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Corporativismo fascista

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Il Corporativismo fascista è una teoria economica espressa nella Carta del Lavoro (1927) che si poneva come ipotetica alternativa tra il capitalismo liberale e il comunismo. Lo Stato fascista aveva la funzione di regolare l' economia del paese e di anteporre all'interesse individuale quello nazionale. In realtà  il corporativismo è stato l’emblema della reazionarietà  fascista, consistente nel vano tentativo di pacificare l'eterno conflitto capitale-lavoro.

La Carta del Lavoro[modifica]

La notte del 22 aprile 1927 il Gran Consiglio del Fascismo approvò la cosiddetta «Carta del Lavoro» (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 aprile), la quale altro non era che un manifesto composto da 30 assiomi:

  • I primi 10 (I-X) erano intitolati Dello Stato corporativistico e della sua organizzazione. Nell' VIII si definiscono le corporazioni :
«Le corporazioni costituiscono l’organizzazione unitaria delle forze della produzione e ne rappresentano integralmente gli interessi. In virtù di questa integrale rappresentanza essendo gli interessi della produzione interessi nazionali, le corporazioni sono dalla legge riconosciute.»
  • I successivi 10 (XI-XXI) trattavano Del contratto collettivo di lavoro e delle garanzie del lavoro.
  • Gli assiomi che andavano dal XXII al XXV riguardavano gli uffici di collocamento, che sancivano la «preferenza a coloro che appartengono al PNF e ai sindacati fascisti»
  • Gli ultimi assiomi (XXVI-XXX) stabilivano Della previdenza, dell’assistenza, dell’educazione e dell’istruzione.

La reazionarietà  del corporativismo[modifica]

«Lo Stato fascista o è corporativista o non è fascista!» (Benito Mussolini, 1° Ottobre 1930)

La Carta del Lavoro aveva attribuito la rappresentanza degli interessi nazionali alle corporazioni, organi di collegamento fra le associazioni dei datori di lavoro e le associazioni dei lavoratori, affidando dunque agli imprenditori e ai lavoratori uniti il compito di disciplinare l’attività  delle imprese e i loro rapporti stessi. Quindi i datori di lavoro e gli operai dovevano (teoricamente) entrambi anteporre gli interessi nazionali a quelli individuali.

La sostanza reazionaria e borghese della Carta si può cogliere in maniera chiara e inequivocabile nell’assioma VII, dove viene detto che lo Stato corporativo considera l’iniziativa privata nel campo della produzione come lo strumento più efficace e più utile nell’interesse della nazione. E’ evidente quindi che gli interessi dello Stato e degli imprenditori coincidevano perfettamente. In quest’assioma si parla certamente di «collaborazione delle forze produttive» e di «reciprocità  dei diritti e dei doveri», in realtà  la Carta mantiene le strutture gerarchiche e autoritarie della società , ovvero mantiene la divisione della stessa in classi, nonostante queste fossero state formalmente abolite.

È sicuramente vero che gli imprenditori dovettero fare alcune concessioni al proletariato, ma ciò fu una necessità  perché permise loro di spegnere ogni velleità  rivoluzionaria a carattere sociale, relegandoli quindi nel loro eterno ruolo di dominati sottomessi ai dominatori.

La “Carta” permise al grande capitalismo finanziario, industriale ed agrario di mantenere il loro predominio economico, mediante un capitalismo e un protezionismo “mascherato”. Nel 1930 si costituì il Consiglio nazionale delle Corporazioni (fissate nel numero di 22) che nel 1939 finì per soppiantare il Parlamento, assumendo il nome di Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Questa “svolta” determinò la fine di ogni dibattito interno, sostituito dal rituale demagogico e populista delle cerimonie fasciste.

Reazioni degli antifascisti al corporativismo[modifica]

Le forze antifasciste (soprattutto comunisti e anarchici) giudicarono severamente questa legge poiché intrisa di un forte populismo, al di sotto del quale quale si scorgevano i reali ispiratori della Carta: la borghesia.

«Stato Operaio», la rivista del partito comunista in esilio scrisse:

«Chi ha direzione e responsabilità  della produzione ha anche nelle sue mani lo Stato. L’erigere quindi lo Stato ad arbitro dei conflitti tra lavoratori e datori di lavoro significa risolvere dalla borghesia, su un piano diverso, ma sempre unilaterale, le questioni in cui vi è contrasto di interesse tra le parti».

Tra gli anarchici Camillo Berneri espose la sua radicale critica al corporativismo e a tutte le forme di “statolatria” .

«Che certi socialisti, certi repubblicani, certi comunisti siano radicalmente avversi alla «riforma corporativa», quasi quanto noi lo siamo, è credibile, anzi certo […] pochissimi sono coloro, fuori dal campo nostro, che di quella riforma rigettano non solo il carattere contingente ma anche le premesse teoriche e le storiche conseguenze». [1]

Per Berneri quindi i comunisti e i socialisti erano «dei feticisti dello Stato e del socialismo di Stato» e quindi dietro le loro parole si nascondeva una certa demagogia che li portava ad essere avversi al corporativismo fascista, ma non alla progettazione di quello che riteneva fosse un'altra tipologia di corporativismo, certamente diverso da quello fascista, tuttavia «affine nelle sue forme totalitarie, accentratrici e burocratiche».

Voci correlate[modifica]

Note[modifica]

  1. Pubblicato su «L’Adunata dei Refrattari» (New York) del 16 febbraio 1934, sotto il titolo La vergognosa di Pisa