Discussion about terms of use is ongoing | 4th General Meeting

Consigli ed occupazioni di fabbrica in Italia (1919-20)

Da Anarcopedia.

(Reindirizzamento da biennio rosso)
Guardie rosse durante l'occupazione delle fabbriche dell'autunno del 1920.

Gli scioperi, i tumulti, le rivolte e le occupazioni di terre e fabbriche che si susseguirono nel biennio 1919-1920 (conosciuto come biennio rosso), furono un momento storicamente importantissimo per le classi oppresse ed in particolare il movimento operaio italiano. In un'ottica prettamente rivoluzionaria, i socialisti e gli anarchici sostennero l'occupazione delle fabbriche e la costituzione di organismi (Consigli di Fabbrica) in grado di autogestirle, emancipandosi così dalla classe padronale e ponendo le basi per la rivoluzione sociale.

Il movimento dei Consigli fu poi sconfitto a causa soprattutto del tradimento dei sindacati riformisti, che portò poi come conseguenza la reazione borghese e l'avvento del fascismo.

Indice

[modifica] Contesto storico

Tra la fine della prima guerra mondiale e il primissimo dopoguerra si creò in Italia un clima da vigilia di rivoluzione: le proteste del movimento antimilitarista, la contro la disoccupazione imperante, le oggettive difficoltà del vivere quotidiano e le speranze suscitate dagli avvenimenti rivoluzionari che stavano investendo la Russia, esplosero in un succedersi di scioperi e tumulti vari.

I primi segnali di malcontento popolare si manifestarono a Torino. Il 22 agosto 1917 spontaneamente i lavoratori incrociarono le braccia contro la guerra e il padronato; gli anarchici torinesi della Barriera di Milano (Maurizio Garino, Pietro Ferrero, ecc) furono tra i principali protagonisti dei tumulti che scoppiarono in tutta la città. Una settimana dopo, la violenta repressione poliziesca (50 morti tra gli scioperanti, 10 tra gli esponenti della forza pubblica e oltre 1000 arresti) pose termine alle proteste.

Le elezioni politiche del 1919 sancirono la voglia di cambiamento degli elettori italiani, facendo registrare:

  1. il netto declino dei liberali (I liberali persero la maggioranza. Ottennero infatti poco più di 200 deputati rispetto agli oltre 300 eletti nel 1913.);
  2. la crescita del partito popolare di don Sturzo (100 deputati in confronto ai 33 cattolici eletti nel 1913);
  3. l'enorme forza del partito socialista (156 deputati in confronto ai 48 del 1913). [1]

A questo punto in buone parti del paese, il malcontento legato soprattutto alla grave situazione economica del paese esploderà in scioperi e manifestazioni sempre più intense che culmineranno nella formazione dei consigli di fabbrica e nelle occupazioni delle stesse.

Durante questo periodo, l'Unione Sindacale Italiana (USI) raggiungerà quasi un milione di membri, ma dall'altro verso cresceva anche il malcontento dei nazionalisti e dei reduci della guerra a causa della cosiddetta "vittoria mutilata"...[2]

[modifica] Il biennio rosso

[modifica] Gli eventi del 1919: prime occupazioni e nascita dei "consigli operai"

Tra le cause di questa ondata di scioperi ci furono senza dubbio la crisi economica, ma anche il mito della rivoluzione russa e il pensiero di poterne fare una anche in Italia.

Ad agosto iniziarono le occupazioni delle terre abbandonate (il 24 agosto vengono occupate terre dell’agro romano) che proseguiranno nel mese di settembre (100000 braccianti occupano le terre di 15 feudi del trapanese). Già a marzo, a Dalmine (prov. Bergamo), si realizzarono le prime estemporanee occupazioni di fabbriche, ovunque sorsero i Soviet locali e nel fiorentino si costituì un'effimera "Repubblica dei Soviet" (sciolta dopo solo 3 giorni). Storicamente però, si suole indicare l'inizio del biennio rosso con la pubblicazione sulla rivista «Ordine Nuovo» di Antonio Gramsci del manifesto Ai commissari di reparto delle officine Fiat Centro e Brevetti (13 settembre 1919), nel quale sanciva la nascita dei consigli di fabbrica e se ne delineavano i compiti ed obiettivi, ovvero controllo operaio della produzione e creazione delle condizioni per lo scoppio della rivoluzione.

A Torino, il 1° novembre, grazie anche allo stimolo degli anarchici (Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero su tutti…), l’assemblea della Sezione torinese della FIOM approvò l’ordine del giorno "Boero-Garino" «a grande maggioranza» che portò alla «costituzione dei Consigli operai di fabbrica, mediante l’elezione dei Commissari di reparto». Si costituì un nuovo consiglio direttivo, provvisorio, in cui Pietro Ferrero assunse le funzioni di segretario, dopo che la carica era stata declinata dallo stesso Garino. Questi e Ferrero agirono spesso in stretta collaborazione con i comunisti de «L’Ordine Nuovo», nuovo giornale comunista di Antonio Gramsci.

Al Convegno straordinario della FIOM di Firenze (9 novembre-10 novembre 1919), Boero e Garino ottennero che i vertici federali permettessero l’«esperimento dei Consigli di fabbrica» intesi come «la continuazione dell’opera delle Commissioni interne coordinata con quella dell'organizzazione». Nel dicembre dello stesso Maurizio Garino partecipò al Congresso straordinario della CdL di Torino presentando una mozione a favore dei Consigli, ritenuti «ai fini dei principi comunisti-antiautoritari, organi assolutamente antistatali e possibili cellule della futura gestione della produzione agricola e industriale».

[modifica] 1920: rivolte ed occupazioni delle fabbriche

Per approfondire, vedi rivolta dei Bersaglieri.
Pietro Ferrero, anarchico e sindacalista protagonista del movimento dei "consigli di fabbrica"
«...l'unica via rivoluzionaria aperta di fronte alla classe operaia è quella della rivoluzione libertaria, dell'autogestione». (Maurizio Garino, anarchico e sindacalista della FIOM)

Tra febbraio e marzo si moltiplicarono gli scioperi dei braccianti e gli scontri tra manifestanti e forza pubblica erano ormai all'ordine del giorno. Il 13 aprile 1920 iniziò a Torino un nuovo duro sciopero che pochi giorni dopo si estese a tutto il Piemonte. Il 1º maggio furono indetti cortei nelle principali città che in alcuni casi furono dispersi dalla polizia come a Torino e a Napoli.Le elezioni del giugno 1920 portarono alla sostituzione di Nitti con l'ottantenne Giolitti, ma la crisi sembrò non attenuarsi così come il numero degli scioperi aumentava. Nel giugno del 1920 ad Ancona scoppiò la rivolta dei Bersaglieri, originata dall'ammutinamento dei bersaglieri di una caserma cittadina che non volevano partire per l'Albania, dove era in corso una occupazione militare decisa dal governo Giolitti. Fu una vera e propria ribellione armata che coinvolse truppe di varie forze che solidarizzarono con i ribelli. Da Ancona la rivolta si estese in tutte le Marche, in Romagna e a Terni. Il sindacato dei ferrovieri indisse uno sciopero per impedire che ad Ancona arrivassero le guardie regie; il moto fu sedato solo grazie all'intervento della marina militare, intervenuta per bombardare la città [3]

Il luogo ove la rivolta dei Bersaglieri ebbe inizio: la Caserma Villarey
Per ottenere aumenti salariali e riduzione dell'orario di lavoro, la FIOM (sindacato metalmeccanici) proclamò uno sciopero bianco da parte dei lavoratori, a cui gli industriali controbatterono con una serrata, ovvero la chiusura delle fabbriche. A fronte della volontà padronale di non concedere nulla agli operai, nel luglio 1920 la protesta crebbe di intensità e da più parti si ventilò l'ipotesi dell'occupazione delle fabbriche. Il 13 agosto 1920 gli industriali ruppero le trattative. I sindacati a questo punto proposero una protesta ostruzionistica, ovvero gli operai avrebbero dovuto rallentare e ridurre la produzione ma senza fermarla, di modo che fosse comunque loro garantito, seppur ridotto, un salario. La federazione nazionale industriale, ritenendo insufficiente la risposta attendistica del governo Giolitti, deliberò pubblicamente un ordine di serrata degli stabilimenti la mattina del 1° settembre, anche se già nella notte precedente era stata decisa a Torino dal consiglio direttivo dell'AMMA. Ancor prima, a dire il vero, già dal 30 agosto le Officine Romeo & C. di Milano iniziarono la serrata nonostante il parere contrario del Prefetto del capoluogo lombardo.[4]
Foto segnaletica di Maurizio Garino

Sin dalla stessa sera, a Roma, dopo la chiusura dello stabilimento Bastianelli di Porta San paolo, i metallurgici occuparono le officine meccaniche romane. In seguito le serrate saranno proclamate quasi ovunque, puntualmente seguite dalle occupazioni operaie. Ecco quindi il carattere principale delle occupazioni delle fabbriche: una reazione alla chisura delle fabbriche da aprte della classe padronale.[5]

Le occupazioni si concentrarono in particolare nel cosiddetto triangolo industriale: Milano, Genova e Torino. Nel capoluogo piemontese gli anarchici svolsero un ruolo di primo piano, riconosciuto anche da esponenti comunisti come Antonio Gramsci, soprattutto grazie al lavoro di quelli facenti parte della della FIOM, come Maurizio Garino, Italo Garinei e Pietro Ferrero. Quest'ultimo nel 1919 era stato eletto segretario della sezione torinese.

Per fronteggiare le violenze padronali, gli operai organizzarono servizi armati di vigilanza disposti a scendere allo scontro anche con l'esercito che assunsero il nome di Guardie Rosse. [6] Il partito socialista (PSI) e il sindacato socialista della CGL (al cui interno vi erano però alcune componenti minoritarie d’ispirazione comunista e anarchiche, che erano in forte opposizione alla maggioranza riformista) non s'impegnarono più di tanto per sostenere i lavoratori nelle loro massime aspirazioni. Gli anarchici, oltre che come minoranza della CGL (erano presenti soprattutto nella FIOM, sindacato dei metalmeccanici aderenti alla CGL), erano pure attivi nell'UAI (Unione Anarchica Italiana) e nell’USI, differenziandosi dalle organizzazioni sindacali in quanto si opponevano alla mentalità del salariato, educando ed istruendo gli operai all'autogestione e all’abbattimento di ogni gerarchia.

[modifica] I Consigli di Fabbrica

Vedi, consiliarismo.
Antonio Gramsci partecipò al dibattito sulle occupazioni delle fabbriche, riconoscendo l'importanza avuta dagli anarchici in questo contesto

Il primo consiglio di fabbrica si costituì a Torino nel settembre del 1919, da cui successivamente scaturì un dibattito interno al movimento operaio, sulla funzione che i consigli dovessero assumere nel contesto sociale, lavorativo e in quello politico.

Si distinsero tre correnti di pensiero: quello dei riformisti, dei massimalisti socialisti (tra cui il movimento de “L'Ordine Nuovo” di Gramsci che formeranno nel 1921 il Partito Comunista d’Italia) e degli anarchici.

  • I primi volevano i consigli all'interno dei sindacati, in modo da annientare l'indipendenza degli stessi.
  • I secondi consideravano i consigli come organi rivoluzionari tendenti alla conquista del potere politico.
  • Gli anarchici al contrario vedevano nei consigli di fabbrica degli organi rivoluzionari, rappresentanti di tutti gli operai (e non solo di quelli che pagavano la tessera del sindacato) e capaci, non di conquistare il potere, ma di abbatterlo.

Il già citato Garino, concludendo la sua relazione sui consigli di fabbrica e di azienda al Congresso dell'Unione Anarchica Italiana (Bologna - /4 luglio 1920), affermò che «come mezzo di lotta immediata, rivoluzionaria, il consiglio è perfettamente idoneo, sempre ché non sia influenzato da elementi non comunisti».

Il consiglio di fabbrica era composto da operai con elevate competenze tecniche, quindi capaci di gestire il ciclo produttivo.

L’idea degli anarchici fu quello di formare un consiglio strutturato orizzontalmente senza capi e subordinati: ogni reparto sceglieva un commissario nella persona di un operaio, che aveva il compito di esaminare il ciclo di produzione, comunicando poi il tutto ai compagni di reparto, in modo da eliminare ogni gerarchia di funzioni direttive all'interno della fabbrica. I commissari di reparto avevano anche il compito di nominare il consiglio di fabbrica e inoltre la loro carica, come tutte le altre cariche, era, da parte della base, revocabile immediatamente.

Contemporaneamente, a livello nazionale, cercarono di collegare, sulla base di un federalismo strutturato orizzontalmente, tutti i consigli di fabbrica, in modo da sottrarsi al controllo dei partiti e dei sindacati.

[modifica] La fine delle occupazioni

L'occupazione delle fabbriche terminò di fatto quando la classe padronale riuscì a trovare un accordo con i sindacalisti riformisti, che prevedeva l'abbandono delle occupazioni in cambio dell' aumento di salario e delle ferie annuali, indennità di licenziamento e soprattutto il controllo operaio sulla gestione delle fabbriche (questo progetto in seguito non si concretizzerà). L'accordo sarebbe poi passato al vaglio degli operai, chiamati ad esprimersi in un apposito referendum previsto per il 24 settembre.

Il 20 settembre, quando ormai l'occupazione aveva perso il suo slancio, Errico Malatesta scrive:

«Gli operai usciranno dalle fabbriche col sentimento di essere stati traditi: usciranno con la rabbia nel cuore ma con propositi di vendetta. Usciranno questa volta ma profitteranno della lezione. Essi non vorranno "lavorare di più e consumare dimeno" e senza questo la crisi non si risolverà e la rivoluzione resta necessaria e imminente» (Umanità Nova)[7]

Il 24 settembre, nonostante gli anarchici ed altri radicali spingessero per l'astensionismo, nelle fabbriche si svolse il referendum operaio dal quale risultarono 127 904 voti per il SI, 44 531 per il NO e 3006 astenuti. L'occupazione delle fabbriche è definitivamente sancita e sarà effettuata tra il 25 e 30 settembre.[8]

Quantunque da più parti si voglia dipingere questo biennio come un periodo sanguinario, in realtà un tentativo di quantificare il numero di decessi fu compiuto da Gaetano Salvemini, il quale, basandosi sulle cronache giornalistiche dell'epoca, calcolò in 65 le vittime complessive delle violenze operaie. Al contrario, nello stesso periodo, 109 operai e sindacalisti persero al vita per mano delle forze dell'ordine durante gli scontri di piazza, mentre altri 22 furono uccisi da altre persone.

L'anarchico della FIOM Maurizio Garino accuserà i dirigenti nazionali sindacali di avere in qualche modo illuso «la massa operaia che non distingue se il movimento fosse sindacale o politico, aveva creduto che voi sareste andati fino in fondo, che voi l’avreste condotta al gran gesto rivoluzionario» [9]. Errico Malatesta, due anni dopo, sulle pagine di «Umanità Nova», così commentò quel biennio e la relativa sconfitta dei rivoluzionari:

«Lo stato d’animo dei lavoratori era propizio a un cambiamento di regime. L’accordo tra i partiti rivoluzionari si era fatto da sé […] i lavoratori repubblicani lottavano in bell’armonia cogli anarchici e con la parte rivoluzionaria dei socialisti. Si stava per passare agli atti risolutivi. Lo sciopero a tendenza insurrezionale si estendeva. […] La rivoluzione stava per farsi, per impulso spontaneo delle popolazioni e con grande possibilità di successo. Certamente non si sarebbe in quel momento attuata l’ anarchia e nemmeno il socialismo, ma si sarebbero levati di mezzo molti ostacoli e si sarebbe aperto il periodo di libera propaganda, di libera sperimentazione, e sia pure di lotte civili, in capo al quale noi vediamo rifulgere il trionfo del nostro ideale. I ferrovieri si apprestavano a prendere in mano la direzione del servizio per impedire le dislocazioni di truppe e non far viaggiare che i treni utili per il movimento insurrezionale. Ma tutto ad un tratto , quando maggiori erano le speranze, la direzione della Confederazione Generale del Lavoro con telegramma circolare dichiara finito il movimento ed ordina la cessazione dello sciopero. E così le masse che agivano nella fiducia di prendere parte ad un movimento generale, furono disorientate; ciascuna località vide naturalmente che era impossibile resistere da sola, e il movimento cessò.»[10]

[modifica] Riflessioni e conseguenze sulla rivoluzione mancata

Giovanni Giolitti, primo ministro all'epoca delle occupazioni delle fabbriche, cercò di far cessare i tumulti attraverso un atteggiamento volto a spegnere i fuochi rivoluzionarli per dirigerli verso uno sterile riformismo

[modifica] Il ruolo di Giolitti

Il Primo ministro italiano (Giolitti), non sgomberò le fabbriche, come molti gli chiedevano di fare, ma lasciò che la protesta perdesse gradatamente la sua carica aggressiva, confidando anche nella collaborazione data dall'ala riformista del PSI e della CGL, che isolati dal reale movimento operaio e distaccandosi dalle richieste dei lavoratori, avallarono questo progetto in cambio di qualche conquista sindacale. Giovanni Giolitti sintetizzò così la sua linea politica nei confronti dell'occupazione delle fabbriche.:

«Ho voluto che gli operai facessero da sè la loro esperienza, perché comprendessero che è un puro sogno voler far funzionare le officine senza l'apporto di capitali, senza tecnici e senza crediti bancari. Faranno la prova, vedranno che è un sogno, e ciò li guarirà da pericolose illusioni.» [11]

L'atteggiamento del governo, suscitò le ire tanto dei capitalisti che dei rivoluzionari, ma il presidente del consiglio continuò imperterrito nella sua strada facendo leve sui moderati dei due campi contrapposti. L'accordo tra il governo e riformisti della CGL fu interpretato dagli anarco-sindacalisti, dai comunisti e dai massimalisti come un modo per porre fine all'occupazione e castrare ogni velleità rivoluzionaria. Non di meno, essi considerarono il referendum operaio sugli accordi sindacali.

Dall'altro versante, la sfiducia verso Giolitti era tale che il direttore del «Corriere della Sera», Luigi Albertini[12], auspicò la sostituzione di Giolitti al governo con i socialisti moderati, quale ostacolo definitivo alla prosecuzione del progetto sovietista. Il direttore del «Corriere» arrivò addirittura ad organizzare un incontro con Turati (presumibilmente intorno al 21 -23 settembre), nel corso del quale gli esponeva il suo progetto per portare i socialisti moderati al governo e marginalizzare così gli estremisti. Nel 1923 il direttore del scriverà che meglio sarebbe stato avere Turati e D'Aragona al governo piuttosto che la prosecuzione di un regime che a causa della sua inettitudine avrebbe portato il paese verso il comunismo.[13]. Sempre a Torino, contro gli accordi, si dimise il presidente dela sezione locale della Lega Industriale.

[modifica] Il dramma socialista: scissione e nascita del PCI

Particolare della prima tessera del PCdI
Il 27 settembre «L'Avanti» pubblicò un editoriale in cui, oltre ad ammettere la sconfitta degli operai accusò di ciò la dirigenza riformista del Partito socialista [14]. L'editoriale non fece altro che rettificare la spaccatura ormai insanabile tra i riformisti e i rivoluzionari del PSI. Quest'ultimi erano allineati alle posizioni ufficiali della III Internazionale (Comintern), che durante il suo II° Congresso tenutosi tra tra luglio e agosto del 1920 decise che tutti i suoi membri avrebbero dovuto sottoscrivere 21 condizioni che tra le altre cose prevedevano l'espulsione di ogni riformista e il cambiamento del nome dei partiti in "Partito Comunista". Il 27 agosto, al termine del Congresso, il il presidente del Comintern Zinov'ev, Bucharin e Lenin inviarono al Psi e a «tutto il proletariato rivoluzionario» italiano l'invito a discutere al più presto in un Congresso le 21 condizioni. L'appello sarà pubblicato in Italia solo il 30 ottobre su L'Ordine Nuovo, quindicinale socialista torinese diretto da Antonio Gramsci.

La vittoria della fazione riformista dei socialisti[15], considerata da anarchici e comunisti un vero e proprio sabotaggio della rivoluzione, accelerò il distacco tra le due correnti. Durante il congresso di Milano (15 ottobre 1920) dei socialisti allineati alla III Internazionale approvò il manifesto, dal titolo Ai Compagni e alle Sezioni del Partito Socialista Italiano, che si concludeva con una proposta sintetizzata in 10 punti firmata da Gramsci, Bordiga, Fortichiari, Misiano, Terracini e il segretario della Federazione Giovanile Socialista Italiana, Luigi Polano. Nacque in questo modo la frazione comunista del PSI, che si trasformò in partito (Partito Comunista d'Italia) al termine del XVII Congresso del Partito Socialista (15-21 gennaio) con l'abbandono dei lavori da parte dei comunisti di Gramsci e Bordiga.[16]

« Come classe, gli operai italiani che occuparono le fabbriche si dimostrarono all'altezza dei loro compiti e delle loro funzioni. Tutti i problemi che le necessità del movimento posero loro da risolvere furono brillantemente risolti. Non poterono risolvere i problemi dei rifornimenti e delle comunicazioni perché non furono occupate le ferrovie e la flotta. Non poterono risolvere i problemi finanziari perché non furono occupati gli istituti di credito e le aziende commerciali. Non poterono risolvere i grandi problemi nazionali e internazionali, perché non conquistarono il potere di Stato. Questi problemi avrebbero dovuto essere affrontati dal Partito socialista e dai sindacati che invece capitolarono vergognosamente, pretestando l'immaturità delle masse; in realtà i dirigenti erano immaturi e incapaci, non la classe. Perciò avvenne la rottura di Livorno e si creò un nuovo partito, il Partito comunista. »

(Antonio Gramsci[17])

[modifica] La reazione borghese e l'avvento del fascismo

Mussolini e De Vecchi « in marcia » nel 1922

Terminata l'occupazione, la borghesia colse al volo l'occasione di vendicarsi, innanzitutto seppellendo i precedenti accordi sindacali a causa della crisi economica del 1921 e poi con l'avvento delle prime squadracce fasciste, spesso in combutta con le forze di polizia, che anticiparono l'avvento del regime guidato da Benito Mussolini. La repressione dei moti popolari fu particolarmente violenta nelle campagne. L'episodio più cruento fu quello di Canneto Sabino (Rieti), dove uccisi undici braccianti in sciopero, tra cui due donne, furono uccisi dai carabinieri.

Ecco quindi che il timore di una possibile rivoluzione socialista spinse la borghesia ad appoggiare il nascente fascismo di Benito Mussolini. Così fece la classe politica liberale e lo stesso Giolitti, convinto di poter usare a suo uso e consumo i fascisti, quando in occasione delle elezioni del maggio 1921 li inserì nei blocchi nazionali con l'obiettivo di opporli ai partiti di massa (popolare, socialista, comunista). In questo modo Giolitti, che comunque rappresentava la classe media, favorì l'ingresso in Parlamento di 35 fascisti.

Ampiamente preventivata da Malatesta («Se gli operai abbandonano le fabbriche, si aprono la porte alla reazione del fascismo»), fu comunque sempre un anarchico, Luigi Fabbri, ad introdurre per primo il concetto del fascismo come controrivoluzione preventiva nel suo saggio del 1922 La controrivoluzione preventiva[18]. Tra le prime vittime dei fascisti ci fu uno dei protagonisti del biennio, il segretario della Federazione degli operai metalmeccanici di Torino, l'anarchico Pietro Ferrero, caduto per mano squadrista insieme ad altri compagni torinesi nella cosiddetta Strage di Torino (18-20 dicembre 1922).

[modifica] Note

  1. Il biennio "rosso"
  2. Vittoria mutilata
  3. Ruggero Giacomini, La rivolta dei bersaglieri e le giornate rosse. I moti di Ancona dell'estate 1920 e l'indipendenza dell'Albania, Ancona, Assemblea legislativa delle Marche/ Centro culturale "La Città futura", 2010.
  4. P. Spriano, L'occupazione delle fabbriche, p. 53.
  5. P. Spriano, L'occupazione delle fabbriche , p. 59.
  6. Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 100
  7. Riportato da Paolo Spriano, L'occupazione delle fabbriche, Einaudi, pag 138)
  8. Paolo Spriano, L'occupazione delle fabbriche, Einaudi, pag 155)
  9. Alcune schede tratte dal Dizionario Biografico degli Anarchici Italiani
  10. «Umanità Nova», n. 147, 28 giugno 1922
  11. Enzo Biagi, Storia del Fascismo, Firenze, Sadea Della Volpe Editori, 1964, p. 108
  12. Luigi Albertini
  13. Si veda Paolo Spriano, L'occupazione delle fabbriche, Einaudi, pag 139-141)
  14. Battista Santhià, Con Gramsci all'Ordine Nuovo, Firenze, Editori Riuniti, giugno 1956, p. 128: «Il 27 l'Avanti pubblicò un comunicato in cui apertamente si riconosceva che la lotta era finita con la sconfitta degli operai per colpa dei dirigenti riformisti.»
  15. All'interno del PSI convivevano diverse fazioni: «Il PSI, che all'Internazionale Comunista aveva aderito fin dal proprio precedente congresso dell'ottobre 1919, giunse a Livorno diviso in cinque frazioni: l'ala destra era quella dei concentrazionisti, vicini alle posizioni del gradualismo riformista di Filippo Turati; al centro si collocava gran parte dei massimalisti (i comunisti unitari) di Giacinto Menotti Serrati, e tra gli uni e gli altri i cosiddetti rivoluzionari intransigenti di Costantino Lazzari; a sinistra i comunisti puri di Amadeo Bordiga, affiancati dal gruppo della circolare di Antonio Graziadei»Leggi tutto.
  16. Breve storia della nascita del P.C.I.
  17. Antonio Gramsci, Ancora delle capacità organiche della classe operaia (articolo non firmato) in "l'Unità", 1º ottobre 1926; ora in Id., La costruzione del Partito comunista, 1923-1926, Einaudi, Torino 1971, pp. 347-8.
  18. La controrivoluzione preventiva

[modifica] Bibliografia

  • Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascismo, a cura di Sergio Soave, La Nuova Italia, 1995
  • Paolo Spriano, L' Ordine Nuovo e i Consigli di fabbrica. Con una scelta di testi dall'Ordine Nuovo (1919-1920), Einaudi, 1973
  • Paolo Spriano, L'occupazione delle fabbriche. Settembre 1920, Einaudi, 1964
  • Giuseppe Maione, Il biennio rosso. Autonomia e spontaneità operaia nel 1919-1920, Il Mulino, 1975
  • Giuseppe Andrea Manis, Antonio Gramsci e il movimento anarchico nel periodo de L’Ordine Nuovo, edizioni Bi-Elle, 2008
  • Maurizio Garino, L’occupazione delle fabbriche nel 1920, «Era nuova», 1° apr. 1950;
  • Maurizio Garino, L’incendio della Camera del Lavoro di Torino (1922), in Dall’antifascismo alla resistenza. Trenta anni di storia italiana, Torino 1961.
  • Pier Carlo Masini, Anarchici e comunisti nel movimento dei Consigli a Torino, Torino 1951;
  • G. Lattarulo – R. Ambrosoli, I consigli operai. Un’intervista con il compagno Maurizio Garino, «A», apr. 1971;
  • M. Antonioli, B. Bezza, La Fiom dalle origini al fascismo, 1901-1924, Bari 1978, ad indicem;
  • M. Revelli, Maurizio Garino: storia di un anarchico, «Mezzosecolo», n. 4, 1980/82

[modifica] Voci correlate

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali
Altre lingue