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Consigli ed occupazioni di fabbrica in Italia (1919-20)

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Guardie rosse durante l'occupazione delle fabbriche dell'autunno del 1920.

Gli scioperi, i tumulti, le rivolte e le occupazioni di terre e fabbriche che si susseguirono nel biennio 1919-1920 (conosciuto come biennio rosso), furono un momento storicamente importantissimo per le classi oppresse ed in particolare il movimento operaio italiano. In un'ottica prettamente rivoluzionaria, i socialisti e gli anarchici sostennero l'occupazione delle fabbriche e la costituzione di organismi (Consigli di Fabbrica) in grado di autogestirle, emancipandosi così dalla classe padronale e ponendo le basi per la rivoluzione sociale.

Il movimento dei Consigli fu poi sconfitto a causa soprattutto del tradimento dei sindacati riformisti, che portò poi come conseguenza la reazione borghese e l'avvento del fascismo.

Contesto storico[modifica]

Tra la fine della prima guerra mondiale e il primissimo dopoguerra si creò in Italia un clima da vigilia di rivoluzione: le proteste del movimento antimilitarista, la contro la disoccupazione imperante, le oggettive difficoltà del vivere quotidiano e le speranze suscitate dagli avvenimenti rivoluzionari che stavano investendo la Russia, esplosero in un succedersi di scioperi e tumulti vari.

I primi segnali di malcontento popolare si manifestarono a Torino. Il 22 agosto 1917 spontaneamente i lavoratori incrociarono le braccia contro la guerra e il padronato; gli anarchici torinesi della Barriera di Milano (Maurizio Garino, Pietro Ferrero, ecc) furono tra i principali protagonisti dei tumulti che scoppiarono in tutta la città. Una settimana dopo, la violenta repressione poliziesca (50 morti tra gli scioperanti, 10 tra gli esponenti della forza pubblica e oltre 1000 arresti) pose termine alle proteste.

Le elezioni politiche del 1919 sancirono la voglia di cambiamento degli elettori italiani, facendo registrare:

  1. il netto declino dei liberali (I liberali persero la maggioranza. Ottennero infatti poco più di 200 deputati rispetto agli oltre 300 eletti nel 1913.);
  2. la crescita del partito popolare di don Sturzo (100 deputati in confronto ai 33 cattolici eletti nel 1913);
  3. l'enorme forza del partito socialista (156 deputati in confronto ai 48 del 1913). [1]

A questo punto in buone parti del paese, il malcontento legato soprattutto alla grave situazione economica del paese esploderà in scioperi e manifestazioni sempre più intense che culmineranno nella formazione dei consigli di fabbrica e nelle occupazioni delle stesse.

Durante questo periodo, l'Unione Sindacale Italiana (USI) raggiungerà quasi un milione di membri, ma dall'altro verso cresceva anche il malcontento dei nazionalisti e dei reduci della guerra a causa della cosiddetta "vittoria mutilata"...[2]

Il biennio rosso[modifica]

Gli eventi del 1919: prime occupazioni e nascita dei "consigli operai"[modifica]

Tra le cause di questa ondata di scioperi ci furono senza dubbio la crisi economica, ma anche il mito della rivoluzione russa e il pensiero di poterne fare una anche in Italia.

Ad agosto iniziarono le occupazioni delle terre abbandonate (il 24 agosto vengono occupate terre dell’agro romano) che proseguiranno nel mese di settembre (100000 braccianti occupano le terre di 15 feudi del trapanese). Già a marzo, a Dalmine (prov. Bergamo), si realizzarono le prime estemporanee occupazioni di fabbriche, ovunque sorsero i Soviet locali e nel fiorentino si costituì un'effimera "Repubblica dei Soviet" (sciolta dopo solo 3 giorni). Storicamente però, si suole indicare l'inizio del biennio rosso con la pubblicazione sulla rivista «Ordine Nuovo» di Antonio Gramsci del manifesto Ai commissari di reparto delle officine Fiat Centro e Brevetti (13 settembre 1919), nel quale sanciva la nascita dei consigli di fabbrica e se ne delineavano i compiti ed obiettivi, ovvero controllo operaio della produzione e creazione delle condizioni per lo scoppio della rivoluzione.

A Torino, il 1° novembre, grazie anche allo stimolo degli anarchici (Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero su tutti…), l’assemblea della Sezione torinese della FIOM approvò l’ordine del giorno "Boero-Garino" «a grande maggioranza» che portò alla «costituzione dei Consigli operai di fabbrica, mediante l’elezione dei Commissari di reparto». Si costituì un nuovo consiglio direttivo, provvisorio, in cui Pietro Ferrero assunse le funzioni di segretario, dopo che la carica era stata declinata dallo stesso Garino. Questi e Ferrero agirono spesso in stretta collaborazione con i comunisti de «L’Ordine Nuovo», nuovo giornale comunista di Antonio Gramsci.

Al Convegno straordinario della FIOM di Firenze (9 novembre-10 novembre 1919), Boero e Garino ottennero che i vertici federali permettessero l’«esperimento dei Consigli di fabbrica» intesi come «la continuazione dell’opera delle Commissioni interne coordinata con quella dell'organizzazione». Nel dicembre dello stesso Maurizio Garino partecipò al Congresso straordinario della CdL di Torino presentando una mozione a favore dei Consigli, ritenuti «ai fini dei principi comunisti-antiautoritari, organi assolutamente antistatali e possibili cellule della futura gestione della produzione agricola e industriale».

1920: rivolte ed occupazioni delle fabbriche[modifica]

20px Per approfondire, vedi rivolta dei Bersaglieri e biennio rosso.
Pietro Ferrero, anarchico e sindacalista protagonista del movimento dei "consigli di fabbrica"
«...l'unica via rivoluzionaria aperta di fronte alla classe operaia è quella della rivoluzione libertaria, dell'autogestione». (Maurizio Garino, anarchico e sindacalista della FIOM)

Tra febbraio e marzo si moltiplicarono gli scioperi dei braccianti e gli scontri tra manifestanti e forza pubblica erano ormai all'ordine del giorno. Il 13 aprile 1920 iniziò a Torino un nuovo duro sciopero che pochi giorni dopo si estese a tutto il Piemonte. Il 1º maggio furono indetti cortei nelle principali città che in alcuni casi furono dispersi dalla polizia come a Torino e a Napoli.Le elezioni del giugno 1920 portarono alla sostituzione di Nitti con l'ottantenne Giolitti, ma la crisi sembrò non attenuarsi così come il numero degli scioperi aumentava. Nel giugno del 1920 ad Ancona scoppiò la rivolta dei Bersaglieri, originata dall'ammutinamento dei bersaglieri di una caserma cittadina che non volevano partire per l'Albania, dove era in corso una occupazione militare decisa dal governo Giolitti. Fu una vera e propria ribellione armata che coinvolse truppe di varie forze che solidarizzarono con i ribelli. Da Ancona la rivolta si estese in tutte le Marche, in Romagna e a Terni. Il sindacato dei ferrovieri indisse uno sciopero per impedire che ad Ancona arrivassero le guardie regie; il moto fu sedato solo grazie all'intervento della marina militare, intervenuta per bombardare la città [3]

Per ottenere aumenti salariali e riduzione dell'orario di lavoro, la FIOM (sindacato metalmeccanici) proclamò uno sciopero bianco da parte dei lavoratori, a cui gli industriali controbatterono con una serrata, ovvero la chiusura delle fabbriche. A fronte della volontà padronale di non concedere nulla agli operai, nel luglio 1920 la protesta crebbe di intensità e da più parti si ventilò l'ipotesi dell'occupazione delle fabbriche. Il 13 agosto 1920 gli industriali ruppero le trattative. I sindacati a questo punto proposero una protesta ostruzionistica, ovvero gli operai avrebbero dovuto rallentare e ridurre la produzione ma senza fermarla, di modo che fosse comunque loro garantito, seppur ridotto, un salario. La federazione nazionale industriale, ritenendo insufficiente la risposta attendistica del governo Giolitti, deliberò pubblicamente un ordine di serrata degli stabilimenti la mattina del 1° settembre, anche se già nella notte precedente era stata decisa a Torino dal consiglio direttivo dell'AMMA. Ancor prima, a dire il vero, già dal 30 agosto le Officine Romeo & C. di Milano iniziarono la serrata nonostante il parere contrario del Prefetto del capoluogo lombardo.[4]
Foto segnaletica di Maurizio Garino

Sin dalla stessa sera, a Roma, dopo la chiusura dello stabilimento Bastianelli di Porta San paolo, i metallurgici occuparono le officine meccaniche romane. In seguito le serrate saranno proclamate quasi ovunque, puntualmente seguite dalle occupazioni operaie. Ecco quindi il carattere principale delle occupazioni delle fabbriche: una reazione alla chisura delle fabbriche da aprte della classe padronale.[5]

Le occupazioni si concentrarono in particolare nel cosiddetto triangolo industriale: Milano, Genova e Torino. Nel capoluogo piemontese gli anarchici svolsero un ruolo di primo piano, riconosciuto anche da esponenti comunisti come Antonio Gramsci, soprattutto grazie al lavoro di quelli facenti parte della della FIOM, come Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero. Quest'ultimo nel 1919 era stato eletto segretario della sezione torinese.

Per fronteggiare le violenze padronali, gli operai organizzarono servizi armati di vigilanza disposti a scendere allo scontro anche con l'esercito che assunsero il nome di Guardie Rosse. [6] Il partito socialista (PSI) e il sindacato socialista della CGL (al cui interno vi erano però alcune componenti minoritarie d’ispirazione comunista e anarchiche, che erano in forte opposizione alla maggioranza riformista) non s'impegnarono più di tanto per sostenere i lavoratori nelle loro massime aspirazioni. Gli anarchici, oltre che come minoranza della CGL (erano presenti soprattutto nella FIOM, sindacato dei metalmeccanici aderenti alla CGL), erano pure attivi nell'UAI (Unione Anarchica Italiana) e nell’USI, differenziandosi dalle organizzazioni sindacali in quanto si opponevano alla mentalità del salariato, educando ed istruendo gli operai all'autogestione e all’abbattimento di ogni gerarchia.

I Consigli di Fabbrica[modifica]

20px Vedi, consiliarismo.

[[Immagine:Gramsci.png|thumb|left|170 px|Antonio Gramsci partecipò al dibattito sulle occupazioni delle fabbriche, riconoscendo l'importanza avuta dagli anarchici in questo contesto]] Il primo consiglio di fabbrica si costituì a Torino nel settembre del