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Consigli ed occupazioni di fabbrica in Italia (1919-20)

Da Anarcopedia.

Giovanni Giolitti, primo ministro all'epoca delle occupazioni delle fabbriche, cercò di far cessare i tumulti attraverso un atteggiamento volto a spegnere i fuochi rivoluzionarli per dirigerli verso uno sterile riformismo

Gli scioperi, i tumulti, le rivolte e le occupazioni di terre e fabbriche che si susseguirono nel biennio 1919-1920 (conosciuto come biennio rosso), furono un momento storicamente importante per il movimento operaio e per gli sfruttati di ogni tipologia. Esso auspicava principalmente, in un'ottica rivoluzionaria, la costituzione di organismi (Consigli di Fabbrica) in grado di autogestire le fabbriche ed emanciparsi dalla classe sfruttatrice. Il movimento dei Consigli fu poi sconfitto a causa soprattutto del tradimento dei sindacati riformisti, che portò poi come conseguenza la reazione borghese e l'avvento del fascismo.


Indice

[modifica] Contesto storico

Tra la fine della prima guerra mondiale e il primissimo dopoguerra si creò in Italia un clima da vigilia di rivoluzione: le proteste del movimento antimilitarista, la contro la disoccupazione imperante, le oggettive difficoltà del vivere quotidiano e le speranze suscitate dagli avvenimenti rivoluzionari che stavano investendo la Russia, esplosero in un succedersi di scioperi e tumulti vari.

I primi segnali di malcontento popolare si manifestarono a Torino. Il 22 agosto 1917 spontaneamente i lavoratori incrociarono le braccia contro la guerra e il padronato; gli anarchici torinesi della Barriera di Milano (Maurizio Garino, Pietro Ferrero, ecc) furono tra i principali protagonisti dei tumulti che scoppiarono in tutta la città. Una settimana dopo, la violenta repressione poliziesca (50 morti tra gli scioperanti, 10 tra gli esponenti della forza pubblica e oltre 1000 arresti) pose termine alle proteste.

[modifica] Gli eventi del 1919: prime occupazioni e nascita dei "consigli operai"

Dopo le elezioni del 1919 (Ministero Nitti), la grave situazione economica del paese esplose in una serie di innumerevoli scioperi e occupazioni.

Ad agosto iniziarono le occupazioni delle terre abbandonate (il 24 agosto vengono occupate terre dell’agro romano) che proseguiranno nel mese di settembre (100000 braccianti occupano le terre di 15 feudi del trapanese). Già a marzo, a Dalmine (prov. Bergamo), si realizzarono le prime estemporanee occupazioni di fabbriche, ovunque sorsero i Soviet locali e nel fiorentino si costituì un'effimera "Repubblica dei Soviet" (sciolta dopo solo 3 giorni).

A Torino, grazie soprattutto al lavoro degli anarchici (Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero su tutti…), prese avvio quel corso degli eventi che portò alla formazione dei "Consigli di fabbrica", ovvero organismi con cui gli operai intendevano controllare la produzione e gettare le basi della “prossima” rivoluzione: il 1° novembre l’assemblea della Sezione torinese della FIOM approvò l’ordine del giorno "Boero-Garino" «a grande maggioranza» che portò alla «costituzione dei Consigli operai di fabbrica, mediante l’elezione dei Commissari di reparto». Si costituì un nuovo consiglio direttivo, provvisorio, in cui Pietro Ferrero assunse le funzioni di segretario, dopo che la carica era stata declinata dallo stesso Garino. Questi e Ferrero agirono spesso in stretta collaborazione con i comunisti de «L’Ordine Nuovo», nuovo giornale comunista di Antonio Gramsci.

Al Convegno straordinario della FIOM di Firenze (9 novembre-10 novembre 1919), Boero e Garino ottennero che i vertici federali permettessero l’«esperimento dei Consigli di fabbrica» intesi come «la continuazione dell’opera delle Commissioni interne coordinata con quella dell’organizzazione». Nel dicembre dello stesso Maurizio Garino partecipò al Congresso straordinario della CdL di Torino presentando una mozione a favore dei Consigli, ritenuti «ai fini dei principi comunisti-antiautoritari, organi assolutamente antistatali e possibili cellule della futura gestione della produzione agricola e industriale».

[modifica] 1920: rivolte ed occupazioni delle fabbriche

Il luogo ove la rivolta dei Bersaglieri ebbe inizio: la Caserma Villarey
«...l'unica via rivoluzionaria aperta di fronte alla classe operaia è quella della rivoluzione libertaria, dell'autogestione». (Maurizio Garino, anarchico e sindacalista della FIOM)

Tra febbraio e marzo si moltiplicarono gli scioperi dei braccianti e gli scontri tra manifestanti e forza pubblica erano ormai all'ordine del giorno. Il 13 aprile 1920 iniziò a Torino un nuovo duro sciopero che pochi giorni dopo si estese a tutto il Piemonte. Il 1º maggio furono indetti cortei nelle principali città che in alcuni casi furono dispersi dalla polizia come a Torino e a Napoli.Le elezioni del giugno 1920 portarono alla sostituzione di Nitti con l'ottantenne Giolitti, ma la crisi sembrò non attenuarsi così come il numero degli scioperi aumentava.

Pietro Ferrero, anarchico e sindacalista protagonista del movimento dei "consigli di fabbrica"

Nel giugno del 1920 ad Ancona scoppiò la rivolta dei Bersaglieri, originata dall'ammutinamento dei bersaglieri di una caserma cittadina che non volevano partire per l'Albania, dove era in corso una occupazione militare decisa dal governo Giolitti. Fu una vera e propria ribellione armata che coinvolse truppe di varie forze che solidarizzarono con i ribelli. Da Ancona la rivolta si estese in tutte le Marche, in Romagna e a Terni. Il sindacato dei ferrovieri indisse uno sciopero per impedire che ad Ancona arrivassero le guardie regie; il moto fu sedato solo grazie all'intervento della marina militare, intervenuta per bombardare la città [1]

Nel luglio 1920 la protesta crebbe passando all'occupazione delle fabbriche. Per ottenere aumenti salariali e riduzione dell'orario di lavoro, la FIOM (sindacato metalmeccanici) proclamò uno sciopero bianco da parte dei lavoratori, a cui gli industriali controbatterono con una serrata, ovvero la chiusura delle fabbriche. Il 30 agosto 1920, la direzione dell’Alfa Romeo di Milano annunciò la chiusura della fabbrica. Spontaneamente gli operai impedirono questa mossa occupando lo stabilimento ed estendendo, con la partecipazione di mezzo milione di lavoratori, la protesta e le occupazioni ad altri 280 stabilimenti milanesi e poi al resto d'Italia. Le occupazioni si concentrarono in particolare nel cosiddetto triangolo industriale: Milano, Genova e Torino. Nel capoluogo piemontese gli anarchici svolsero un ruolo di primo piano, riconosciuto anche da esponenti comunisti come Antonio Gramsci, soprattutto grazie al lavoro di quelli facenti parte della minoranza anarchica della FIOM: Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero.

Per fronteggiare le violenze padronali, gli operai organizzarono servizi armati di vigilanza disposti a scendere allo scontro anche con l'esercito che assunsero il nome di Guardie Rosse. [2]

Il partito socialista (PSI) e il sindacato socialista della CGL (al cui interno vi erano però alcune componenti minoritarie d’ispirazione comunista e anarchiche, che erano in forte opposizione alla maggioranza riformista) non s'impegnarono più di tanto per sostenere i lavoratori nelle loro massime aspirazioni. Gli anarchici, oltre che come minoranza della CGL (erano presenti soprattutto nella FIOM, sindacato dei metalmeccanici aderenti alla CGL), erano pure attivi nell’UAI (Unione Anarchica Italiana) e nell’USI, differenziandosi dalle organizzazioni sindacali in quanto si opponevano alla mentalità del salariato, educando ed istruendo gli operai all'autogestione e all’abbattimento di ogni gerarchia.

[modifica] I Consigli di Fabbrica

Antonio Gramsci partecipò al dibattito sulle occupazioni delle fabbriche, riconoscendo l'importanza avuta dagli anarchici in questo contesto

Il primo consiglio di fabbrica si costituì a Torino nel settembre del 1919, da cui successivamente scaturì un dibattito interno al movimento operaio, sulla funzione che i consigli dovessero assumere nel contesto sociale, lavorativo e in quello politico.

Si distinsero tre correnti di pensiero: quello dei riformisti, dei massimalisti socialisti (tra cui il movimento de “L'Ordine Nuovo” di Gramsci che formeranno nel 1921 il Partito Comunista d’Italia) e degli anarchici.

  • I primi volevano i consigli all'interno dei sindacati, in modo da annientare l'indipendenza degli stessi.
  • I secondi consideravano i consigli come organi rivoluzionari tendenti alla conquista del potere politico.
  • Gli anarchici al contrario vedevano nei consigli di fabbrica degli organi rivoluzionari, rappresentanti di tutti gli operai (e non solo di quelli che pagavano la tessera del sindacato) e capaci, non di conquistare il potere, ma di abbatterlo.

Il già citato Garino, concludendo la sua relazione sui consigli di fabbrica e di azienda al Congresso dell'Unione Anarchica Italiana (Bologna - /4 luglio 1920), affermò che «come mezzo di lotta immediata, rivoluzionaria, il consiglio è perfettamente idoneo, sempre ché non sia influenzato da elementi non comunisti».

Il consiglio di fabbrica era composto da operai con elevate competenze tecniche, quindi capaci di gestire il ciclo produttivo.

L’idea degli anarchici fu quello di formare un consiglio strutturato orizzontalmente senza capi e subordinati: ogni reparto sceglieva un commissario nella persona di un operaio, che aveva il compito di esaminare il ciclo di produzione, comunicando poi il tutto ai compagni di reparto, in modo da eliminare ogni gerarchia di funzioni direttive all'interno della fabbrica. I commissari di reparto avevano anche il compito di nominare il consiglio di fabbrica e inoltre la loro carica, come tutte le altre cariche, era, da parte della base, revocabile immediatamente.

Contemporaneamente, a livello nazionale, cercarono di collegare, sulla base di un federalismo strutturato orizzontalmente, tutti i consigli di fabbrica, in modo da sottrarsi al controllo dei partiti e dei sindacati.

[modifica] La rivoluzione mancata e il ruolo dei riformisti

Il Primo ministro italiano (Giolitti), non sgomberò le fabbriche, come molti gli chiedevano di fare, ma lasciò che la protesta perdesse gradatamente la sua carica aggressiva, confidando anche nella collaborazione data dall’ala riformista del PSI e della CGL, che isolati dal reale movimento operaio e distaccandosi dalle richieste dei lavoratori, avallarono questo progetto in cambio di qualche conquista sindacale. Giovanni Giolitti sintetizzò così la sua linea politica nei confronti dell'occupazione delle fabbriche:

«Ho voluto che gli operai facessero da sè la loro esperienza, perché comprendessero che è un puro sogno voler far funzionare le officine senza l'apporto di capitali, senza tecnici e senza crediti bancari. Faranno la prova, vedranno che è un sogno, e ciò li guarirà da pericolose illusioni.» [3]

Il 27 settembre l'occupazione delle fabbriche si concluse definitivamente e «L'Avanti» pubblicò un editoriale in cui, oltre ad ammettere la sconfitta degli operai accusò di ciò la dirigenza riformista del Partito socialista [4]. Tutto questo portò a rafforzare la sfiducia, la stanchezza e la confusione fra gli operai, a convincerli che fosse necessario disarmarsi e abbandonare le fabbriche occupate, favorendo così la reazione padronale e l'instaurazione successiva della dittatura fascista, che peraltro fu ampiamente profetizzata da Errico Malatesta: «Se gli operai abbandonano le fabbriche, si aprono la porte alla reazione del fascismo».

Alla fine dell'esperienza, Maurizio Garino accuserà i dirigenti nazionali sindacali di avere in qualche modo illuso «la massa operaia che non distingue se il movimento fosse sindacale o politico, aveva creduto che voi sareste andati fino in fondo, che voi l’avreste condotta al gran gesto rivoluzionario» [5].

Due anni dopo, dalle pagine di «Umanità Nova» (n. 147, 28 giugno 1922), così Errico Malatesta commentò quel biennio e la relativa sconfitta dei rivoluzionari:

«Lo stato d’animo dei lavoratori era propizio a un cambiamento di regime. L’accordo tra i partiti rivoluzionari si era fatto da sé […] i lavoratori repubblicani lottavano in bell’armonia cogli anarchici e con la parte rivoluzionaria dei socialisti. Si stava per passare agli atti risolutivi. Lo sciopero a tendenza insurrezionale si estendeva. […] La rivoluzione stava per farsi, per impulso spontaneo delle popolazioni e con grande possibilità di successo. Certamente non si sarebbe in quel momento attuata l’ anarchia e nemmeno il socialismo, ma si sarebbero levati di mezzo molti ostacoli e si sarebbe aperto il periodo di libera propaganda, di libera sperimentazione, e sia pure di lotte civili, in capo al quale noi vediamo rifulgere il trionfo del nostro ideale. I ferrovieri si apprestavano a prendere in mano la direzione del servizio per impedire le dislocazioni di truppe e non far viaggiare che i treni utili per il movimento insurrezionale. Ma tutto ad un tratto , quando maggiori erano le speranze, la direzione della Confederazione Generale del Lavoro con telegramma circolare dichiara finito il movimento ed ordina la cessazione dello sciopero. E così le masse che agivano nella fiducia di prendere parte ad un movimento generale, furono disorientate; ciascuna località vide naturalmente che era impossibile resistere da sola, e il movimento cessò.»

[modifica] Bibliografia

  • Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, a cura di Sergio Soave, La Nuova Italia, 1995
  • Paolo Spriano, L' Ordine Nuovo e i Consigli di fabbrica. Con una scelta di testi dall'Ordine Nuovo (1919-1920), Einaudi, 1973
  • Paolo Spriano, L'occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, Einaudi, 1964
  • Giuseppe Maione, Il biennio rosso. Autonomia e spontaneità operaia nel 1919-1920, Il Mulino, 1975
  • Giuseppe Andrea Manis, Antonio Gramsci e il movimento anarchico nel periodo de L’Ordine Nuovo, edizioni Bi-Elle, 2008
  • Maurizio Garino, L’occupazione delle fabbriche nel 1920, «Era nuova», 1° apr. 1950;
  • Maurizio Garino, L’incendio della Camera del Lavoro di Torino (1922), in Dall’antifascismo alla resistenza. Trenta anni di storia italiana, Torino 1961.
  • Pier Carlo Masini, Anarchici e comunisti nel movimento dei Consigli a Torino, Torino 1951;
  • G. Lattarulo – R. Ambrosoli, I consigli operai. Un’intervista con il compagno Maurizio Garino, «A», apr. 1971;
  • M. Antonioli, B. Bezza, La Fiom dalle origini al fascismo, 1901-1924, Bari 1978, ad indicem;
  • M. Revelli, Maurizio Garino: storia di un anarchico, «Mezzosecolo», n. 4, 1980/82

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

[modifica] Note

  1. Ruggero Giacomini, La rivolta dei bersaglieri e le giornate rosse. I moti di Ancona dell'estate 1920 e l'indipendenza dell'Albania, Ancona, Assemblea legislativa delle Marche/ Centro culturale "La Città futura", 2010.
  2. Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 100
  3. Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 108
  4. Battista Santhià, Con Gramsci all'Ordine Nuovo, Firenze, Editori Riuniti, giugno 1956, p. 128: «Il 27 l'Avanti pubblicò un comunicato in cui apertamente si riconosceva che la lotta era finita con la sconfitta degli operai per colpa dei dirigenti riformisti.»
  5. Alcune schede tratte dal Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani
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