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Colonialismo

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Mappa del colonialismo nel 1800

Il colonialismo definisce quella azione politica, economica e militare, per la quale alcuni territori sono occupati e sfruttati da un paese straniero da cui dipendono politicamente e/o economicamente. Il fatto coloniale è uno degli elementi principali dell'epoca contemporanea, legato intimamente al capitalismo, al nazionalismo e al razzismo.[1]

Introduzione[modifica]

Nonostante "ufficialmente" oggi non esistano colonie, gli effetti delle politiche colonialiste si fanno ancora sentire ed il dibattito sul colonialismo rimane attuale. È con l'espansione dell'Europa nel XIX e XX secolo che la politica coloniale si sviluppò in tutta la sua ampiezza. Nonostante queste premesse si può dire che l'acquisizione di colonie non era nemmeno allora considerabile un fenomeno nuovo. I primi imperi dell'epoca moderna si erano infatti sviluppati già  dal XV secolo, e le città  greche avevano creato fin da l'Antichità  un certo numero di colonie, anche se vi era poca similarità  con il vasto movimento che si produsse in seguito.

È particolarmente significativo constatare che, se situazioni di dipendenza di una regione e di un popolo rispetto ad un altro hanno potuto essere osservate su diversi punti del pianeta ed in epoche varie, il fenomeno di colonizzazione propriamente detto deve essere esclusivamente attribuito ai soli stati dell’Europa occidentale. Nel Novecento si è gradualmente passati dal colonialismo di stato ad un colonialismo di mercato (fondato sulle teorie del "libero mercato", che sostanzialmente non è libero ma è controllato e condizionato dalle multinazionali e dai poteri forti finanziari), basato cioè su un piano puramente economico e non politico.

Colonizzazione e antichità [modifica]

Il lessico relativo al fenomeno coloniale si è gradualmente differenziato. I primi termini utilizzati nella lingua francese, e cioè dal XIV secolo, furono quelli di colono e di colonia. Ereditati del latino, testimoniavano di una pratica precedente, che risale all’antichità .

I popoli mediterranei si erano in effetti già  indirizzati verso alcune forme di conquista e di dominio della sovranità  di altri popoli. I fenici e i cretesi avevano installato in tutto il bacino mediterraneo delle sorte di filiali. Dedicati principalmente ad obiettivi commerciali, queste filiali ricevevano tuttavia molti migranti in provenienza dal paese “colonizzatore”, che trovavano là  delle opportunità  in cui non avrebbero potuto sperare nel loro paese d' origine. Ma i greci andarono molto più in là  nella concezione di questa politica espansionistica e di dominio. Sviluppando emigrazione e colonizzazione, s' installarono fino all’Asia minore e fondarono importanti città  in tutto il Mediterraneo.

Tuttavia, anche se alcuni storici vedono una continuità  tra la vecchia tipologia di colonizzazione e quella praticata in seguito nell’epoca moderna, per bene d'altro questo legame procede soprattutto attraverso una comoda similitudine. Le ricercate e trovate analogie tra forme di dominio diverse, mirano a legittimare un fenomeno nuovo, la cui specificità  deve invece essere analizzata attentamente per poterla studiare in tutta la sua vastità .

La lessicografia relativa al fenomeno coloniale si è via via differenziata, prendendo così atto delle sue evoluzioni.

Nascita di un colonialismo di tipo moderno[modifica]

Nuvola apps xmag.png Per approfondire, vedi Schiavismo.

L’evoluzione della terminologia spiega l’evoluzione delle relazioni coloniali. Nel XIV secolo, il termine francese colon (colono) indicava la persona che coltivava la terra di cui non era proprietaria, in cambio del pagamento di un affitto in natura. A partire dal XVIII secolo, il termine subì un'evoluzione considerevole, andando a definire colui che fondava o popolava una colonia, riflettendo così le nuove relazioni esistenti tra i paesi dell’Europa occidentale da una parte, ed i continenti americani, asiatici ed africani dall’altra. Questa nuova distribuzione si tradusse anche con la comparsa del termine colonizzazione che, a partire dal XVIII secolo, designò l’azione di colonizzare.

Nell'epoca moderna in effetti si sviluppano i rapporti di dominio in un quadro strettamente coloniale. Dietro la loro evoluzione economica e politica, i paesi dell’Europa occidentale misero in atto strategie aventi come oggetto la sottomissione di altre civiltà . A partire dalla fine del medioevo, l’Europa sviluppò necessità  nuove a causa dei mutamenti delle forze produttive e dei mezzi di comunicazione utilizzati.

Essendosi fortemente esaurito lo sfruttamento delle risorse economiche dell’Europa durante il medioevo, i prezzi delle spezie erano aumentati e gli europei in ricerca di materie prime e di manodopera si lanciarono alla conquista dei paesi africani, americani ed asiatici. Allora fin dal XIV secolo, i portoghesi, e in seguito gli spagnoli, organizzarono spedizioni immediate in direzione dell’Africa.
La concorrenza marittima che nacque tra questi due paesi fu così regolata dal papa che, con il trattato di Tordesillas (1494), effettuò una divisione delle zone d' influenza a profitto della Spagna e del Portogallo.

Fin dall'inizio le tesi politiche sull'espansionismo coloniale, ricevettero sostegno a grandi pensatori. Il colonialismo, inizialmente, fu giustificato dalla necessità  di educare i popoli di cui si metteva in dubbio la reale natura umana. Fu “grazie” al pretesto del cristianesimo che si dispiegarono le politiche colonialiste e che furono ridotte in schiavitù le popolazioni indiane del continente americano. Ma i teologi furono anche i primi ad iniziare la messa in discussione della politica adottata nel Nuovo Mondo.

Nel 1550, in occasione della controversa e famosa discussione di Valladolid, Bartolomé de Las Casas e Juan Ginés de Sepulveda si opposero dinanzi al Consiglio delle Indie.

Per Sepulveda, la colonizzazione era giustificata dal carattere inferiore degli indiani, e lo schiavismo era legittima nella misura in cui era praticato per integrare il profitto di una nazione superiore come la Spagna. Per Las Casas invece, la colonizzazione doveva essere accompagnata da una «pacifica conversione» degli indios, ritenuti pacifici e buoni (mito del buon selvaggio), che condussero ad una serie di leggi tese ad un minimo di protezione degli indiani d’America, senza che tuttavia sfociassero nell’abolizione definitiva della schiavitù.

La Casas fu tuttavia fortemente osteggiato dai conquistadores, allora come soluzione al problema propose l’utilizzazione degli africani, allora non considerati esseri umani, per i lavori nel Nuovo Mondo, dando inizio ad una delle pagine più nere della storia umana: la tratta dei neri.

"Compagnie à  Charte"[modifica]

La politica espansionistica che la Spagna sviluppò verso l’Asia e soprattutto l’America, dove acquisì un impero immenso, non lasciò indifferenti gli altri paesi europei. Immediatamente la Gran Bretagna, la Francia e soprattutto l'Olanda si lanciarono a loro volta nell'avventura coloniale. Tuttavia mentre i governi spagnoli e portoghesi erano intervenuti direttamente, i nuovi colonizzatori, soprattutto i francesi agirono, inizialmente, attraverso gli intermediari delle “compagnies à  chartÈ'” fondate fin nel XVII secolo.

Questo genere di compagnie, la cui traduzione letteraria è "Compagnia della carta", erano regolamentate da uno statuto, attraverso il quale il monopolio veniva concesso, riconosciuto e controllato dallo Stato, in modo da attirare capitali privati a sostegno di iniziative commerciali e coloniali. A queste compagnie lo Stato concedeva potestà  pubbliche (es. il governo dei territori da sviluppare) ed altri privilegi (es. esenzione dalle imposte, monopolio del commercio nazionale diretto verso determinate aree ecc.). In questo modo le "corone" lucravano notevolmente e così pure i privati che potevano beneficiare di un monopolio assoluto nel settore (caffè, zucchero, rum, spezie, ecc.).

In Francia, durante gli anni di Jean-Baptiste Colbert' [2], furono fondate numerose compagnie di questo tipo: la Compagnia delle Indie Orientali (per i traffici con l'Oceano Indiano), la Compagnia delle Indie Occidentali (traffici con le americhe), la Compagnia del LevantÈ (Mar Mediterraneo orientale ed Impero Ottomano), la Compagnia del Senegal (gestione delle coste africane), la Compagnia del Nord (traffici commerciali verso i mari boreali, nel tentativo anche di sottrarli al monopolio olandese).

È generalmente necessario fare una distinzione tra le colonie dette di popolamento e quelle di sfruttamento. Nelle prime, dei coloni originari del paese colonizzatore si installano in numero sufficiente da permettere la formazione di comunità  organizzate. Non esistono a dire il vero vere e proprie colonie di popolamento, infatti i coloni europei vissero al fianco dei popoli colonizzati, i quali stavano in situazioni di segregazione più o meno accentuata.

Le colonie di sfruttamento furono invece la forma più diffusa di colonialismo. Nella misura in cui l’obiettivo principale della colonizzazione era quello di mettere a disposizione dei paesi occidentali le risorse dei paesi colonizzati, la mancanza di braccia europee e la condanna della schiavitù degli indiani d'America, voluta da Bartolomé de Las Casas, portò alla ricerca di altra manodopera.

Fu in queste condizioni che, nel quadro di un commercio triangolare, i paesi europei sistemarono per molti secoli e per loro tornaconto, le pratiche schiaviste. Le concezioni economiste sviluppate dai mercanti ebbero come corollario quello di mettere le colonie in una relazione di stretta dipendenza rispetto alla “madre patria”. In Francia, questo sistema d' organizzazione fu detta de l'Exclusif (Esclusivo). La politica espansionistica che la Spagna sviluppò in direzione dell’Asia e soprattutto dell’America, portò alla formazione di un impero immenso che non lasciò indifferenti gli altri paesi europei.

Imperi coloniali[modifica]

Le potenze coloniali europee creano i lager in Sudafrica (L'Assiette au Beurre, n° 47, 28 febbraio 1902, disegno di Théophile Alexandre Steinlen)

A partire dal XIX secolo, i metodi utilizzati, gli attori implicati e gli imperi stessi subirono un'evoluzione. Con l'eccezione di Léopold II, che si lanciò nella conquista coloniale a titolo strettamente personale, la colonizzazione fu opera dello Stato, senza alcun intermediario ufficiale. D'altronde, a parte le esperienze più limitate condotte dalla Germania e l’Italia, gli stati colonizzatori erano soprattutto rappresentati dalla Francia e la Gran Bretagna.

L'indipendenza di Santo Domingo, la nascita degli Stati Uniti, come pure la fine di Spagna e Portogallo quali coloniali, orientò l’espansione verso il continente africano che fu colonizzato interamente (ad eccezione dell'Etiopia che resisté ai tentativi italiani).

Benché d' importanza quantitativamente ristretta, i possedimenti nelle americhe, in particolare le aree caraibiche, ebbero un'importanza non trascurabile, testimoniato dal mantenimento nelle colonie francesi della tratta degli schiavi fino al 1825 e quello del sistema schiavista fino al 1848. L’Asia, infine, fu il terzo continente ad avere conosciuto gli effetti del dominio coloniale.

I diversi cambiamenti allora osservati erano dovuti alle mutazioni economiche in corso in Europa occidentale. La dottrina mercantilista, di cui le "Compagnie à  Charte" ne erano stata l'espressione principale, era stata progressivamente sostituita dalle teorie liberiste. E Il laissez fair-laisser-passer («lasciar fare - lasciar passare») di Adam Smith non poteva adattarsi alle restrizioni imposte alla libertà  di movimento delle merci, che invece era stata l'ambito nella quale si esercitava, fino a quel periodo, la dominazione coloniale.

A partire dal 1870, i partigiani della colonizzazione apportarono un sostegno sistematico all’impresa coloniale, giustificandola con svariate argomentazioni. L'importanza degli imperi coloniali appariva ormai come uno dei fondamenti imprescindibili delle potenze dei paesi occidentali. Inoltre, la rivalità  dei paesi europei portò a non lasciare libero alcun territorio, poiché altrimenti esso sarebbe stato occupato da un paese concorrente.

La necessità  di prendere posto nel commercio mondiale imponeva anche di possedere basi navali e commerciali in diversi punti della Terra. Dal punto di vista economico, le colonie venivano presentate come zone ricche di risorse, in cui si poteva attingere non appena fosse necessario all'economia della potenza colonizzatrice. Inoltre, per la Francia, l’impero coloniale era considerato come una sorta di vivaio umano, nella misura in cui, rispetto alla Germania, aveva un deficit demografico di cui temeva le conseguenze in caso di conflitto bellico. Infine, i paesi colonizzatori si sentivano investiti di una sorte di " missione civilizzatrice" presso i popoli coloniali, giudicati barbari.

Quest'espansione colonialista ricevette dure critiche dagli ambienti comunisti. Lenin l’analizzò come una conseguenza logica dello sviluppo del capitalismo che, alla fine, non poteva che svilupparsi poiché figlio di un sistema di supersfruttamento delle risorse economiche. D' altra parte, i comunisti prevedevano che, di fronte alle situazioni di dipendenza, nelle quali erano stati mantenuti, i paesi colonizzati non avrebbero ritardato a sollevarsi.

Fine del Colonialismo?[modifica]

Nel momento in cui la colonizzazione raggiunse il suo apogeo, durante il periodo tra le due guerre mondiali, mostrò anche i primi segni di debolezza. I movimenti nazionali, di cui si iniziava allora appena a prendere coscienza in occidente, si amplificarono e, dopo la seconda guerra mondiale, i paesi colonizzati poterono accedere all’indipendenza.

Tuttavia, nonostante l’acquisizione di questi nuovi statuti, il colonialismo è una questione ancora aperta ed attuale. Le relazioni di dipendenza tra colonie ed ex-potenze coloniali non sono state completamente spezzate, semplicemente le antiche forme di dominio sono state sostituite da un colonialismo "informale" (neocolonialismo). È necessario quindi interrogarsi sul lascito dei colonizzatori alle ex-colonie, che per la quasi-totalità  appartengono al terzo mondo. Alcuni esperti vedono però nell'immigrazione il ritorno di una sorta di "colonialismo di stato", che pretenderebbe di riservare soli diritti ai nativi e solo doveri ai migranti: se tale teoria corrispondesse al vero, le rivolte delle minoranze etniche sarebbero da inquadrare in un più ampio tentativo di sovvertire lo Stato e le sue velleità  neocapitaliste.

Colonialismo e imperialismo[modifica]

Per alcuni storici e\o intellettuali i due termini sono sinonimi, per altri invece esistono alcune differenze specifiche:

  • Il colonialismo:

Suole alludere alle prime fasi dell'espansione europea, durante il XVI, XVII e XVIII secolo. Le metropoli controllano una serie di territori, sfruttandoli economicamente, che portò alla subordinazione dei popoli autoctoni colonizzati, ai quali furono imposto strutture economiche e stili di vita estranei alle loro tradizioni. Il colonialismo si sviluppò controllando strade, luoghi strategici e creando zone di influenze, ma non fu chiaramente stabilito un modello di conquista continuo e sistematico.

  • L'imperialismo:

A differenza del precedente, l'imperialismo ha forti connotazioni nazionalistiche: gli Stati che lo praticavano pretendevano sistematicamente di conquistare più territorio possibile, al fine di raggiungere il rango di potenza mondiale. Essi non cercavano tanto la trasformazione culturale di queste zone ma il suo controllo politico, militare ed economico. Questo processo fu definitivamente acquisito nell'ultimo terzo del secolo XIX.

Note[modifica]

  1. Buona parte di quest'articolo è tratta dalla traduzione di AFCM.org
  2. Jean-Baptiste Colbert (1619-1683), politico ed economista francese, stretto collaboratore di Luigi XIV

Bibliografia[modifica]

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]