comunismo

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Il comunismo è una dottrina e sistema politico-sociale fondata sul principio dell'uguaglianza reale tra i membri di una società e della proprietà comune dei mezzi di produzione. Formulato con accenti e sfumature diverse in ogni epoca, da Platone a Tommaso Moro a Tommaso Campanella, ha acquistato un significato non più utopistico e di richiamo alla natura, ma storico e rivoluzionario, in seguito alla rivoluzione industriale del XVIII sec. Dopo le prime formulazioni di Babeuf, Charles Henri de Saint-Simon, Charles Fourier, Blanc, Blanqui, Jean-Pierre Proudhon, Robert Owen, la teoria comunista fu scientificamente definita dall'opera di Karl Marx e Friedrich Engels sulla base dell'analisi critica del sistema di produzione e sociopolitico capitalistico; gli stessi, con il Manifesto del partito comunista (1848), esposero per primi una strategia politica volta, nel tempo, alla costituzione di una società senza classi. Il pensiero marxista, rielaborato tenendo conto delle mutate situazioni storiche, ha costituito la base del leninismo e del maoismo, nelle due differenti concezioni affermatesi in Russia e in Cina, nonché dei diversi esperimenti di 'socialismo reale' tentati lì come in numerosi altri Stati dell'Europa orientale, Africa e Asia nel corso del XX sec.; gli "anni Novanta" hanno assistito alla crisi planetaria del comunismo organizzato, culminata nello scioglimento del Partito comunista sovietico dopo il colpo di Stato dell'agosto 1991.

Indice

[modifica] La Storia del comunismo

[modifica] Le origini

La prima formulazione di una società comunista è attribuibile a Platone , che nella città ideale disegnata nella Repubblica prevedeva la soppressione della proprietà privata e dell'istituzione familiare per annullare ogni conflitto tra interesse privato e Stato; tale modello si applicava tuttavia alla sola élite dirigente, mentre mancava ogni riferimento a una emancipazione dei ceti inferiori. È comunque con l'avvento del cristianesimo che fiorirono i primi ideali comunistici di carattere universale: i dettami evangelici, per quanto attenuati dalle esortazioni di s. Paolo a vivere docilmente la propria condizione sociale, indussero le prime comunità cristiane a mettere in comune i beni materiali (cfr. Atti degli Apostoli, 2,44-45; 4,34-37; 5,1-4). Questi precedenti ispirarono in una certa misura le esperienze dell'ordine francescano e dei movimenti ereticali dei secc. XII-XIV (catari, valdesi, fratelli apostolici di fra' Dolcino, predicazione di Gioacchino da Fiore). Ancora nei primi anni del "500" Thomas Müntzer, il capo dei contadini protestanti, gli anabattisti in lotta contro i loro principi, esortò a restaurare l'uguaglianza delle comunità cristiane delle origini.

E' doveroso sottolineare che il termine comunismo l’adesione a principi di classe che contraddistinguono tutta la sinistra rivoluzionaria (compreso il pensiero anarchico), indipendentemente dalle scuole di pensiero. Sono stati gli anarchici, di fatto, ad adottare per primi su larga scala il termine comunismo.

La sua assunzione cosciente anzi ha rappresentato una maturazione precoce del movimento anarchico, che è passato dalla fase collettivista, cui era ancora legato Bakunin ("da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno in misura del proprio lavoro"), alla fase veramente egualitaria ("da ciascuno secondo le proprie capacità, a ciascuno secondo i propri bisogni").

Prima che sul finire del XIX° secolo gli anarchici adottassero l’aggettivo comunista, esso era relegato ad alcune sette utopistiche. I marxisti lo avevano assunto inizialmente, tant’è che Karl Marx ed Friedrich Engels, proprio per il piccolo gruppo di tedeschi emigrati in Inghilterra uniti nella Lega dei Comunisti, scrissero nel 1848 il Manifesto del Partito Comunista. Ma successivamente ripiegarono in tutti i paesi sul termine socialdemocrazia. Solo dopo la rivoluzione russa dell’ottobre 1917 nei partiti marxisti di tutto il mondo tornerà l’aggettivo comunista, quando i comunisti anarchici lo avevano già utilizzato da mezzo secolo all’incirca in totale analogia con anarchismo di classe.

[modifica] Utopie e cambiamenti economici

Le prime utopie comuniste in senso proprio furono esposte nei secc. XVI e XVII (in coincidenza con l'affermazione della classe borghese, lo sviluppo delle manifatture e la crisi di molte comunità rurali). In quel contesto s. Tommaso Moro scrisse (1516) "Utopia", isola ideale dove non esistevano proprietà privata e denaro, i beni appartenevano allo Stato, i cittadini lavoravano sei ore al giorno e l'ordinamento era democratico ed elettivo. L'ideale di un mondo organizzato per soddisfare i bisogni della comunità e non quelli egoistici dei singoli trovò nuova voce un secolo dopo negli scritti di Tommaso Campanella (La città del sole, 1643). Le aspirazioni a un nuovo ordine sociale furono alla base, verso la metà del '600, del movimento inglese degli "zappatori" (diggers), ala estrema del movimento radical-democratico dei "livellatori" (levellers ): essi ponevano come premessa imprescindibile per l'eliminazione delle disuguaglianze economiche e sociali la soppressione della proprietà terriera (scritti di Gerrard Winstanley). Nel 1649 il loro tentativo di comunità rurale fu represso con le armi.

[modifica] Rivoluzione francese e rivoluzione industriale

Il pensiero illuminista portò un contributo fondamentale alla crescita delle idee comuniste. In particolare le elaborazioni di Jean Jacques Rousseau e di Morelly (che configuravano la proprietà privata il primo come degenerazione di un primitivo e ideale stato di natura, il secondo come origine di ogni difetto sociale) aprirono la strada al movimento guidato, in corrispondenza della rivoluzione francese, da Babeuf: il "babuvismo" aspirava nella sostanza a un comunismo distributivo, a un sistema, cioè, in cui il potere politico si preoccupasse di organizzare pressoché integralmente l'attività economica e di distribuire con equità i prodotti del lavoro.

Nel 1796 la "congiura degli Eguali" di Babeuf pose le radici di quell'idea di "dittatura dell'insurrezione" (cioè la possibilità di ricorrere ad azioni politiche estreme per instaurare una società comunista), che tanto peso avrebbe avuto negli sviluppi ulteriori del movimento comunista. Tuttavia, le scuole di pensiero socialiste e comuniste che nella prima metà dell'800 fiorirono in risposta ai crescenti problemi economici e sociali provocati dalla rivoluzione industriale non percorsero la strada del babuvismo, mirando piuttosto a cambiamenti nonviolenti. Così Charles Fourier teorizzò i falansteri (piccole comunità autarchiche prive di contrasti di interesse), mentre Robert Owen progettò le comuni (villaggi agricoli fondati sulla cooperazione, costituiti su terre assegnate ai disoccupati).

Da parte sua, Etienne Cabet immaginò invece un sistema rigorosamente comunista (privo di ogni forma di proprietà privata) a livello nazionale, reso possibile dalla soppressione di qualunque differenza sociale e dal controllo dei mezzi produttivi da parte della collettività. Il punto più alto di questa linea di pensiero venne raggiunto da Charles Henri de Saint-Simon, il primo a introdurre inequivocabilmente gli ideali comunistici nel nuovo mondo industriale: dalle idee di Saint-Simon emergeva chiaramente la condanna di una società in cui i pochi si arricchivano sfruttando il lavoro della maggioranza.

[modifica] Il pensiero di Marx

Karl Marx e Friedrich Engels si posero l'obiettivo di costruire una teoria scientifica del comunismo, basata su un'analisi circostanziata della dinamica economica e sociale e non sull'escogitazione utopica del singolo pensatore. Essi individuarono la genesi del moderno capitalismo nella crescita e nell'affermazione della classe borghese, che aveva monopolizzato i mezzi di produzione, riducendo i lavoratori a "proletari", costretti a vendere la loro forza-lavoro per vivere. Nelle previsioni dei due studiosi tedeschi il modo di produzione capitalistico era attraversato da contraddizioni che col tempo si sarebbero rivelate incontrollabili da parte della borghesia, dando luogo a crisi sempre più violente.

Il progressivo scomparire dei ceti medi, assorbiti dalla dinamica industriale all'interno del proletariato, avrebbe alla fine messo l'una di fronte all'altra la ristretta élite di capitalisti e la stragrande maggioranza costituita dai lavoratori-proletari. Questi ultimi, forti del loro numero, avrebbero potuto imporre l'abbattimento della proprietà privata e instaurare una società senza classi, dove ognuno contribuisse in misura delle sue capacità e ricevesse secondo il suo bisogno.

Il movimento socialista dopo Marx andò differenziandosi in due grandi filoni: da una parte chi vedeva il socialismo come il risultato del progressivo allargamento della democrazia borghese garantito dall'ineluttabile caduta del capitalismo per le sue contraddizioni interne; dall'altra, chi, soprattutto dopo la sanguinosa repressione della Comune di Parigi del 1871, sosteneva la necessità di una rottura rivoluzionaria che si ponesse il problema della conquista del potere da parte delle avanguardie del proletariato, forzando i tempi della storia e non delegando i destini del c. a indefiniti e spontanei processi economico-sociali. Lo scontro delle due linee percorse la storia dei partiti socialisti organizzati nella Prima e nella Seconda Internazionale e arrivò a una definitiva divaricazione con la I guerra mondiale, vista da molti come la conferma dell'incapacità del capitalismo di risolvere le sue contraddizioni se non facendo precipitare il mondo in disastrosi conflitti. La rivoluzione bolscevica del 1917 in Russia portò alla creazione del primo Stato socialista della storia e della III Internazionale comunista (1919): da quel momento la storia del comunismo divenne un continuo e spesso strumentale e incoerente intreccio di ideali e teorie da un lato, e realizzazioni politico-istituzionali dall'altro.

[modifica] L'esperienza sovietica

È indubbiamente la figura di Nicolaj Lenin, con la sua interpretazione teorico-pragmatica del marxismo (leninismo), a imporsi come protagonista di questa svolta. Entro il movimento rivoluzionario russo il gruppo bolscevico guidato da Lenin si distinse per il rifiuto dell'idea del crollo del capitalismo come frutto delle spontanee lotte economiche dei lavoratori e per la forte sottolineatura della consapevolezza teorica e della politica nella lotta rivoluzionaria. Veniva così a configurarsi il ruolo del Partito Comunista come avanguardia cosciente, interprete della classe operaia e garante della conquista del potere statale. Ben presto, dopo la rivoluzione russa del 1917, il progetto di instaurazione di una democrazia operaia dei soviet lasciò il passo al monopolio del potere da parte del Partito Comunista, giustificato con la durezza dello scontro di classe interno e con l'"accerchiamento" della rivoluzione da parte delle potenze internazionali capitalistiche.

Il regime comunista russo si caratterizzò per il fortissimo centralismo e per l'identificazione tra Stato e partito che tendevano ad annullare le libertà e i diritti individuali. I tratti autoritari furono parossisticamente accentuati dal sistema di potere creato da Stalin tra il 1924 e il 1953: all'imposizione di una concezione monolitica del partito e al culto della personalità del capo, che spensero ogni possibilità di dibattito politico, unì drastiche persecuzioni contro avversari reali e potenziali. Stalin giustificò questo sistema con l'esigenza di costruire il "socialismo in un solo paese" in un contesto internazionale ostile, subordinando alle esigenze dello Stato sovietico quelle del movimento rivoluzionario in Occidente, contro la tesi di "rivoluzione permanente" avanzata da Lev Trotzkij. Mentre sotto Lenin si era sperimentata la convivenza tra regime collettivistico e forme di proprietà privata, specie nelle campagne, Stalin optò definitivamente per la collettivizzazione forzata dell'agricoltura e la pianificazione centrale dell'intera dinamica economica secondo "piani quinquennali", centrati sullo sviluppo accelerato dell'industria pesante. Su queste scelte si consumò la rottura tra Stalin e Nicolaj Bucharin e furono avviate le grandi "purghe" del partito e dello Stato, che fecero milioni di vittime negli "anni '30" (la repressione colpì anche gli anarchici, che già erano stati duramente repressi sin dai tempi di Kronstadt). La vittoria nella II guerra mondiale consentì l'esportazione del regime comunista prima nei paesi dell'Europa orientale rimasti sotto l'influenza dell'URSS, quindi a Cuba e, a seguito del processo di decolonizzazione , in alcuni Stati dell'Africa e del Sudest asiatico.

[modifica] L'esperienza cinese

Un modello assai differente da quello sovietico venne proposto dopo la guerra dall'altra grande rivoluzione comunista, che portò nel 1949 alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Mao Tse-tung operò una profonda reinterpretazione degli ideali comunisti rivalutando l'apporto delle classi contadine, determinanti nelle realtà dei paesi in via di sviluppo rispetto a un debole proletariato urbano. Il maoismo evidenziò anche in modo particolare la necessità di pianificare una crescita più equilibrata tra agricoltura e industria e di tenere costantemente vivo lo spirito rivoluzionario per impedire il ricostituirsi dei privilegi e della stratificazione in classi. Tuttavia l'idea maoista di una rivoluzione permanente si scontrò con forti resistenze all'interno dello stesso Partito Comunista, venne progressivamente accantonata e ricevette un colpo definitivo con la morte di Mao (1976).

[modifica] Dalla destalinizzazione al crollo dei regimi dell'Est

I tratti dittatoriali del sistema stalinista furono sottoposti a critica da Nikita Kruscev sin dal 1956. La destalinizzazione e l'abbandono dei metodi più oppressivi tuttavia non bastarono a frenare il percorso del comunismo sovietico verso una sclerotica elefantiasi burocratica, ma favorirono piuttosto l'allentamento dei legami con alcuni partiti comunisti europei occidentali (e il PCI tra i primi), che, coscienti dello scontro tra il "socialismo reale" dei paesi comunisti e le esigenze di libertà radicate in Occidente, approdarono di lì a qualche anno alla elaborazione democratica dei principi marxisti. La svolta politica operata in URSS da Michail Gorbacëv nel 1985, basata sull'innesto progressivo di elementi di democrazia nel sistema politico e di economia di mercato nel sistema economico sovietico, se ebbe successi nel creare un'embrionale opinione pubblica nel paese, forme di pluralismo e di nuova partecipazione politica e nel portare a una distensione nei rapporti con l'Occidente e a un netto miglioramento dell'immagine internazionale dell'URSS, non riuscì però a riformare nel profondo ma nella continuità il sistema e a risollevare un'economia ormai prostrata dalla stagnazione burocratica e dal peso dell'apparato militare. Il crollo dei regimi comunisti, che a partire dal 1989 coinvolse tutti i paesi comunisti dell'Est europeo e portò alla dissoluzione della stessa URSS nel 1991, trova le sue ragioni oltre che nel collasso economico e degli apparati burocratici di partito, in una molteplicità di fattori: la diminuzione della tensione nei confronti degli USA, la crescita delle tensioni etniche e nazionali nell'impero sovietico, la volontà di far crescere i consumi privati a livelli almeno paragonabili a quelli delle democrazie occidentali, l'affermazione delle libertà politiche, civili, religiose e culturali di tutti i cittadini. Il crollo del comunismo nell'Est europeo ha avuto riflessi significativi anche in molti partiti comunisti del Terzo Mondo e dell'Occidente, al cui interno è andato progressivamente attenuandosi il richiamo agli ideali e alla tradizione comunisti (nel 1991 il Partito Comunista Italiano ha cambiato nome in Partito Democratico della Sinistra), mentre i modelli di lotta di classe sono stati abbandonati e ridisegnati come ideali di solidarietà sociale. Anche nei paesi in cui sopravvive, almeno formalmente, un regime comunista (Cina, Cuba, Corea del Nord, Laos, Vietnam), la graduale apertura a una economia di mercato ha segnato sempre di più un allontanamento dall’originaria idea comunista, sino ad assumere, in alcuni casi, caratteri reazionari.

[modifica] Divergenze tra il comunismo anarchico e quello autoritario

Le divergenze tra le due correnti di pensiero, comunque collocabili all'interno della sinistra rivoluzionaria, riguardano due temi fondamentali: lo sviluppo del movimento proletario e la costruzione della società postrivoluzionaria.

[modifica] Lotte interne allo Stato

Innanzittuto sono da prendere in considerazione le lotte all'interno dello Stato borghese: gli anarchici hanno sempre rifiutato l'idea di conquistare il potere politico mediante una rappresentanza politica, cioè un partito, che lavori all’interno delle istituzioni, ovvero che si comprometta con lo Stato borghese. Per i comunisti anarchici è proprio la compromissione con lo Stato ad aver favorito il riassorbimento all’interno delle sue logiche di funzionamento, fino alla conseguente e totale capitolazione.

I comunisti anarchici sono invece, interessati all’apparato istituzionale nella misura in cui esso permette di analizzare e disvelarne i meccanismi reali di funzionamento, ritenendo quindi che non sia opportuno entrare nella dinamica delle lotte al suo interno, né per loro quale organizzazione, né per il proletariato, che da questi scontri non ha nulla da guadagnare, se non altre catene.

[modifica] Lotta politica e lotta sociale

Per i comunisti anarchici la rivoluzione deve essere sociale, ovverosia capovolgere i rapporti proprietari della società borghese. La società comunista non può che essere autogestionaria e federativa, ovvero con un potere esercito dal basso verso l’alto. In questa prospettiva le lotte quotidiane servono a vari scopi; prima di tutto a costruire la forza di scontro del proletariato, la sua organizzazione di massa che nelle sue forme adombra già i futuri strumenti di gestione; in secondo luogo, dalla conquista anche di briciole di pane, per quanto minute sono sempre buone a mangiarsi, […] sarà aumentato il benessere operaio e migliorate quindi le condizioni anche intellettuali (Luigi Fabbri)

[modifica] Il ruolo dell'avanguardia

Per i comunisti anarchici il partito (parola che adoperava anche Errico Malatesta), o l’organizzazione politica dei comunisti anarchici, ha un ruolo solo all’interno del movimento proletario; cerca cioè, all’interno delle lotte quotidiane, di sviluppare la coscienza di classe del proletariato, di far crescere nel suo scontro con la borghesia una strategia rivoluzionaria che faccia sviluppare negli sfruttati la coscienza dei loro bisogni storici, proprio a partire dai bisogni immediati. Il partito (nel senso anarchico del termine) non fa la rivoluzione per conto di altri, non la dirige nell’interesse di altri, non la governa per ottenere il bene di altri, ma sta all’interno del processo di crescita e di emancipazione del proletariato, cercando di fare in modo che esso si convinca che le idee che gli viene proponendo sono quelle adatte al raggiungimento degli scopi (è evidente la differenza sostanziale nei confronti del marxismo-leninismo, in cui l'avanguardia assume un ruolo rivoluzionario, collocandosi non all'interno degli sfruttati, ma ponenndosi in poszione privilegiata, ossia guidandoli dall'esterno).

Per far ciò deve sviluppare analisi, proposte, riflessione, fungendo da enzima dello sviluppo rivoluzionario, da memoria storica di vittorie e sconfitte e da fulcro per un loro riesame critico e proficuo.

[modifica] Voci correlate

anarco-comunismo

Federazione dei Comunisti Anarchici

anarchismo e marxismo

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