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Astensionismo elettorale anarchico

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Manifesto astensionista

Generalmente la decisione di non votare può rappresentare una forma di protesta, di insoddisfazione verso le proposte formulate dai partiti e quindi coinvolgere cittadini politicamente consapevoli, integrati e collocati al centro della società . L'attiva contrapposizione alla partecipazione elettorale degli anarchici, seppur con vari distinguo legati a fatti contingenti, è invece espressione della loro profonda ostilità  nei confronti di un sistema legalitario e ad un ingresso nelle istituzioni. La mancata partecipazione elettorale può derivare anche da una condizione di apatia, di marginalità  sociale e di disconnessione dalla politica, disinteresse o incuria e allora si preferisce parlare in questo caso di assenteismo.

L'astensionismo elettorale nella storia del movimento anarchico[modifica]

Il socialismo, compreso quindi anche l’anarchismo, nasce prevalentemente come movimento antiparlamentare e quindi anche astensionista. Gli anarchici furono tra i primi a denunciare esplicitamente l’assurdità  delle elezioni. Tra i più espliciti in tal senso è possibile citare citare Henry David Thoreau:

«Ogni votazione è una sorta di gioco d'azzardo, come la dama o il "backgammon", con una lieve sfumatura morale, un gioco con il giusto e l'ingiusto, con le questioni morali; e naturalmente le scommesse lo accompagnano. Il buon nome dei votanti non è in discussione. Può darsi che io dia il mio voto in base a ciò che considero giusto; ma non è per me vitale che il giusto prevalga. Sono disponibile a lasciare ciò alla maggioranza. L'impegno del voto, dunque, non va mai oltre quello della convenienza. Persino votare per il giusto è un non fare niente per esso. Significa solo manifestare debolmente agli uomini il desiderio che il giusto debba prevalere. Un uomo saggio non lascerà  il giusto alla mercé del caso, né desidererà  che esso prevalga mediante il potere della maggioranza».

Già  nella terza risoluzione del Congresso di Saint-Imier del 1872 si poteva leggere che la «distruzione di ogni potere politico è il primo dovere del proletariato» e che «in nessun caso la maggioranza di un qualsiasi congresso potrà  imporre le sue decisioni alla minoranza». In sintonia con questi principi, per gli anarchici astenersi ha sempre significato non cadere nella trappola della scelta tra false alternative, non avallare un sistema politico strutturato sulle deleghe di potere e sulla gerarchia. Gli anarchici hanno storicamente preferito sviluppare le armi della critica intransigente e dell’(auto) organizzazione, ovvero di non essere governati, ma autogovernarsi, e di sviluppare azioni rivoluzionarie contro i principi del parlamentarismo e dei governi che impongono leggi e tasse.

Originale e controversa invece fu la posizione assunta da Camillo Berneri, il quale criticò l’idea che l’astensionismo potesse essere un dogma intoccabile dell’anarchismo, anche se mai egli si trasformò in parlamentarista o riformista (come accadde invece ad Andrea Costa e Francesco Saverio Merlino). Berneri semplicemente cercò di ridiscutere ogni aspetto dell’anarchismo in maniera da liberarlo dalle “incrostazioni dogmatiche”, distinguendo la “strategia” dalla “tattica”. [1]

Un momento difficile della storia dell'anarchismo e dell’astensionismo si ebbe durante le fasi della rivoluzione spagnola: alle elezioni del febbraio 1936, la CNT, organizzazione anarco-sindacalista spagnola che allora aveva un peso rilevantissimo tra i lavoratori, non si appellò all'astensionismo e così molti anarchici andarono a votare per il Fronte Popolare, che infatti vinse le elezioni.

Camillo Berneri, si dichiarò possibilista riguardo alla possibilità  del voto
Pasquale Binazzi, fu sempre radicalmente ostile all'idea del voto

In seguito, addirittura, gli anarchici entrarono a far parte del governo della Catalogna prima e, successivamente, in quello nazionale (ottennero 4 ministeri) [2] [3]

Al di là  di quelle particolari circostanze storiche, in ogni caso gli anarchici hanno sempre concordato sul carattere autoritario del sistema rappresentativo, come ben sottolineò Michail Bakunin:

«Il sistema rappresentativo, ben lungi dall’essere una garanzia per il popolo, crea e garantisce, al contrario, l’esistenza permanente di una aristocrazia governativa contro il popolo stesso ed il suffragio universale è unicamente un mezzo eccellente per opprimere e rovinare un popolo in nome proprio di una pretesa volontà  popolare, presa come pretesto, o un gioco di prestigio grazie al quale si nasconde il potere realmente dispotico dello Stato, basato sulla Banca, la Polizia e l’Esercito.».

Nonostante queste radicali affermazioni, Michail Bakunin nel 1870 si dichiarò possibilista riguardo all'elezione di membri della I Internazionale, purché questo fosse un modo strategico per diffondere tra le masse i principi dell’anarchismo, grazie alle agevolazioni materiali (es. viaggi gratis) e a tutte una serie di vantaggi (es. maggiori possibilità  di propaganda politica) che l’elezione comportava. In ogni caso l'anarchico russo, di fronte al parlamento rimase sempre e comunque antiparlamentarista e astensionista.

Più recentemente, dimostrando la continuità  storica del pensiero anarchico, tale concetto è stato ribadito da Noam Chomsky: «In un regime totalitario la volontà  del popolo non conta: ci sono dei manganelli per sistemare tutto. Ma se lo stato non può più fare uso del bastone il popolo può alzare la voce, allora bisogna controllarne il pensiero con la propaganda, fabbricando il consenso e con delle semplificazioni allettanti per ridurlo all'apatia. La comunicazione sta alle democrazie come la violenza sta alle dittature».

Note[modifica]

  1. Leggasi Astensionismo e anarchismo
  2. Al secondo governo Caballero (4 novembre 1936) parteciparono, in nome delle circostanze belliche, anche quattro membri della CNT (Juan Garcia Oliver, Juan Lopez, Federica Montseny e Juan Peirò), pagandone però un elevato prezzo in termini di identità  e coerenza. (Si veda Gli anarchici nel secondo governo Caballero)
  3. Nel sito della Federazione dei Comunisti Anarchici, in merito a questa vicenda si può leggere: «Tale partecipazione avrebbe dovuto sposarsi con l'azione di massa. La partecipazione dei comunisti anarchici con un ruolo di gestione delle istituzioni in una fase rivoluzionaria avrebbe potuto essere positivo a condizione di riuscire a consentire la crescita dal basso di strutture di autogoverno nate dalla lotta di classe e dalla guerra di popolo. Il limite di quella esperienza, o almeno uno dei suoi limiti più grandi, sta nel non aver consentito la guerra di popolo e la creazione del contropotere rivoluzionario basato sulle libere aggregazioni produttive e di lotta degli operai e dei contadini».

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]