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Marinus van der Lubbe

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Marinus van der Lubbe in una foto del 1933.

Marinus van der Lubbe (Leiden [o secondo altre fonti Oegstgeest], Paesi Bassi, 13 gennaio 1909 – Lipsia, 10 gennaio 1934) fu accusato dell'incendio del Reichstag a Berlino, la notte tra il 27-28 febbraio 1933, poche settimane dopo la nomina di Adolf Hitler alla Cancelleria. Condannato a morte per alto tradimento, fu giustiziato il 10 gennaio 1934. L'incendio del Reichstag fu altamente strumentalizzato da Hitler per stabilire la sua dittatura.

Marinus van der Lubbe venne da alcuni definito anarchico e da altri, più propriamente, un comunista consiliarista.

Biografia[modifica]

Marinus van der Lubbe nasce a Leiden (Paesi Bassi), figlio di un commerciante, Franciscus Cornelis, e di Petronella van Handel. Dopo la separazione dei genitori e la morte della madre, avvenuta quando aveva dodici anni, Marinus va a vivere nella famiglia della sorellastra. All'età  di 14 anni inizia a svolgere l'attività  di manovale e a 20 è un apprezzato muratore. Soprannominato dai suoi colleghi "Dempsey" (Jack Dempsey era un noto boxeur statunitense dell'epoca), per via della sua straordinaria forza fisica, nel 1925 subisce un grave infortunio sul lavoro che gli crea problemi alla vista e lo costringe ad abbandonare la professione. Sopravvive con una piccola pensione di invalidità  e comincia ad interessarsi alle idee rivoluzionarie di matrice marxista.

Attivo nel Partito Comunista Olandese, nel 1927, dopo un diverbio con la sorella, si trasferisce a Leiden. Ritrovatosi senza fissa dimora, nella cittadina collabora alla fondazione della "casa di Lenin", un luogo destinato non solo allo svolgimento di incontri e conferenze politiche ma anche un vero e proprio rifugio per tutti coloro che si trovavano senza casa. Avendo gravi problemi economici, van der Lubbe chiede un sostegno all'Ufficio di Assistenza Sociale di Leiden che però gli viene rifiutato per ben due volte. Preso dalla rabbia, per protesta manda in frantumi le vetrine dell'Ufficio. Arrestato (1930), viene ben presto rimesso in libertà . Poche settimane dopo, mentre è in strada per i Balcani, un tribunale lo condanna a tre mesi di carcere e nel giugno 1932, mentre fa ritorno nei Paesi Bassi, viene arrestato e condotto in carcere a Den Haag.

Scontata la pena prevista, trova un magazzino al n. 19 di Lange Vrouwenkerksteeg e vi si stabilisce. Egli vorrebbe trasformare quel luogo in un punto di incontro e dibattito politico. Nel magazzino stampa lo Werkloozenkrant, un opuscolo nel quale manifesta le sue idee sul comunismo dei consigli. Ormai si era infatti allontanato dal comunismo parlamentarista, che considerava poco radicale e per nulla combattivo. Essendo nemico della burocrazia e maggiormente incline all'azione diretta, aveva lasciato il GIC (Gruppo dei Comunisti Internazionali) e si era orientato verso il Linkse Arbeiders Oppositie (LAO, Opposizione Operaia di Sinistra), piccolo gruppo consiliarista ispirato da Eduard Sirach, ex marinaio ed editore del giornale Spartacus.

Non avendo sufficienti finanze per sviluppare un progetto in favore dei lavoratori e dei disoccupati che frequentavano il suo piccolo magazzino, si rivolge ancora una volta all'Ufficio di Assistenza Sociale. Di fronte all'ennesimo rifiuto inizia uno sciopero della fame. Ricoverato in ospedale, ricomincia ad alimentarsi quando un istituto di carità  gli concede un piccolo mobilio e gli viene promesso una particolare attenzione per la sua richiesta.

Nel 1932 è affianco dei tassisti di Den Haag in sciopero, ai quali si rivolge con parole radicali incitandoli ad agire autonomamente rispetto a quanto suggerito loro da sindacati e partiti. Dopo un breve ricovero in ospedale per l'aggravarsi del problema agli occhi (4 gennaio 1933), decide di trasferirsi clandestinamente in Germania perché il nazismo si era appena insediato al potere. Nonostante il KPD (Partito Comunista Tedesco) sperasse ancora di risolvere la questione nazista per via parlamentare, Van der Lubbe ritiene che il proletariato tedesco debba essere protagonista principale della rivolta contro il nazismo, dalla quale poi prendere lo slancio per innescare la rivoluzione sociale.

Il 27 febbraio 1933 il Reichstag tedesco viene incendiato e quasi completamente distrutto. Marinus van der Lubbe viene trovato nei pressi ed arrestato immediatamente. Torturato, confessa la propria presunta colpevolezza e viene portato a giudizio, assieme ai leader del Partito Comunista all'opposizione, di tendenza stalinista, che anche loro erano stati fatti immediatamente arrestare con fantomatiche accuse di complicità .

Al Processo di Lipsia, celebrato otto mesi dopo, il consiliarista olandese viene giudicato colpevole e condannato a morte per decapitazione. La corte del Reichsgericht assolve invece la dirigenza del partito comunista, anche se durante il processo l'agente del Comintern Georgi Dimitrov non aveva avuto timore nel dichiarare l'assoluta estraneità  dei comunisti (Dimitrov con il termine "comunisti" intendeva il suo Partito, infatti manterrà  sempre le distanze da Marinus van der Lubbe che giudicava non un vero comunista) e soprattutto aveva puntato l'indice su Hitler, Goering e Goebbels, ritenuti i mandanti dell'incendio.

La sentenza viene eseguita il 10 gennaio 1934, tre giorni prima del venticinquesimo compleanno di Marinus van der Lubbe.

L'incendio del Reichstag: conseguenze e reazioni[modifica]

Foto dell'incendio del Reichstag

La sera del 27 febbraio 1933, alle 21:14, una stazione dei pompieri di Berlino ricevette l'allarme che il Palazzo del Reichstag, sede del Parlamento tedesco, stava andando a fuoco. Quando polizia e pompieri giunsero sul posto, l'edificio era già  in buona parte distrutto anche a causa di una grossa esplosione. Durante un giro di perlustrazione, la polizia trovò Marinus van der Lubbe nascosto dietro l'edificio.

I nazisti utilizzarono immediatamente questo fatto per dichiarare lo stato d'emergenza ed imporre leggi liberticide (il vecchio Presidente Paul von Hindenburg firmò il "Decreto dell'incendio del Reichstag" che aboliva la maggior parte dei diritti civili forniti dalla costituzione del 1919 della Repubblica di Weimar.) da applicare contro socialisti, comunisti (più di 4000 militanti del Partito Comunista tedesco vengono arrestati), cattolici del Deutsche Zentrumspartei, dissidenti vari ed anarchici (tra questi molti furono gli arrestati, come per esempio il noto Erich Muhsam).

Insieme a van der Lubbe furono processati i vertici stalinisti del Partito Comunista Tedesco, che contrariamente a Marinus van der Lubbe (condannato a morte dopo la confessione estorta sotto tortura) vennero però assolti. Durante il processo e prima dell'esecuzione presero vita vari comitati in sostegno all'imputato olandese, formato da consiliaristi e anarchici. Tra questi, i più conosciuti attivisti libertari furono André Prudhommeaux (ideatore del Comitato Marinus van der Lubbe") e Alphonse Barbé. D'altro canto, un opposto comitato, del Partito Comunista di Germania (KPD) ed organizzato da Willi Münzenberg, calunniò il principale imputato con l'accusa di essere un pazzo e non un vero comunista. Così come tutto il Komintern, essi sostenevano che l'olandese era stato in qualche modo uno strumento in mano ai nazisti. In Gran Bretagna l'appoggio a questa risoluzione fu praticamente totale. In Italia, oltre agli anarchici, i comunisti della Frazione di Sinistra del PCd'I, pubblicarono sulla loro rivista («Prometeo») una serie di articoli in difesa dell'accuato principale. Anche in Francia e Olanda le accuse degli stalinisti furono apertamente osteggiate e molti comunisti si dissociarono dalla posizione ufficiale del partito.

In seguito alcuni libri, attraverso una ricostruzione rigorosa della sua vita e varie testimonianze, difesero l'integrità  e l'onestà  comunista di Marinus van der Lubbe.

Controversie[modifica]

Una manovra nazista[modifica]

La versione ufficiale fu contrastata durante il processo dal comunista Georgi Mikhailov Dimitrov[1], che era stato arrestato e processato con l'accusa di complicità  con van der Lubbe.

« La stampa mi ha calunniato in tutte le maniere - ciò mi è del tutto indifferente - ma insieme a me hanno chiamato "selvaggio" e "barbaro" anche il popolo bulgaro; mi hanno chiamato "losco personaggio balcanico", "bulgaro selvaggio", e questo non lo posso passare sotto silenzio. È vero che il fascismo bulgaro è molto selvaggio e barbaro. Un popolo, che è vissuto 500 anni sotto il giogo straniero senza aver perso la propria lingua e la propria nazionalità ; la nostra classe operaia ed i nostri contadini, che hanno lottato e lottano contro il fascismo bulgaro, per il comunismo, un tale popolo non può essere barbaro e selvaggio. In Bulgaria i barbari ed i selvaggi sono soltanto i fascisti. Ma io vi domando, signor Presidente, in quale paese il fascismo non è barbaro e selvaggio? »

In seguito Willi Münzenberg, nel suo libro Livre brun, attribuì la responsabilità  dell'incendio ai nazisti, avendo voluto creare un pretesto per giustificare la repressione e la soppressione dei diritti civili. Nel settembre 1933, un contro-processo organizzato a Londra da un comitato antifascista internazionale, affermò che quello contro van der Lubbe era processo fasullo.

Per Pierre Milza, l'imputato olandese sarebbe stato manipolato dai nazisti[2]:

« Utilizzando il delirio piromane d'un giovane muratore d'origine olandese, Marinus van der Lubbe, che si dice comunista, gli uomini di Göring l'hanno lasciato accendere un piccolo incendio nel palazzo del Reichstag, nel mentre che essi stessi inondavano il sotto-suolo di benzina »[3].

Anche François Delpla pensa ugualmente che Marinus van der Lubbe fu strumentalizzato dai nazisti, grazie ad un agente infiltrato nei gruppi dell'ultra-sinistra, che gli fecero credere che l'incendio avrebbe dato vita ad un sollevamento popolare contro Hitler. [4]. Jacques Delarue ritiene che l'incendio fu messo in atto dai membri delle SA naziste, guidata da Karl Ernst e Edmund Heines, su iniziativa di Hermann Göring [5]. Per Francesco Kersaudy Göring non fu coinvolto, e solo Goebbels e Karl Ernst sponsorizzarono il fuoco [6]. Per Gilbert Badia, è impossibile per un uomo solo come van der Lubbe, privo di appoggi, potesse singolarmente mettere in atto un simile incendio, soprattutto in considerazione del fatto che fu trovato «nel Reichstag abbastanza materiale incendiario da riempire un camion», dichiarazione del generale Göring ad Hadler in cui affermava anche che «il solo che conosce bene il Reichstag sono io; io ho messo il fuoco» [7].

Nel 2001, basandosi sulle circostanze materiali dell'incendio e sugli archivi della Gestapo conservati a Mosca e accessibili ai ricercatori dopo il 1990, Bahar e Kugel ripresero la tesi secondo la quale il fuoco fu appiccato al Reichstag da un gruppo di SA al servizio e sotto gli ordini di Göring[8].

Un atto isolato[modifica]

Nel 1933 si costruì « Comitato Internazionale Van der Lubbe » per difendere il presunto incendiario. Secondo il comitato, l'olandese agì solamente per denunciare la conquista legalitaria del potere da parte dei nazisti. Per questo essi lo giudicarono come uno dei primi resistenti antinazisti, che affermava « a modo suo l'urgente necessità  di una insurrezione contro il fascismo assassino »[9].

Nel 1960, su Der Spiegel, poi nel 1962, nel suo libro Der Reichsbrand. Legende und Wirklichkeit [10], Fritz Tobias afferma che la tesi del complotto nazista è infondata, così come quella del complotto comunista. Definisce falsi i documenti del libro Livre brun, utilizzati in chiave antinazista [11]. Secondo Ian Kershaw, le conclusioni di Tobias sono ormai largamente accettate [12] e l' "innocenza" nazista sarebbe evidenziata dalla reazione sorpresa ed isterica dello stesso Hitler e dei vertici del Partito. [13]. Tuttavia, l'analisi di Kershaw è stata vigorosamente contestata da Lionel Richard [14], secondo il quale « le analisi di Tobias, già  fortemente messe in dubbio da un gruppo di storici quando sono state pubblicate, non hanno più alcun credito. È stato dimostrato che sono informazioni documentarie non affidabili. All'occorrenza, Kershaw avrebbe potuto, al meno, prendere seriamente in considerazione i lavori di Alexander Bahar[15]. »

Note[modifica]

  1. « Non resta che un uomo in Germania, diremmo ora, e quest'uomo è un Bulgaro », Hannah Arendt, Eichmann a Gerusalmme, pag 306 dell'edizione Folio, pag 338 de l'edizione Folio Histoire.
  2. Pierre Milza, Les Fascismes, capitolo. 9, p. 286.
  3. Serge Berstein, Pierre Milza, Histoire du XX secolo, Tome 1, p. 317.
  4. François Delpla, « Il terrorismo del potere : dall'incendio del Reichstag alla notte dei lunghi coltelli », comparso in : Guerre et Histoire n° 7, settembre 2002 [1]
  5. J. Delarue, op., P. 68-76
  6. F. Kersaudy, Hermann Göring p.145
  7. Gilbert Badia, Histoire de l'Allemagne contemporaine, 1933/1962, Parigi, Éditions sociales, 1975, p. 15
  8. Alexander Bahar, Wilfried Kugel, Der Reichstagbrand, edizioni q, 2001
  9. Il Reichstag in fiamme, o della riabilitazione di Marinus Van der Lubbe, militante rivoluzionario ingiustamente calunniato (in francese), J.J. GANDINI, settembre-ottobre 2003.
  10. Fritz Tobias, Der Reichsbrand Legende und Wirklichkeit, Rastatt, Baden, 1962.
  11. Georges Goriely, 1933, pp. 131-132
  12. I. Kershaw, op. cit., p. 1011
  13. I. Kershaw, op. cit. p. 649
  14. Lionel Richard, Goebbels. Portrait d'un manipulateur, s.l., André Versaille editore, 2008, p. 132
  15. Alexander bahar, Dieses Feuer ist erst der Anfang. Die Nazis und der Reichstagsbrand, in Bulletin - Berliner Gesellschaft für Faschismus- und Weltkriegsforschung / herausgegeben von Berliner Gesellschaft für Faschismus- und Weltkriegsforschung,Berlin, Edition Organon, 2005, Heft 25/26, pp. 87-120

Bibliografia[modifica]

  • Nico Jassies, Berlino brucia. Marinus Van der Lubbe e l'incendio del Reichstag, Zero in condotta, Milano, 2007.
  • Georgij Dimitrov, Il processo di Lipsia, Editori Riuniti, Roma, 1972

Voci correlate[modifica]

Collegamenti esterni[modifica]