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Lev Cernyj

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Lev Cernyj
Lev Cernyj (Mosca, 1875 – Mosca, 21 settembre 1921), pseudonimo di Pavel Dmitrievic Turcaninov, è stato un giornalista, scrittore e filosofo anarchico russo, una delle figure più note dell'opposizione all'autoritarismo bolscevico russo.

Biografia[modifica]

Nato a Mosca attorno al 1875, malgrado un padre colonnello dell'esercito Lev Cernyj si mette al servizio dei rivoluzionari che combattono la dittatura zarista e sostiene un rovesciamento dei valori aristocratici e borghesi della società  russa.

Formazione anarchica[modifica]

Non si sa molto sulla sua infanzia né sui suoi studi, le prime notizie sulla sua figura risalgono al 1906, anno in cui pubblica il libro Associativa anarchica, nel quale, chiaramente influenzato da individualisti come Max Stirner e Benjamin Tucker, promuove un sistema mutualista di associazioni libera d'individui indipendenti in opposizione all'anarco-comunismo di Kropotkin.

L'uscita del libro e le sue attività  rivoluzionarie gli valgono l'arresto e la successiva deportazione in Siberia nella regione di Tutkhansk, dove peraltro svolgerà  un certo ruolo durante le rivolte contadine. Evade dalla Siberia per rifugiarsi a Parigi dove lavora per un certo periodo come autista e collabora al giornale russo Les Échos du Caucase. Di ritorno in Russia prende parte attiva alla rivoluzione di febbraio 1917 a Mosca, dove moltiplica le riunioni e le conferenze organizzando anche una Federazione dei lavoratori intellettuali.

Leader anarchico[modifica]

Collabora con diversi giornali anarchici e pubblica la rivista Klitch («Clamore»). Principale teorico e oratore dell'anarchismo individualista, le sue conferenze sono apprezzate dai lavoratori moscoviti. Nel marzo 1917, diventa il segretario della Federazione dei Gruppi Anarchici di Mosca. Partecipa in seguito alla rivoluzione di ottobre e al movimento di requisizione dei palazzi privati e ville a Mosca. È nominato segretario della «Casa degli anarchici» che serve da sede a tutti i libertari della capitale.

Il 5 marzo 1918, denuncia durante un'assemblea la Repubblica socialista sovietica russa e dichiara che agli occhi dei libertari lo Stato socialista è un nemico come il suo predecessore borghese e che bisogna combattere. In seguito alla repressione crescente di ogni opposizione ed essendo la semplice libertà  d'espressione imbavagliata, i gruppi anarchici della Federazione di Mosca si costituiscono in gruppi armati, «Le guardie nere».

Lev Chernyi vi è molto attivo. Nella notte tra l'11 e il 12 aprile 1918, la Ceka attacca l'edificio della Federazione di Mosca, le Guardie nere oppongono una resistenza armata. Una quarantina di anarchici vengono uccisi o feriti e circa 500 arrestati e imprigionati. Lo stesso anno, Lev Tcherny partecipa alla creazione di un gruppo clandestino e si unisce, l'anno successivo, agli a«narchici clandestini» (Anarkhisty podpol'ia), fondati da Casimir Kovalevitch, membro del sindacato dei ferrovieri di Mosca, e dall'anarchico ucraino Petr Sobolev.

Aaron Baron e sua moglie Fanya

La repressione bolscevica non si attenua, e sette insorti vengono ancora assassinati a Kharkov, il 17 giugno 1919. Gli “Anarchici clandestini”, raggiunti da alcuni socialrivoluzionari di sinistra, fanno saltare il 25 settembre 1919 il quartiere generale del Comitato del Partito Comunista di Mosca. L'esplosione uccide dodici membri del Comitato e ne ferisce 55 altri, tra cui il conosciutissimo Nikolaj Bucharin. Il gruppo degli anarchici edita, nel settembre, e poi nell'ottobre 1919, due numeri del giornale Anarkhiya che condanna la dittatura bolscevica. Ma il gruppo subirà  in seguito un'implacabile repressione.

Arresto e morte[modifica]

Nell'estate del 1921, Lev Tcherny è vittima di una macchinazione di due agenti provocatori della Ceka. Qualificato come «bandito anarchico» viene arrestato in agosto. Benché non fosse coinvolto nell'attentato contro la sede del Partito comunista di Mosca, era, in ragione del suo legame passato con gli «anarchici clandestini», un bersaglio designato alla vendetta dei bolscevichi.

Il 29 settembre 1921, fa parte delle nove persone fucilate, tra cui Fanya Baron, nei sotterranei della prigione della Ceka a Mosca. I comunisti rifiuteranno di restituire il suo corpo alla sua famiglia il che farà  sorgere il dubbio sul fatto che sarebbe morto sotto tortura. Tale tesi viene peraltro avallata anche dallo storico dell'anarchia Paul Avrich, secondo il quale la morte sarebbe arrivata in settembre.

Voci correlate[modifica]