mercato competitivo, o come creativa e feconda comunità biotica, ci si aprono davanti due correnti di pensiero e di sensibilità radicalmente divergenti, con prospettive e concezioni contrastanti del futuro dell'umanità. Una porta ad un risultato finale totalitario e antinaturalistico: una società centralizzata, statica, tecnocratica, corporativa e repressiva. L'altra, ad un'alba sociale, libertaria ed ecologica, decentralizzata, senza Stato, collettiva ed emancipativa.

Non ho bisogno di essere tendenzioso. E' certo infatti che l'umanità dell'Occidente, spesso travolta da controrivoluzioni autoritarie, considererebbe comunque meno negativo adattarsi ad una visione sociale libertaria che ad una totalitaria. Che le mie parole possano sembrare tendenziose o no, si consideri l'intera logica del mio punto di vista: lo sguardo che portiamo al mondo naturale incide profondamente sull'immagine che sviluppiamo dei mondi sociali, perfino se asseriamo la "supremazia" e "l'autonomia" della cultura sulla natura. In che senso l'ecologia sociale guarda la natura proprio come terreno per un'etica della libertà? Se la storia dell'evoluzione naturale non è comprensibile nella descrizione atomistica di Locke, relativa ad una specie particolare, se questa storia è fondamentalmente una descrizione dell'evoluzione dell'intero ecosistema verso direzioni evolutive sempre più complesse e flessibili , allora non può essere semplicemente vista come "governata" da "necessità" o "leggi inesorabili" e imperative. Ogni organismo si ostina in qualche modo a preservare se stesso cercando di mantenere la propria identità e di resistere a un tipo di entropia biologica che ne minaccia l'integrità e la complessità. Ma, anche se leggermente, ogni organismo trasforma comunque i requisiti che gli assicurano la condizione di forma vivente distinta, nella capacità di scegliere le alternative che gli assicurino sopravvivenza e benessere, non solo la capacità di reagire come semplice insieme psico-fisico.

Questa embrionale libertà è rinforzata dalla ricchezza della complessità ecologica che mette la vita in sincronia con ecosistemi in evoluzione. L'elaborazione delle possibilità che deriva dall'elaborazione della diversità e dal crescente numero di alternative a cui è confrontata l'evoluzione della specie, apre sempre nuove e feconde vie di sviluppo organico. La vita non è passiva di fronte a queste possibilità d'evoluzione. Tende ad esse attivamente, in un processo di mutua stimolazione tra organismi e ambiente, così come attivamente crea e colonizza le nicchie che ospitano moltitudini di forme di vita diverse. Questa immagine di vita attiva e ingegnosa non richiede uno "spirito" hegeliano o un logos "eracliteo" per essere compresa. Infatti l'attività metabolica si estende alla nozione di attività come tale e fornisce identità e un "io" rudimentale ad ogni organismo. La diversità e la complessità, la nozione dell'evoluzione come storia che varia, aggiungono la possibilità di percorsi e alternative molteplici alla semplice scelta e ad una libertà ancora rudimentale. Poiché la libertà, nella sua forma embrionale, è anche una funzione della diversità e della complessità, di "un regno della necessità" che viene alleggerito dalla presenza di alternative e possibilità evolutive che la vita crea e al tempo stesso "riceve", sino a che la coscienza, dono della natura e della società all'umanità, renda questa ricerca intenzionale, autoriflessiva e coscientemente creativa. In questo concetto ecologico di evoluzione naturale, c'è un sottinteso messaggio di libertà basato sull'intima natura, dell'"essenza della vita" (per usare una eccellente espressione di Hans Jonas), e sulla sempre più grande diversificazione prodotta dall'evoluzione naturale. L'ecologia si collega alla società in termini nuovi che rivelano una tensione morale nella storia naturale, proprio come la semplicistica immagine di Marx del "selvaggio" che "combatte con la natura" rivela una tensione morale nella storia sociale. Dobbiamo fare attenzione a non avere pregiudizio dal nostro stesso timore dei pregiudizi. Le filosofie organiciste possono sicuramente portare a risultati totalitari, gerarchici, ed eco-fascisti. Ci sono buone ragioni di diffidare delle cosiddette filosofie della natura che usano nozioni come sangue e terra e "materialismo dialettico per fornire giustificazione ideologica agli orrori nel nazismo e dello stalinismo. Ci sono buone ragioni di preoccuparsi di un misticismo che comporta immobilismo sociale o, peggio, l'aggressivo attivismo di certi nuovi cristiani o guru orientali. E ragioni ancora di più forte preoccupazione ci vengono dall'ecofascismo dell'"etica della scialuppa di salvataggio " alla Garret Hardin con l'accentuazione della "scarsità delle risorse" e dell'interesse sociale qualunquista, un'etica al servizio delle teorie del genocidio e dell'indifferenza generalizzata per la sofferenza umana. Ed anche per ciò che riguarda la sociobiologia, quando si fa risalire ogni caratteristica negativa della "civilizzazione" alla nostra costituzione genetica. L'ecologia sociale, esplorando i nostri rapporti con il mondo naturale, offre le coordinate per un percorso completarriente differente che non accetta né le teorie della "necessità naturale", né un fanatismo mistico e romantico che riduce la varietà della realtà e dell'evoluzione a "totalità" ed energia cosmiche. In entrambi i casi non solo sono in pericolo l'unità di natura e società e la visione del mondo, ma la "storia naturale" della libertà e le stesse basi di un'etica oggettiva della liberazione.

Non possiamo evitare l'uso della ragione convenzionale, la scienza contemporanea e la tecnologia moderna. Anch'esse hanno un posto nel futuro dell'umanità e del metabolismo dell'umanità con il mondo naturale. Possiamo stabilire però nuovi contesti. Un contesto ecologico che non neghi l'altro, modi di sapere e di produzione qualitativi, partecipativi ed emancipatori. Possiamo inoltre prevedere una nuova sensibilità verso gli altri - in una società non gerarchica, basata sulla complementarità piuttosto che sulla rivalità e su nuove comunità a scala umana e a misura dell'ecosistema in cui si trovano - che apre un mondo pubblico nuovo, decentralizzato, autogestito, spazio-tempo per nuove forme di autonomia, di democrazia diretta e gestione sociale.

[modifica] Note

  1. Il tradizionale accento su un ambiente "attivo" che determina la "sopravvivenza" di una specie passiva, alterata da mutazioni che intervengono a caso in un "gioco" cosmico di "occasioni", è forse un'altra ragione del perché l'"ambientalismo", come termine distinto dall'ecologia sociale, risulta estremamente insoddisfacente.
  2. Il mio uso della parola "sociale" non va troppo accentuato. Parole come "l'umano", "profondo", "culturale", pur essendo molto valide non esplicitano fino a che punto la nostra immagine della natura è plasmata dal tipo di società in cui viviamo e dalle perduranti basi naturali di ogni modo di vita sociale. L'evoluzione della società dalla natura e le interazioni che intervengono tra le due si perdono quando usiamo termini che non esprimono sufficientemente l'associazione vitale tra natura e società, e l'importanza di definire in termini naturali e sociali discipline come l'economia, la psicologia, la sociologia. L'uso recente dell'"ecologia sociale" per proporre banali analisi della vita sociale in termini ecologici convenzionali è particolarmente deplorevole.
  3. Le pretese della naturalità e della onnipresenza di gerarchie non possono essere ignorate, pena l'approfondimento del baratro tra natura e società, tra "necessità naturale" e "libertà culturale". Giustificare la gerarchia sociale in termini di gerarchia naturale è uno dei più ricorrenti attacchi portati in ogni epoca dalla religione e dalla filosofia a un egualitarismo sociale futuro. Recentemente emerso in sociobiologia, questo atteggiamento ha rinforzato l'istanza antinaturalistica che permea tante ideologie di liberazione. Dire che la cultura consiste proprio nell'"emancipazione dell'uomo dalla natura" è rivenire alla nozione di "melma della storia" di Sartre, nozione di un mondo naturale che non solo separa la società dalla natura, ma la mente dal corpo e la soggettività dall'oggettività.
  4. La nostra razionalizzata civiltà disastrosamente unilaterale ha trascurato la ricchezza dello sviluppo interiore e della complessità relegandoli a modi di vita preindustriali, che hanno informato fondamentalmente l'evoluzione sociale fino ad un secolo o due fa. Da un punto di vista sensoriale viviamo un'esistenza atrofizzata ed esangue in confronto a quella di cacciatori e coltivatori la cui capacità di esperire la realtà oscura, anche culturalmente, la nostra! Il XX secolo da solo testimonia di un terrificante offuscamento del nostro


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